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Don Renzo, pastore che non passa (La Guardia)

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In questi dieci anni mi è capitato spesso di incappare in don Renzo Ghiglione. Che fosse tra le cime della Val Maira, durante le attività sociali della Piuma onlus, o chiacchierando di emergenze pastorali con qualche prete. O ancora, ricevendo la testimonianza di qualche amico immigrato anni fa dall’est Europa. Don Renzo c’entrava, era spesso di mezzo.

Forse uno dei criteri per riconoscere i “profeti” è proprio rendersi conto di quanto intensa e attuale rimanga la loro presenza anni dopo la loro dipartita. Prima citazione che mi viene: “se il seme caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore, porta molto frutto”. E Renzo, che seme ha cercato di esserlo per tutta la vita, dieci anni fa è morto. Caduto, per motivi ancora difficili da chiarire, dal sentiero Cu du Mundu sopra Arenzano.

Che abbia germogliato abbondantemente è cosa evidente per quanti si sono ritrovati coinvolti in una delle tante opere da lui ispirate e animate. E non dovrebbe stupire questa fecondità: Renzo è stato pastore con idee forti ma al contempo con una profonda capacità di ascolto della realtà e dei segni dei tempi. Non è un caso che molte delle sue iniziative coinvolgessero i laici come comunità protagonista. Penso ai cammini di ricerca per adulti, di cui prese le mosse da don Marco Granara e che negli ultimi anni considerava una vera e propria priorità pastorale. Penso al Micronido che porta il suo nome, voluto a sostegno delle maternità fragili e precarie in una società dove la disuguaglianza economica resta pietra d’inciampo. Penso ai campifamiglie estivi di Pratorotondo, dove è stato possibile sperimentare la vita comunitaria e l’autogestione, anche spirituale, in una società e in una chiesa dove ricostruire comunità autentiche sembra esigenza insormontabile. Penso infine a slanci sogni e progetti di solidarietà verso le nuove povertà e solitudini.

Incalcolabili sono le scelte di vita e di impegno per cui Renzo è stato riferimento incoraggiante. Una presenza autorevole e affidabile che trapelava da una persona semplice, sempre inquieta, a volte testarda e inamovibile, a volte spossata, che mai faceva pesare il suo essere prete, men che meno in chiave clericale, e che non amava creare distanze quanto invece colmarle. Bastava salire insieme a lui un sentiero di montagna, cantare una canzone blues chitarra e armonica, fermarsi di notte con i bambini a guardare le stelle, e il gioco era fatto.

Conviviale e inquieto, sensibile alla bellezza della vita quanto ai bisogni impellenti della società contemporanea, don Renzo aveva radici profonde che nutriva dei migliori riferimenti ecclesiali e pedagogici del post-Concilio, oggi sempre più patrimonio di tutti grazie anche alle decise attenzioni di Papa Francesco. Seconda citazione che mi viene: “nessun profeta è ben accetto in patria”. Anche questo emerge dalle preoccupazioni che animavano Renzo negli anni del suo lavoro pastorale; la lettera d’ingresso a Certosa nel 2002 parla chiaro sulle priorità ecclesiali: inclusione positiva degli immigrati nel quartiere, attenzione concreta e progettuale alle povertà, formazione cristiana seria per gli adulti, protagonismo di tutti nel confronto e nell’ascolto dei segni dello Spirito nella società. Questioni tutt’altro che datate, tutt’altro che facili, tutt’altro che ben accette e prioritarie anche oggi, per le quali Renzo ha investito energie pastorali, creatività, collaboratori di fiducia, consapevole di andare il più delle volte controcorrente.

Tanto del suo impegno, con certe modalità e certe libertà anche di dire e di fare, non veniva e non viene capito; a volte condiviso ma ben lungi dall’imitarlo, salvo celebrarlo a posteriori. Quanti fan e quanti imitatori? Stesso dilemma oggi posto da una figura autentica ed evangelica come papa Bergoglio. Perché don Renzo ha intrapreso con semplicità e cocciutaggine vie difficili per i contesti parrocchiali genovesi e non solo. E’ stato ed è riferimento per moltissimi preti e laici, cui è venuto a mancare un compagno di viaggio, di confronto e di libera amicizia. Un pastore con l’odore delle pecore, capace a stare davanti, in mezzo e anche dietro al fiuto del popolo. Capace di “diocesanità”, quella dimensione sottolineata dal Papa nel suo discorso al clero genovese, ovvero di non creare nicchie e movimenti personalistici o clericali, quanto di seminare metodo, innovazione, partecipazione, slancio evangelico consegnando sempre questo patrimonio a servizio della diocesi tutta. Forse per questo don Renzo è sempre andato “oltre” il cortile della parrocchia, in tutte le cose che ha seminato, generando una cooperazione, riflessione e confronto tra persone di ogni dove, vicine e lontane, rimandando sempre alle uniche sorgenti di acqua viva: il cammino dietro a Gesù, la ricerca impegnata della giustizia. Insieme, tra queste cime.

Non c’è memoria utile se non per interrogarsi sull’oggi e porsi in cammino, raccogliere il meglio e immaginare come diventarne protagonisti attivi. Questo mese, cercando tra gli amici di Renzo di raccogliere canzoni, letture e spunti a lui cari, più di una volta mi è stato sottolineato il suo amore per Gaber. Tanto da sceglierne una canzone come simbolo di un cammino annuale diocesano per i giovani. Quella canzone era “C’è solo la strada”. L’ho dovuta ascoltare più volte per restare stupito ancora una volta dell’intuito attualissimo di Renzo, che sceglie una canzone contro l’individualismo delle famiglie. Un monito ai giovani futuri madri e padri. “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada, nella piazza / perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo”. E’ solo l’ultimo di tanti esempi possibili per capire oggi la parola “profezia”: sono profeti coloro che hanno il coraggio, amando e coinvolgendo, di lanciare lo sguardo oltre la superficie, di svelare i limiti delle presunte normalità in cui ci compiaciamo di rassicurarci e stabilizzarci. Ultimamente si è parlato tanto di emergenza famiglie, e tant’è un tema nodale come l’individualismo, la chiusura, l’appartamento della famiglia ripiegata su se stessa e sulle proprie cose, non si è portato in primo piano. Perché è una di quelle verità che ci rivelerebbe tutti bisognosi di mea culpa, se dicenti cristiani di fatto mondanizzati, per cui sarebbe troppo scomodo impegnarsi nella conversione della propria vita.

Don Renzo è ancora profetico in mezzo a noi, nelle realtà e nelle persone che ha lasciato. E’ un camminatore che non passa, ma ci sta accanto con simpatia, inquietandoci come sa fare lui, ricordandoci con Mazzolari che ancora “si cerca per la chiesa un uomo”, “un uomo che parli con la propria vita”.

pubblicato sul numero de La Guardia di ottobre 2017

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Eresie costruite sulla sabbia

cfr Il banchiere Gotti Tedeschi (con altri 61) accusa il Papa di 7 eresie

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Finalmente i gruppuscoli più accaniti nello screditare Papa Francesco sono usciti allo scoperto con un lungo documento in cui lo accusano di sette eresie. Negli anni passati mi è successo diverse volte di trovarmi a sostenere pubblicamente la necessità di riforme nella Chiesa (tra cui quella famosa e relativamente semplice della comunione ai divorziati risposati), e diverse volte mi è successo di ricevere accuse rispetto al fatto che quelle critiche non erano legittime. Con Papa Francesco è gioco facile dimostrare oggi che quelle critiche costruttive non solo erano legittime, ma anche condivisibili e condivise da molta parte della chiesa e dei vescovi. Qualche commentatore un po’ troppo acceso nei miei confronti rivendicava talvolta la sua completa e doverosa “ortodossia obbediente”, di fronte alla mia inopportuna “eresia riformista”, leggendo nei miei spunti soltanto un attacco polemico sterile e distruttivo. A commentatori di questo tipo, rispondevo con sincerità di fare attenzione a coltivare una simile rigidità, perché il giorno che anche dall’alto certe riforme fossero state messe a sistema, sarebbe loro mancata la terra sotto i piedi.

Questo è esattamente quello che, a mio parere, sta accadendo negli anni di Papa Bergoglio. Una epifania, uno svelamento: molti che si credevano perfettamente cattolici, e che su questo facevano forza identitaria nel rapportarsi con il mondo, si sentono mancare la terra sotto i piedi. Si accorgono – per usare un’immagine adoperata spesso dal Papa – che forse sono stati cattolici senza essere di fatto cristiani (il Vangelo è pieno di citazioni che raffigurano questa dinamica). Alcuni di questi sono ancora preda dello smarrimento; altri cercano come possono di recuperare terreno, capire meglio, adeguarsi, lasciandosi convertire da un nuovo corso (che, a ben vedere, è tuttaltro che elitario, ma accessibile e inclusivo per tutti, disponibile a non lasciare nessuno indietro); altri ancora, invece, proprio non possono ammettere di aver preso delle cantonate clamorose, o forse per formazione e cultura non sono in grado di comprenderlo: allora passano all’attacco.

Sono quelli che fino a ieri inquisivano chiunque nella Chiesa non prendesse ogni parola del Papa come oro colato. Bene, oggi che proprio un Papa e atti del Magistero realizzano certe riforme, non sanno che fare. Dunque usano l’unica arma che rimane loro: accusare il Papa di non essere il vero Papa; o di non essere sano di mente; oppure – atto finale – di commettere eresia. La debolezza di questo approccio critico non è soltanto l’enorme contraddizione del fondamentalismo (“qualsiasi cosa dica il Papa è giusta perché è il Papa”) nè quella dell’incoerenza (“se un Papa non conferma quelle che ritengo le regole intoccabili della mia identità, non è il vero Papa, non ha ugual valore, va corretto”). La vera clamorosa debolezza è che sono critiche di cui non è mai definita la fonte. Su cosa poggiano? Basta leggere articoli, lettere e documenti del caso per accorgersene: non citano mai l’esempio di vita di Gesù di Nazareth; non citano mai passaggi dei Vangeli e della Scrittura (e quando avviene non sono mai interpretati secondo criteri aggiornati); non citano mai esperienze di vita vissuta, bisogni dell’uomo attuale, fame e sete di giustizia. In nome di cosa avanzano accuse di eresia o pretese di ortodossia? Non in nome della Tradizione con la T maiuscola, che come insegna il Magistero non è certo vincolabile ed esauribile in forme contingenti e storiche. Questi gruppi critici si rifanno invece spesso a tradizioni formali sbandierate come riferimenti assoluti, a logiche di continuità formale, circoscritta però a periodi e personalità di una certa epoca. Come quel gruppo di seguaci di Lefebvre che al Concilio non accettarono la riforma liturgica, ancorandosi ad una forma precedente, medievale, non certo fondativa, e che ad essere onesti ben poco ha a che vedere con la fonte evangelica dell’eucaristia.

Ecco. Come il riavvicinamento dei lefebvriani auspicato da Ratzinger ha portato alla luce, cinquant’anni dopo, l’effettiva distanza culturale e teologica di quel gruppo religioso dalla vita della chiesa nel mondo contemporaneo, così allo stesso modo oggi una parte di chiesa, di se dicenti cattolici ultraortodossi, si riscoprono in fondo lefebvriani nella cultura ecclesiale e teologica che hanno voluto ad ogni costo fossilizzare e rivendicare in maniera non negoziabile. Sembrano ignorare la storia della chiesa, che ha visto mutare approcci dottrinali, teologici e pastorali ad ogni epoca. Sembrano ignorare i valori della sinodalità, della misericordia, della pastoralità autentica. Sembrano ignorare le fonti del cristianesimo, l’esperienza di Gesù e quella dei primi secoli delle comunità cristiane. Pongono come obiettivi aspetti che nella vita di fede non possono essere che strumenti (riti, norme, formalità, percorsi, ruoli). Perdono il senso dell’essere chiesa: annunciare ciò che Gesù ha annunciato. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia. Aiutare gli uomini ad avere vita e gioia piena, e in abbondanza. Tentare di vivere come Gesù ha vissuto. Tentare di morire come Gesù è morto…

C’è una grossa, enorme differenza tra questo approccio critico ultracattolico costruito sulla sabbia, e la critica cristiana che in varie forme si è manifestata dal Concilio ad oggi. Basterebbe – uno per tutti – riprendere il libro “Salviamo la chiesa” del teologo svizzero Hans Kung per rendersi conto dell’abisso esistente tra queste due critiche, tra queste “due chiese”. Il dissenso post-conciliare (quello serio) si è quasi sempre basato sulla richiesta di attuazione concreta e prosecuzione delle riforme del Concilio Vaticano II. Come dice Alberto Melloni, parla in maniera credibile di riforma della Chiesa colui che con ciò intende che la Chiesa diventi sempre più vicina al Gesù e al Vangelo da cui ha origine. A questo si è sempre rifatta la gran parte del dissenso ecclesiale “riformista”. A fronte di un Vaticano e di una gerarchia spesso resistenti, ancorati a logiche antiquate e medievali, a religiosità “oppio del popolo”, a dottrine e formalità non più latrici di misericordia e di annuncio rispetto ai segni dei tempi. Quella a favore di una chiesa evangelica, misericordiosa come il Padre, è l’unica critica sensata possibile. Come quella a favore di un’umanità in cui regni la giustizia, prendendo sempre le parti di chi subisce oppressioni e ingiustizie.

Certo che il Papa, la Chiesa istituzione, la gerarchia, chiunque ricopra ruoli di responsabilità devono essere oggetto di critica. Oggi come ieri. Sono uomini, e come tutti gli uomini possono capitare persone di buona qualità, ma anche persone di pessima qualità, che fanno strada con i criteri mondani, e non con quelli evangelici (“non si può servire due padroni”). Il senso critico costruttivo è proprio delle persone libere, coinvolte, appassionate, disposte a impegnarsi e a collaborare per migliorare insieme. Certo che il Papa può e deve essere criticato. Ma a che pro? Su che basi? In nome di nostalgie medievali? Per la sindrome della Chiesa-fortino assediata dal mondo cattivo? Perseguendo l’esclusione di categorie di persone da stigmatizzare come “irregolari” a confronto dei “regolari”? Nella farisaica ricerca di una nuova stagione di norme, regole e dottrine che garantirebbero una piena vita cristiana felice e armoniosa? O non piuttosto in nome dell’esperienza di Gesù di Nazareth e delle comunità di donne e uomini suoi discepoli? O non piuttosto in nome della costruzione del Regno dei Cieli come vita in pienezza e in giustizia dell’umanità?

E’ evidente come la distanza sia ampia. Due visioni, due approcci, due concezioni di cristianità e di comunità ecclesiale. Questa forbice c’è sempre stata, negli ultimi decenni. Quando ai piani alti si preferiva scoraggiare il confronto, il dibattito, la partecipazione, la crescita evangelica collettiva, tutto questo era meno visibile. Il dissenso ecclesiale costruttivo era meno visibile anche perché spesso ne erano protagonisti persone senza ruoli di potere, né ambizioni in tal senso, che non fremevano dalla necessità di stabilire un dentro e un fuori dalla Chiesa, su cui fare guerra per relegarvi gli avversari. Non erano e non sono gente che si pone come cattolici integri e perfetti, che ammoniscono i devianti. Ciò che invece sembra avvenire oggi dall’altra parte. Ma le due critiche non possono essere superficialmente poste sullo stesso piano: quella “riformista” ha radici nel Vangelo, e non vuole precludere a nessuno la parola, ma che la chiesa tutta proceda sinodale consentendo un pluralismo poliedrico, di cui fare sintesi; la critica “tradizionalista” non presenta radici precise e convincenti, e pretende l’esclusione di qualunque pensiero “altro” bollato come eterodosso e quindi minaccioso. Per questo si tenta di screditare Papa Francesco nei suoi iniziali e ancora leggeri tentativi di riforma. E per questo Francesco cerca fortemente di aprire processi di confronto sinodali, che tengano dentro tutti, prendendo il meglio da tutti i carismi, aumentandone l’efficacia effettiva. Per tornare ad un cammino di popolo, dove si possa avere fiducia in pastori selezionati per qualità nel servizio, non per corrente ideologica di potere. Oggi rifiutarsi di decidere come fare passi avanti, in nome di false continuità, non è più una opzione percorribile. Significa, ogni volta che succede, rifiutare di aprirsi a “spirito e verità”, essenziali per adorare il Padre, attraverso il servizio alla vita piena dell’umanità.

Vivere la fede in Sud America: ritratti (La Guardia)

pubblicato sul mensile La Guardia, n./settembre 2017

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Come si vive oggi la fede in latinoamerica? Come si pratica la prossimità? Come si alimenta un costante impegno per la giustizia? Sono alcune delle domande che mi sono portato dietro nei due mesi di viaggio “on the road” tra Colombia, Ecuador e Perù. Un itinerario a tappe lungo migliaia di chilometri, percorsi in oltre 200 ore di viaggi notturni su bus popolari. Una esplorazione spontanea di meraviglie della natura, culture indigene, progetti sociali e ambientali, di uno dei continenti più interessanti e vivaci per la sua storia recente. Il continente da cui proviene Papa Francesco. Vorrei condividere alcune testimonianze di vita e di fede che io e Alessia Traverso abbiamo incontrato, a volte cercato, a volte per caso, nel pieno di questa avventura. E che ci hanno colpito come modelli di cui il “vecchio continente” può fare tesoro, se sapremo rimetterci in ascolto della realtà, delle persone e delle loro esigenze, oltre le sovrastrutture e le demotivazioni. Se vorremo rifarci a Gesù di Nazareth come modello di umanità e pienezza.

Allegria e speranza!

A Bogotà, capitale colombiana, abbiamo trascorso una insolita giornata con padre Daniel Delgado, vicario episcopale, in visita pastorale al barrio El Dorado dove sorge la parrocchia di San Alberto Hurtado. Daniel è un prete sorridente, con una comicità innata, di stile semplice ed essenziale. Con lui visitiamo una coppia di anziani malati, che in questa periferia arroccata in cima ai colli non hanno possibilità di muoversi nè di ricevere i servizi di cui avrebbero bisogno. Visitiamo i bimbi di un asilo di quartiere. Portiamo la comunione a un ragazzo disabile che passa la vita costretto in un minuscolo appartamento, dove i famigliari se ne prendono cura. Avrebbe potuto crescere risolvendo parte dei suoi limiti, praticando una riabilitazione profonda, cose a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso. A tutti Daniel si dedica con dolcezza, informandosi sulle condizioni e sulle esigenze, offrendo un momento di preghiera e di condivisione partecipata, per poi finire con una sincera esortazione: “…e mi raccomando, allegria e speranza!” Durante il pranzo ci racconta come ha scelto di vivere il suo incarico di vicario: stando il più possibile accanto ai parroci e nei quartieri tra le gente. “In questa piccola borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cucinare e guardare la tv, chiacchierare fino a tardi. Mi sembra il modo più efficace di condividere e conoscere meglio la vita dei preti, dei laici impegnati, della povera gente. Così posso capire le esigenze e offrire dove serve un supporto, un incoraggiamento, anche della formazione.”

Tra i narcos e i migranti

Accogliere i migranti a Ventimiglia e combattere i narcos in Colombia, contemporaneamente. Ci riesce don Rito Alvarez, nato nel Catatumbo, Colombia centrale, la cui famiglia è stata profuga a causa delle guerriglie paramilitari. Per incontri fortuiti don Rito è finito a fare il prete in Italia, e a Ventimiglia ha fatto in questi anni ciò che il Vangelo e la sua coscienza gli hanno suggerito: aprire la chiesa ai migranti, difenderli, cercare soluzioni ai diritti primari. Ma nello stesso tempo, grazie alla collaborazione della sua comunità parrocchiale e della sua famiglia, don Rito ha messo in piedi nella sua terra natia la Fondazione Oasis de Amor y Paz, che consiste in due campus dove vivono e studiano bambini, ragazzi e universitari, altrimenti destinati a una vita senza scelte, alla raccolta della coca, forse alla guerriglia. Siamo stati ospiti una settimana nelle cittadine di Abrego e Ocana, entrando in relazione con i bambini e i ragazzi, con gli educatori e i familiari, abbiamo assistito ai lavori nei campi e negli allevamenti, un’ottima idea per rendere sostenibili le due case e insegnare agli ospiti a prendersi cura di ciò che cresce. Ci ha stupito la forte consapevolezza di ciascuno – del piccolo German di 10 anni come di Dixon proveniente da una comunità indigena – per questa insperata opportunità tutta da cogliere: poter vivere come in una grande famiglia, imparare dei valori, dedicarsi allo studio per poter diventare contributi positivi alla comunità e alla famiglia. Notiamo con ammirazione che questo non è l’ennesimo progetto di cooperazione internazionale “calato dall’alto” da una qualche ONG occidentale, bensì è una visione, un sogno, un azzardo nelle mani della Provvidenza costruito da un giovane prete nato qui con l’aiuto e il supporto dei suoi familiari. Una risposta ad un bisogno reale, sentito, sofferto, da parte della stessa gente del luogo.

Vescovo degli Indios

Lorenzo Voltolini è un italiano di Brescia trapiantato in Ecuador da 40 anni. E’ Vescovo a Portoviejo, nella provincia di Manabì, così colpita dal terremoto di un anno e mezzo fa. Il suo racconto della cattedrale sventrata, dei corpi per la strada, dei palazzi rovesciati, fa venire i brividi. Pantaloni scuri, camicia bianca, croce di ferro, passo deciso, Lorenzo ha scelto di essere un Vescovo semplice, laborioso e dedito ai problemi della gente. Per il dopo terremoto si è speso totalmente. Ogni anno organizza una intera settimana di Sinodo per la diocesi, in modo da facilitare l’ascolto delle comunità più diverse e di favorire la costruzione di un piano pastorale condiviso, approfondito e a lungo termine. Lorenzo ha moltissimo da raccontare degli Indigeni Kichwa, con cui da missionario ha vissuto diversi anni. Ne conosce l’idioma, tiene perfino un corso in seminario all’ultimo anno, e rivendica un forte ruolo della chiesa latinoamericana nella difesa degli Indios dai soprusi di governi e multinazionali. Ci spiega il concetto di “buen vivir” come lo ha capito stando tra loro, un vivere “alto, grande” che integra il rispetto dell’ambiente, delle creature, della fraternità umana, con la ricerca di una gioia essenziale, condivisa e liberante. Un ottimo approccio da assumere nelle nostre civiltà “sviluppate” per misurare la felicità integrale e profonda delle persone, oltre i parametri e le imposizioni del capitalismo selvaggio.

[l’articolo integrale è disponibile sul mensile La Guardia, da richiedere qui]

Intervista da non perdere del generale dei Gesuiti

tratta da rossoporpora.org – febbraio 2017

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Padre Sosa, incominciamo con uno sguardo generale sulla Chiesa prima di passare a parlare di Lei. Da quasi quattro anni la Chiesa cattolica ha come timoniere un gesuita latino-americano e da quattro mesi la Compagnia di Gesù è diretta da un gesuita latino-americano. Soffermiamoci dapprima sulle caratteristiche di novità portate da una Chiesa guidata da un gesuita…

La novità è grande, poiché mi sembra che mai il Fondatore o i gesuiti abbiano covato questa idea in testa. Neppure il gesuita Jorge Mario Bergoglio. Tradizionalmente la Compagnia di Gesù cerca di rendere un servizio alla Chiesa non da un punto di vista gerarchico, ma secondo un’altra ottica: pastorale, intellettuale, educativa. Lo fa in posti e momenti speciali. I gesuiti che sono anche vescovi, rendono questo servizio su richiesta diretta della Santa Sede e in posti in cui altri non vogliono andare o in cui regna una situazione speciale.

Intende suggerire che oggi nella Chiesa regna una ‘situazione speciale’?

Perché un gesuita divenga papa ci dev’essere per forza una situazione speciale. E’ stata la Chiesa a chiedere questo. Per di più l’ha chiesto a un gesuita anziano, alle soglie del pensionamento: e anche questo è un aspetto singolare.

Un gesuita latino-americano…ulteriore novità che riguarda contemporaneamente anche la Compagnia di Gesù…

Questo è un papa che, come me, viene dalla Chiesa latino-americana. Io sono entrato in Compagnia proprio quando si stava concludendo il Vaticano secondo. Il noviziato l’ho finito nel 1968, al momento della Conferenza generale di tutti i vescovi latino-americani a Medellin, aperta da Paolo VI. La nostra elezione è certo un segnale che in questi cinquant’anni la Chiesa latino-americana ha saputo concretizzare seriamente il Concilio, essendosi convertita a tutti i livelli…

La Chiesa latino-americana aveva bisogno di una conversione completa?

La conversione era richiesta dal Vaticano secondo a tutti, con modalità diverse a seconda del proprio servizio nella Chiesa. Ad esempio ai religiosi è stato chiesto di tornare ad abbeverarsi alle loro fonti spirituali. In generale alla Chiesa è stato chiesto di aprire le finestre, far entrare aria fresca, scoprire i cambiamenti del mondo cercando di considerarli seriamente. E’ così che la Chiesa latino-americana ha incominciato a confrontarsi con convinzione con la realtà veramente sconvolgente del continente, una realtà che ancora oggi è dirompente in una situazione in cui la differenza tra ricchi e poveri è la maggiore nel mondo…

L’America latina non è però il continente più povero… 

No, ma certamente è quello in cui la disuguaglianza raggiunge l’apice. Accanto a questa povertà c’è però la fede molto viva della gente…così variata e con tante esperienze di inculturazione. La Chiesa latino-americana dopo il Concilio ha preso un grande slancio ed è riuscita a convertire sia i suoi modi pastorali che le sue strutture sociali, con un’attenzione particolare all’evangelizzazione dei poveri. Lo dico con umiltà e anche un po’ d’orgoglio: sia papa Francesco che io siamo figli di questa storia, frutto di un lavoro non personale, ma collettivo che dura da più di cinquant’anni.

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A fuoco il campo Rom di Scampia

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NAPOLI – Brucia da ormai otto ore l’area dei campi rom di via Cupa Perillo, a Scampia, periferia nord di Napoli. Dalle prime versioni e dalle voci degli abitanti – fuggiti dal campo cercando di salvare vestiti e utensili stipandoli nelle macchine – il fuoco è partito da un contadino che su un terreno adiacente stava bruciando alcune sterpaglie. Secondo un’altra versione avrebbe preso fuoco una vettura, sempre fuori dal campo. La vegetazione secca per la siccità, i cumuli di rifiuti e il vento hanno fatto il resto, allargando le fiamme al campo rom e distruggendo diverse capanne e baracche.
Gli abitanti sostengono che non ci sono vittime nè feriti, ma che il rischio è stato grande: nei due campi (uno attrezzato dal Comune e uno abusivo, presenti da oltre 30 anni) vivono circa 700 persone tra cui molti sono bambini e ragazzi. L’incendio ha fatto esplodere anche diverse bombole di gas.

In via Cupa Perillo, nei pressi della ludoteca Il Giardino dei Mille Colori, le famiglie rom si mescolano ai curiosi di passaggio, alle forze di polizia e al viavai delle camionette dei Vigili del Fuoco, sulle cui tempistiche di intervento si sollevano già le prime polemiche. Ma il contesto è ben più teso: il 17 luglio scorso, sulla scia delle proteste per i ripetuti roghi di rifiuti, un’ordinanza della Procura della Repubblica ha messo sotto sfratto entro l’11 settembre un numero imprecisato di famiglie, con minaccia di sgombero del campo.
Il Comitato Campano con i Rom, animato dai padri Alex Zanotelli (comboniano) e Domenico Pizzuti (gesuita), si adopera da anni per aprire un tavolo con le istituzioni in attuazione della normativa europea per il superamento dei campi e l’inclusione di rom, sinti e camminanti.

A fronte del rischio di sgombero delle famiglie residenti da 30 anni nel quartiere, integrate nelle scuole, nel lavoro, nelle attività educative, è nato il Comitato Abitare Cupa Perillo, un percorso collettivo che include gli abitanti dei campi, le associazioni e i soggetti socialmente attivi nel quartiere, e che ha svolto due assemblee pubbliche di mediazione per chiedere la cessazione dei roghi ma anche per contrastare il metodo dello sgombero in assenza di alternative abitative.
L’estensione dell’incendio è comunque sospetta, e sembra confermato che il fuoco è partito da punti diversi attorno ai campi. “Può non sembrare casuale, proprio nel momento in cui si stava lavorando per gestire pacificamente l’abbandono dell’area, mentre altri soggetti invocano soluzioni ben più drastiche” afferma padre Domenico Pizzuti, in strada tra le famiglie sfollate. Ed effettivamente, l’incidente sembra troppo casuale per esserlo davvero. Nel frattempo ci sono famiglie con bambini anche molto piccoli che si ritrovano senza casa e senza più effetti personali.

A Francesco fa da ostacolo il clero (Osservatore Romano)

di Giulio Cirignano, su L’Osservatore Romano del 25-7-2017

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L’ostacolo maggiore che si frappone alla conversione che Papa Francesco vuol far fare alla Chiesa è costituito, in qualche misura, dall’atteggiamento di buona parte del clero, in alto e in basso. Atteggiamento, talvolta, di chiusura se non di ostilità. Come i discepoli nell’Orto degli ulivi, ancora i suoi discepoli dormono. Il fatto è sconcertante. Per questa ragione il fenomeno va esaminato a fondo, nelle sue cause e nelle sue modalità. Il clero trascina dietro di sé la comunità, che invece dovrebbe essere accompagnata in questo straordinario momento. Gran parte dei fedeli hanno compreso, nonostante tutto, il momento favorevole, il kairós, che il Signore sta donando alla sua comunità. Gran parte dei fedeli è in festa. Tuttavia quella porzione più vicina a pastori poco illuminati viene mantenuta dentro un orizzonte vecchio, l’orizzonte delle pratiche abituali, del linguaggio fuori moda, del pensiero ripetitivo e senza vitalità. In fondo, il Sinedrio è sempre fedele a se stesso, ricco di devoto ossequio al passato scambiato per fedeltà alla tradizione, povero di profezia. Quali le ragioni di tutto ciò?

Al primo posto della lista occorre, probabilmente, collocare il livello culturale modesto di parte del clero, sia in alto che in basso. Non possiamo generalizzare e, pertanto, non troviamo alcuna difficoltà ad ammettere che ci sono molte eccezioni a questo stato di cose, per fortuna. In molti presbiteri, purtroppo, la cultura teologica è scarsa e ancora minore è la preparazione biblica. La causa di questo deplorevole stato di cose è facilmente individuabile. Quando un corso di studi di livello universitario, tanto per fare un esempio, non lascia nello studente la voglia di pensare, di continuare a studiare, di esercitare un minimo di senso critico, vuol dire che ha fallito il suo compito. L’impostazione di gran parte dei seminari non favorisce il formarsi di una mentalità di lavoro e di impegno. Gli anni di preparazione al presbiterato dovrebbero alimentare la consapevolezza circa la necessità del ministero come un vero e proprio lavoro. Come ogni persona, anche il prete lavora per guadagnarsi il pane.

Si obietterà che spesso i preti sono oberati da molte faccende. Questo risponde a verità. Se però le molte faccende impediscono al prete di svolgere il compito che gli è proprio ci dobbiamo interrogare. Forse grava sul prete un’immagine che viene dal passato e che non è più sostenibile? Ci riferiamo a un’immagine ereditata in cui il prete era pensato come il capo e il padrone della comunità e che, in virtù della sua condizione celibataria, veniva come compensato da una specie di ruolo a responsabilità individuale totalizzante. Una specie di “protagonista” solitario. Gli organismi di sinodalità funzionavano e funzionano poco e male. In questo schema si pensava che la vitalità di una comunità passasse dal prete ai fedeli, costantemente conservati in un ruolo passivo. Tutto ciò oggi non è più accettabile.

C’è ancora un fattore più grave che impedisce a quanti portano il dono del sacerdozio ministeriale di intercettare le domande che vengono dalla storia e accogliere con gioia ed entusiasmo gli inviti al cambiamento. È un fattore il cui peso è difficilmente misurabile, una specie di gabbia paralizzante. Possiamo definirlo, sostanzialmente, come la modalità di concepire l’esperienza religiosa in termini vecchi, quelli maturati e consolidati nel lungo periodo della controriforma. Modalità che coinvolge la teologia, la spiritualità e la pratica.
Una teologia, in primo luogo, senza le risorse della Parola, senz’anima, che ha trasformato l’appassionante e misteriosa avventura del credere in religione. Fede e religione: nell’immaginario comune sono quasi sinonimi. In realtà, sono esperienze profondamente diverse. La religione nasce dalla paura e dal bisogno dell’uomo che spinto da questo duplice fattore si incammina in cerca di una mano a cui aggrapparsi. Va in cerca di un aiuto che, spesso, costruisce in parte anche secondo le sue necessità. È una esperienza bella, certamente, che si alimenta alla coscienza del mistero, che ogni uomo porta in sé. Ha, però, questo grande limite: il Dio della religione è, per lo più, proiezione dell’uomo, della sua mente, delle sue paure, delle sue necessità. È un dio ipotetico.
La fede ha tutt’altra origine. È accoglienza di un evento umanamente impensabile. Nell’esperienza della fede non è in primo luogo l’uomo che va verso Dio, ma l’opposto. Dio si rende esperibile all’uomo che è invitato ad accoglierlo. La fede è il vuoto dell’uomo e il pieno di Dio: in ciò l’uomo trova la sua completa dignità.

Dobbiamo ammetterlo: siamo tutti profondamente intessuti di religione. Tutti, nessuno escluso. Anzi, il bisogno religioso ci accompagnerà fino alla fine della vita. Non ci abbandonerà mai. Avremo sempre l’istinto di cercare quella misteriosa mano su cui posare le nostre vertigini esistenziali. Dunque nessuna svalutazione della religione, ma dobbiamo ribadire con forza che la fede è un’altra cosa. Quando il prete è troppo segnato da mentalità religiosa e poco da limpida fede, allora tutto si fa più complicato, poiché egli rischia di restare vittima delle molte cose inventate dall’uomo su Dio e sulla sua volontà. Quando è l’uomo a parlare di Dio, lo fa da uomo, immaginando, ipotizzando e talvolta sostituendosi a Lui. Colui, che è totalmente altro, non sopporta di essere rinchiuso in schemi angusti, tipici della mente umana. «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Giovanni, 1, 18), di lui sappiamo solo quello che il Figlio ha voluto rivelare. Dio è amore: questo è tutto. Amore come dono di sé. Così Egli corregge, in maniera plateale, le mille involuzioni che siamo soliti far compiere all’amore.

Quando venne la guerra (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro*

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Caro Giacomo, prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi.

La prima volta fui mandato in una latteria dove, per la tenera età e la piccola stazza, arrivavo appena al bancone; lavavo le tazzine e portavo i caffè nei negozi vicini. Nell’estate del 1940 facevo le consegne per un panificio, e l’anno dopo ancora andavo al Politeama Genovese a vendere caramelle, gelati, bibite e cioccolata, durante l’intervallo e alla fine dello spettacolo. Lavorai poi in Piazza Portello nella valigeria Tinelli, che ora è stata sostituita da un moderno negozio di tecnologia; facevo le pulizie e consegnavo alcune ordinazioni. Ma nel frattempo era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Vennero tempi duri per tutti. Dopo un mese cominciò a rivelarsi l’assurdità di quella guerra contro le potenze straniere. I generi alimentari mancavano sempre più, e vennero consegnate delle tessere con tot bollini che servivano per comprare 150 grammi di pane al giorno a persona. Per gli altri generi erano consentiti pochi grammi a testa, e imparammo a conoscere la fame. Intanto i dirigenti del partito fascista raccoglievano la maggior parte dei viveri e li nascondevano in cantine o magazzini.

Erano stati censurati i giornali oppositori, e i politici che non assecondavano il regime erano stati esiliati oltre confine.

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