Categoria: la guardia

Figogna Outdoor – laGuardia

Trekking, corsa e mountain bike sul monte della Guardia

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Appassionati da ogni dove scoprono di anno in anno la bellezza di fare sport e outdoor sul monte Figogna, a due passi da Genova, per poi sostare sulla cima, al Santuario della Guardia, e godere il panorama mozzafiato in un clima di convivialità e spiritualità. Credenti o non credenti, mettere in gioco il proprio corpo è un linguaggio universale che permette di ritrovare l’armonia con se stessi, così come di immergersi nelle bellezze naturali del Creato. Diventa più semplice, senza tanti ragionamenti, esprimere un sincero “Laudato Si’” di fronte al dispiegarsi del bosco, delle rocce, dei prati e dei ruscelli, del mare che riluccica in lontananza e del vento che scompiglia i capelli, portando il pacifico cinguettare di ogni specie vivente. Parliamo d’altronde di un luogo unico nel suo genere, una cittadella a 800 metri di altitudine, sospesa sulla riviera ligure e sull’affascinante Genova, a due passi da tutto eppure isolata in un variegato ecosistema rurale e montuoso che si estende su tutti i lati.

E tu, che ami l’outdoor, cosa puoi fare sul monte Figogna? Andiamo a scoprirlo.

TREKKING

Camminate ed escursioni tra Genova e la Guardia.

Livellato – Guardia – ore 1.30 – 320 metri di dislivello – sentiero che intercetta la ex-Guidovia – raggiungibile con bus ATP.

Geo-Guardia – ore 2.30 – 700 metri di dislivello – segnavia due triangoli rossi (F.I.E.) – raggiungibile con bus ATP.

Genova Pontedecimo – Gaiazza – ex-Guidovia – Guardia – ore 2.30 – 710 metri di dislivello – segnavia due cerchi rossi (F.I.E.) – raggiungibile con treno.

Gaiazza – ex-Guidovia – Guardia – ore 1.45 – lunghezza 7 km – restando sul tracciato della vecchia Guidovia, raggiungibile con bus ATP.

Genova Bolzaneto – Murta – Guardia – ore 2.45 – circa 10 km – segnavia da Murta triangolo rosso pieno (F.I.E.) – raggiungibile con treno.

Genova Sestri Ponente – Scarpino – Guardia – ore 3.30 – 744 metri di dislivello – segnavia due quadrati rossi (F.I.E.) – raggiungibile con treno.

Genova Borzoli – Scarpino – Guardia – ore 3.30 – 750 metri di dislivello – segnavia due linee rosse (F.I.E.) – raggiungibile con treno.

Praglia – Lencisa – Guardia – ore 2.00 – 270 metri di dislivello in discesa e 230 in salita – segnavia triangolo rosso – raggiungibile con auto.

Anello Passeggiata del Rosario: ore 0.30 – in piano – attorno alla vetta del Santuario, raggiungibile con bus ATP.

In Alta Via dei Monti Liguri: il Santuario della Guardia può essere una tappa naturale ed unica nel suo genere per chi percorre l’Alta Via dei Monti Liguri, o un itinerario di raccordo per chi desidera raggiungerla. L’AV si incrocia a circa un’ora di cammino dal monte Figogna, passando per Lencisa e monte Proratado o per Piani di Praglia, o ancora per San Carlo di Cese e Monte Penello…

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Non è una chiesa per giovani. La sfida del sinodo – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro – uscito su laGuardia n.4/2018

«Qualcuno pensa che sarebbe più facile tenervi “a distanza di sicurezza”, così da non farsi provocare da voi». Come sempre papa Francesco non ci gira attorno, lo dice in faccia ai 300 giovani convocati a Roma per il pre-Sinodo: stiamo tentando una sfida difficile, che trova resistenze nella società e nella chiesa.

Ma partiamo dall’inizio. Dopo il Sinodo sulla Famiglia del 2015 (sintetizzato nell’esortazione Amoris Laetitia con alcuni sostanziosi passi avanti), il prossimo appuntamento dei vescovi cattolici è un Sinodo su “Giovani, fede e discernimento vocazionale” e avrà luogo nell’ottobre 2018.

L’intenzione di mettere la chiesa in ascolto dei giovani, non solo cattolici, non solo cristiani, non solo credenti, ha provocato qualche piccolo terremoto: come fare? Come in pochi mesi dare voce a nuove generazioni spesso ormai distanti (quando non analfabete) in fatto in chiesa e di fede? Come suscitare partecipazione di qualità in ambienti dove spesso clericalismo e omologazione hanno abituato le persone esattamente all’opposto, alla passività o all’adulazione? E come rappresentare l’enorme diversità delle chiese di tutto il mondo, i loro diversi contesti socio-politici?

La grande scommessa di Francesco e della Segreteria del Sinodo sta tutta in questa intenzione: far confluire dal basso le esperienze, le vite, le visioni dei giovani che ancora alla chiesa vogliono dire qualcosa, al fine di comporre una fotografia aggiornata e verosimile delle sofferenze e delle speranze di migliaia di giovani da ogni angolo del pianeta. Solo su quella base potrà avere senso la discussione dei padri sinodali (tutt’altro che giovani) nella ricerca di nuove strade per la chiesa.

E’ nato così un lungo processo di preparazione del Sinodo, nel quale si sta tentando di compensare i limiti strutturali dell’organizzazione ecclesiastica attraverso vari strumenti di coinvolgimento: per primo è uscito il sito http://www.synod2018.va con un questionario online in 6 lingue aperto ad ogni tipo di giovane; poi sono stati creati 6 gruppi Facebook ufficiali (uno per lingua) aperti a giovani tra i 16 e i 29 anni, sui quali sono state raccolte risposte a 15 domande generali, e a cui hanno partecipato circa 15mila persone; infine è stato convocato a marzo un pre-Sinodo internazionale con 300 giovani che hanno redatto un documento finale da consegnare ai padri sinodali.

Intanto si studiano ulteriori modalità di coinvolgimento dei giovani, possibilmente anche durante il Sinodo stesso. Tentativi da molti recepiti come autentici, da osservare con interesse e su cui convogliare contributi di qualità, nella speranza che non siano vanificati dal troppo diffuso atteggiamento di quanti nella chiesa “hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non sentono”, e già stanno remando contro, anche solo restando immobili.

Riuscirà questa nuova sfida ecclesiale ad offrire capacità di lettura della realtà, di profezia nelle sfide globali, e di rimessa al centro del “fiuto” del popolo di Dio in cammino?


PAPA FRANCESCO AI GIOVANI DEL PRE-SINODO

Vaticano, 19 marzo 2018    [selezione testi g.d’a.]

Portate con voi una grande varietà di popoli, culture e anche religioni. (…) Siete invitati perché il vostro apporto è indispensabile. Abbiamo bisogno di voi per preparare il Sinodo. (…) In tanti momenti della storia della Chiesa, così come in numerosi episodi biblici, Dio ha voluto parlare per mezzo dei più giovani. (…) Avete tanta forza per dire le cose, per sentire le cose, per ridere, anche per piangere. (…) Per questo vi esorto: siate coraggiosi in questi giorni, dite tutto quello che vi viene; e se sbagli, un altro ti correggerà.

Troppo spesso si parla di giovani senza lasciarci interpellare da loro. Quando qualcuno vuole fare una campagna o qualcosa, ah, lode ai giovani!, non è così?, ma non permette che i giovani lo interpellino. Lodare è un modo di accontentare la gente. Ma la gente non è sciocca. (…) A volte, evidentemente, i giovani (…) parlano “con lo schiaffo”. La vita è così, ma bisogna ascoltarli. Qualcuno pensa che sarebbe più facile tenervi “a distanza di sicurezza”, così da non farsi provocare da voi. (…) Ma la verità è anche il fatto che voi siete costruttori di cultura, con il vostro stile e la vostra originalità. (…) Questo è uno spazio che noi vogliamo per sentire la vostra cultura, quella che voi state costruendo.

Questa Riunione pre-sinodale vuol essere segno di qualcosa di grande: la volontà della Chiesa di mettersi in ascolto di tutti i giovani, nessuno escluso. E questo non per fare politica. Non per un’artificiale “giovano-filia”, ma perché abbiamo bisogno di capire meglio quello che Dio e la storia ci stanno chiedendo. Se mancate voi, ci manca parte dell’accesso a Dio. (…) Il prossimo Sinodo si propone in particolare di sviluppare le condizioni perché i giovani siano accompagnati con passione e competenza nel discernimento vocazionale, cioè nel «riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza».

Anche nella Chiesa dobbiamo imparare nuove modalità di presenza e di vicinanza. (…) È un invito a cercare nuovi cammini e a percorrerli con audacia e fiducia, tenendo fisso lo sguardo su Gesù e aprendosi allo Spirito Santo, per ringiovanire il volto stesso della Chiesa. (…) compiendo una revisione di vita sul suo modo di essere, chiedendo perdono per le sue fragilità e inadeguatezze, non risparmiando le energie per mettersi al servizio di tutti.

Che siate cristiani cattolici, o di altre religioni, o non credenti. Vi chiediamo di collaborare alla fecondità nostra, a dare vita. (…) Abbiamo bisogno di riappropriarci dell’entusiasmo della fede e del gusto della ricerca. (…) E abbiamo bisogno di osare sentieri nuovi, anche se ciò comporta dei rischi. (…) Un’istituzione che fa scelte per non rischiare rimane bambina, non cresce. (…) Quante volte io trovo comunità cristiane, anche di giovani, ma vecchie. Sono invecchiate perché avevano paura. Paura di che? Di uscire, di uscire verso le periferie esistenziali della vita, di andare là dove si gioca il futuro. (…) Voi ci provocate a uscire dalla logica del “ma si è sempre fatto così”. E quella logica, per favore, è un veleno. (…) Raccomando di leggere il Libro degli Atti degli Apostoli: la creatività di quegli uomini. Quegli uomini sapevano andare avanti con una creatività che se noi facciamo la traduzione a quello che significa oggi, ci spaventa!

Per me questa è la profezia di oggi: “I vecchi sogneranno, e i giovani profetizzeranno”. Noi abbiamo bisogno di giovani profeti. (…) Siete i protagonisti ed è importante che parliate apertamente. (…) Vi assicuro che il vostro contributo sarà preso sul serio.


DAL DOCUMENTO FINALE DEL PRE-SINODO

Vaticano, 24 marzo 2018   [selezione testi g.d’a.]

COMUNITA’ E MODELLI | I giovani cercano il senso di se stessi in comunità che siano di sostegno, edificanti, autentiche e accessibili, cioè comunità in grado di valorizzarli. (…) I modelli della famiglia tradizionale sono in declino in vari luoghi. (…) Alle volte le parrocchie non sono più dei luoghi di incontro. (…) Abbiamo bisogno di trovare modelli attraenti, coerenti e autentici. (…) I giovani cercano compagni di cammino per attorniarsi di uomini e donne fedeli che comunichino la verità lasciandoli esprimere la loro concezione della fede e della vocazione. (…) Questo ruolo non dovrebbe esser circoscritto ai presbiteri e ai religiosi, ma anche il laicato dovrebbe esser legittimato a ricoprirlo.

FEDE E CHIESA | Per molti giovani, la fede è diventata qualcosa inerente la sfera privata piuttosto che un evento comunitario. (…) Alcuni giovani pensano che la Chiesa abbia sviluppato una cultura dove si presta attenzione al coinvolgimento nella sua compagine istituzionale, piuttosto che sulla persona di Cristo. Altri, invece, ritengono che le guide religiose siano disconnesse e preoccupate della dimensione amministrativa più che della creazione di comunità, e addirittura altri considerano la Chiesa come un’entità irrilevante. (…) D’altro canto, ci sono molti giovani che non percepiscono il bisogno di essere parte della Chiesa e che trovano senso per la loro esistenza al di fuori di essa. (…) I giovani stanno lasciando la Chiesa in grande numero. Capire i motivi di questo fenomeno è cruciale per poter andare avanti. I giovani che non hanno legami con la Chiesa, o che si sono allontanati da essa, lo fanno perché hanno sperimentato indifferenza, giudizio e rifiuto. È possibile partecipare ad una messa e andar via senza aver sperimentato alcun senso di comunità o di famiglia. (…) Troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte. (…) La Chiesa dovrebbe sviluppare creativamente nuove strade per andare ad incontrare le persone esattamente là dove stanno, (…) dove comunemente socializzano.

SFIDE GLOBALI | I giovani sono interessati alle attività politiche, civili e umanitarie. (…) Sono profondamente coinvolti e interessati in argomenti come la sessualità, le dipendenze, le famiglie disgregate, così come i grandi problemi sociali, la criminalità organizzata e la tratta di esseri umani, la violenza, la corruzione, lo sfruttamento, il femminicidio, ogni forma di persecuzione e il degrado del nostro ambiente naturale.

 TECNOLOGIA | L’altra faccia della tecnologia si mostra nello svilupparsi di certi vizi (…) come l’isolamento, la pigrizia, la desolazione, la noia. (…) Sebbene viviamo in un mondo iperconnesso, la comunicazione tra i giovani rimane limitata a gruppi tra loro simili. Mancano spazi e opportunità per sperimentare la diversità. (…) Gli spazi digitali ci rendono ciechi alla fragilità dell’altro e ci impediscono l’introspezione.

PARITA’ DI GENERE | Un problema diffuso nella società è la mancanza di parità fra uomo e donna. Ciò è vero anche nella Chiesa. (…) Quali sono i luoghi nei quali le donne sono in grado di prosperare? (…) Occorre dare alle donne di oggi spazi in cui possano dire “sì” alla loro vocazione. Caldeggiamo la Chiesa ad approfondire la comprensione del ruolo della donna e a valorizzare le giovani donne.

UNA CHIESA CREDIBILEMolte volte la Chiesa appare come troppo severa ed è spesso associata ad un eccessivo moralismo. (…) E’ difficile superare la logica del “si è sempre fatto così”. (…) Vogliamo esprimere, in particolar modo alla gerarchia ecclesiastica, la nostra richiesta per una comunità trasparente, accogliente, onesta, invitante, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva. (…) Per questo, la Chiesa dovrebbe esser solerte e sincera nell’ammettere i propri errori passati e presenti, presentandosi come formata da persone capaci di sbagli e incomprensioni. Tra questi errori, i vari casi di abusi sessuali e una cattiva amministrazione delle ricchezze e del potere. (…) La chiesa deve coinvolgere i giovani nei processi decisionali e offrire loro ruoli di leadership.

Agenda 2030: e tu cosa puoi fare? – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

 

Note sparse per centrare l’obiettivo…

 

*1. Rimetti in circolazione tutto ciò che usi? Siamo abituati a definire la povertà come mancanza di potere d’acquisto. Ma oggi tanti beni di prima necessità si possono trovare grazie a strumenti di baratto, scambio, regalo, compravendita dell’usato. Per questo è importante non accumulare nelle proprie case beni inutilizzati, ma rimettere in circolazione tutto ciò che non ci serve e potrebbe servire ad altri. Per esempio utilizzando le pagine Facebook “Te lo regalo se te lo vieni a prendere” relative al proprio territorio. Così sarà più semplice per chi non ha denaro sufficiente procurarsi beni di uso comune e beni specifici.

 

*2. Sostieni gli agricoltori etici della tua zona. Cosa c’entra con la lotta alla fame? Molti paesi in via di sviluppo non riescono ad autoprodursi il cibo necessario perché grandi estensioni di terra sono dedicate a monoculture da esportare in occidente. Anche il fenomeno del land grabbing (paesi ricchi che comprano terra nei paesi poveri) è dovuto a questo export sproporzionato. Nel mentre, tantissima nostra campagna giace incolta e abbandonata. Se imparassimo a comprare prodotti del territorio, aumenterebbe chi trova convenienza nel riprendere a coltivare la nostra terra, diminuirebbe l’importazione e quindi le monoculture, aumenterebbe la nostra qualità dell’alimentazione e in generale aumenterebbe la quantità potenziale di cibo prodotto nel mondo. Ma perché agricoltori “etici”? Perché anche se a km zero, un’agricoltura non sostenibile alla lunga compromette la produttività dell’ambiente.

 

* 4. Leggi e ti informi sulle sfide attuali? Anche se non hai nulla a che fare con il sistema scolastico, è fondamentale il tuo impegno per una auto-formazione costante. Troppe nozioni la scuola non riesce a dare sul funzionamento della società contemporanea. Di fronte alle sfide complesse e al bombardamento mediatico cui tutti siamo sottoposti, c’è  un forte bisogno di studio e di aggiornamento. Alcuni esempi. Usiamo tecnologie di cui spesso non conosciamo i meccanismi e le implicazioni. Ci facciamo idee sballate (per esempio sui fenomeni migratori) perché riceviamo informazioni superficiali. Siamo governati da un sistema economico finanziario di cui nessuno ci spiega chiaramente il funzionamento, cause e conseguenze.

(altro…)

Riabilitiamo la speranza – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

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Vittorio Soana è un gesuita e un counselor. A Genova lavora da 20 anni per accogliere e accompagnare persone, coppie e gruppi in un percorso di crescita, di uscita da situazioni di disagio interiore. A lui e a Francesca Conforti, operatrice volontaria laica, abbiamo chiesto di raccontarci l’avventura del Centro Counseling dei Gesuiti di piazza Matteotti, per capire come si possa “riabilitare la speranza” oggi.

 

Come mai Gesuiti e laici hanno aperto un Centro di Counseling?

Ci siamo accorti che esisteva sul territorio tutta una serie di servizi specifici: per le tossicodipendenze, i senzadimora, i disabili, i migranti… ma le persone comuni non avevano nessun servizio a disposizione, come se chi ha problemi famigliari o personali dovesse andare necessariamente in psicoterapia, cosa spesso difficile da scegliere e anche costosa. A distanza di 20 anni da questa riflessione se vuoi banale, il nostro centro ha seguito migliaia di casi. Siamo andati a rispondere a un bisogno reale, quello di affrontare e risolvere alcuni disagi personali o di coppia, in totale gratuità. Siamo un gruppo di operatori volontari (oggi circa una trentina) in cui sono passate persone di tutte le provenienze: buddisti, valdesi, atei, agnostici, cristiani, religiosi, laici… ma sempre persone che hanno fatto una formazione specifica, cioè il corso di counseling fondato qui nel 1996. Ci auto-tassiamo per mantenere la struttura dove riceviamo le persone, e ci impegniamo a formarci continuamente.

 

Che percorso proponete ad una persona?

Un lavoro psicologico che non è psicoterapia, ma counseling, dove si procede per obiettivi specifici. Non è un ascolto o un aiuto “un po’ così”, ma un percorso di 10-15 colloqui tra la persona e il counselor che le viene assegnato. Gli operatori partecipano ad un ampio lavoro di supervisione mensile da parte di volontari professionisti, psichiatri, neurologi, psicoterapeuti. Tutti i mercoledì dedichiamo 3 ore a fare supervisione sui casi che seguiamo: cosa vive una persona, come si può aiutare, quale difficoltà io vivo nell’affrontare questo caso; e insieme cerchiamo di capire qual è il significato, la speranza, che questa persona sta cercando nella sua vita. Cos’è che le sta crollando, cosa ha bisogno di ritrovare per acquisire sicurezza.

 

Quali disagi portano le persone a rivolgersi a voi?

Ci sono tutta una serie di problematiche esistenziali. Un giovane con cui stiamo lavorando ha la famiglia che si è separata, e lui è molto arrabbiato soprattutto col papà. Ha bisogno di ritrovare la sua identità relazionale col papà, altrimenti si scateneranno problemi in futuro. Un’altra ragazza è arrivata perché non riusciva più a suonare il violino, a pochi mesi dall’esame di conservatorio, dopo 9 anni di studi. La stiamo aiutando ad aprirsi, a stabilire relazioni con le persone con cui si sta formando, a riallacciare rapporti passati. Un giovane veniva dalla Sicilia, aveva girato tre università e non riusciva più ad andare avanti. Abbiamo usato un doppio sostegno: uno di noi più metodico lo ha “inchiodato” a darsi un metodo di studio e ad applicarlo, un altro lo ha sostenuto sul piano psicologico. C’è l’anziano in lutto per la morte della moglie: aveva solo bisogno di trovare qualcuno con cui poter parlare, sentire che va bene, che ce la fa, che può rimettere in campo delle energie nella vita. Abbiamo deciso di non chiuderci su un target preciso, ma dare la possibilità a tutti di essere ascoltati. Alcuni li dobbiamo però indirizzare ad altri percorsi. La speranza è di offrire a tutti la possibilità di ritrovare un senso, di riprendersi in mano.

 

Non è un lavoro simile a quello che fanno generalmente i preti? (altro…)

Don Renzo, pastore che non passa (La Guardia)

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In questi dieci anni mi è capitato spesso di incappare in don Renzo Ghiglione. Che fosse tra le cime della Val Maira, durante le attività sociali della Piuma onlus, o chiacchierando di emergenze pastorali con qualche prete. O ancora, ricevendo la testimonianza di qualche amico immigrato anni fa dall’est Europa. Don Renzo c’entrava, era spesso di mezzo.

Forse uno dei criteri per riconoscere i “profeti” è proprio rendersi conto di quanto intensa e attuale rimanga la loro presenza anni dopo la loro dipartita. Prima citazione che mi viene: “se il seme caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore, porta molto frutto”. E Renzo, che seme ha cercato di esserlo per tutta la vita, dieci anni fa è morto. Caduto, per motivi ancora difficili da chiarire, dal sentiero Cu du Mundu sopra Arenzano.

Che abbia germogliato abbondantemente è cosa evidente per quanti si sono ritrovati coinvolti in una delle tante opere da lui ispirate e animate. E non dovrebbe stupire questa fecondità: Renzo è stato pastore con idee forti ma al contempo con una profonda capacità di ascolto della realtà e dei segni dei tempi. Non è un caso che molte delle sue iniziative coinvolgessero i laici come comunità protagonista. Penso ai cammini di ricerca per adulti, di cui prese le mosse da don Marco Granara e che negli ultimi anni considerava una vera e propria priorità pastorale. Penso al Micronido che porta il suo nome, voluto a sostegno delle maternità fragili e precarie in una società dove la disuguaglianza economica resta pietra d’inciampo. Penso ai campifamiglie estivi di Pratorotondo, dove è stato possibile sperimentare la vita comunitaria e l’autogestione, anche spirituale, in una società e in una chiesa dove ricostruire comunità autentiche sembra esigenza insormontabile. Penso infine a slanci sogni e progetti di solidarietà verso le nuove povertà e solitudini.

Incalcolabili sono le scelte di vita e di impegno per cui Renzo è stato riferimento incoraggiante. Una presenza autorevole e affidabile che trapelava da una persona semplice, sempre inquieta, a volte testarda e inamovibile, a volte spossata, che mai faceva pesare il suo essere prete, men che meno in chiave clericale, e che non amava creare distanze quanto invece colmarle. Bastava salire insieme a lui un sentiero di montagna, cantare una canzone blues chitarra e armonica, fermarsi di notte con i bambini a guardare le stelle, e il gioco era fatto.

Conviviale e inquieto, sensibile alla bellezza della vita quanto ai bisogni impellenti della società contemporanea, don Renzo aveva radici profonde che nutriva dei migliori riferimenti ecclesiali e pedagogici del post-Concilio, oggi sempre più patrimonio di tutti grazie anche alle decise attenzioni di Papa Francesco. Seconda citazione che mi viene: “nessun profeta è ben accetto in patria”. Anche questo emerge dalle preoccupazioni che animavano Renzo negli anni del suo lavoro pastorale; la lettera d’ingresso a Certosa nel 2002 parla chiaro sulle priorità ecclesiali: inclusione positiva degli immigrati nel quartiere, attenzione concreta e progettuale alle povertà, formazione cristiana seria per gli adulti, protagonismo di tutti nel confronto e nell’ascolto dei segni dello Spirito nella società. Questioni tutt’altro che datate, tutt’altro che facili, tutt’altro che ben accette e prioritarie anche oggi, per le quali Renzo ha investito energie pastorali, creatività, collaboratori di fiducia, consapevole di andare il più delle volte controcorrente.

Tanto del suo impegno, con certe modalità e certe libertà anche di dire e di fare, non veniva e non viene capito; a volte condiviso ma ben lungi dall’imitarlo, salvo celebrarlo a posteriori. Quanti fan e quanti imitatori? Stesso dilemma oggi posto da una figura autentica ed evangelica come papa Bergoglio. Perché don Renzo ha intrapreso con semplicità e cocciutaggine vie difficili per i contesti parrocchiali genovesi e non solo. E’ stato ed è riferimento per moltissimi preti e laici, cui è venuto a mancare un compagno di viaggio, di confronto e di libera amicizia. Un pastore con l’odore delle pecore, capace a stare davanti, in mezzo e anche dietro al fiuto del popolo. Capace di “diocesanità”, quella dimensione sottolineata dal Papa nel suo discorso al clero genovese, ovvero di non creare nicchie e movimenti personalistici o clericali, quanto di seminare metodo, innovazione, partecipazione, slancio evangelico consegnando sempre questo patrimonio a servizio della diocesi tutta. Forse per questo don Renzo è sempre andato “oltre” il cortile della parrocchia, in tutte le cose che ha seminato, generando una cooperazione, riflessione e confronto tra persone di ogni dove, vicine e lontane, rimandando sempre alle uniche sorgenti di acqua viva: il cammino dietro a Gesù, la ricerca impegnata della giustizia. Insieme, tra queste cime.

Non c’è memoria utile se non per interrogarsi sull’oggi e porsi in cammino, raccogliere il meglio e immaginare come diventarne protagonisti attivi. Questo mese, cercando tra gli amici di Renzo di raccogliere canzoni, letture e spunti a lui cari, più di una volta mi è stato sottolineato il suo amore per Gaber. Tanto da sceglierne una canzone come simbolo di un cammino annuale diocesano per i giovani. Quella canzone era “C’è solo la strada”. L’ho dovuta ascoltare più volte per restare stupito ancora una volta dell’intuito attualissimo di Renzo, che sceglie una canzone contro l’individualismo delle famiglie. Un monito ai giovani futuri madri e padri. “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada, nella piazza / perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo”. E’ solo l’ultimo di tanti esempi possibili per capire oggi la parola “profezia”: sono profeti coloro che hanno il coraggio, amando e coinvolgendo, di lanciare lo sguardo oltre la superficie, di svelare i limiti delle presunte normalità in cui ci compiaciamo di rassicurarci e stabilizzarci. Ultimamente si è parlato tanto di emergenza famiglie, e tant’è un tema nodale come l’individualismo, la chiusura, l’appartamento della famiglia ripiegata su se stessa e sulle proprie cose, non si è portato in primo piano. Perché è una di quelle verità che ci rivelerebbe tutti bisognosi di mea culpa, se dicenti cristiani di fatto mondanizzati, per cui sarebbe troppo scomodo impegnarsi nella conversione della propria vita.

Don Renzo è ancora profetico in mezzo a noi, nelle realtà e nelle persone che ha lasciato. E’ un camminatore che non passa, ma ci sta accanto con simpatia, inquietandoci come sa fare lui, ricordandoci con Mazzolari che ancora “si cerca per la chiesa un uomo”, “un uomo che parli con la propria vita”.

pubblicato sul numero de La Guardia di ottobre 2017

Vivere la fede in Sud America: ritratti (La Guardia)

pubblicato sul mensile La Guardia, n./settembre 2017

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Come si vive oggi la fede in latinoamerica? Come si pratica la prossimità? Come si alimenta un costante impegno per la giustizia? Sono alcune delle domande che mi sono portato dietro nei due mesi di viaggio “on the road” tra Colombia, Ecuador e Perù. Un itinerario a tappe lungo migliaia di chilometri, percorsi in oltre 200 ore di viaggi notturni su bus popolari. Una esplorazione spontanea di meraviglie della natura, culture indigene, progetti sociali e ambientali, di uno dei continenti più interessanti e vivaci per la sua storia recente. Il continente da cui proviene Papa Francesco. Vorrei condividere alcune testimonianze di vita e di fede che io e Alessia Traverso abbiamo incontrato, a volte cercato, a volte per caso, nel pieno di questa avventura. E che ci hanno colpito come modelli di cui il “vecchio continente” può fare tesoro, se sapremo rimetterci in ascolto della realtà, delle persone e delle loro esigenze, oltre le sovrastrutture e le demotivazioni. Se vorremo rifarci a Gesù di Nazareth come modello di umanità e pienezza.

Allegria e speranza!

A Bogotà, capitale colombiana, abbiamo trascorso una insolita giornata con padre Daniel Delgado, vicario episcopale, in visita pastorale al barrio El Dorado dove sorge la parrocchia di San Alberto Hurtado. Daniel è un prete sorridente, con una comicità innata, di stile semplice ed essenziale. Con lui visitiamo una coppia di anziani malati, che in questa periferia arroccata in cima ai colli non hanno possibilità di muoversi nè di ricevere i servizi di cui avrebbero bisogno. Visitiamo i bimbi di un asilo di quartiere. Portiamo la comunione a un ragazzo disabile che passa la vita costretto in un minuscolo appartamento, dove i famigliari se ne prendono cura. Avrebbe potuto crescere risolvendo parte dei suoi limiti, praticando una riabilitazione profonda, cose a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso. A tutti Daniel si dedica con dolcezza, informandosi sulle condizioni e sulle esigenze, offrendo un momento di preghiera e di condivisione partecipata, per poi finire con una sincera esortazione: “…e mi raccomando, allegria e speranza!” Durante il pranzo ci racconta come ha scelto di vivere il suo incarico di vicario: stando il più possibile accanto ai parroci e nei quartieri tra le gente. “In questa piccola borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cucinare e guardare la tv, chiacchierare fino a tardi. Mi sembra il modo più efficace di condividere e conoscere meglio la vita dei preti, dei laici impegnati, della povera gente. Così posso capire le esigenze e offrire dove serve un supporto, un incoraggiamento, anche della formazione.”

Tra i narcos e i migranti

Accogliere i migranti a Ventimiglia e combattere i narcos in Colombia, contemporaneamente. Ci riesce don Rito Alvarez, nato nel Catatumbo, Colombia centrale, la cui famiglia è stata profuga a causa delle guerriglie paramilitari. Per incontri fortuiti don Rito è finito a fare il prete in Italia, e a Ventimiglia ha fatto in questi anni ciò che il Vangelo e la sua coscienza gli hanno suggerito: aprire la chiesa ai migranti, difenderli, cercare soluzioni ai diritti primari. Ma nello stesso tempo, grazie alla collaborazione della sua comunità parrocchiale e della sua famiglia, don Rito ha messo in piedi nella sua terra natia la Fondazione Oasis de Amor y Paz, che consiste in due campus dove vivono e studiano bambini, ragazzi e universitari, altrimenti destinati a una vita senza scelte, alla raccolta della coca, forse alla guerriglia. Siamo stati ospiti una settimana nelle cittadine di Abrego e Ocana, entrando in relazione con i bambini e i ragazzi, con gli educatori e i familiari, abbiamo assistito ai lavori nei campi e negli allevamenti, un’ottima idea per rendere sostenibili le due case e insegnare agli ospiti a prendersi cura di ciò che cresce. Ci ha stupito la forte consapevolezza di ciascuno – del piccolo German di 10 anni come di Dixon proveniente da una comunità indigena – per questa insperata opportunità tutta da cogliere: poter vivere come in una grande famiglia, imparare dei valori, dedicarsi allo studio per poter diventare contributi positivi alla comunità e alla famiglia. Notiamo con ammirazione che questo non è l’ennesimo progetto di cooperazione internazionale “calato dall’alto” da una qualche ONG occidentale, bensì è una visione, un sogno, un azzardo nelle mani della Provvidenza costruito da un giovane prete nato qui con l’aiuto e il supporto dei suoi familiari. Una risposta ad un bisogno reale, sentito, sofferto, da parte della stessa gente del luogo.

Vescovo degli Indios

Lorenzo Voltolini è un italiano di Brescia trapiantato in Ecuador da 40 anni. E’ Vescovo a Portoviejo, nella provincia di Manabì, così colpita dal terremoto di un anno e mezzo fa. Il suo racconto della cattedrale sventrata, dei corpi per la strada, dei palazzi rovesciati, fa venire i brividi. Pantaloni scuri, camicia bianca, croce di ferro, passo deciso, Lorenzo ha scelto di essere un Vescovo semplice, laborioso e dedito ai problemi della gente. Per il dopo terremoto si è speso totalmente. Ogni anno organizza una intera settimana di Sinodo per la diocesi, in modo da facilitare l’ascolto delle comunità più diverse e di favorire la costruzione di un piano pastorale condiviso, approfondito e a lungo termine. Lorenzo ha moltissimo da raccontare degli Indigeni Kichwa, con cui da missionario ha vissuto diversi anni. Ne conosce l’idioma, tiene perfino un corso in seminario all’ultimo anno, e rivendica un forte ruolo della chiesa latinoamericana nella difesa degli Indios dai soprusi di governi e multinazionali. Ci spiega il concetto di “buen vivir” come lo ha capito stando tra loro, un vivere “alto, grande” che integra il rispetto dell’ambiente, delle creature, della fraternità umana, con la ricerca di una gioia essenziale, condivisa e liberante. Un ottimo approccio da assumere nelle nostre civiltà “sviluppate” per misurare la felicità integrale e profonda delle persone, oltre i parametri e le imposizioni del capitalismo selvaggio.

[l’articolo integrale è disponibile sul mensile La Guardia, da richiedere qui]

Prima di tutto cercate. Un libro di don Marco Granara

pubblicato su la Guardia n.2/2017

guardia tramonto

Il titolo sarà Prima di tutto cercate, l’autore dei testi don Marco Granara. Non è uno scherzo o un’idea campata in aria, è un concreto, agile e intenso libro in uscita a marzo per Gabrielli Editore, che raccoglie il meglio delle risposte ai lettori firmate da don Marco sui bollettini de La Guardia negli ultimi 5 anni. Ben 100 pillole sui più svariati temi di attualità, fede, politica, chiesa, società, utili per riflettere da soli o in gruppo, per discutere, reagire, costruire in un tempo difficile. Difficile da interpretare e difficile (ma non impossibile) da cambiare, una vera sfida per tutti, chi si dice credente (ma lo è davvero nei fatti?) e chi si dice non credente (ma ha conosciuto il Gesù del Vangelo o qualche sua pessima deformazione storica?).

Prima di tutto cercate è un libretto per chi ha il coraggio di essere in ricerca, e non si ferma alle baruffe da salotto televisivo, ai discorsi da bar, alla rassegnazione individualista ed egocentrica. Per chi sente il bisogno non solo di risposte, ma soprattutto di domande, le “domande giuste”, quelle che aprono orizzonti impensati, che permettono di andare a fondo sul “chi essere” e ancor più sul “che fare”.

Come tanti di voi ho conosciuto don Marco Granara imbattendomi nella sua rubrica “Scrivere & Rispondere” su questo mensile. Ho capito che c’era qualcosa di autentico, di radicale, di forte nel suo richiamo ad un Vangelo essenziale, cercato e vissuto nella vita vera, oltre i riti e le dottrine. Ho apprezzato il suo linguaggio popolare, sempre preciso ma anche simpatico, sferzante, costruttivo. Ho iniziato a selezionare i testi per me più attuali, universali, utili a muovere passi avanti come Chiesa e come società. Prima di tutto cercate è un inno quotidiano che ci aiuta a gridare dentro di noi: “Ora basta!” Ma non “basta mollo tutto” quanto invece “basta cambio davvero”, e cambio le cose, ancorandomi decisamente a Gesù modello di pienezza umana.

Troverete moltissimo del messaggio e dell’azione di papa Francesco in questo libro, spesso in testi che vengono cronologicamente prima di lui. Possibile? Eccome, visto che don Marco conduce da decenni un lavoro pastorale nella linea oggi portata in primo piano da questo Vescovo di Roma così autentico, travolgente e coinvolgente. Un terreno comune da fare nostro: la capacità di ascolto, l’interpretazione dei segni dei tempi, l’apertura e il dialogo continuo con chi la pensa e la vive diversamente, le prassi autenticamente collegiali, l’amore per il senso critico, l’attualizzazione coraggiosa del Vangelo della misericordia, l’abbandono di tutti gli orpelli ormai sterili che distraggono dal costruire “il Regno di Dio e la Sua giustizia”. Una gigantesca riforma umana, spirituale e sociale, da cercare prima di tutto.