Categoria: appelli

Elezioni Comunali Genova

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#ComunaliGenova
[fuori e oltre i politicismi]

Il candidato sindaco più in gamba? Simone Leoncini.
La visione di città più innovativa? I giovani di Rete a Sinistra.
La maggiore occasione mancata? Non fare le primarie.
Gli strateghi peggiori di sempre? I dirigenti del PD locale.
L’ultima speranza?
Che tutti i fautori del gran casino (prevedibile, cercato, voluto) ormai combinato usino i mesi restanti per far tesoro delle migliori forze in campo. Per raccogliere le idee più concrete e aperte di cambiamento radicale della città. Per coinvolgere le persone giuste al posto giusto.

P.S. Premio Autodistruzione Gratuita al Movimento 5 Stelle locale. Non forse a livello elettorale. Sicuramente a livello credibilità.

Mala Intesa. Petizione Greenpeace

Banca Intesa finanzia l’oleodotto di Trump, ennesimo sopruso della storia occidentale contro i nativi americani e le loro sacre terre.

Non mi stupisce affatto.

Dobbiamo toglierci da queste banche, le stesse che ospitano il commercio mondiale di armi.

Mettere i nostri soldi in banche e cooperative etiche.

Pretendere questo da noi stessi è una delle poche vere vie di lotta a un sistema globale disumano.

Io ho firmato la petizione di Greenpeace, e tu?

Al referendum per indirizzare le politiche e concretizzare la cittadinanza

parte 1 – Dire sì

Andare a votare al REFERENDUM è l’occasione per indirizzare le politiche energetiche e ambientali. E’ uno dei pochi strumenti che ci rimangono di partecipazione politica forte e diretta.
Andrò a votare SI’ perché vorrei un Paese impegnato molto più seriamente nella conversione a fonti di energia RINNOVABILE.
Andrò a votare SI’ perché un Paese che può campare di TURISMO e arte non ha bisogno di trivelle entro 12 km dalle sue belle coste.
Andrò a votare SI’ non perché ho certezze, ma perché vorrei avere VISIONI, sul futuro: voglio scommettere che un domani smettiamo di usare idrocarburi per produrre energia, e ci sforziamo di passare ad altri sistemi, di consumare MENO, di realizzare le potenzialità che già ci sono, ma su cui non si vuole investire per interessi e LOBBY.
Credo che la vera identità di un POPOLO sia il suo modo di stare al mondo e di voler crescere. Vorrei un popolo che il 17 aprile dicesse “SI, con le trivellazioni in mare vicino alla costa abbiamo chiuso. Chi di dovere si metta a investire su forme energetiche alternative, non su queste. Sappia che il popolo vuole così. Che ha questa idea di mondo e di sviluppo”.
Poi naturalmente non basterebbe. Ma sarebbe comunque un’occasione da non perdere.

parte 2 – Dire no

Dire che non possiamo fare a meno delle fonti fossili per il consumo energetico del Paese è come dire che non possiamo fare a meno di produrre e vendere automobili per dare lavoro alla gente, è come dire che l’attuale stile di vita e di consumi è irrinunciabile e l’unico possibile. Prima o poi certi nodi vanno affrontati. Una buona politica è quella che li affronta e poi cerca soluzioni alternative, non quella che li rimanda a “quando saremo pronti”. Finiamola di non scegliere, assumiamoci una responsabilità.

Cfr L’Espresso – Referendum, 10 cose da sapere per votare informati

Unioni civili, una risposta ai vescovi liguri

bagnasco lettera aperta unioni civili
Noi, laici liguri, sentiamo il grave dovere di esprimere, innanzitutto a voi Vescovi e alle vostre curie, la nostra preoccupazione per il momento che attraversano le diocesi. Oltre alla marcata autoreferenzialità con cui ci sembra che continuiate a governare, ignorando e non favorendo percorsi di partecipazione e collegialità (né nel linguaggio che adoperate, né nei piani pastorali che fate, né nelle formazioni collettive che predisponete), notiamo con dispiacere che fate un uso decisamente opportunista dell’enorme patrimonio pastorale che ci sta donando papa Francesco, cavalcando perlopiù solo le battaglie che portavate avanti anche prima, di rivendicazione nella società civile dell’“identità cristiana” (bioetica, diritti civili, presenza liturgica e formale nella società). Non abbiamo notato un’altrettanta decisione (né umiltà) nell’assumere quella stragrande maggioranza di stimoli del pontificato di Francesco inerenti l’autocritica delle strutture ecclesiastiche e di un certo cristianesimo di facciata, di un clericalismo spinto e malsano, di una chiesa preoccupata di difendere se stessa invece che di condividere il Vangelo con radicalità e povertà in dialogo con l’umanità tutta, una chiesa che si preferisce “sporca” come un ospedale da campo, piuttosto che chiusa nei suoi riti e nelle sue dottrine.
Siamo preoccupati per il livello di competenza e adeguatezza al ruolo cui siete stati nominati (con criteri peraltro oscuri e poco partecipati dalle comunità locali), vedendo che – per fare un esempio – poco o nullo spazio avete dato a passaggi recenti di storica importanza come le consultazioni del popolo di Dio attraverso i questionari per il doppio Sinodo dei Vescovi (proprio sulle sfide della famiglia). Restiamo pertanto perplessi (per non dire infastiditi) nel sentirvi ancora predicare, ma così poco ascoltare, soprattutto su di una esperienza come quella dell’amore coniugale e genitoriale, che non vivete in prima persona, rinchiusi nella legge medievale del celibato obbligatorio, a causa della quale ci mancano pastori qualificati – come prescritto nella lettera di San Paolo a Timoteo – dall’essere “buoni padri di famiglia”:
Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (1Timoteo 3:2-5)
Ci chiediamo come mai non ci avete suggerito e guidato con la stessa veemenza, in occasione della predominanza popolare e mediatica ventennale di personaggi politici come l’ex Cavaliere Berlusconi, col quale così a lungo avete mercanteggiato in favori politici e consensi, o se non altro taciuto di fronte al danno culturale ed educativo fatto, anche in tema di famiglia e strumentalizzazione della religione a fini politici.
Continuate a ventilare le unioni stabili tra persone dello stesso sesso come un vulnus all’istituto della famiglia cosiddetta naturale, ma non capiamo come mai in questi anni non avete saputo mettere in guardia le vostre comunità da “bestie” come il capitalismo selvaggio, la finanza scriteriata, il consumismo fine a se stesso, l’individualismo delle famiglie, la scarsa formazione cristiana degli adulti (quale catecumenato nelle parrocchie e nelle diocesi, sull’ABC del cristianesimo?), lo scarso spazio di protagonismo dato ai giovani, con strutture ecclesiali clericalizzate da preti-piloti a ogni livello. Tutto questo ha realmente svilito l’istituto delle famiglie: cristiani tiepidi e perfettamente indistinguibili dal sistema mondano (salvo per qualche messa in più e qualche sbraito moralista) sono i primi controtestimoni di quale valore abbia “fare famiglia” sulle orme del Vangelo. Matrimoni mal preparati e mal celebrati, con conseguenti naufragi in quantità, sono stati sufficienti a dare alle nuove generazioni l’idea che in fondo la “forma” dell’unione conta poco, che l’etichetta di “cattolico” (se i risultati sono questi) aggiunge nulla, mentre la qualità delle persone e dell’impegno progettuale tra chi si ama, forse merita più attenzione.
Siamo preoccupati della vostra crescente distanza dalla realtà, da un mondo in cui siete sempre più irrilevanti come istituzioni ma anche come persone, senza interrogarvi, fare autocritica, lasciare vesti e attrezzi folcloristici, sperimentare modalità diverse di “stare in mezzo alla gente”, cercare soprattutto di ascoltare, perché come ha ribadito papa Francesco, in certe situazioni storiche il Vescovo deve saper andare dietro al fiuto del suo popolo, più intuitivo della realtà e di una declinazione del Vangelo secondo i segni dei tempi.
Vi chiediamo di aiutarci nel dare sostegno spirituale e sociale a ogni forma di amore autentico, stabile, rispettoso e dignitoso, “sacramento” ovvero segno dell’amore di Dio per l’umanità. Di valorizzare le testimonianze più belle (e vicine alla gente) di fede incarnata nella storia. Di aiutarci a intraprendere cammini alternativi nel modo di abitare il territorio, di vivere da famiglie in comunità, di condividere i beni economici e i beni materiali, di convertire lo stile di vita verso un’accoglienza delle diversità, a partire da chi ha più bisogno, fino al piano della sostenibilità ambientale. Di tornare all’essenza del cristianesimo nella testimonianza di Gesù di Nazareth e di una Scrittura ben interpretata, alla luce dell’aggiornamento biblico. Di preferire i dialoghi ai discorsi, di cercare luoghi privilegiati di ascolto della quotidianità, uscendo dalle curie e mischiandovi tra la gente, nei vari ambienti. Di ricalcare il Vescovo di Roma negli atteggiamenti più significativi e sui temi che più gli stanno a cuore, e soprattutto nella capacità di mettere in atto trasformazioni e cambiamenti partecipati, in un impegno sociale per l’umanità.
Ogni volta che fate queste cose, vi sentiamo “al servizio della chiesa”, che è il “popolo di Dio in cammino”, e in cammino con noi tanti, ricordandovi (sempre con le parole del papa) che quella del servizio è l’unica autorità legittima che compete alla vostra chiamata.
Cordialmente
Giacomo, in dialogo e in ricerca, con sincerità…
…e tanti altri laici impegnati a ogni livello, con cui mi confronto continuamente.

Rifugiati in Liguria, 1.150 firme per accogliere

Leggi e firma la petizione su Change.org:

La Liguria vuole accogliere i rifugiati, non ci stiamo a passare per xenofobi

promossa da Giacomo D’Alessandro in data 8/6/2015

Grazie a quanti hanno scelto di firmare e condividere questa petizione. Abbiamo inaspettatamente superato le 1000 firme e se ne è parlato già diverse volte sui quotidiani genovesi. E’ importante dare continuamente il segnale che un approccio umano, sociale e politico è possibile, oltre gli slogan le rabbie e le paure. Che una parte di cittadinanza è disposta a impegnarsi in prima persona oltre che sostenere progetti politici di accoglienza, e non solo di “controllo e difesa”.

Qualcuno ha criticato la petizione come se l’accoglienza ai rifugiati sia questione di buonismo; si tratta invece di cimentarci con diritti e doveri (di tutti), impegno civile e politica lungimirante. Se queste parole – a partire da “rifugiato” – sono fraintese, confuse, ritenute vuote o retoriche, abbiamo qualche problema come comunità. Se la paura e il rancore (magari di fronte a difficoltà personali o famigliari) legati alla crisi economica, alla mancanza di lavoro, ai rapidi mutamenti globali che ci coinvolgono, si fanno strada sfogandosi su facili capri espiatori, soffocando nei luoghi comuni e negli slogan la realtà dei numeri, ma prima ancora dei volti e delle storie di chi arriva nel nostro paese, abbiamo un problema rispetto alla speranza di costruire un futuro migliore per tutti.

Ma soprattutto, se ancora crediamo che sia da difendere un certo sistema del consumo, della produzione, dell’accumulo e anche del lavoro, che verrebbe messo in discussione dall’arrivo di “troppi” migranti, perderemo ogni cosa. Questo sistema è già in fallimento e in decadenza, suscita troppe disuguaglianze. Perché altri non dovrebbero avere il diritto di vivere “come noi”? Ma è sostenibile e sano come noi viviamo? E come sarà quando tutti vivremo così? Bisogna accettare l’idea che un sistema va ripensato. Si parte dalle scelte personali/comunitarie che cercano percorsi paralleli e alternativi di vita, di condivisione, di economia, per arrivare a politiche che favoriscano questa transizione.

Abbiamo già perso nel concedere ai “grandi poteri” di utilizzare la guerra come strumento di interesse, di pressione e di risoluzione politica internazionale; di utilizzare la produzione e l’export di armi come business economico o scambio di favori rispetto a paesi più deboli e ricattabili; abbiamo perso nel concedere che si creasse instabilità e conflitto civile in paesi da cui oggi – naturalmente – profughi fuggono in massa; abbiamo perso nel non opporci, a partire dalle piccole cose, ad uno stile di vita consumistico, ben oltre l’essenziale, tipico di quell’occidente considerato come “ideale” da quei miliardi di persone che anelano a raggiungerlo per godere anche loro di qualcosa di meglio. Abbiamo perso su tanti fronti. Votando spesso male e spesso non votando, senza mai il coraggio di cambiare approccio politico, senza una certa pacifica radicalità. Formandoci opinioni davanti alla televisione, e non in strada, a contatto con le realtà più critiche ma anche più autentiche e stimolanti.

Siamo circondati di segnali positivi, esperienze illuminate e persone che senza troppo parlare, fanno. Le opportunità di mettere in gioco quel che possiamo come tempo, energie, risorse, in questi giorni sono tante. Ognuno è bene che sostenga le sue realtà di riferimento, reti, associazioni, persone di fiducia. Chi si affaccia per la prima volta, si guardi in giro e senta qualche amico, non è difficile trovare opportunità per “imparare facendo”.

Grazie ancora di questo piccolo gesto simbolico per un movimento di pensiero e azione che renda la nostra una terra di accoglienza, per chi arriva e per chi ci vive.

L’UNICA PROFEZIA E IL MOMENTO DEL CORAGGIO

Per chi ha vissuto con sofferenza l’immobilismo esasperato dell’istituzione Chiesa sotto il pontificato di Joseph Ratzinger, le cose erano due: o questo Papa condivideva lo stato delle cose – possibile, essendo da anni a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede sotto Woytila – o era intenzionato a cambiare ma non glielo lasciavano fare. E in questo secondo caso, l’unica cosa che avrebbe potuto/dovuto fare per non continuare a essere complice era dimettersi.
E’ vero che tra il dire (da fuori) e il fare (da dentro) c’è di mezzo più che il mare. Per questo da subito mi sono sentito di rendere onore al coraggio di un anziano padre che con delicatezza, eleganza e lungimiranza ha deciso di “lasciare ad altri”. Non lo avrei creduto più possibile.
All’indomani dei funerali di Martini (settembre 2012), cui Raztinger alla fine non partecipò, scrivevo su questo blog:

Resta questa grande assenza, ultimo atto palpabile di distacco tra il vertice istituzionale e il “popolo di Dio in cammino” con le sue necessità pressanti di ritrovare dinamicità e speranza in una “Chiesa stanca”, “indietro di 200 anni”, come ha affermato lo stesso Martini nella sua ultima intervista.
L’ultima pesante conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questo Papa non ha la forza ma neanche l’intenzione di aprire una stagione nuova; continuerà a mantenere lo status quo, nulla di più nocivo e incancrenente per la Chiesa di oggi.


Sono felice di riconoscere, rendendo omaggio al Papa, che ha saputo disinnescare questo incancrenimento, facendo l’atto storico e inaspettato e ammirevole di sottrarsi ai giochi di palazzo e alla fatica immane di un ruolo unico al mondo.


Mi hanno fatto sorridere tanti amici – specie su Facebook – che senza aver mai mostrato un po’ di autonomia e senso critico nel valutare l’operato di Ratzinger o la situazione istituzionale della Chiesa, si sono subito riversati in messaggi di entusiastica stima e comprensione per le dimissioni del Papa. Quegli stessi che difendevano a spada tratta il suo “resistere, resistere, resistere” quando in situazioni di burrasca si alzava qualche voce critica ad auspicare un cambio di direzione. Mi fanno sorridere ma soprattutto preoccupare, perchè – per quanto cari amici e ottime persone – sono quegli animi acritici che sarebbero in grado sempre e comunque di difendere l’autorità, in quanto tale; oggi in piccolo su scandali e malfunzionamenti, domani magari sugli accordi col dittatore di turno.

Mi è capitato in varie discussioni con queste persone di sentirle abusare del concetto di “volontà di Dio”, estendendolo a giustificazione per cui difendere a spada tratta ogni atto dell’istituzione e degli uomini al potere (la nomina di un vescovo, la scelta di un provvedimento, la promozione di una linea politica o ecclesiale). Il grande valore della scelta in libertà piena, in coscienza davanti a Dio di Benedetto XVI, sta anche nel rivelare il vero volto di questa volontà: avrebbe potuto sentirsi in dovere di resistere fino all’ultimo, sempre e comunque, perchè era lì per volontà di Dio, e invece ha rimarcato ciò che da teologo disse decenni or sono: la coscienza in fin dei conti ha l’ultima parola, anche oltre la Chiesa ufficiale. Questo coraggio e questa solidità di fede gli hanno fatto interpretare come “volontà di Dio” il fatto di lasciare ad altri con più vigore in corpo e spirito, di affrontare le problematiche odierne. Per il bene della Chiesa.

L’atto di Joseph Ratzinger è stata l’unica profezia possibile in questo stato di cose.
L’unica profezia che si può vedere ora, è simile: il suo successore deve aprire un processo collettivo di ripensamento dell’esercizio di autorità nelle strutture ecclesiastiche, come ha detto bene Domenico Pizzuti sj sul suo blog. Si tratta di profezie della rinuncia, della sottrazione di potere, le uniche possibili “dall’alto” per ridare fiato al Vangelo, alla collegialità del Concilio, al soffocamento della partecipazione del “popolo di Dio in cammino”. E forse per sperare di recupare parte di quello scollamento tra gerarchia e base che sta costituendo il cosiddetto “scisma sommerso” nella Chiesa da parecchi anni.

In questi giorni di “quasi sede vacante” viene alla luce l’appello di oltre 2mila teologi di tutto il mondo, uomini e donne, laici e religiosi, per un grande processo di riforma dell’autorità, e una proposta di lavoro per il prossimo Papa. Qualcuno già li accuserà di aggressività, di protagonismo, di eterodossia. Stia tranquillo: non stanno facendo altro che dare seguito alla richiesta esplicita di Giovanni Paolo II nella Ut unum sint (1995):

Ho detto di essere consapevole che “per delle ragioni molto diverse, e contro la volontà degli uni e degli altri, ciò che doveva essere un servizio ha potuto manifestarsi sotto una luce abbastanza diversa. Ma […] è per il desiderio di obbedire veramente alla volontà di Cristo che io mi riconosco chiamato, come Vescovo di Roma, a esercitare tale ministero […]. Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri”.
96. Compito immane, che non possiamo rifiutare e che non posso portare a termine da solo. La comunione reale, sebbene imperfetta, che esiste tra tutti noi, non potrebbe indurre i responsabili ecclesiali e i loro teologi ad instaurare con me e su questo argomento un dialogo fraterno, paziente, nel quale potremmo ascoltarci al di là di sterili polemiche, avendo a mente soltanto la volontà di Cristo per la sua Chiesa, lasciandoci trafiggere dal suo grido “siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21)?


 Non c’è momento migliore per l’inizio di questo dialogo da entrambe le parti. La legna sul fuoco è molta (i teologi sul portale ChurchAuthority discutono i temi dell’omosessualità, dei ministeri femminili, dei preti sposati, della gestione economica nelle Chiese locali, dell’impegno per la povertà, della sessualità, dei divorziati risposati, dei contraccettivi)E’ tempo di coraggio, per evitare, come temeva Martini, che ci sia “nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace, che spesso mi assale un senso di impotenza”.

I prudenti non si allarmino. Qui nessuno vuole gettare tutto al vento: ma che ci sia uno spazio collegiale dove il vento possa soffiare “dove vuole”. A chi è timoroso, la domanda è sempre la stessa: “Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”