Categoria: Adista

Uomini che temono le donne – Adista

di Giacomo D’Alessandro – Adista Segni Nuovi n.27/2018 –

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L’occasione di fare il punto sulle donne nella chiesa, tra nodi storici e brecce di rinnovamento, è stata una lunga conversazione con il gesuita Francesco Cavallini e la teologa Serena Noceti, ospite a Genova, che ha dedicato studi particolari alle tematiche di genere e all’ecumenismo. Ma lo spunto è arrivato prima ancora da una fonte inaspettata: un approfondimento dell’Osservatore Romano sulle suore impiegate come “serve”, sia nella mentalità sia nella prassi di molte chiese nel mondo: lavorano senza orari, senza retribuzione regolare, vengono trattate spesso come “sguattere” e quasi mai invitate alla tavola del “datore di lavoro”, cardinale o vescovo che sia.

Poco tempo dopo è arrivata sulle pagine del Corriere della Sera la denuncia di suor Carmen Sammut, che rappresenta le 670.000 religiose dei cinque continenti: “In Vaticano non ci consultano mai. Il primo a farlo è stato Francesco”. Se a questo aggiungiamo i lavori in corso della Commissione sul Diaconato Femminile, e i risultati del Pre-Sinodo in cui i giovani chiedono alla chiesa un maggiore spazio per le ragazze e le donne, si capisce come la questione femminile sia più che attuale, addirittura urgente e determinante.

“Negli ultimi 50 anni – fa il punto Serena Noceti – dal Concilio Vaticano II, le donne hanno acquisito facoltà di parola nella Chiesa”. Una parola che ha cominciato ad essere “pubblica”, che ha potuto farsi “competente” grazie allo studio della teologia, e che è stata ritenuta sempre più “autorevole” grazie al riconoscimento sul campo. In America Latina sono donne le coordinatrici di molte comunità cristiane, così come da noi sono donne le catechiste nelle parrocchie, per fare due esempi. “Sapere è potere – dice Noceti – e quindi acquisire le parole, diventare creatrici di linguaggi ha consentito alle donne di auto-definirsi e di incidere sui processi ecclesiali”…

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Don Gallo, 5 anni dopo è guerra ai poveri – Adista

di Giacomo D’Alessandro*

GENOVA – A cinque anni esatti dalla scomparsa di don Andrea Gallo il 22 maggio scorso a Genova ha preso vita un momento sociale ed ecclesiale di ampio respiro. La Comunità di San Benedetto al Porto in tutte le sue diverse componenti ha voluto celebrare la giornata al Centro Banchi, nel cuore del centro storico a due passi dal porto e dal duomo, sia per rimarcare l’urgente questione povertà, particolarmente visibile nella realtà multi-strato dei “caruggi”, sia per valorizzare un luogo ecclesiale – il Centro Banchi appunto – che sta cercando di alimentare processi di confronto, formazione, accoglienza e comunità sotto varie forme, con un taglio critico verso i sistemi dominanti.

Alle 18.00 la chiesa di San Pietro in Banchi con la sua caratteristica conformazione rialzata e i marmi chiari del 1600 ha cominciato a riempirsi di gente comune, attivisti, laici impegnati, rappresentanti della società civile ad ogni livello. Per la celebrazione è arrivato da Napoli padre Alex Zanotelli, comboniano e attivista di lungo corso prima in Kenya e oggi nel rione Sanità. Insieme a lui hanno concelebrato l’anziano don Federico Rebora (che accolse don Gallo espulso dalla parrocchia del Carmine nella canonica di San Benedetto), don Armando Zappolini presidente del Cordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, don Gianni Grondona successore di don Gallo nell’assistere la comunità, ed altri amici preti, diaconi e chierici. Tra canti festosi e segni liturgici proposti da Zanotelli, come la benedizione da parte di tutta l’assemblea dell’acqua (“perché sia un bene pubblico”) e del pane (“perché diventiamo gente che spezza il pane con tutti”), la messa è stata trasmessa anche nella piazza per le tante persone rimaste fuori.

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* uscito su Adista a maggio 2018

Benedette unioni gay…

Aumentano gli spifferi. E si respira già meglio. Nel mondo ecclesiale vi sono moltissime persone assolutamente favorevoli alle unioni tra persone dello stesso sesso. Che celebrano l’amore autentico, in qualunque sua forma ed espressione. Dalla recente rassegna stampa emergono sempre più situazioni incoraggianti…

La solitudine di Lucy (Adista)

Orientarsi ad Addis Abeba non è semplice, trattandosi di una città di svariati milioni di abitanti, ma soprattutto di un mostro urbano in continua inquieta ricomposizione, dove accanto a vecchie baracche ad un piano vengono tirati su edifici che ne contano sei/sette in cui sono stipati banche, centri commerciali e sale da gioco. Tutte le contraddizioni d’Africa (ma soprattutto del sistema occidentale) emergono insieme, amplificate, sbattute in faccia e lasciate a pesare sui meno fortunati di turno.

Nelle poche ore che ci separano dal volo di ritorno decidiamo comunque di trascinarci, carichi di bagagli, al Museo Nazionale per vedere una volta nella vita quello scheletro che chiunque studia sui libri di scuola: Lucy, la prima ominide, divenuta simbolo in tutto il mondo dell’evoluzione umana. Il museo si trova nella zona di Arat Kilo vicino l’Università di Addis Abeba, e presenta un biglietto insolitamente economico per essere una “attrazione turistica”: 10 birr (in euro circa 40 centesimi).

All’interno si svolge un percorso ben curato e decisamente ricco che riguarda proprio l’evoluzione: ossa e crani di ogni genere d’animale in tutte le loro fasi evolutive raccontano visivamente come la natura sia stata capace di adattarsi e rinnovarsi era dopo era. Piccola, indifesa, quasi mimetizzata al centro di un corridoio dove si alzano diverse teche, ci attende lei: Lucy. Restiamo tanto spiazzati dalla sua apparente “insignificanza”, quanto affascinati dal trovarci di fronte ad un monumento storico globale che miliardi di persone hanno sentito nominare. Scoperta nel 1974 nell’Awash Valley, Lucy è vissuta proprio in questa terra circa 3,2 milioni di anni fa, e le sue ossa hanno dimostrato che a quell’epoca l’antenato umano camminava già eretto. Il fatto che accanto a lei siano stati rinvenuti i resti di diversi altri esemplari la rende forse la più antica testimonianza del fatto che l’australopiteco viveva già in gruppo, in comunità.

E puntuale come inaspettato arriva un tizio. Etiope, giovane, dall’inglese fluente (non comune da quelle parti), con malcelata derisione ci fa l’ultima domanda che ci aspetteremmo in un contesto del genere: «Non crederete mica nella teoria dell’evoluzione?»…

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Vocazioni in calo o riforme mancate? [Adista]

di Giacomo D’Alessandro, Domenico Pizzuti
pubblicato su Adista Segni Nuovi n. 17/maggio 2016

Giacomo Il Papa ha parlato recentemente del calo delle vocazioni, ma non ha quasi mai citato le possibilità di cambiare o modificare sistemi e requisiti di accesso ai cosiddetti ministeri. Questo tema è – mi pare – un grande assente in un pontificato aperto al dialogo e al ripensamento…
Domenico Alcuni dati “demografici”, come il calo da alcuni decenni delle vocazioni alla vita consacrata maschile e femminile e l’invecchiamento dei religiosi viventi, dipendono da cause tutte da approfondire, e fanno pensare per esempio che alcuni stili di vita religiosa siano poco attrattivi e vadano rinnovati per una testimonianza credibile.