Categoria: la guardia

Don Renzo, pastore che non passa (La Guardia)

5f845873a4489eedb5f40e9ad4411c5e

In questi dieci anni mi è capitato spesso di incappare in don Renzo Ghiglione. Che fosse tra le cime della Val Maira, durante le attività sociali della Piuma onlus, o chiacchierando di emergenze pastorali con qualche prete. O ancora, ricevendo la testimonianza di qualche amico immigrato anni fa dall’est Europa. Don Renzo c’entrava, era spesso di mezzo.

Forse uno dei criteri per riconoscere i “profeti” è proprio rendersi conto di quanto intensa e attuale rimanga la loro presenza anni dopo la loro dipartita. Prima citazione che mi viene: “se il seme caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore, porta molto frutto”. E Renzo, che seme ha cercato di esserlo per tutta la vita, dieci anni fa è morto. Caduto, per motivi ancora difficili da chiarire, dal sentiero Cu du Mundu sopra Arenzano.

Che abbia germogliato abbondantemente è cosa evidente per quanti si sono ritrovati coinvolti in una delle tante opere da lui ispirate e animate. E non dovrebbe stupire questa fecondità: Renzo è stato pastore con idee forti ma al contempo con una profonda capacità di ascolto della realtà e dei segni dei tempi. Non è un caso che molte delle sue iniziative coinvolgessero i laici come comunità protagonista. Penso ai cammini di ricerca per adulti, di cui prese le mosse da don Marco Granara e che negli ultimi anni considerava una vera e propria priorità pastorale. Penso al Micronido che porta il suo nome, voluto a sostegno delle maternità fragili e precarie in una società dove la disuguaglianza economica resta pietra d’inciampo. Penso ai campifamiglie estivi di Pratorotondo, dove è stato possibile sperimentare la vita comunitaria e l’autogestione, anche spirituale, in una società e in una chiesa dove ricostruire comunità autentiche sembra esigenza insormontabile. Penso infine a slanci sogni e progetti di solidarietà verso le nuove povertà e solitudini.

Incalcolabili sono le scelte di vita e di impegno per cui Renzo è stato riferimento incoraggiante. Una presenza autorevole e affidabile che trapelava da una persona semplice, sempre inquieta, a volte testarda e inamovibile, a volte spossata, che mai faceva pesare il suo essere prete, men che meno in chiave clericale, e che non amava creare distanze quanto invece colmarle. Bastava salire insieme a lui un sentiero di montagna, cantare una canzone blues chitarra e armonica, fermarsi di notte con i bambini a guardare le stelle, e il gioco era fatto.

Conviviale e inquieto, sensibile alla bellezza della vita quanto ai bisogni impellenti della società contemporanea, don Renzo aveva radici profonde che nutriva dei migliori riferimenti ecclesiali e pedagogici del post-Concilio, oggi sempre più patrimonio di tutti grazie anche alle decise attenzioni di Papa Francesco. Seconda citazione che mi viene: “nessun profeta è ben accetto in patria”. Anche questo emerge dalle preoccupazioni che animavano Renzo negli anni del suo lavoro pastorale; la lettera d’ingresso a Certosa nel 2002 parla chiaro sulle priorità ecclesiali: inclusione positiva degli immigrati nel quartiere, attenzione concreta e progettuale alle povertà, formazione cristiana seria per gli adulti, protagonismo di tutti nel confronto e nell’ascolto dei segni dello Spirito nella società. Questioni tutt’altro che datate, tutt’altro che facili, tutt’altro che ben accette e prioritarie anche oggi, per le quali Renzo ha investito energie pastorali, creatività, collaboratori di fiducia, consapevole di andare il più delle volte controcorrente.

Tanto del suo impegno, con certe modalità e certe libertà anche di dire e di fare, non veniva e non viene capito; a volte condiviso ma ben lungi dall’imitarlo, salvo celebrarlo a posteriori. Quanti fan e quanti imitatori? Stesso dilemma oggi posto da una figura autentica ed evangelica come papa Bergoglio. Perché don Renzo ha intrapreso con semplicità e cocciutaggine vie difficili per i contesti parrocchiali genovesi e non solo. E’ stato ed è riferimento per moltissimi preti e laici, cui è venuto a mancare un compagno di viaggio, di confronto e di libera amicizia. Un pastore con l’odore delle pecore, capace a stare davanti, in mezzo e anche dietro al fiuto del popolo. Capace di “diocesanità”, quella dimensione sottolineata dal Papa nel suo discorso al clero genovese, ovvero di non creare nicchie e movimenti personalistici o clericali, quanto di seminare metodo, innovazione, partecipazione, slancio evangelico consegnando sempre questo patrimonio a servizio della diocesi tutta. Forse per questo don Renzo è sempre andato “oltre” il cortile della parrocchia, in tutte le cose che ha seminato, generando una cooperazione, riflessione e confronto tra persone di ogni dove, vicine e lontane, rimandando sempre alle uniche sorgenti di acqua viva: il cammino dietro a Gesù, la ricerca impegnata della giustizia. Insieme, tra queste cime.

Non c’è memoria utile se non per interrogarsi sull’oggi e porsi in cammino, raccogliere il meglio e immaginare come diventarne protagonisti attivi. Questo mese, cercando tra gli amici di Renzo di raccogliere canzoni, letture e spunti a lui cari, più di una volta mi è stato sottolineato il suo amore per Gaber. Tanto da sceglierne una canzone come simbolo di un cammino annuale diocesano per i giovani. Quella canzone era “C’è solo la strada”. L’ho dovuta ascoltare più volte per restare stupito ancora una volta dell’intuito attualissimo di Renzo, che sceglie una canzone contro l’individualismo delle famiglie. Un monito ai giovani futuri madri e padri. “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada, nella piazza / perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo”. E’ solo l’ultimo di tanti esempi possibili per capire oggi la parola “profezia”: sono profeti coloro che hanno il coraggio, amando e coinvolgendo, di lanciare lo sguardo oltre la superficie, di svelare i limiti delle presunte normalità in cui ci compiaciamo di rassicurarci e stabilizzarci. Ultimamente si è parlato tanto di emergenza famiglie, e tant’è un tema nodale come l’individualismo, la chiusura, l’appartamento della famiglia ripiegata su se stessa e sulle proprie cose, non si è portato in primo piano. Perché è una di quelle verità che ci rivelerebbe tutti bisognosi di mea culpa, se dicenti cristiani di fatto mondanizzati, per cui sarebbe troppo scomodo impegnarsi nella conversione della propria vita.

Don Renzo è ancora profetico in mezzo a noi, nelle realtà e nelle persone che ha lasciato. E’ un camminatore che non passa, ma ci sta accanto con simpatia, inquietandoci come sa fare lui, ricordandoci con Mazzolari che ancora “si cerca per la chiesa un uomo”, “un uomo che parli con la propria vita”.

pubblicato sul numero de La Guardia di ottobre 2017

Annunci

Vivere la fede in Sud America: ritratti (La Guardia)

pubblicato sul mensile La Guardia, n./settembre 2017

8-voglia-di-comunitc3a0-703x469

Come si vive oggi la fede in latinoamerica? Come si pratica la prossimità? Come si alimenta un costante impegno per la giustizia? Sono alcune delle domande che mi sono portato dietro nei due mesi di viaggio “on the road” tra Colombia, Ecuador e Perù. Un itinerario a tappe lungo migliaia di chilometri, percorsi in oltre 200 ore di viaggi notturni su bus popolari. Una esplorazione spontanea di meraviglie della natura, culture indigene, progetti sociali e ambientali, di uno dei continenti più interessanti e vivaci per la sua storia recente. Il continente da cui proviene Papa Francesco. Vorrei condividere alcune testimonianze di vita e di fede che io e Alessia Traverso abbiamo incontrato, a volte cercato, a volte per caso, nel pieno di questa avventura. E che ci hanno colpito come modelli di cui il “vecchio continente” può fare tesoro, se sapremo rimetterci in ascolto della realtà, delle persone e delle loro esigenze, oltre le sovrastrutture e le demotivazioni. Se vorremo rifarci a Gesù di Nazareth come modello di umanità e pienezza.

Allegria e speranza!

A Bogotà, capitale colombiana, abbiamo trascorso una insolita giornata con padre Daniel Delgado, vicario episcopale, in visita pastorale al barrio El Dorado dove sorge la parrocchia di San Alberto Hurtado. Daniel è un prete sorridente, con una comicità innata, di stile semplice ed essenziale. Con lui visitiamo una coppia di anziani malati, che in questa periferia arroccata in cima ai colli non hanno possibilità di muoversi nè di ricevere i servizi di cui avrebbero bisogno. Visitiamo i bimbi di un asilo di quartiere. Portiamo la comunione a un ragazzo disabile che passa la vita costretto in un minuscolo appartamento, dove i famigliari se ne prendono cura. Avrebbe potuto crescere risolvendo parte dei suoi limiti, praticando una riabilitazione profonda, cose a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso. A tutti Daniel si dedica con dolcezza, informandosi sulle condizioni e sulle esigenze, offrendo un momento di preghiera e di condivisione partecipata, per poi finire con una sincera esortazione: “…e mi raccomando, allegria e speranza!” Durante il pranzo ci racconta come ha scelto di vivere il suo incarico di vicario: stando il più possibile accanto ai parroci e nei quartieri tra le gente. “In questa piccola borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cucinare e guardare la tv, chiacchierare fino a tardi. Mi sembra il modo più efficace di condividere e conoscere meglio la vita dei preti, dei laici impegnati, della povera gente. Così posso capire le esigenze e offrire dove serve un supporto, un incoraggiamento, anche della formazione.”

Tra i narcos e i migranti

Accogliere i migranti a Ventimiglia e combattere i narcos in Colombia, contemporaneamente. Ci riesce don Rito Alvarez, nato nel Catatumbo, Colombia centrale, la cui famiglia è stata profuga a causa delle guerriglie paramilitari. Per incontri fortuiti don Rito è finito a fare il prete in Italia, e a Ventimiglia ha fatto in questi anni ciò che il Vangelo e la sua coscienza gli hanno suggerito: aprire la chiesa ai migranti, difenderli, cercare soluzioni ai diritti primari. Ma nello stesso tempo, grazie alla collaborazione della sua comunità parrocchiale e della sua famiglia, don Rito ha messo in piedi nella sua terra natia la Fondazione Oasis de Amor y Paz, che consiste in due campus dove vivono e studiano bambini, ragazzi e universitari, altrimenti destinati a una vita senza scelte, alla raccolta della coca, forse alla guerriglia. Siamo stati ospiti una settimana nelle cittadine di Abrego e Ocana, entrando in relazione con i bambini e i ragazzi, con gli educatori e i familiari, abbiamo assistito ai lavori nei campi e negli allevamenti, un’ottima idea per rendere sostenibili le due case e insegnare agli ospiti a prendersi cura di ciò che cresce. Ci ha stupito la forte consapevolezza di ciascuno – del piccolo German di 10 anni come di Dixon proveniente da una comunità indigena – per questa insperata opportunità tutta da cogliere: poter vivere come in una grande famiglia, imparare dei valori, dedicarsi allo studio per poter diventare contributi positivi alla comunità e alla famiglia. Notiamo con ammirazione che questo non è l’ennesimo progetto di cooperazione internazionale “calato dall’alto” da una qualche ONG occidentale, bensì è una visione, un sogno, un azzardo nelle mani della Provvidenza costruito da un giovane prete nato qui con l’aiuto e il supporto dei suoi familiari. Una risposta ad un bisogno reale, sentito, sofferto, da parte della stessa gente del luogo.

Vescovo degli Indios

Lorenzo Voltolini è un italiano di Brescia trapiantato in Ecuador da 40 anni. E’ Vescovo a Portoviejo, nella provincia di Manabì, così colpita dal terremoto di un anno e mezzo fa. Il suo racconto della cattedrale sventrata, dei corpi per la strada, dei palazzi rovesciati, fa venire i brividi. Pantaloni scuri, camicia bianca, croce di ferro, passo deciso, Lorenzo ha scelto di essere un Vescovo semplice, laborioso e dedito ai problemi della gente. Per il dopo terremoto si è speso totalmente. Ogni anno organizza una intera settimana di Sinodo per la diocesi, in modo da facilitare l’ascolto delle comunità più diverse e di favorire la costruzione di un piano pastorale condiviso, approfondito e a lungo termine. Lorenzo ha moltissimo da raccontare degli Indigeni Kichwa, con cui da missionario ha vissuto diversi anni. Ne conosce l’idioma, tiene perfino un corso in seminario all’ultimo anno, e rivendica un forte ruolo della chiesa latinoamericana nella difesa degli Indios dai soprusi di governi e multinazionali. Ci spiega il concetto di “buen vivir” come lo ha capito stando tra loro, un vivere “alto, grande” che integra il rispetto dell’ambiente, delle creature, della fraternità umana, con la ricerca di una gioia essenziale, condivisa e liberante. Un ottimo approccio da assumere nelle nostre civiltà “sviluppate” per misurare la felicità integrale e profonda delle persone, oltre i parametri e le imposizioni del capitalismo selvaggio.

[l’articolo integrale è disponibile sul mensile La Guardia, da richiedere qui]

Prima di tutto cercate. Un libro di don Marco Granara

pubblicato su la Guardia n.2/2017

guardia tramonto

Il titolo sarà Prima di tutto cercate, l’autore dei testi don Marco Granara. Non è uno scherzo o un’idea campata in aria, è un concreto, agile e intenso libro in uscita a marzo per Gabrielli Editore, che raccoglie il meglio delle risposte ai lettori firmate da don Marco sui bollettini de La Guardia negli ultimi 5 anni. Ben 100 pillole sui più svariati temi di attualità, fede, politica, chiesa, società, utili per riflettere da soli o in gruppo, per discutere, reagire, costruire in un tempo difficile. Difficile da interpretare e difficile (ma non impossibile) da cambiare, una vera sfida per tutti, chi si dice credente (ma lo è davvero nei fatti?) e chi si dice non credente (ma ha conosciuto il Gesù del Vangelo o qualche sua pessima deformazione storica?).

Prima di tutto cercate è un libretto per chi ha il coraggio di essere in ricerca, e non si ferma alle baruffe da salotto televisivo, ai discorsi da bar, alla rassegnazione individualista ed egocentrica. Per chi sente il bisogno non solo di risposte, ma soprattutto di domande, le “domande giuste”, quelle che aprono orizzonti impensati, che permettono di andare a fondo sul “chi essere” e ancor più sul “che fare”.

Come tanti di voi ho conosciuto don Marco Granara imbattendomi nella sua rubrica “Scrivere & Rispondere” su questo mensile. Ho capito che c’era qualcosa di autentico, di radicale, di forte nel suo richiamo ad un Vangelo essenziale, cercato e vissuto nella vita vera, oltre i riti e le dottrine. Ho apprezzato il suo linguaggio popolare, sempre preciso ma anche simpatico, sferzante, costruttivo. Ho iniziato a selezionare i testi per me più attuali, universali, utili a muovere passi avanti come Chiesa e come società. Prima di tutto cercate è un inno quotidiano che ci aiuta a gridare dentro di noi: “Ora basta!” Ma non “basta mollo tutto” quanto invece “basta cambio davvero”, e cambio le cose, ancorandomi decisamente a Gesù modello di pienezza umana.

Troverete moltissimo del messaggio e dell’azione di papa Francesco in questo libro, spesso in testi che vengono cronologicamente prima di lui. Possibile? Eccome, visto che don Marco conduce da decenni un lavoro pastorale nella linea oggi portata in primo piano da questo Vescovo di Roma così autentico, travolgente e coinvolgente. Un terreno comune da fare nostro: la capacità di ascolto, l’interpretazione dei segni dei tempi, l’apertura e il dialogo continuo con chi la pensa e la vive diversamente, le prassi autenticamente collegiali, l’amore per il senso critico, l’attualizzazione coraggiosa del Vangelo della misericordia, l’abbandono di tutti gli orpelli ormai sterili che distraggono dal costruire “il Regno di Dio e la Sua giustizia”. Una gigantesca riforma umana, spirituale e sociale, da cercare prima di tutto.

Muri o ponti. A chi presti il fianco? (LaGuardia)

(pubblicato su La Guardia di gennaio 2017 – per abbonarsi)

migranti_serbia_675

Dai grandi sistemi alle piccole cose, il nostro contributo alla pace è essenziale

Il famoso “Ti farò pescatore di uomini” di Gesù a Pietro si potrebbe oggi parafrasare in “Ti farò costruttore di ponti”, dal momento che i muri sembrano essere uno dei temi caldi dell’anno appena trascorso. Eh già: il 2016 ha portato con sé una spiacevole panoramica a riguardo. Roberto Saviano ha dedicato al tema dei muri e dell’esclusione la sua trasmissione televisiva di fine anno, “Imagine”. Quali muri? Perché? E quali ponti e “pontefici” nel vero senso della parola? Ripercorriamo insieme alcuni scenari significativi.

MURO CONTRO MURO

La vicenda più clamorosa è sicuramente la vittoria di Donald Trump prima come candidato repubblicano e poi come Presidente degli Stati Uniti d’America. Trump ha sostenuto fortemente l’idea di costruire un muro di 3.200 chilometri al confine con il Messico per ostacolare l’immigrazione irregolare e il narcotraffico negli U.S.A. Gli Stati Uniti, peraltro, sono un paese costituitosi storicamente grazie all’afflusso di migranti da ogni parte del mondo e, se vogliamo dirla tutta, colonizzato a scapito dei sempre dimenticati nativi americani, i veri abitanti originari delle Americhe (forse il più grande genocidio della storia mondiale), custodi di uno stile di vita millenario ben più sostenibile di quello Occidentale che chiamiamo “civiltà”. Le recinzioni oggi esistenti ai confini U.S.A. coinvolgono già oltre 20.000 agenti per un costo annuale di 18 miliardi di dollari.

In Europa il premier ungherese Viktor Orbàn ha cercato di fare la voce grossa annunciando a metà 2015 un muro lungo 175 km e alto 4 metri al confine con la Serbia per respingere l’afflusso di migranti dalle rotte balcaniche, in fuga dalle guerre in Siria, Iraq e Afghanistan. Orbàn ha puntato tutto su un referendum interno contro la decisione europea di ripartire le quote di rifugiati ma non ha raggiunto il quorum.

Ventimiglia è la prima parola che viene in mente pensando ai muri di casa nostra. Il confine con la Francia è transito di numerosi migranti africani che cercano di raggiungere altri paesi europei, dove magari hanno parenti o di cui parlano già la lingua madre. A sentire i racconti di volontari e operatori sociali, Ventimiglia è uno di quei luoghi emblematici in cui i diritti umani sono a intermittenza, risorgono le frontiere intra-europee, si manifesta la difficoltà di uscire da logiche emergenziali per organizzare e strutturare l’accoglienza ed evitare di far guerra gratuita ai “disgraziati” del nostro tempo.

Come non pensare infine ai “muri di mareche da anni mietono vittime sul fondo del Mediterraneo, oltre 5.000 solo nel 2016?

COSTRUTTORI DI PACE

Papa Francesco ha richiamato spesso l’iniziativa cristiana per costruire ponti e opporsi alla costruzione di muri. Il Vescovo di Roma incarna un’istituzione, quella cosiddetta del “pontefice”, che prende il nome dal funzionario dell’impero romano dedito alla costruzione e manutenzione dei ponti sul Tevere. Francesco ha sostenuto numerosi processi di “pontificazione”. Per citarne alcuni: l’accoglienza dei rifugiati in tutte le strutture e comunità ecclesiali disponibili; gli incontri dei movimenti popolari della terra per un nuovo sistema di sviluppo più equo e sostenibile; l’insistenza sull’unione ecumenica delle diverse chiese cristiane di fronte a certe particolari sfide globali; il disgelo dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti; il processo di pace in Colombia tra stato e forze armate rivoluzionarie (FARC), dopo 52 anni di guerriglia, processo promosso da esponenti di entrambi gli schieramenti e per il quale il Presidente Juan Manuel Santos ha ricevuto il Premio Nobel per la pace.

TUTTI PONTEFICI

Muri o ponti. Voi a chi prestate il fianco? Se pensiamo ancora che i “grandi eventi” di un mondo complesso siano lontani da noi e ci vedano impotenti e indifferenti, ci illudiamo, ci frustriamo e perdiamo diverse occasioni. Non sono solo le scadenze elettorali a darci una scelta possibile (per quanto mai ottimale e garantita). Ci sono occasioni di attivismo civile, politico e sociale. Ci sono semplicemente i nostri quartieri, paesi e comunità familiari in cui possiamo fare la differenza tra alimentare contrasti, paure e “zizzania” oppure gettare ponti di dialogo, di ascolto, di mediazione tra esigenze e difficoltà opposte. La nostra vita (privata o pubblica che sia) è sempre politica. Per chi/quale scopo sociale lavoriamo, quali multinazionali o piccoli produttori alimentiamo facendo la spesa, a quali banche affidiamo il nostro denaro (molte investono in armi a nostra insaputa, ma le classifiche pubbliche esistono!), quanto siamo dipendenti da sostanze superflue (anche legali), quanto tempo dedichiamo a spazi collettivi che fanno comunità o quanto alimentiamo il nostro individualismo personale o familiare… I terreni sono molti. Dal piccolo al grande, muri o ponti è una questione che si ripete nelle nostre vite, tra la tentazione di chiusura, di protezione, di accumulo e la buona battaglia di affrontare la realtà con una “speranza che salva”. Che poi sarebbe lo specifico del cristiano.

Dimmi cosa comunichi e ti dirò chi sei (La Guardia)

pubblicato su La Guardia n.11/2016

image

“Benedite e non maledite” suona l’esortazione biblica. Anche papa Francesco in diverse occasioni ha ringraziato giornalisti e comunicatori di raccontare fedelmente e far emergere il positivo dell’umanità. Ben sapendo che non è sempre così, anzi: mai come oggi la parola comunicazione viene associata alla manipolazione, al marketing senza scrupoli, alla vuota retorica politica, ai toni accesi senza ritegno, al bombardamento mediatico-pubblicitario costante che ci incalza senza tregua. Siamo nell’era dell’informazione e della comunicazione, come si suol dire, e spesso non ne possiamo più: troppe notizie, troppi stimoli, troppe “bufale”, troppe energie da perdere in mondi virtuali, o in dibattiti contorti quanto irrilevanti. Il nuovo mantra dell’epoca dei social network e degli smartphone sembra essere “devi comunicare, se vuoi esistere” e “devi avere un’opinione su qualsiasi fatto, se vuoi contare qualcosa”. Ma è possibile un uso positivo degli strumenti di comunicazione? O dobbiamo rassegnarci alla diffidenza, all’ingiuria, allo scandalo perpetuo? Passiamo brevemente in rassegna alcune esperienze emblematiche che vanno in controtendenza, tra le molte che potremmo citare.

Giornalismo. L’Associazione Carta di Roma (nata nel 2011) ha l’obiettivo di raccontare correttamente il mondo dell’immigrazione, e offre a tutti gli operatori dell’informazione strumenti deontologici e dati verificati, per combattere i linguaggi scorretti e denigratori, le notizie inesatte e gli allarmi infondati. Pubblica un rapporto annuale e monitora le uscite sui media smentendo le false notizie. C’è un altro strumento reso possibile dal web e molto utile per destreggiarsi nel caos mediatico: il fact-checking, letteralmente “verificare il fatto”, ovvero elencare le singole dichiarazioni pubbliche di uomini politici, mettendo in evidenza quali sono cose vere, quali sono mezze-verità, quali sono “balle” (con motivazione e fonte del dato). Un sistema (ne è un esempio il sito Pagella Politica) per sintetizzare la propensione a dire la verità di questo o quel leader, evitando di formarsi un’opinione solo per empatia o per l’abilità retorica del personaggio.

Campagne di comunicazione. Si chiama “Milioni di passi” ed è una campagna multimediale promossa da Medici Senza Frontiere per raccontare il viaggio dei profughi dai paesi in guerra, in particolare dal Medio Oriente e dalla Siria. Immagine di copertina? Un collage di infiniti paia di scarpe, sdrucite, infangate, consunte, da grandi e da bambini. Attraverso brevi video interviste e fotografie suggestive, mappe e infografiche, MSF rende l’idea del viaggio epocale che sono costrette ad affrontare migliaia di famiglie, dando volti, storie e umanità a quelli che sui media sono spesso solo numeri e problemi. Ci sono poi campagne come quella di Greenpeace “Save the Artic” contro le trivellazioni nell’Artico, costruite raccogliendo le foto di persone da tutto il mondo che vogliono “metterci la faccia” e accompagnare agli appelli istituzionali migliaia di volti, sorrisi, provenienze, motivazioni personali perché l’umanità intera sia vigile e determinata di fronte a certe minacce globali.

Docu-film. Tre titoli soltanto: Human di Bertrand, Unlearning di Lucio Basadonne e Anna Pollio, Domani di Cyril Dion e Melanie Laurent. Il primo è un vero capolavoro, riesce a rappresentare l’umanità intera, le sue variopinte culture, le sue struggenti emozioni, i suoi paesaggi mozzafiato, soltanto accostando volti che parlano della propria vita, della propria fede, dei propri desideri, volti da ogni parte del globo, e immagini di natura incontaminata senza alcun commento. Dice l’essenza dell’“umano” appunto.

Unlearning è invece il viaggio insolito di una famiglia genovese attraverso l’Italia, “disimparando la religione del comfort per condividere i tempi, gli spazi, le logiche” di comunità che hanno un concetto diverso di famiglia, educazione, bene comune. Un “inno gentile alla disobbedienza” per scoprire altri modi di stare al mondo, magari dietro casa nostra, dove non abbiamo mai osato andare per non uscire dai nostri rassicuranti e indotti confini mentali. Domani, di recentissima uscita, è un film sulle strade del pianeta, per prendere coraggio di fronte a futuri prevedibili scenari climatici disastrosi, conoscendo persone che stanno già vivendo in modo alternativo e sostenibile. In città come in campagna. Reinventando la terra, la solidarietà, l’energia, la democrazia, realizzando già ora una “decrescita felice”. “E se – recita l’introduzione – indicare soluzioni e raccontare storie di successo fosse il modo migliore per risolvere le crisi ecologiche, economiche e sociali?”

Non mancano poi app per cellulari e piattaforme grazie alle quali è possibile condividere valori, immateriali e materiali: basti pensare a siti per creare petizioni online come Change e Firmiamo!, a strumenti per realizzare una raccolta fondi come Eppela e Produzioni dal Basso, a siti per condividere a basso costo passaggi in macchina (Blablacar) o ospitalità in tutto il mondo (Airbnb, Couchsurfing). Fino ad arrivare alle app più recenti, ad esempio per ridurre gli sprechi alimentari (MyFood) mettendo in contatto in tempo reale commercianti, associazioni e singoli cittadini.

Ma è solo uno scorcio. Chi ha interesse ad esplorare può andare avanti a lungo. E incoraggiarsi a sviluppare un uso consapevole e mirato degli strumenti di comunicazione che oggi ci pervadono: perché restino strumenti, innanzitutto; e perché siano canale dei valori più fruttuosi che abbiamo nel cuore. Ora andate su YouTube a guardare “Il circo della farfalla” e “Giving [sub ita]”. Due perfetti esempi di come poche immagini bastino più di molte parole ad accendere prospettive comuni in milioni di esseri umani.

Cosa resta del Giubileo. Intervista a Paolino Diral (La Guardia)

pubblicata su La Guardia n.11/2016

Maddalena

Da qualche tempo, passando accanto alla chiesa della Maddalena nei caruggi, capita di soffermarsi sulla scritta “Casa della Maddalena” comparsa sul portone del chiostro. Rappresenta un vero e proprio progetto di “riconversione” della struttura e delle sue funzioni pastorali – sul quale il Giubileo della Misericordia è “caduto” a pennello – che coinvolge l’intera comunità parrocchiale ed è animato da padre Parolino Diral. Inviato a Genova a questo proposito dall’ordine dei Padri Somaschi, veneto d’origine, Paolino ha messo in moto la ristrutturazione di una serie di spazi abitativi per accogliere persone e famiglie nel bisogno, rendendo la comunità attiva e partecipe in questo servizio. Gli abbiamo chiesto un commento su come l’Anno della Misericordia ci interroghi e ci sproni sulle orme di Gesù.


Concluso il Giubileo Straordinario della Misericordia, cosa rimane e cosa far rimanere? 

Prima di tutto la splendida lettera, Misericordia et misera, che papa Francesco ha pubblicato, e che in tutte le comunità cristiane si dovrebbe leggere e mettere in pratica. Assumere la misericordia come punto di partenza per un cammino di liberazione, superando un certo attaccamento alla legge che, senza misericordia (cioè senza Dio), diviene una gabbia per sé e per gli altri. Impariamo che la misura della nostra adesione a Dio non è la legge, ma la Misericordia, il Suo nome.

Perché ti soffermi sul rischio della legge?

Perché con la legge spesso ci giustifichiamo, ci illudiamo di non doverci convertire noi, ma che si convertano solo i “meno bravi”. Di fronte a certa testimonianza della Chiesa, del Sinodo, del Papa, che mina la cecità dell’applicazione della legge, molti che si dicono cristiani si sentono minacciati dalla loro fede nella legge, nel peccato, mentre la rivelazione dell’amore gratuito di Dio che è Padre sembra non interessare. Cosa crediamo che ci faccia crescere di più in gioia e pienezza? Il peccato e la legge o l’Amore?

Del Giubileo rimane anche qualche rimpianto?

La Porta Santa è stata una forte occasione di disporsi ad un incontro con Dio, di fare il punto della propria fede, della propria vita. A volte la si è ridotta al discorso delle indulgenze… Quando si è ridotta la Chiesa a simboli, norme e riti autocelebrativi, quando – spesso anche da parte dei pastori – si è scelto di puntare su adunate autoreferenziali di affermazione del culto stesso (scambiandolo per lode a Dio), non si è testimoniato Gesù nell’ottica che questo Giubileo intendeva. Francesco ripete di continuo che la Chiesa è autentica solo se è testimone dell’amore di Dio nel modo di Gesù Cristo. Ci si dimentica troppo spesso che Gesù, poiché figlio di Dio, è il liberatore, il salvatore dell’uomo, che gli rende memoria e azione del suo amore “fino alla fine”. “Rendere lode a Dio” allora è il servizio verso il fratello. L’ultimo, che in quel momento interseca la mia strada, e questo semplicemente perché così ha fatto Gesù Cristo, il volto del Dio in cui diciamo di credere. Così Lui ha reso gloria al Padre. La Chiesa per essere sale della terra e lievito nella pasta del mondo non dovrebbe “vedersi”. Quando vuole farsi vedere, quando si vede, forse non sta testimoniando Gesù a fondo, ma solo se stessa. Ecco perché dobbiamo tutti convertirci.

Come dovremmo rivedere l’identikit cristiano alla luce di questo Anno della Misericordia?

Con al centro la carità, che non è un optional, un aspetto sociale, la buona azione per essere premiati, è l’essenziale, la radice per essere cristiani. Se oggi fatichiamo a vivere questo nelle parrocchie, è perché per molto tempo è andata bene l’ambivalenza, la mondanità, la tiepidezza, e ci troviamo così a faticare su un discorso evangelico essenziale come quello dell’accoglienza del povero o dello straniero. Lo riteniamo un’eccezione, non la normalità di un cristiano. Si ha il coraggio di rischiare le chiese più vuote, per convertirci al Vangelo? Sconfiggiamo le paure, fidiamoci dello Spirito di Gesù, aumentiamo le occasioni di incontro nelle nostre comunità, il cristianesimo non è moda o tradizione, ma chiamata a testimoniare l’Uomo, né “verso” né “contro”, ma “con” tutti.