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Così affondò l’Andrea Doria (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro, a cura di Giacomo D’Alessandro

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Caro Giacomo, riprendiamo i miei ricordi di vita sul mare. Questa volta devo con molta amarezza rievocare il naufragio dell’Andrea Doria, la nave regina (così chiamata per la sua bellezza) dove mi trovavo imbarcato il 25-26 luglio 1956, esattamente cinquant’anni fa. L’Andrea Doria era l’ammiraglia della flotta passeggeri, e partì da Genova il 17 luglio. Fatto scalo a Cannes, Napoli e Gibilterra, navigavamo verso New York, dove l’arrivo era previsto per le prime ore del 26 luglio. Al comando della nave era il capitano Piero Calamai, personaggio di grande autorevolezza e serietà, stimato dal suo equipaggio. Aveva 59 anni. Io lo conoscevo bene perché da due imbarchi ero incaricato all’Ordinanza del Comandante, ero cioè colui che si cura delle sue divise, del suo appartamento e del servizio a tavola in sala da pranzo.

Il viaggio fu regolare e piacevole. La sera del 25 luglio c’era ancora mondanità, si ballava sulle note di Arrivederci Roma, ma molti passeggeri si erano ritirati nelle cabine per preparare il bagaglio. Da parte mia ero, come alla vigilia di ogni arrivo, ansioso di giungere a New York, dove avrei trovato la lettera di mia madre, in quanto a quel tempo avevo 28 anni e non ero ancora sposato.

Quel tardo pomeriggio l’Andrea Doria era entrata in un fittissimo banco di nebbia. Il comandante Calamai salì sul Ponte di Comando. Gli portai il cappotto d’incerata verso le 17, e alle 19.30 gli servii una piccola cena sopra un vassoio, ma sempre sul Ponte. Dopo mi recai in sala da pranzo per il servizio ai passeggeri, terminato il quale andai in saletta Camerieri, il nostro bar e ritrovo. Lì si chiacchierava del più e del meno quando alle 23’10 avvertimmo un urto di inaudita violenza. La robusta prua rompighiaccio dello Stockholm aveva impattato l’Andrea Doria provocando una enorme falla di 20 metri di lunghezza, 12 di larghezza e 10 di profondità…

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Fascismo? Il male vero è l’indifferenza (LiguriTutti)

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Al fascismo si arriva attraverso l’indifferenza. In questo momento storico temo particolarmente gli indifferenti, perché lasciano in ombra i “migliori” e danno spazio all’emergere dei “peggiori”. Sebbene il Potere cosiddetto sia ormai chiaramente nelle mani di élite globali economico-finanziarie, e la Politica non abbia più (se mai lo ha avuto) quel potere di intervento strutturale su tutti gli ambiti del vivere, nonostante ciò lasciare il campo a chi grida e sgomita più forte, più selvaggiamente, offre su un vassoio d’argento una bella fetta di potere. Quella che era la delega politica si trasforma nella rinuncia alla selezione, la cui giustificazione è che tanto “non cambia nulla, sono tutti uguali”. Quello che accade è esattamente il contrario: la scusa del sono tutti uguali tradotta in non-scelta offre la fetta di potere ai peggiori urlatori, al relativamente piccolo concentramento di arrabbiati attivi, che si ritrovano apparente maggioranza.
Sono abbastanza convinto che gran parte delle persone in qualsiasi civiltà preferiscano una vita quieta e serena ad una situazione di tensione e incertezza. Ma pare ciclico che alcune masse scivolino nell’indifferenza politica e civica, senza tradurre più questa preferenza nella sfera istituzionale; così come pare ciclico che altre masse scivolino nella rabbia qualunquista delle soluzioni semplicistiche e irreali, del supporto fanatico ai meno credibili e meno capaci. In una situazione del genere, le risposte articolate e impegnative di una certa lungimiranza su ciò che affligge la società, sembrano diventare totalmente impraticabili, eversive o utopistiche, quando invece sarebbero le uniche da praticare con costanza e fiducia. Neanche i fatti, i risultati e le statistiche contano più, su tutto domina l’estetica, la percezione, la narrazione (ecco alcuni caratteri del fascismo che si reincarnano dominanti)…

Che cosa non ti abbiamo chiesto? (VinoNuovo.it)

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Fatelo il questionario online promosso dal Sinodo dei Vescovi in vista della prossima consultazione, che riguarderà la situazione globale dei giovani, fuori e dentro la Chiesa. Fatelo perché è un buon esercizio innanzitutto di check-up personale: come mi definisco, a che punto sono nel mio cammino, come mi relaziono con la società e come costruisco il mio futuro. Fatelo perché è rivolto a credenti e non credenti, a cristiani come a musulmani, ad agnostici come ad atei, senza esclusioni. Presenta opzioni insolite per un testo ecclesiastico: potete rispondere per esempio che per voi Dio è Madre, che reputate Gesù un rivoluzionario o un sapiente come altri. Ed è un questionario interessante perché punta a capire come la società contemporanea (le condizioni sociali ed economiche) incida sulla nostra vita, sul nostro modo di scegliere e di pensare. Non è nulla di eccezionale, sia chiaro, e rimane molto sul generico, però contiene una buona dose di risposte aperte, non è tutto preconfezionato. Ed è molto meno “tecnico-specialistico” dei questionari precedenti. Non dà molto per scontato sulla formazione e sulla filosofia di vita di chi risponde, ma cerca di ascoltare, questa volta veramente, in che modo le nostre generazioni hanno in testa di passare la vita.

Alla fine troverete due domande aperte. Preparatevele prima perché ha senso pensarci un po’ su, e poi fare un copia incolla quando ne siamo sicuri. La prima ci chiede di ripercorrere i momenti essenziali della nostra vita in cui ci siamo più coinvolti nel cammino cristiano. Grazie a chi, e quale migliore esperienza di Chiesa abbiamo vissuto. Qui ho fatto riferimento soprattutto alle esperienze di campi-famiglia, dove si ricrea per pochi giorni all’anno una situazione forse simile alle prime comunità cristiane (tutto in comune, tutti a servizio di tutti, vita allegra conviviale e relazioni profonde). E in secondo luogo ho elogiato molte figure di gesuiti che come “seminatori” hanno oggi forse la preparazione, la qualità e lo stile ecclesiale più efficace e recettivo della realtà, meno clericale, più collegiale, più inserito nella normalità della vita del mondo. Sono comunità d’inserzione nelle pieghe più diverse della società, che spesso si rivelano più libere di dedicarsi a un’ampia gamma di iniziative pastorali innovative, e alleggerite dal senso di decadenza e di antiquatezza di cui sono vittime (e a volte artefici) molti solitari preti invischiati nel mandare avanti baracche parrocchiali. Altro vantaggio dei gesuiti (e di tutte le religiose e i preti che si rifanno alla loro formazione) è aver investito sul discernimento ignaziano come strumento attuale e urgente per molti giovani di indagare e preparare scelte forti di vita e di impegno per la giustizia, creando spazio tra le ansie soffocanti del sistema e della crisi.

La seconda domanda aperta offre lo spazio per dire “cosa non ti è stato chiesto nel questionario” che ritieni importante per il Sinodo e per la vita della Chiesa. A questa domanda ho scelto di rispondere così.

“Non mi è stato chiesto in maniera più specifica cosa vorrei che cambiasse/migliorasse nella Chiesa e nella pastorale, perché sia più affine con i giovani di oggi e più accessibile per tutte le persone che se ne sono allontanate o che non riescono a trovarla coinvolgente per la loro vita.

1. La lontananza tra Chiesa e giovani è tale che difficilmente è colmabile. Nonostante tutto, nonostante su tante cose si sia fuori tempo massimo, ci sono ancora margini di riavvicinamento, e potenzialità inespresse.

2. La liturgia è quanto di più ostacolante e lontano dalla sensibilità giovanile. L’eucaristia incastrata nella forma liturgica attuale non dice più nulla del suo senso e del suo valore originario alla maggior parte dei giovani, e il fatto che si continui a farne un punto obbligatorio dell’appartenenza ecclesiale è la prima causa di allontanamento (e di verifica negativa della propria fede) per tanti giovani che sarebbero ottime persone in ricerca e in servizio all’interno delle comunità. Invece che favorire la fede, siamo al paradosso che questo tipo di liturgia ostacola un percorso autentico di fede giovane e adulta…

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Cosa ha detto davvero Francesco a Genova (VinoNuovo.it)

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Basso profilo, sincera prossimità, consigli precisi. Si potrebbe riassumere così la visita di papa Francesco alla città di Genova. Non si è visto un Francesco esuberante, da fuochi d’artificio, nè si sono sentite particolari sferzate, salvo alcune eccezioni. Perché Jorge Mario Bergoglio – che da sempre sceglie oculatamente i suoi viaggi in base a fortissime motivazioni sociali ed ecclesiali – abbia scelto di dedicare una visita a Genova, è una domanda aperta. Di fronte allo spiazzante basso profilo scelto dal Vescovo di Roma nei suoi discorsi, una risposta suona più verosimile di altre: se non è venuto a dire o fare nulla di particolare di cui proprio Genova avesse bisogno, probabilmente è venuto ad ascoltare ed assorbire. A conoscere. A rendersi conto. Forse ritenendola una città dove si concentrano problematiche e condizioni più significative per guardare ad un mondo che cambia. Forse anche in vista del sostanzioso cambio di passo di cui la diocesi ha bisogno secondo molte voci interne ed esterne. Svolta possibile proprio nel giro di un paio d’anni, con il pensionamento del cardinale Angelo Bagnasco. Certo, come detto da quest’ultimo, operai, disoccupati, bambini, malati, migranti, senzatetto, hanno ricevuto un enorme dono personale da questa visita.

Ma proviamo a sintetizzare per ciascuno dei momenti della giornata gli spunti che il papa ha voluto dare ai genovesi. Alcuni già ampiamente sottolineati dai media, altri poco notati da chi non conosce il contesto in cui cadono. Farò riferimento a dialoghi, perché Francesco ha scelto anche in questo caso il format del dialogo: rispondere a domande e bisogni espressi dalle persone, invece che calare monologhi preparati a sua discrezione. Non farò citazioni virgolettate, per semplificare i concetti.

Il dialogo sul lavoro. Dice: il buon imprenditore crea un ambiente sinodale, in cui si cura della crescita di un progetto e delle persone coinvolte, in cui si pone come un primus inter pares. Lotta e prega con e per la propria gente, sente e crea appartenenza ad una comunità. Chi fa l’imprenditore cercando profitto personale va invece chiamato “speculatore”, ben diverso. Francesco insiste moltissimo su questa distinzione, sul chiamare le cose col loro nome, senza omologare modi di agire opposti. Ed evidenzia un tema sempre troppo ignorato, quello della governance nei luoghi di lavoro, dove spadroneggia il modello capo-sudditi e non certo il modello-democratico. Dice poi: il lavoro mercenario per il profitto personale è da speculatori. Sembra rinnovare la denuncia del sistema capitalista-finanziario con tutte le sue derive, dalla finanziarizzazione delle aziende all’individualismo delle persone. Dice ancora: la burocrazia è asfissiante perché presuppone i furbi e gli speculatori, e per arginare quelli mette freni esasperanti ai puri che farebbero del bene. Ci vuole un sistema che premi e liberi gli onesti da troppi vincoli. Attenti con l’ansia di leggi e regole iperspecifiche, diventano freni alla creatività dei buoni. Conclude con due concetti molto forti: perché ha voluto questo incontro? Perché il lavoro è uno dei luoghi del popolo di Dio, e questi discorsi non sono meno importanti dei discorsi di chiesa: i luoghi della chiesa sono i luoghi della vita. Francesco ribadisce un cambio di approccio pastorale di cui molte chiese locali ancora difettano: l’obiettivo non è insistere che la gente vada in chiesa e nei luoghi della chiesa, ma che la chiesa si abitui che è giusto e prioritario andare nei luoghi della vita, quali che siano in ogni tempo. Ciò non è un di più oltre alle “cose sacre”, ma una priorità della sua missione. Il secondo concetto forte è che non tutto il lavoro è buono a prescindere; ci sono ancora troppi lavori sbagliati, ingiusti, cattivi. Molti valori della grande finanza non sono in linea con l’umanesimo cristiano. E poi traffico di armi, pornografia, gioco d’azzardo, e tutte le imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Sono cattivi i lavori totalizzanti, anche se ben pagati, perché la vita non è tutta lavoro. Denuncia come sbagliati socialmente anche privilegi, caste, rendite. Bisogna organizzare la società perché tutti possano contribuirvi e viverci con il loro lavoro, esprimendo un senso e un’appartenenza; non perché tutti accumulino reddito a prescindere da quello che fanno, da spendere in consumi. In questa ottica va riscritto un patto sociale che oggi non tiene più, tra chi non riesce a lavorare per nulla e chi è schiavo di lavori sbagliati o ricattanti e non riesce a uscirne. Vien da dire “lavorare meno, lavorare tutti, accettare solo lavori etici”.

Un simile discorso ha forte valore non solo per Genova, ma per tutto il mondo del lavoro. E non tanto, io credo, per imprenditori e dirigenti, quanto per lavoratori e famiglie, da un lato, che faticano a uscire da mentalità inculcate per decenni, incapaci oggi di sviluppare nuove visioni e modi di lavorare, stare al mondo, di ripensare; e per istituzioni e società civile, dall’altro, che possono se determinati imprimere piccoli ma decisivi cambi di rotta all’organizzazione del sistema lavorativo. Una lotta dura, ma che esige visioni alternative, cambiare le domande per perseguire risposte incisive. Di sicuro Genova è simbolo di una società post-industriale stanca, appesantita, smarrita, sfilacciata, dove il cambiamento è più urgente quanto più potenzialmente rivoluzionario, se vede alleate le diverse forze in campo, con poco o niente da perdere. Un forte input anche alle giovani generazioni sul modo in cui pensare e approcciare il mondo del lavoro, che rischia di essere un idolo da perseguire a prescindere, senza distinzioni e ambizioni etiche.

Il dialogo sulla chiesa. A vescovi, preti, diaconi, religiose e religiosi, il Papa ha dato una serie di consigli mirati e chiesto alcuni precisi esami di coscienza.

Primo: come vivere appieno la missione? Imitando lo stile di Gesù, sempre in cammino, tra la folla, in strada, immersi nei problemi della gente, senza soccombere alla fretta o all’agenda iperstrutturata. Si può essere parroci ma non essere cristiani nello stile. Nutrirsi dell’incontro con il Padre e con la gente, a partire dai più emarginati della società. Pregare meno a pappagallo e più in autenticità personale, più in ascolto e in silenzio. Così con la gente. Mi sembrano esortazioni a uscire, a mescolarsi, a vivere il proprio tempo con prossimità e umanità, senza cercare distacchi formali nè di reagire alla complessità con una speculare schizofrenia che diventa impermeabilità e autoreferenzialità. Rischi che la dimensione ecclesiale genovese vive e talvolta alimenta.

Secondo: come vivere la chiesa territoriale? Legandosi a Gesù, non ad altri “salvatori” (su questo Francesco fa una pausa e una sottolineatura particolare, come a dire “i diretti interessati aprano bene le orecchie”). Legandosi ai rapporti, mai alle strutture (altra enfasi chiaramente allusiva). Sospettando di chi si lega troppo alle strutture, carrieristi dal cuore vuoto. Smontando l’autosufficienza che abbiamo creato attorno alla figura del prete che sa tutto, e che non vuol perdere tempo nei confronti sinodali. Tenendo uno stile di vita più comunitario e conviviale, quotidiano. Imparando ad ascoltare chi la pensa diversamente, prendendone l’utile. Imparando a litigare e discutere, segno di libertà e via per una fiducia e fratellenza autentica, non di facciata. Smettendo di parlare alle spalle, mormorare di nascosto degli altri. Su questo Francesco dedica un excursus apparentemente fuori tema su come avvengono le nomine dei vescovi, e dice: è successo che si siano dette calunnie al nunzio su l’uno o l’altro candidato, per gelosie ed invidie. Questo è assenza di fraternità, è tradimento. Parole pesantissime che non avrebbero senso nel discorso se non si riferissero (evidentemente) a qualche fatto avvenuto. Continua chiedendo direttamente ai presenti un esame di coscienza, su quante volte abbiano davvero ascoltato idee differenti dalle proprie e critiche dette da confratelli, su quante volte abbiano mormorato nell’ombra. Cita Canestri (unico citato tra gli ingombranti ex vescovi di Genova) per ricordare che la chiesa è pluralità in una direzione comune. La varietà è lecita. Spesso vogliamo che il fiume divenga piccolo, come siamo noi, e condanniamo gli altri. Questo va imparato dal seminario. Non allevate chiacchieroni, distruttori di fratellanza. Dobbiamo prendere i doni e i carismi di ognuno. Sono tutti concetti calzanti sulla realtà diocesana, dove manca una serena pluralità e dibattito ecclesiale, e per contro sovrabbonda clericalismo, parlare nell’ombra, squalificare ignorando. Con il risultato di un enorme spreco di energie potenziali, e un abbassamento generale della qualità e della progettualità.

Terzo: come vivere il calo di vocazioni? Non come una disgrazia del mondo cattivo, ma come un segno di Dio alla chiesa. E’ un tempo per domandarsi cosa bisogna cambiare. Affrontare i problemi è necessario, e imparare dai problemi è obbligatorio. Non risposte riduttive. Non importazione di religiosi novizi dall’estero, brutto capitolo già scritto in Italia. Puntare sulla testimonianza e sulla conversione missionaria: chi vive da persona felice e fedele al messaggio originario, attrae. Ci sono vescovi e preti che vivono come pagani, e i giovani si allontanano. Certa chiesa spinge fuori la gente. Proporre ai giovani occasioni missionarie a servizio del bene comune, suggerisce il Papa, li rende protagonisti e attratti da una vita piena, dal non vivere per se stessi. La mondanità spirituale (assuefarsi al sistema dominante) è distruttiva. In sintesi, rimarca Francesco, con certi comportamenti siamo noi stessi a provocare certe crisi vocazionali. Le vocazioni ci sono, ma se tu non hai tempo di ascoltare i giovani, la loro fatica, il giovane va a cercare un altro. Concetti assolutamente centrati in una diocesi che non ha affrontato in questi anni lo spinoso tema, limitandosi a evocare preghiere cui non fa seguito un’azione sinodale di ripensamento e cambiamento.

Il dialogo con i giovani. Rispondendo alle domande di un gruppo di giovani impegnati nella Missione Diocesana “Gioia Piena” Francesco ha ripetuto concetti più generici e indirizzato alcune precise provocazioni…

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Cosa sta succedendo a Napoli?

Sul numero di maggio degli Asini racconto il mio viaggio negli spazi liberati di #Napoli. Cos’è uno spazio liberato? Perché liberato e non “occupato”? Cosa stanno combinando gruppi di giovani, studenti, famiglie, attivisti di lungo corso, in quella città unica al mondo che è Napoli? Liberano spazi enormi, abbandonati, diroccati, svuotati…e ne fanno luoghi di comunità, palestre, biblioteche, teatri, laboratori per bambini, assemblee cittadine.
E proprio là dove il luogo comune vorrebbe che regnasse disordine e lassismo, là prendono forma realtà innovative che potrebbero essere modello di riqualificazione sociale, urbana e mentale in tutta Italia.

Date un’occhiata alla rivista di Edizioni Dell’asino diretta da Goffredo Fofi: https://goo.gl/kFhTga

P.S. Grazie a Maurizio Braucci e Giovanni Zoppoli per le dritte, e alla comunità dei Gesuiti di Scampia per l’ospitalità.clipular-2

Francesco a Genova ha scelto di ascoltare e seminare (VinoNuovo)

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Basso profilo, sincera prossimità, consigli precisi. Si potrebbe riassumere così la visita di papa Francesco alla città di Genova. Non si è visto un Francesco esuberante, da fuochi d’artificio, nè si sono sentite particolari sferzate, salvo alcune eccezioni. Perché Jorge Mario Bergoglio – che da sempre sceglie oculatamente i suoi viaggi in base a fortissime motivazioni sociali ed ecclesiali – abbia scelto di dedicare una visita a Genova, è una domanda aperta. Di fronte allo spiazzante basso profilo scelto dal Vescovo di Roma nei suoi discorsi, una risposta suona più verosimile di altre: se non è venuto a dire o fare nulla di particolare di cui proprio Genova avesse bisogno, probabilmente è venuto ad ascoltare ed assorbire. A conoscere. A rendersi conto. Forse ritenendola una città dove si concentrano problematiche e condizioni più significative per guardare ad un mondo che cambia. Forse anche in vista del sostanzioso cambio di passo di cui la diocesi ha bisogno secondo molte voci interne ed esterne. Svolta possibile proprio nel giro di un paio d’anni, con il pensionamento del cardinale Angelo Bagnasco. Certo, come detto da quest’ultimo, operai, disoccupati, bambini, malati, migranti, senzatetto, hanno ricevuto un enorme dono personale da questa visita.

Ma proviamo a sintetizzare per ciascuno dei momenti della giornata gli spunti che il papa ha voluto dare ai genovesi. Alcuni già ampiamente sottolineati dai media, altri poco notati da chi non conosce il contesto in cui cadono. Farò riferimento a dialoghi, perché Francesco ha scelto anche in questo caso il format del dialogo: rispondere a domande e bisogni espressi dalle persone, invece che calare monologhi preparati a sua discrezione. Non farò citazioni virgolettate, per semplificare i concetti.

Il dialogo sul lavoro. Dice: il buon imprenditore crea un ambiente sinodale, in cui si cura della crescita di un progetto e delle persone coinvolte, in cui si pone come un primus inter pares. Lotta e prega con e per la propria gente, sente e crea appartenenza ad una comunità. Chi fa l’imprenditore cercando profitto personale va invece chiamato “speculatore”, ben diverso. Francesco insiste moltissimo su questa distinzione, sul chiamare le cose col loro nome, senza omologare modi di agire opposti. Ed evidenzia un tema sempre troppo ignorato, quello della governance nei luoghi di lavoro, dove spadroneggia il modello capo-sudditi e non certo il modello-democratico. Dice poi: il lavoro mercenario per il profitto personale è da speculatori. Sembra rinnovare la denuncia del sistema capitalista-finanziario con tutte le sue derive, dalla finanziarizzazione delle aziende all’individualismo delle persone. Dice ancora: la burocrazia è asfissiante perché presuppone i furbi e gli speculatori, e per arginare quelli mette freni esasperanti ai puri che farebbero del bene. Ci vuole un sistema che premi e liberi gli onesti da troppi vincoli. Attenti con l’ansia di leggi e regole iperspecifiche, diventano freni alla creatività dei buoni. Conclude con due concetti molto forti: perché ha voluto questo incontro? Perché il lavoro è uno dei luoghi del popolo di Dio, e questi discorsi non sono meno importanti dei discorsi di chiesa: i luoghi della chiesa sono i luoghi della vita. Francesco ribadisce un cambio di approccio pastorale di cui molte chiese locali ancora difettano: l’obiettivo non è insistere che la gente vada in chiesa e nei luoghi della chiesa, ma che la chiesa si abitui che è giusto e prioritario andare nei luoghi della vita, quali che siano in ogni tempo. Ciò non è un di più oltre alle “cose sacre”, ma una priorità della sua missione. Il secondo concetto forte è che non tutto il lavoro è buono a prescindere; ci sono ancora troppi lavori sbagliati, ingiusti, cattivi. Molti valori della grande finanza non sono in linea con l’umanesimo cristiano. E poi traffico di armi, pornografia, gioco d’azzardo, e tutte le imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Sono cattivi i lavori totalizzanti, anche se ben pagati, perché la vita non è tutta lavoro. Denuncia come sbagliati socialmente anche privilegi, caste, rendite. Bisogna organizzare la società perché tutti possano contribuirvi e viverci con il loro lavoro, esprimendo un senso e un’appartenenza; non perché tutti accumulino reddito a prescindere da quello che fanno, da spendere in consumi. In questa ottica va riscritto un patto sociale che oggi non tiene più, tra chi non riesce a lavorare per nulla e chi è schiavo di lavori sbagliati o ricattanti e non riesce a uscirne. Vien da dire “lavorare meno, lavorare tutti, accettare solo lavori etici”.

Un simile discorso ha forte valore…

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Negli spazi liberati di Napoli (Gli Asini)

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[pubblicato sul numero di aprile 2017 de Gli Asini, rivista diretta da Goffredo Fofi]

 

Arrivando a Napoli da Genova si sente una sorta di continuità. Sarà il mare, i vicoli scuri, le stradine in salita o quella mescolanza umana fonte di contraddizioni che è tipica di questi grandi centri storici, porti di mare. Da qualche anno a Napoli si occupano, o meglio si “liberano”, spazi urbani degradati, rimasti per decenni a marcire come buchi neri in pieno centro, invisibili laddove i quartieri faticano proprio a prendere respiro. Un giro tra gli spazi liberati, insolito tour, è l’occasione per gettare uno sguardo su questi processi urbani e sociali, a volte spontanei e a volte organizzati, in generale non comuni a tutti i contesti, né semplici da giudicare. Inizia tutto con qualche persona fidata che ti mette la pulce nell’orecchio. “Vai a dare un’occhiata, là si muove qualcosa di significativo, in controtendenza con l’assopimento generale”. Cercando su Internet è facile trovare qualche sito che racconta la storia delle recenti occupazioni, promuove le iniziative e le assemblee, le inquadra in processi più o meno politici. Mappa alla mano, segnando la posizione si scopre che molti dei luoghi liberati si situano in un triangolo di centro storico tra il Duomo, l’Università e Mater Dei, facilmente attraversabile a piedi.

Di primo mattino L’Asilo (ex Asilo Filangeri) è praticamente deserto, e inondato di sole. E’ un complesso grande e nuovo, un luogo accogliente che si sviluppa su tre piani, con un cortile stretto e lungo dove sono stati ricavati dei piccoli orti urbani. Lo hanno liberato i lavoratori delle arti e dello spettacolo per farne una comunità di produzione e divulgazione artistico-sociale. Gli spazi erano già in buono stato, ma sono stati attrezzati in funzione delle performance: quella che era una cappella è oggi sala per assemblee e incontri; al secondo piano il vecchio refettorio ospita tutti i giorni prove teatrali e costruzione di scenografie, cui è dedicata anche un’ala chiamata L’Officina. Il calendario settimanale è denso: mattino, pomeriggio e sera si susseguono allenamenti acrobatici, improvvisazione corporea, prove di compagnie, riunioni organizzative per le rassegne culturali. Un’anticamera è tappezzata con le locandine di tutti gli eventi creati fino ad oggi: colpisce l’alta qualità di relatori e artisti, l’attenzione ad affiancare l’arte e la riflessione collettiva su temi locali o internazionali. L’espressione corporea, sportiva, circense o artistica, abbonda tra le attività dell’Asilo, in questo limbo ufficialmente fuori dalla legalità, dove traspira il senso dell’azione collettiva, battagliera, che inventa uno spazio prima non esistente. E se fosse creato istituzionalmente, o dall’imprenditoria, avrebbe la stessa carica, lo stesso clima di valore, la stessa motivazione a sperimentare?

Dopo un paio di passaggi invano, trovo aperta la porticina di legno di Santa Fede Liberata…

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