Il vescovo di Bolzano senza mezzi termini

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Notizia: Il Regno – A Bolzano si apre una nuova pastorale della cresima

Nelle diocesi non guidate dalla Paura ma da un Vescovo, si sta cercando di affrontare con riflessione condivisa, creatività e speranza certi evidenti problemi ormai decennali nella cosiddetta formazione cristiana. Senza l’ansia di dare risposte rapide e superficiali, senza il terrore di scuotere un minimo uno status quo che bisogna essere ciechi per non definire desolante e privo di futuro.
Per fare questo non servono leader travolgenti ma ascoltatori capaci e determinati ad aprire processi, più che a dare ordini autoaffermando se stessi. Lo dice bene il Vescovo di Bolzano: “se fosse il vescovo a imporre dall’alto qualcosa, il percorso non porterebbe frutti.” E infatti.

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Satira, tutte le puntate de L’Opinionista

 

Una satira spontanea sull’opinionismo, il mestiere dominante tra sedicenti politici, sedicenti giornalisti e sedicenti cittadini, di cui i nostri media, dalla nauseabonda tv ai soffocanti social network, sono impregnati fino al midollo. Siamo tutti opinionisti, perché abbiamo sempre scelto di essere tutti dei tifosi, e non dei protagonisti. Sproloquiamo sul nulla, pratichiamo il niente, e siamo contenti, sazi (e irrilevanti) così.

Da un’idea di Giacomo D’Alessandro. Interpretazione e improvvisazione di Stefano Rossi. Location casuali. Temi di spessore.

#1 La minaccia dei fosfati / marzo 2016

#2 L’oppressione energetica / aprile 2016

#3 Il fattore precoce / aprile 2017

#4 Il dispiacere del balocco / novembre 2017

 

Don Renzo, pastore che non passa (La Guardia)

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In questi dieci anni mi è capitato spesso di incappare in don Renzo Ghiglione. Che fosse tra le cime della Val Maira, durante le attività sociali della Piuma onlus, o chiacchierando di emergenze pastorali con qualche prete. O ancora, ricevendo la testimonianza di qualche amico immigrato anni fa dall’est Europa. Don Renzo c’entrava, era spesso di mezzo.

Forse uno dei criteri per riconoscere i “profeti” è proprio rendersi conto di quanto intensa e attuale rimanga la loro presenza anni dopo la loro dipartita. Prima citazione che mi viene: “se il seme caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore, porta molto frutto”. E Renzo, che seme ha cercato di esserlo per tutta la vita, dieci anni fa è morto. Caduto, per motivi ancora difficili da chiarire, dal sentiero Cu du Mundu sopra Arenzano.

Che abbia germogliato abbondantemente è cosa evidente per quanti si sono ritrovati coinvolti in una delle tante opere da lui ispirate e animate. E non dovrebbe stupire questa fecondità: Renzo è stato pastore con idee forti ma al contempo con una profonda capacità di ascolto della realtà e dei segni dei tempi. Non è un caso che molte delle sue iniziative coinvolgessero i laici come comunità protagonista. Penso ai cammini di ricerca per adulti, di cui prese le mosse da don Marco Granara e che negli ultimi anni considerava una vera e propria priorità pastorale. Penso al Micronido che porta il suo nome, voluto a sostegno delle maternità fragili e precarie in una società dove la disuguaglianza economica resta pietra d’inciampo. Penso ai campifamiglie estivi di Pratorotondo, dove è stato possibile sperimentare la vita comunitaria e l’autogestione, anche spirituale, in una società e in una chiesa dove ricostruire comunità autentiche sembra esigenza insormontabile. Penso infine a slanci sogni e progetti di solidarietà verso le nuove povertà e solitudini.

Incalcolabili sono le scelte di vita e di impegno per cui Renzo è stato riferimento incoraggiante. Una presenza autorevole e affidabile che trapelava da una persona semplice, sempre inquieta, a volte testarda e inamovibile, a volte spossata, che mai faceva pesare il suo essere prete, men che meno in chiave clericale, e che non amava creare distanze quanto invece colmarle. Bastava salire insieme a lui un sentiero di montagna, cantare una canzone blues chitarra e armonica, fermarsi di notte con i bambini a guardare le stelle, e il gioco era fatto.

Conviviale e inquieto, sensibile alla bellezza della vita quanto ai bisogni impellenti della società contemporanea, don Renzo aveva radici profonde che nutriva dei migliori riferimenti ecclesiali e pedagogici del post-Concilio, oggi sempre più patrimonio di tutti grazie anche alle decise attenzioni di Papa Francesco. Seconda citazione che mi viene: “nessun profeta è ben accetto in patria”. Anche questo emerge dalle preoccupazioni che animavano Renzo negli anni del suo lavoro pastorale; la lettera d’ingresso a Certosa nel 2002 parla chiaro sulle priorità ecclesiali: inclusione positiva degli immigrati nel quartiere, attenzione concreta e progettuale alle povertà, formazione cristiana seria per gli adulti, protagonismo di tutti nel confronto e nell’ascolto dei segni dello Spirito nella società. Questioni tutt’altro che datate, tutt’altro che facili, tutt’altro che ben accette e prioritarie anche oggi, per le quali Renzo ha investito energie pastorali, creatività, collaboratori di fiducia, consapevole di andare il più delle volte controcorrente.

Tanto del suo impegno, con certe modalità e certe libertà anche di dire e di fare, non veniva e non viene capito; a volte condiviso ma ben lungi dall’imitarlo, salvo celebrarlo a posteriori. Quanti fan e quanti imitatori? Stesso dilemma oggi posto da una figura autentica ed evangelica come papa Bergoglio. Perché don Renzo ha intrapreso con semplicità e cocciutaggine vie difficili per i contesti parrocchiali genovesi e non solo. E’ stato ed è riferimento per moltissimi preti e laici, cui è venuto a mancare un compagno di viaggio, di confronto e di libera amicizia. Un pastore con l’odore delle pecore, capace a stare davanti, in mezzo e anche dietro al fiuto del popolo. Capace di “diocesanità”, quella dimensione sottolineata dal Papa nel suo discorso al clero genovese, ovvero di non creare nicchie e movimenti personalistici o clericali, quanto di seminare metodo, innovazione, partecipazione, slancio evangelico consegnando sempre questo patrimonio a servizio della diocesi tutta. Forse per questo don Renzo è sempre andato “oltre” il cortile della parrocchia, in tutte le cose che ha seminato, generando una cooperazione, riflessione e confronto tra persone di ogni dove, vicine e lontane, rimandando sempre alle uniche sorgenti di acqua viva: il cammino dietro a Gesù, la ricerca impegnata della giustizia. Insieme, tra queste cime.

Non c’è memoria utile se non per interrogarsi sull’oggi e porsi in cammino, raccogliere il meglio e immaginare come diventarne protagonisti attivi. Questo mese, cercando tra gli amici di Renzo di raccogliere canzoni, letture e spunti a lui cari, più di una volta mi è stato sottolineato il suo amore per Gaber. Tanto da sceglierne una canzone come simbolo di un cammino annuale diocesano per i giovani. Quella canzone era “C’è solo la strada”. L’ho dovuta ascoltare più volte per restare stupito ancora una volta dell’intuito attualissimo di Renzo, che sceglie una canzone contro l’individualismo delle famiglie. Un monito ai giovani futuri madri e padri. “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada, nella piazza / perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo”. E’ solo l’ultimo di tanti esempi possibili per capire oggi la parola “profezia”: sono profeti coloro che hanno il coraggio, amando e coinvolgendo, di lanciare lo sguardo oltre la superficie, di svelare i limiti delle presunte normalità in cui ci compiaciamo di rassicurarci e stabilizzarci. Ultimamente si è parlato tanto di emergenza famiglie, e tant’è un tema nodale come l’individualismo, la chiusura, l’appartamento della famiglia ripiegata su se stessa e sulle proprie cose, non si è portato in primo piano. Perché è una di quelle verità che ci rivelerebbe tutti bisognosi di mea culpa, se dicenti cristiani di fatto mondanizzati, per cui sarebbe troppo scomodo impegnarsi nella conversione della propria vita.

Don Renzo è ancora profetico in mezzo a noi, nelle realtà e nelle persone che ha lasciato. E’ un camminatore che non passa, ma ci sta accanto con simpatia, inquietandoci come sa fare lui, ricordandoci con Mazzolari che ancora “si cerca per la chiesa un uomo”, “un uomo che parli con la propria vita”.

pubblicato sul numero de La Guardia di ottobre 2017

Sound of Change. 13 ottobre 2017 Mercato del Carmine, Genova

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Ex-OtagoFree ShotsLuke & The LionBacci Del Buono suonano per Sound of Change.
Non è solo una serata gratuita con alcuni tra i migliori artisti genovesi.
Sound of Change è il nostro modo di lanciare un messaggio di solidarietà e accoglienza a chi fugge da guerre e persecuzioni.
E vogliamo farlo suonando, cantando e dando a tutti la possibilità di compiere tre azioni concrete per un’integrazione più umana:
• Firmare la legge popolare #EroStraniero per migliorare l’accoglienza diffusa e l’integrazione.
• Diventare volontari nei progetti di inclusione, donate qualche ora del vostro tempo.
• Mettere a disposizione una stanza o una casa per ospitare temporaneamente un rifugiato.
L’accoglienza non è un optional, e noi possiamo riscriverla dal basso, agendo ora!

*** Ingresso libero ***

Sound of Change è un concerto a favore dell’accoglienza che nasce da un gruppo di giovani attivisti genovesi, coordinato da Giacomo D’Alessandro ePietro Mensi. E’ realizzato a titolo volontario da tutti coloro che vi collaborano, e reso possibile dalla partecipazione gratuita di alcuni tra i migliori musicisti genovesi.
Al pubblico chiediamo 3 semplici azioni per cambiare l’accoglienza dei rifugiati e per #restareumani:

1. conoscere e firmare la proposta di legge popolare Ero straniero – L’umanità che fa bene, promossa a livello nazionale da Radicali Italiani, Casa della Carità, ACLI, ARCI, Centro Astalli, CISG, A buon diritto, ASGI, CNCA. La legge incentiva l’accoglienza diffusa in piccoli numeri e semplifica l’integrazione favorendo l’accesso al mondo del lavoro e ai servizi primari.

2. iscriversi come volontari ad attività di accoglienza, integrazione e inclusione sul territorio genovese, conoscendo chi le promuove.

3. aderire a progetti di “accoglienza diffusa” promossi da Refugees Welcome Italia e AirBnb, mettendo a disposizione una stanza o una casa per ospitare un richiedente asilo.

In un momento storico in cui l’accoglienza è oggetto di tensioni, demagogie ma soprattutto mancanza di visione, vogliamo cambiare il clima di paura e diffidenza dando vita ad un momento di socialità e condivisione, trainato dalla performance artistica di alcuni tra i migliori esponenti genovesi della musica italiana. Senza prestare il fianco a polemiche o slogan, proponiamo opportunità concrete di costruire dal basso un’esperienza diversa, autentica e positiva di accoglienza. Dando il segnale che a Genova c’è un mondo, a partire dai giovani, intenzionato a coinvolgersi e fare la sua parte di cittadinanza attiva con serenità, impegno e lungimiranza.
L’iniziativa è apartitica, aperta alle adesioni del mondo culturale, artistico e associativo.

Sempre meno preti? Bene, si può rinascere

cfr “Sempre meno preti? Al loro posto papà e mamme…” – Vvox.it

«La chiesa sarà riconsegnata ai cristiani – continua il Vescovo di Padova – Un giorno a parlare di Gesù non saranno i preti ma i papà, le mamme e questa non è una perdita ma un guadagno, quello di restituire la titolarità della fede cristiana alla comunità. Tutti i battezzati sono responsabili del vangelo e della missione della chiesa».

Le vocazioni ci sono sempre. Basta saperle vedere e mettere a frutto. Per fortuna stiamo tornando gioco forza alle origini della Chiesa. Come tanti, ignorati, auspicano e favoriscono da decenni.

Eresie costruite sulla sabbia

cfr Il banchiere Gotti Tedeschi (con altri 61) accusa il Papa di 7 eresie

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Finalmente i gruppuscoli più accaniti nello screditare Papa Francesco sono usciti allo scoperto con un lungo documento in cui lo accusano di sette eresie. Negli anni passati mi è successo diverse volte di trovarmi a sostenere pubblicamente la necessità di riforme nella Chiesa (tra cui quella famosa e relativamente semplice della comunione ai divorziati risposati), e diverse volte mi è successo di ricevere accuse rispetto al fatto che quelle critiche non erano legittime. Con Papa Francesco è gioco facile dimostrare oggi che quelle critiche costruttive non solo erano legittime, ma anche condivisibili e condivise da molta parte della chiesa e dei vescovi. Qualche commentatore un po’ troppo acceso nei miei confronti rivendicava talvolta la sua completa e doverosa “ortodossia obbediente”, di fronte alla mia inopportuna “eresia riformista”, leggendo nei miei spunti soltanto un attacco polemico sterile e distruttivo. A commentatori di questo tipo, rispondevo con sincerità di fare attenzione a coltivare una simile rigidità, perché il giorno che anche dall’alto certe riforme fossero state messe a sistema, sarebbe loro mancata la terra sotto i piedi.

Questo è esattamente quello che, a mio parere, sta accadendo negli anni di Papa Bergoglio. Una epifania, uno svelamento: molti che si credevano perfettamente cattolici, e che su questo facevano forza identitaria nel rapportarsi con il mondo, si sentono mancare la terra sotto i piedi. Si accorgono – per usare un’immagine adoperata spesso dal Papa – che forse sono stati cattolici senza essere di fatto cristiani (il Vangelo è pieno di citazioni che raffigurano questa dinamica). Alcuni di questi sono ancora preda dello smarrimento; altri cercano come possono di recuperare terreno, capire meglio, adeguarsi, lasciandosi convertire da un nuovo corso (che, a ben vedere, è tuttaltro che elitario, ma accessibile e inclusivo per tutti, disponibile a non lasciare nessuno indietro); altri ancora, invece, proprio non possono ammettere di aver preso delle cantonate clamorose, o forse per formazione e cultura non sono in grado di comprenderlo: allora passano all’attacco.

Sono quelli che fino a ieri inquisivano chiunque nella Chiesa non prendesse ogni parola del Papa come oro colato. Bene, oggi che proprio un Papa e atti del Magistero realizzano certe riforme, non sanno che fare. Dunque usano l’unica arma che rimane loro: accusare il Papa di non essere il vero Papa; o di non essere sano di mente; oppure – atto finale – di commettere eresia. La debolezza di questo approccio critico non è soltanto l’enorme contraddizione del fondamentalismo (“qualsiasi cosa dica il Papa è giusta perché è il Papa”) nè quella dell’incoerenza (“se un Papa non conferma quelle che ritengo le regole intoccabili della mia identità, non è il vero Papa, non ha ugual valore, va corretto”). La vera clamorosa debolezza è che sono critiche di cui non è mai definita la fonte. Su cosa poggiano? Basta leggere articoli, lettere e documenti del caso per accorgersene: non citano mai l’esempio di vita di Gesù di Nazareth; non citano mai passaggi dei Vangeli e della Scrittura (e quando avviene non sono mai interpretati secondo criteri aggiornati); non citano mai esperienze di vita vissuta, bisogni dell’uomo attuale, fame e sete di giustizia. In nome di cosa avanzano accuse di eresia o pretese di ortodossia? Non in nome della Tradizione con la T maiuscola, che come insegna il Magistero non è certo vincolabile ed esauribile in forme contingenti e storiche. Questi gruppi critici si rifanno invece spesso a tradizioni formali sbandierate come riferimenti assoluti, a logiche di continuità formale, circoscritta però a periodi e personalità di una certa epoca. Come quel gruppo di seguaci di Lefebvre che al Concilio non accettarono la riforma liturgica, ancorandosi ad una forma precedente, medievale, non certo fondativa, e che ad essere onesti ben poco ha a che vedere con la fonte evangelica dell’eucaristia.

Ecco. Come il riavvicinamento dei lefebvriani auspicato da Ratzinger ha portato alla luce, cinquant’anni dopo, l’effettiva distanza culturale e teologica di quel gruppo religioso dalla vita della chiesa nel mondo contemporaneo, così allo stesso modo oggi una parte di chiesa, di se dicenti cattolici ultraortodossi, si riscoprono in fondo lefebvriani nella cultura ecclesiale e teologica che hanno voluto ad ogni costo fossilizzare e rivendicare in maniera non negoziabile. Sembrano ignorare la storia della chiesa, che ha visto mutare approcci dottrinali, teologici e pastorali ad ogni epoca. Sembrano ignorare i valori della sinodalità, della misericordia, della pastoralità autentica. Sembrano ignorare le fonti del cristianesimo, l’esperienza di Gesù e quella dei primi secoli delle comunità cristiane. Pongono come obiettivi aspetti che nella vita di fede non possono essere che strumenti (riti, norme, formalità, percorsi, ruoli). Perdono il senso dell’essere chiesa: annunciare ciò che Gesù ha annunciato. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia. Aiutare gli uomini ad avere vita e gioia piena, e in abbondanza. Tentare di vivere come Gesù ha vissuto. Tentare di morire come Gesù è morto…

C’è una grossa, enorme differenza tra questo approccio critico ultracattolico costruito sulla sabbia, e la critica cristiana che in varie forme si è manifestata dal Concilio ad oggi. Basterebbe – uno per tutti – riprendere il libro “Salviamo la chiesa” del teologo svizzero Hans Kung per rendersi conto dell’abisso esistente tra queste due critiche, tra queste “due chiese”. Il dissenso post-conciliare (quello serio) si è quasi sempre basato sulla richiesta di attuazione concreta e prosecuzione delle riforme del Concilio Vaticano II. Come dice Alberto Melloni, parla in maniera credibile di riforma della Chiesa colui che con ciò intende che la Chiesa diventi sempre più vicina al Gesù e al Vangelo da cui ha origine. A questo si è sempre rifatta la gran parte del dissenso ecclesiale “riformista”. A fronte di un Vaticano e di una gerarchia spesso resistenti, ancorati a logiche antiquate e medievali, a religiosità “oppio del popolo”, a dottrine e formalità non più latrici di misericordia e di annuncio rispetto ai segni dei tempi. Quella a favore di una chiesa evangelica, misericordiosa come il Padre, è l’unica critica sensata possibile. Come quella a favore di un’umanità in cui regni la giustizia, prendendo sempre le parti di chi subisce oppressioni e ingiustizie.

Certo che il Papa, la Chiesa istituzione, la gerarchia, chiunque ricopra ruoli di responsabilità devono essere oggetto di critica. Oggi come ieri. Sono uomini, e come tutti gli uomini possono capitare persone di buona qualità, ma anche persone di pessima qualità, che fanno strada con i criteri mondani, e non con quelli evangelici (“non si può servire due padroni”). Il senso critico costruttivo è proprio delle persone libere, coinvolte, appassionate, disposte a impegnarsi e a collaborare per migliorare insieme. Certo che il Papa può e deve essere criticato. Ma a che pro? Su che basi? In nome di nostalgie medievali? Per la sindrome della Chiesa-fortino assediata dal mondo cattivo? Perseguendo l’esclusione di categorie di persone da stigmatizzare come “irregolari” a confronto dei “regolari”? Nella farisaica ricerca di una nuova stagione di norme, regole e dottrine che garantirebbero una piena vita cristiana felice e armoniosa? O non piuttosto in nome dell’esperienza di Gesù di Nazareth e delle comunità di donne e uomini suoi discepoli? O non piuttosto in nome della costruzione del Regno dei Cieli come vita in pienezza e in giustizia dell’umanità?

E’ evidente come la distanza sia ampia. Due visioni, due approcci, due concezioni di cristianità e di comunità ecclesiale. Questa forbice c’è sempre stata, negli ultimi decenni. Quando ai piani alti si preferiva scoraggiare il confronto, il dibattito, la partecipazione, la crescita evangelica collettiva, tutto questo era meno visibile. Il dissenso ecclesiale costruttivo era meno visibile anche perché spesso ne erano protagonisti persone senza ruoli di potere, né ambizioni in tal senso, che non fremevano dalla necessità di stabilire un dentro e un fuori dalla Chiesa, su cui fare guerra per relegarvi gli avversari. Non erano e non sono gente che si pone come cattolici integri e perfetti, che ammoniscono i devianti. Ciò che invece sembra avvenire oggi dall’altra parte. Ma le due critiche non possono essere superficialmente poste sullo stesso piano: quella “riformista” ha radici nel Vangelo, e non vuole precludere a nessuno la parola, ma che la chiesa tutta proceda sinodale consentendo un pluralismo poliedrico, di cui fare sintesi; la critica “tradizionalista” non presenta radici precise e convincenti, e pretende l’esclusione di qualunque pensiero “altro” bollato come eterodosso e quindi minaccioso. Per questo si tenta di screditare Papa Francesco nei suoi iniziali e ancora leggeri tentativi di riforma. E per questo Francesco cerca fortemente di aprire processi di confronto sinodali, che tengano dentro tutti, prendendo il meglio da tutti i carismi, aumentandone l’efficacia effettiva. Per tornare ad un cammino di popolo, dove si possa avere fiducia in pastori selezionati per qualità nel servizio, non per corrente ideologica di potere. Oggi rifiutarsi di decidere come fare passi avanti, in nome di false continuità, non è più una opzione percorribile. Significa, ogni volta che succede, rifiutare di aprirsi a “spirito e verità”, essenziali per adorare il Padre, attraverso il servizio alla vita piena dell’umanità.