A Francesco fa da ostacolo il clero (Osservatore Romano)

di Giulio Cirignano, su L’Osservatore Romano del 25-7-2017

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L’ostacolo maggiore che si frappone alla conversione che Papa Francesco vuol far fare alla Chiesa è costituito, in qualche misura, dall’atteggiamento di buona parte del clero, in alto e in basso. Atteggiamento, talvolta, di chiusura se non di ostilità. Come i discepoli nell’Orto degli ulivi, ancora i suoi discepoli dormono. Il fatto è sconcertante. Per questa ragione il fenomeno va esaminato a fondo, nelle sue cause e nelle sue modalità. Il clero trascina dietro di sé la comunità, che invece dovrebbe essere accompagnata in questo straordinario momento. Gran parte dei fedeli hanno compreso, nonostante tutto, il momento favorevole, il kairós, che il Signore sta donando alla sua comunità. Gran parte dei fedeli è in festa. Tuttavia quella porzione più vicina a pastori poco illuminati viene mantenuta dentro un orizzonte vecchio, l’orizzonte delle pratiche abituali, del linguaggio fuori moda, del pensiero ripetitivo e senza vitalità. In fondo, il Sinedrio è sempre fedele a se stesso, ricco di devoto ossequio al passato scambiato per fedeltà alla tradizione, povero di profezia. Quali le ragioni di tutto ciò?

Al primo posto della lista occorre, probabilmente, collocare il livello culturale modesto di parte del clero, sia in alto che in basso. Non possiamo generalizzare e, pertanto, non troviamo alcuna difficoltà ad ammettere che ci sono molte eccezioni a questo stato di cose, per fortuna. In molti presbiteri, purtroppo, la cultura teologica è scarsa e ancora minore è la preparazione biblica. La causa di questo deplorevole stato di cose è facilmente individuabile. Quando un corso di studi di livello universitario, tanto per fare un esempio, non lascia nello studente la voglia di pensare, di continuare a studiare, di esercitare un minimo di senso critico, vuol dire che ha fallito il suo compito. L’impostazione di gran parte dei seminari non favorisce il formarsi di una mentalità di lavoro e di impegno. Gli anni di preparazione al presbiterato dovrebbero alimentare la consapevolezza circa la necessità del ministero come un vero e proprio lavoro. Come ogni persona, anche il prete lavora per guadagnarsi il pane.

Si obietterà che spesso i preti sono oberati da molte faccende. Questo risponde a verità. Se però le molte faccende impediscono al prete di svolgere il compito che gli è proprio ci dobbiamo interrogare. Forse grava sul prete un’immagine che viene dal passato e che non è più sostenibile? Ci riferiamo a un’immagine ereditata in cui il prete era pensato come il capo e il padrone della comunità e che, in virtù della sua condizione celibataria, veniva come compensato da una specie di ruolo a responsabilità individuale totalizzante. Una specie di “protagonista” solitario. Gli organismi di sinodalità funzionavano e funzionano poco e male. In questo schema si pensava che la vitalità di una comunità passasse dal prete ai fedeli, costantemente conservati in un ruolo passivo. Tutto ciò oggi non è più accettabile.

C’è ancora un fattore più grave che impedisce a quanti portano il dono del sacerdozio ministeriale di intercettare le domande che vengono dalla storia e accogliere con gioia ed entusiasmo gli inviti al cambiamento. È un fattore il cui peso è difficilmente misurabile, una specie di gabbia paralizzante. Possiamo definirlo, sostanzialmente, come la modalità di concepire l’esperienza religiosa in termini vecchi, quelli maturati e consolidati nel lungo periodo della controriforma. Modalità che coinvolge la teologia, la spiritualità e la pratica.
Una teologia, in primo luogo, senza le risorse della Parola, senz’anima, che ha trasformato l’appassionante e misteriosa avventura del credere in religione. Fede e religione: nell’immaginario comune sono quasi sinonimi. In realtà, sono esperienze profondamente diverse. La religione nasce dalla paura e dal bisogno dell’uomo che spinto da questo duplice fattore si incammina in cerca di una mano a cui aggrapparsi. Va in cerca di un aiuto che, spesso, costruisce in parte anche secondo le sue necessità. È una esperienza bella, certamente, che si alimenta alla coscienza del mistero, che ogni uomo porta in sé. Ha, però, questo grande limite: il Dio della religione è, per lo più, proiezione dell’uomo, della sua mente, delle sue paure, delle sue necessità. È un dio ipotetico.
La fede ha tutt’altra origine. È accoglienza di un evento umanamente impensabile. Nell’esperienza della fede non è in primo luogo l’uomo che va verso Dio, ma l’opposto. Dio si rende esperibile all’uomo che è invitato ad accoglierlo. La fede è il vuoto dell’uomo e il pieno di Dio: in ciò l’uomo trova la sua completa dignità.

Dobbiamo ammetterlo: siamo tutti profondamente intessuti di religione. Tutti, nessuno escluso. Anzi, il bisogno religioso ci accompagnerà fino alla fine della vita. Non ci abbandonerà mai. Avremo sempre l’istinto di cercare quella misteriosa mano su cui posare le nostre vertigini esistenziali. Dunque nessuna svalutazione della religione, ma dobbiamo ribadire con forza che la fede è un’altra cosa. Quando il prete è troppo segnato da mentalità religiosa e poco da limpida fede, allora tutto si fa più complicato, poiché egli rischia di restare vittima delle molte cose inventate dall’uomo su Dio e sulla sua volontà. Quando è l’uomo a parlare di Dio, lo fa da uomo, immaginando, ipotizzando e talvolta sostituendosi a Lui. Colui, che è totalmente altro, non sopporta di essere rinchiuso in schemi angusti, tipici della mente umana. «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Giovanni, 1, 18), di lui sappiamo solo quello che il Figlio ha voluto rivelare. Dio è amore: questo è tutto. Amore come dono di sé. Così Egli corregge, in maniera plateale, le mille involuzioni che siamo soliti far compiere all’amore.

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