Riabilitiamo la speranza – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

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Vittorio Soana è un gesuita e un counselor. A Genova lavora da 20 anni per accogliere e accompagnare persone, coppie e gruppi in un percorso di crescita, di uscita da situazioni di disagio interiore. A lui e a Francesca Conforti, operatrice volontaria laica, abbiamo chiesto di raccontarci l’avventura del Centro Counseling dei Gesuiti di piazza Matteotti, per capire come si possa “riabilitare la speranza” oggi.

 

Come mai Gesuiti e laici hanno aperto un Centro di Counseling?

Ci siamo accorti che esisteva sul territorio tutta una serie di servizi specifici: per le tossicodipendenze, i senzadimora, i disabili, i migranti… ma le persone comuni non avevano nessun servizio a disposizione, come se chi ha problemi famigliari o personali dovesse andare necessariamente in psicoterapia, cosa spesso difficile da scegliere e anche costosa. A distanza di 20 anni da questa riflessione se vuoi banale, il nostro centro ha seguito migliaia di casi. Siamo andati a rispondere a un bisogno reale, quello di affrontare e risolvere alcuni disagi personali o di coppia, in totale gratuità. Siamo un gruppo di operatori volontari (oggi circa una trentina) in cui sono passate persone di tutte le provenienze: buddisti, valdesi, atei, agnostici, cristiani, religiosi, laici… ma sempre persone che hanno fatto una formazione specifica, cioè il corso di counseling fondato qui nel 1996. Ci auto-tassiamo per mantenere la struttura dove riceviamo le persone, e ci impegniamo a formarci continuamente.

 

Che percorso proponete ad una persona?

Un lavoro psicologico che non è psicoterapia, ma counseling, dove si procede per obiettivi specifici. Non è un ascolto o un aiuto “un po’ così”, ma un percorso di 10-15 colloqui tra la persona e il counselor che le viene assegnato. Gli operatori partecipano ad un ampio lavoro di supervisione mensile da parte di volontari professionisti, psichiatri, neurologi, psicoterapeuti. Tutti i mercoledì dedichiamo 3 ore a fare supervisione sui casi che seguiamo: cosa vive una persona, come si può aiutare, quale difficoltà io vivo nell’affrontare questo caso; e insieme cerchiamo di capire qual è il significato, la speranza, che questa persona sta cercando nella sua vita. Cos’è che le sta crollando, cosa ha bisogno di ritrovare per acquisire sicurezza.

 

Quali disagi portano le persone a rivolgersi a voi?

Ci sono tutta una serie di problematiche esistenziali. Un giovane con cui stiamo lavorando ha la famiglia che si è separata, e lui è molto arrabbiato soprattutto col papà. Ha bisogno di ritrovare la sua identità relazionale col papà, altrimenti si scateneranno problemi in futuro. Un’altra ragazza è arrivata perché non riusciva più a suonare il violino, a pochi mesi dall’esame di conservatorio, dopo 9 anni di studi. La stiamo aiutando ad aprirsi, a stabilire relazioni con le persone con cui si sta formando, a riallacciare rapporti passati. Un giovane veniva dalla Sicilia, aveva girato tre università e non riusciva più ad andare avanti. Abbiamo usato un doppio sostegno: uno di noi più metodico lo ha “inchiodato” a darsi un metodo di studio e ad applicarlo, un altro lo ha sostenuto sul piano psicologico. C’è l’anziano in lutto per la morte della moglie: aveva solo bisogno di trovare qualcuno con cui poter parlare, sentire che va bene, che ce la fa, che può rimettere in campo delle energie nella vita. Abbiamo deciso di non chiuderci su un target preciso, ma dare la possibilità a tutti di essere ascoltati. Alcuni li dobbiamo però indirizzare ad altri percorsi. La speranza è di offrire a tutti la possibilità di ritrovare un senso, di riprendersi in mano.

 

Non è un lavoro simile a quello che fanno generalmente i preti?

Si pensa che uno perché fa il prete sia bravo di suo ad aiutare le persone. Non è assolutamente vero. Se non so vedere me stesso, se non so vedere quali sono le mie paure, non posso essere in grado di vedere che l’altro non è diverso da me; che ha tutte le mie paure e forse solo una debolezza in più, un elemento di fragilità temporaneo, in cui posso sostenerlo, aiutarlo. Se siamo capaci di riconoscere le nostre difficoltà e come le abbiamo superate, siamo in grado di fronte all’altro di metterle da parte e di ascoltare, essere attenti, accoglienti, ma anche precisi nell’aiutare.

Ci arrivano persone con problemi affettivi, altre con problemi che precedono le separazioni o le maturazioni rispetto alla loro famiglia, ci arrivano mamme che cominciano ad avere difficoltà con i figli, e coppie che vivono delle forti tensioni. Ci arrivano casi che indirizziamo al centro di salute mentale, ma che teniamo per rassicurarli in attesa di un passo così impegnativo. Altri ancora non ne vogliono sapere degli psicologi: è come se cercassero qualcuno che accogliendoli in una dimensione più ampia, personale, sentano che questo corrisponde di più alle loro esigenze più profonde.

Quando abbiamo iniziato tanti arrivavano con il passaparola, anche di preti. Don Piero Tubino e don Marino Poggi erano tra i più legati a noi. Per fare quello che facciamo bisogna comunque avere un grande amore alla persona, desiderare di aiutare l’altro, sentire che le persone soffrono, che hanno bisogno di recuperare la loro stima personale. Il counseling si prende cura anche della capacità organizzativa, educativa, sociale, e per sacerdoti e religiosi di accompagnare la crescita umana e spirituale.

 

Al termine dei colloqui, una persona può continuare ad essere seguita?

Sì, abbiamo due gruppi a cui si può accedere per circa 2 anni, dopo aver fatto il percorso individuale. Anche per stare dietro ai tempi delle persone. Nei 10-15 colloqui di solito si arriva ad un risultato, ma se si è lavorato bene la persona ha preso gusto in un percorso di ricerca e conoscenza di sé, e allora desidera continuare. Crediamo che la dinamica di gruppo sia fortemente terapeutica.

 

La morale cristiana influenza il supporto che date?

Noi non entriamo nelle scelte personali, di qualsiasi tipo siano. Seguiamo una persona che da 30 anni ha buona famiglia e figli, e allo stesso tempo l’amante. Non siamo qui a dire “ti devi sentire in colpa” o “fai bene a sfogare le tue mancanze sessuali”, ma piuttosto “tu come vuoi stare?” “Come coniughi insieme queste esigenze personali?” Allora il problema non diventa più il giudizio, morale o religioso che sia, ma la ricerca interiore che porta ad affrontare le questioni problematiche, e a trovare la forza di risolverle.

Le sfaccettature della persona che ti trovi davanti ti tirano dentro, o per simpatia, o per antipatia, o per ribrezzo, o per approvazione…ed è questo che la supervisione e la formazione ci aiuta a ripulire dal nostro operare. Sensazioni, pensieri, sentimenti che comunque partono nell’incontro con l’altro.

 

Nel corso degli anni com’è cambiato nelle persone il senso di fallimento e di speranza?

Le statistiche confermano che è molto cresciuta la dinamica di paura, e nei giovani in particolare il panico. Le persone sono più fragili, gli anziani più soli. A maggior ragione c’è quindi bisogno di dare speranza. La gente non crede meno nella possibilità di un recupero, anzi il desiderio di venirne fuori è più marcato. C’è una maggiore convinzione che l’intervento psicologico può aiutare, che si può chiedere aiuto. Anche nei preti. Per noi don Piero Tubino era l’emblema di questa capacità: sapeva dire alle persone che lo cercavano quando era il caso di rivolgersi a un percorso di counseling o di psicoterapia. Dobbiamo sempre far sì che l’aspettativa non sia magica, ma realistica: per ciò che sei, per come è la tua storia, cos’è che possiamo fare o cambiare? Una speranza che sia concreta, una speranza dell’oggi.

 

Cosa ha a che fare tutto questo con la fede? Non è una semplice ricerca del benessere?

Nel lavoro che noi facciamo non proponiamo il benessere. Per esprimerci in termini cristiani, proponiamo la beatitudine. Se lavori su te stesso, se ti affronti più profondamente, troverai dentro di te quella risposta spirituale che dà sicurezza. Perché la speranza si deve appoggiare su una dimensione di spirito. Poi io la chiamo Spirito Santo, tu la chiami altro, ma è questo che dobbiamo cercare, non un generico benessere. Il contatto spirituale che cerchiamo insieme è la dimensione di beatitudine. Poi sono termini che professionalmente non usiamo per non creare confusione. Ma l’orizzonte che ricerchiamo come stile del Centro è questo: aiutare una persona a ritrovare il proprio benessere spirituale.

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