Categoria: Benedite e non maledite (libro)

I giovani amplino gli orizzonti

Commento al libro-lettera “Benedite e non maledite”

di Daniela Sauvageon, 21 anni – Genova

Ciao Giacomo,
è passato parecchio tempo da quando ho letto il tuo libro (e ne sai qualcosa) ma la vastità dei contenuti ha richiesto un periodo di metabolizzazione e riflessione su di essi. Innanzitutto grazie di questo lavoro, esempio ed occasione.
Posso dirti che sostanzialmente mi trovo d’accordo con quello che dici e ritengo fondamentali e stimolanti sia le domande poste sia quelle “tra le righe” e su di esse sarebbe interessante poter creare spazi di dialogo in futuro.
Non sono certo in grado di scrivere qui più di tanto, ma ti lascio alcuni semplici pensieri.
L’approccio, non solo per la lettura di questo libretto, ma più in generale per potersi mettere in discussione realmente su tali tematiche, secondo me deve essere soprattutto un atto di volontà oltre che di onestà intellettuale e spirituale. Difatti, per usare l’immagine di un dipinto, è difficile scoprire e navigare mari nuovi se non si ha il coraggio di perdere di vista i soliti, magari rassicuranti, litorali.
Perchè questa lettera aperta è proprio un po’ come una tela, un affresco, un “quadro della situazione”, con luci e ombre, primi e secondi piani, piani e progetti ancora da pensare ed elaborare, pensando alla nostra città, o comunità itinerante.
Un altro aspetto per me significativo, è stato ed è ancora la “forza della condivisione”, nel senso di quel legame che unisce le persone anche nella distanza, nel silenzio e nella fatica di un cammino a tratti ben battuto ma spesso da crearsi, rinnovarsi…
Questa dimensione comunitaria per così dire virtuale è fonte di energia, fiducia, conforto, confronto, crescita; luogo di mente, corpo e spirito dove riscoprirsi individui insieme, anche solo due o tre, riuniti in un Nome di cui si fa esperienza proprio l’uno nell’altro.
Darsi una possibilità. Del tempo e dello spazio. E’ questo secondo me il punto di partenza, concreto e banale, il nodo al pettine, l’intrico nella trama in cui rimaniamo incastrati noi giovani, nel quale ci lasciamo incastrare. Senza fare i soliti discorsi, ma prendendo atto che la realtà è questa, nella nostra società moderna frenetica, svalutata, impoverita, ma anche con molte potenzialità, abbiamo ed avremo sempre la scelta di investire sulla nostra vita e sul mondo di domani.
“Spesso le persone trovano più facile essere un risultato del passato che una delle cause del futuro”. L’orizzonte, in un dipinto come nella realtà, è quella linea immaginaria che più ti avvicini più si allontana! Per quale motivo dovremmo sentirci più sicuri a raggiungerlo invece di ampliarlo e andarvi oltre? Scommettiamo su di noi, non ci piace vincere facile.

Per un linguaggio più aggiornato

Commento al libro-lettera “Benedite e non maledite”

di don Fully Doragrossa, 49 anni – Genova

Ciao Giacomo,
ho finito ora di leggere il tuo libro. Non sto a fare una vera e propria recensione o commenti come hanno fatto altri con citazioni precise… Molto semplicemente mi trovo molto d’accordo su tantissime cose. E’ assai vero che non comunichiamo bene, che abbiamo un linguaggio inadeguato, incomprensibile ai più; anche se ha valori, contenuti molto belli, noi ne parliamo male e siamo incomprensibili. I discorsi sarebbero davvero molto lunghi. Mi fa piacere che un ragazzo sensibile e preparato abbia tante opinioni che condivido. Ma ho la sensazione di non avere molti compagni-confratelli di viaggio. Se hai tempo potremmo organizzare un incontro con i ragazzi del Movimento Ragazzi.
Un caro saluto

Intervista a Stradella su “Benedite e non maledite”

Intervista a Giacomo D’Alessandro sul libro-lettera “Benedite e non maledite” per un giornale parrocchiale di Stradella (Pavia)

di Ernesto Ammirata, 21 anni

Da cosa é nata questa tua passione per la scrittura?
Scrivere é diventato un canale di espressione e comunicazione naturale, in cui mi sono sempre trovato spinto a fare qualcosa di nuovo, a fissare qualcosa di esistente o di passato. Lo stimolo principale sono state le grandi saghe fantasy, a partire dal maestro Tolkien con Il Signore degli Anelli e tutti i suoi libri di racconti. Poi ho unito questa scrittura al mio viaggiare a piedi, e ho intrapreso diversi diari di viaggio, oltre che i blog.

Come mai nel tuo libro hai voluto trattare il tema del rapporto tra giovani e fede? Raccontaci a grandi linee di cosa tratta.
Perché ero sofferente rispetto a tutti i luoghi comuni che su questo tema si sentono in tutti gli ambienti. Non volevo dire la mia verit`, ma contribuire, a partire dalle mie esperienze concrete, a una riflessione e ad alcune esortazioni pratiche su come entrare in dialogo con una gran parte del mondo giovanile, oggi lontana perché immersa nella realtà, dove spesso noi come Chiesa ci lasciamo andare a una fede distaccata dal mondo e dalle sue problematiche. Il mio libretto é un semplice contributo che cerca altri contributi da chiunque ne voglia dare, credenti o meno, praticanti o meno, giovani o meno. Laici o vescovi.
Il libretto é diviso in quattro parti, la prima si intitola “Portiamo alla ribalta l’essenziale”, é un riavvicinamento a Gesù e ai primi cristiani molto semplice e senza pretese biblistiche o teologiche, dedicato in particolare ai giovani più lontani e ai pastori/laici che a loro devono annunciare. Cerco di riflettere sull’interrogativo: qual é l’essenziale condivisibile del cristianesimo prima di andare a fare i conti con le complicazioni (Chiesa, teologia, Papa, contraddizioni, regole, ecc.)? E perché questo essenziale può fare la differenza nel nostro stare nel mondo?
La seconda e terza parte sono dedicate alla Chiesa: cosa vuol dire? Perché c’é e serve? Come può muoversi oggi? Noi, credenti e non, praticanti e non, cosa c’entriamo? Seguono diversi capitoletti molto pratici di cose che il nostro tempo, per un annuncio migliore e più credibile, ci suggerisce di cambiare e trasformare.
L’ultima parte, “La forza dei fratelli – Gettiamo le nuove reti”, si sofferma sulle potenzialità del “fare rete” oggi, sulla necessità di creare uno scambio e un confronto libero tra tutte le realtà che formano la Chiesa in ogni angolo del globo. Per affrontare le criticità interne, tante. E per ripensare e rilanciare un annuncio calato nella realtà e nei territori del nostro tempo.

Qual é, da giovane, il tuo punto di vista sui giovani?
I giovani hanno oggi potenzialità immense: di sapere, di dire, di fare. E anche se il sistema in cui siamo immersi ci toglie e ci taglia, ci rende facilmente dei consumatori dipendenti, degli individualisti da “appartamento”, dei rassegnati, i giovani hanno comunque tantissimo da poter fare. Se qualche decennio fa si potevano etichettare e suddividere in blocchi, a seconda dello stile, della parte politica, della musica e via dicendo, oggi paradossalmente sotto certi aspetti sono molto omogenei e al contempo ciascuno ha un suo percorso personalizzato e particolare, per cui c’é molto da scoprire in ciascuno.
E’ fondamentale fare rete, restando diversi ma unendo e completando a vicenda le forze, i saperi, su obiettivi comuni nemmeno troppo difficili da individuare: il mondo sta precipitando da troppi anni sotto gli stessi aspetti (ambiente, intercultura, guerre, disuguaglianze e ingiustizie sociali). Essere giovani significa sentire sempre lo slancio di un impegno e di una speranza per dare se stessi a favore di un domani migliore per tutti. A qualsiasi età.

Secondo te la Chiesa ´ giovane e pensa ai giovani come suo futuro?
Va premessa una domanda che faccio all’inizio del libretto: cosa intendiamo per Chiesa? Se intendiamo d’istinto Vaticano, Papa, Cardinali (l’istituzione gerarchica), ovviamente non é né una Chiesa giovane né una Chiesa che pensa ai giovani come suo futuro: quali spazi crea perché i giovani, tutti i giovani interessati, possano contribuire concretamente alle decisioni e ai cambiamenti, all’evoluzione dello stare nel mondo da parte della Chiesa?
Per fortuna il significato di Chiesa é un altro: assemblea. Quindi noi, tutti noi insieme, laici e pastori. In questo senso la Chiesa é giovane, soprattutto grazie ai contributi variegati e innovativi delle comunità non europee (penso all’America latina). Ma questa Chiesa non trova un corrispondente spazio nella struttura, che é una piramide rigidamente gerarchica di stampo medievale. E fino a che la Chiesa non sarà assemblea di nome e di fatto, non sarà davvero “cattolica”, che significa “universale”.

Un consiglio per i tuoi coetanei che non credono e non hanno nessun rapporto con la fede.
Tutti credono in qualcosa, se cercano una vita piena e con un senso. Io tento di credere nell’umanità, per costruire insieme giorno dopo giorno un mondo più giusto. Chiunque persegua con amore questo orizzonte, é mio fratello di viaggio. Questo conta, in fondo. Come dice Paolo di Tarso, “se avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla”, e come esorta Gesù di Nazareth, “cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Per condividere un cammino di cambiamento

Commento al libro-lettera “Benedite e non maledite”

di Mario Congiu – Toscana, agosto 2011

Caro Giacomo,
mi ero ripromesso durante l’estate di rileggere con calma il tuo grande lavoro e sono contento di avercela fatta, perchè questo tuo impegno lo meritava davvero! Già a voce ti avevo fatto i complimenti un po’ di mesi fa’, oggi vorrei rinnovarteli anche per iscritto, rendendoti partecipe di tutte le riflessioni, che ne sono scaturite. Cito testualmente da pag. 27:
“Vi scrivo con l’entusiasmo e l’umiltà di un piccolo fratello che cerca quello stesso Gesù, che ha interesse per la storia e le testimonianze, i documenti e i confronti. Scrivo con l’esigenza di condividere alcune esperienze e riflessioni….”
Sono rimasto innanzitutto colpito dall’enorme quantità di “esperienza di chiesa” che alla tua età hai già fatto: in realtà la sorpresa é dovuta pensando al mondo giovanile in generale […] che di certo non mastica passi biblici, riferimenti a lettere pastorali o encicliche varie come fai tu. La prima grande sorpresa é proprio questa! Per noi genitori cresciuti in momenti forti della comunità parrocchiale, genovese e nazionale questo era il nostro pane quotidiano: quanti aiuti, quanti sussidi, quanta crescita comunitaria in cammini di fede, di preghiera e di servizio! Grazie Giacomo per questo entusiasmo, per questa sete di ricerca.
Partiamo allora. Grazie per quell’umiltà che ti fa riconoscere e apprezzare che, per davvero, noi tutti non possiamo negare di essere liberi (pag.11): liberi di poter scegliere, di poter professare una fede, liberi di quella libertà, che é valore saliente della nostra fede: quella libertà che possiamo respirare proprio in virtù del sacrificio di Gesù, del perdono dei peccati e dello scioglimento dalle catene dei nostri idoli e dei nostri limiti! Grazie anche per la tua riconoscenza verso chi é stato ed é tuttora testimonianza vivente di questa Fede, di questa Speranza: é vero, hai proprio ragione quando dici che guardare l’altro in questa luce di “testimone di Cristo” ti permette di vederne subito il buono più che la solita lista di difetti che siamo capaci di fare in un batter d’occhio. Quanto giudichiamo! Quanta poca misericordia, ma perchè dentro siamo vuoti, o meglio, lasciamo solo entrare il vuoto, più che Colui che appunto ci libera!
Quel che dici a pag. 12:
” ……penso proprio che “una” risposta non ci sia. Una sola, definitiva. Non ci credo, che esista. Forse ce ne vuole una al giorno, forse una al minuto, forse una ogni volta che pensiamo, che agiamo…”
é vero: credo che per rimanere uniti al Signore abbiamo bisogno di una risposta quotidiana. Quella sola, definitiva non é che non esiste, ma é il frutto di tante piccole risposte giornaliere. E questo credo proprio per la nostra capacità di distrarci, di “sconnetterci” per usare un termine caro a chi come te parla di “rete” e “comunicazione”. Facciamo una fatica enorme a mantenere un rapporto continuo con Dio, ci é più facile viverlo o con picchi altissimi (quando magari viviamo esperienze forti di fede) oppure bassissimi, quando ci ritroviamo nella monotonia del nostro quotidiano. Quindi il cercare questo SI’ ogni giorno é innanzitutto un aiuto per noi: questo il Signore lo sa bene, anche perché Lui da noi non si allontana, é vero semmai il contrario!
Vado a pag. 17:
“Pensate se ogni uomo su questa terra vivesse cercando il bene di tutti gli altri uomini, dando massima importanza alla loro libertà, prima di tutto, alla loro vita serena e realizzata, alla loro felicità, disposto sempre a perdonarli, a condonare un debito, a non reagire violentemente, a dare un’altra possibilità, disposto sempre a dare la vita per qualsiasi altro uomo. Un’utopia, certo. Ma non é altro che la dimostrazione “potenziale” di come l’Amore sia davvero l’unica soluzione per la felicità di tutti, in tutto il mondo…”
Grande Giacomo, grandissimo! Un’utopia? Sì, eccome: é l’utopia dell’amore che credo e approvo in pieno! Questa é la strada per la felicità e per la pienezza del genere umano! La sperimenterò magari forse solo per un attimo nella mia vita o in quella di qualche fratello…..? Che importanza ha……. “Mille anni per il Signore sono come un giorno” dice un salmo. Quello che é importante é che quando ne faccio esperienza mi sento percorrere dai brividi in tutto il corpo, piango lacrime di gioia, non sto nella pelle che desidero abbracciare chi mi é accanto, in un attimo divento piccolo piccolo senza neanche accorgermene e per giunta, vengo pervaso dal desiderio che gli altri siano più grandi di me, con la unica speranza che provino la mia stessa gioia, perché solo questo mi importa!
Ti cito:
“…..questo Amore dona anche la sopravvivenza alla morte terrena.”
Eccome Giacomo: questo é il Paradiso, un Paradiso che anche qui e ora possiamo già sperimentare! E mi viene da pensare alla gioia che si respira in Cielo anche solo per un peccatore che si converte, cioè per chi scopre e risponde positivamente alla misericordia di Dio.
A pag. 18:
” …Se ci é stato regalato con generosità qualcosa di molto bello, di bellissimo e potentissimo, di sicuro siamo talmente felici che ci sentiamo di gridarlo a tutti, ci sentiamo anche così generosi, da farne parte agli altri intorno, forse incuriositi. Più noi siamo felici ed entusiasti, più si raduneranno i curiosi per vedere cosa abbiamo ricevuto. Ma non basta. Dobbiamo anche mostrare loro nella vita di tutti i giorni come continuiamo ad essere contenti “usando” e “mettendo a frutto” il nostro regalo……”
E’ vero Giacomo é troppo importante la testimonianza nella vita di tutti i giorni, proprio per non incorrere nel rischio che dicevo prima, quello di rimanere sconnessi. Tu ti chiedi e chiedi a tutti: “Come si fa?” Credo che la cosa più importante sia rimanere come tralci attaccati alla vite! Perché il tralcio viva ha bisogno di essere potato, di essere innaffiato. Gli strumenti? I sacramenti e la preghiera! La confessione continua (cadenza mensile e possibilmente con lo stesso sacerdote che così può essere più d’aiuto in un cammino spirituale più ampio), continua dico, perché troppo spesso vivere confessioni una o massimo due volte all’anno ci fa perdere il contatto, ci fa abituare ai nostri limiti quotidiani, riducendoli ad un elenco di quei due, tre punti di noi stessi che conosciamo bene, non consentendoci di fare un lavoro più approfondito su noi stessi. Dobbiamo imparare a conoscerci meglio per migliorarci. L’Eucarestia continua (certamente quella festiva) ma anche, perché no, se riusciamo, in qualche giorno feriale, con un’attenzione particolare all’incontro con Lui nel pane e nel vino. La lettura (questa sì, quotidiana) della Parola del giorno, per avere sempre uno spunto per la giornata. E la preghiera! La preghiera personale! Anche, come no, comunitaria, ma personale, personale: dobbiamo mettere tutte le nostre energie per recuperare l’incontro con il Signore. La preghiera é il termometro del nostro sentirci in cammino. Attenzione, ho detto sentirci in cammino, non… “a posto”. Ci é di conforto la Parola di Dio: “Voglio l’amore e non il sacrificio” o “Un cuore affranto e umiliato Tu o Dio non disprezzi!” Questo della preghiera Giacomo é un punto su cui batterei tanto e se c’é un consiglio piccolo piccolo, che mi sento di darti con tutto il cuore é questo: coltiva molto il tuo cammino spirituale, il tuo rapporto tu a tu con il Signore e con Maria. Solo loro possono darci le dritte giuste per la nostra vita personale e pubblica, per realizzare quanto tu stesso dici:
“Siamo uomini, facili all’errore tanto nel materiale quanto nello spirituale, ma ci é stata donata la fede quanto l’intelligenza per cercare dunque l’equilibrio e il progresso su entrambe le corsie del nostro cammino: quella spirituale, della preghiera, della fiducia, dell’amore, quanto quella della gestione, della struttura, della comunicazione, dell’amare.”
Vorrei ora andare a pag. 30:
“vogliamo metterci sempre più nei panni di una “assemblea universale”, capace di essere “di tutti gli esseri umani”, in ogni angolo e cultura del globo….é necessario assumere questo atteggiamento: cercare, proprio oggi nell’esplosione massima del pluralismo e della diversità anche individuale, di porci sempre nei panni di chi non ha le nostre categorie mentali o le ha rifiutate a causa di questo clima millenario e impostato……clima in cui siamo cresciuti (più dogmatico che spirituale)……..”
Approvo in pieno quanto dici ma (non so se proprio a causa di questo clima più dogmatico che spirituale) é purtroppo un dato di fatto che l’allontanamento da Dio, l’assenza di spiritualità si avverte oggi più che mai a partire dalle generazioni più giovani: la Gio, che come sai insegna alla scuola materna da una vita, nel corso degli anni ha potuto constatare quanto più si va avanti, più quello che dovrebbe essere l’ A B C della nostra fede, come il conoscere le preghiere del Padre nostro o l’ Ave Maria, non é più così scontato: i bambini non sanno niente di Gesù e quando lei si ferma a raccontare qualche brano della sua vita loro restano stupiti, perchè nessuno gliene ha mai parlato, e ne rimangono attratti tanto da essere loro stessi a chiedere di raccontare altri episodi. Senza scendere in una posizione troppo “noir” o fuori dal tempo, credo che in questo ultimo mezzo secolo Satana abbia lavorato proprio bene. Intanto é già un fatto che non lo si nomini, se non per tematiche esoteriche, che incutono paura e terrore; credo che già questo sia un suo intento andato bene in porto! Un tempo le tentazioni del diavolo erano viste come qualcosa di ben distinguibile, dalle quali con un po’ di preghiera e di “carattere” ci si poteva tranquillamente allontanare. Ora invece queste tentazioni sono un po’ come una tavola imbandita di fronte a noi: bella, ricca di ogni genere di portate e noi non dobbiamo che servirci, accompagnati da quella….. vocina che tutto giustifica: “che male faccio…lo fan tutti….tanto io so resistere…..” e via discorrendo. Intanto ora più che mai siamo più soli, più chiusi, più egoisti, più infelici, avendo tutto ma non stringendo niente…..e intanto le famiglie si sfasciano e, i figli, a causa di queste rotture, diventano sempre più increduli e scoraggiati nell’amore…… Sì, il vuoto spirituale é il terreno più fertile per Satana! Non voglio assolutamente essere pessimista però! E mi viene in aiuto proprio un brano del Vangelo di una di queste domeniche estive: la parabola della zizzania, che cresce nel terreno della nostra vita insieme al seme buono. E il Signore che fa? Accetta questo stato di cose: sa che bene e male vivono insieme e che anzi la zizzania può quasi soffocare l’erba buona, ma ai servi che vorrebbero tagliarla dice di non farlo per non rischiare di sradicare anche l’erba buona vicina. Che grande il Signore! Non ha paura, non si scalfisce nel vederci limitati, anzi ci chiede la pazienza di vivere con i nostri limiti e di usare pazienza anche con i limiti altrui: molto più semplice era per i servitori frettolosi tagliare tutto col rischio di tagliare anche il buono…..questo mi fa pensare ad esempio a quante volte come educatori, come genitori rischiamo di fermare il cammino di crescita di una persona, senza rispettare i suoi tempi. Invece il Signore ci lascia liberi fino in fondo, non ci abbandona e se solo ci fidiamo di quel piccolo seme buono seminato da Lui e lo proteggiamo, lo custodiamo, lo lasciamo crescere, i frutti arriveranno. Eccome!

Ora vorrei passare Giacomo agli aspetti più pratici che vai ad analizzare nel tuo testo; parlo dei simboli, delle forme di culto, della liturgia, del linguaggio, ecc. ecc. Credo anch’io ci sia bisogno di un rinnovamento in tanti aspetti proprio per essere più credibili, più veri, più “traducibili” al mondo di oggi, ma credo anche che sia importante conservare uno spirito umile, che può e deve comunque accettare quelle forme più arcaiche, quando queste sono il pane con cui tante persone (mi riferisco in modo particolare agli anziani) hanno vissuto comunque una fede vera e autentica. Con questo non giustifico certe posizioni ancora molto frequenti nella chiesa di oggi come: “Era meglio la Messa in latino” o anche “molto meglio quando il prete dava le spalle all’assemblea”, ma accettare e convivere con quelle testimonianze di fede dei nostri vecchi, che vanno anzi custodite gelosamente. Ho davanti a me un’immagine abbastanza frequente: vedere un anziano che alla consacrazione si inginocchia, con tanta fatica nel farlo e nel dover poi rialzarsi e, nella stessa Messa, notare invece diversi giovani incapaci di un atto di umiltà e prostrazione così semplice, al mio cuore insegna e dice tanto!
Voglio prendere un attimo anche il tuo esempio sul Crocifisso a pag. 32:
“Non é un pezzo di legno a dimostrare le “radici cristiane” di un paese, di un popolo, di una cultura, quanto il reale fatto che chi vive quella cultura porti nel suo agire quei valori ereditati e fatti propri. Facciamo di noi dei “crocifissi” viventi da portare in tutti i luoghi, in ogni relazione, nella nostra cultura!”
Sono d’accordo al 100% con te! Soprattutto quando certi politici, sull’argomento, vogliono farne delle crociate e dove invece Gesù-persona, non é conosciuto e testimoniato per quello che é. Allo stesso tempo sento che il cristiano debba dar voce a tutti e non possa rimanere insensibile al simbolo dell’amore estremo di nostro Signore. Penso alla testimonianza silenziosa di alcuni sacerdoti condannati a morte durante il periodo fascista o ad alcuni frati francescani trucidati nella ex Iugoslavia, durante il regime di Tito o nella guerra di etnie scoppiata un ventennio fa’, che, nelle loro celle, privati di ogni simbolo religioso, col solo aiuto di un po’ di terra e di saliva, disegnavano nel muro della loro cella quella croce, per poter creare la “connessione” anche fisica col Signore.
Approvo in pieno quanto dici sull’abito sia dei sacerdoti che delle suore o quando confidi in forme nuove di processioni o di festeggiamenti dei santi patroni. Anzi vorrei aggiungere una cosa anch’io, riguardo alle celebrazioni delle Prime Comunioni! Credo sia necessario prendere delle posizioni, delle soluzioni urgenti a difesa dei bambini e del sacramento che vanno a ricevere, in una chiesa che il più delle volte sembra una piazza di mercato, una sfilata di moda e che sarà sempre meno credibile se non mette al giusto posto le cose!
Un’altra cosa che patisco molto e da tanto nelle celebrazioni domenicali della “nostra” parrocchia é la testimonianza di chi ha il compito di educatore: chiunque, ma a maggior ragione chi vive un servizio coi bambini (e attenzione….tutti i bambini e non solo quelli del mio gruppo di servizio!), deve essere presente in chiesa tutte le domeniche; deve arrivare prima e non a Messa iniziata, proprio per accogliere loro e preparare l’altare; deve mettersi in mezzo ai bambini e non seduto accanto ai propri coetanei; deve aiutare a pregare, a partecipare ai vari momenti della Liturgia; deve CANTARE e far cantare!!! Questo per me è l’ABC di un buon educatore! E’ la testimonianza che una comunità dà a tutta l’assemblea: “…..vi riconosceranno da come siete uniti……!” Approvo anche quanto dici sui canti e sugli strumenti, ma anche qui bisogna fare molta attenzione ad essere servitori, ad aiutare a concentrare e non a distrarre. Che bello ad esempio sarebbe suonare con un complesso intero (basso,batteria, tastiere, chitarre) ma con persone che lo facciano in totale spirito di umiltà!
L’IMPORTANZA DEL LINGUAGGIO.
Bravissimo Giacomo a pag. 38 sull’esempio della parola Carità, ma anche a pag. 37:
“Come cristiani purtroppo da molti punti di vista restiamo impantanati in un linguaggio esausto, in una nomenclatura pomposa, artificiosa e soprattutto antiquata, da suscitare in molte fasce della società rifiuto al solo sentirla pronunciare.”
Eccome Giacomo, pur con le dovute premesse, relative al rispetto per le persone anziane già manifestato, non posso non nutrire l’esigenza di modificare anche le parole di alcune preghiere, come ad esempio la SALVE REGINA, preghiera che, voglio sottolineare, recito tutti i giorni, per la profonda venerazione che nutro per Maria, ma che andrebbe decisamente rinnovata in alcune sue espressioni, tipo: “noi, esuli figli di Eva……gementi e piangenti in questa valle di lacrime….avvocata nostra….mostraci dopo questo esilio…..”.
Approvo in pieno anche quello che dici sull’uso corretto di una buona comunicazione e di quanto sia necessario, proprio perchè di questo tempo, fare corsi base di comunicazione, soprattutto chi si occupa di pastorale; e anche inserirsi in questa comunicazione “laica”, portando buone novelle in contrapposizione alla miriade di fatti tragici quotidiani che ci vengono sempre propinati. In questo senso credo che le ultime testimonianze televisive di persone di spicco come Paolo Brosio o Claudia Koll siano l’esatta applicazione di quanto affermi a pag. 45:
“E’ dunque da incoraggiare e favorire sia uno sviluppo sempre più competente della Comunicazione da parte dei cristiani…..é ugualmente importante inserirsi nel panorama comunicativo della società senza per forza creare dei “blocchi mediatici” esplicitamente o ufficialmente cristiani o cattolici. Anzi, che singoli credenti possano intervenire senza alcuna limitazione in spazi informativi liberamente laici é la cosa più incisiva ed efficace per “essere nel mondo” in missione tra le persone, senza rivolgersi solo ad un pubblico “interno” all’Assemblea, ma “scendendo” a comunicare in mezzo a tutte le altre persone, di altri credo o non credenti.”

Ecco Giacomo, sono alla fine di questa riflessione insieme a te e grazie a te. Che fare allora? Quello che dici tu molto chiaramente:
“…la grande sfida é il ritorno alla Comunità…….cogliere le indicazioni del vivere dei primi cristiani, guidati dal soffio dello Spirito…… facendo fruttare – perché sia un ritorno in avanti, verso il futuro, e non verso il passato – tutto ciò di cui ci siamo arricchiti in duemila anni di storia…”

“…abbiamo la possibilità di costruire, col cuore nel Vangelo e nella fiducia per l’uomo, delle nuove Comunità. Comunità vere, di famiglie, religiosi, ragazzi, anziani che condividono la vita quotidiana, pur mantenendo un loro spazio privato e personale…”

“…Ci stiamo da tempo accorgendo che possiamo vivere con un po’ meno, che possiamo rinunciare a qualche superfluo, ma che possiamo uscire – qui e ora, senza cambiare epoca o paese – dallo stile di vita “appartato e individualistico”, che porta al “lavoro per il consumo” e al “consumo per la felicità”. Possiamo invece grazie al gioioso messaggio d’amore gratuito che ci é stato annunciato, cambiare la nostra vita e quella degli altri, vivere la Comunità giorno dopo giorno……”

“…. Vogliamo desiderare e realizzare davvero di incontrarci, riunirci, conoscerci, contribuire ciascuno nella discussione dei problemi, condividere le cose belle e quelle più difficoltose…..”

E proprio collegandomi a questa tua ultima espressione, rinnovo la disponibilità della nostra famiglia: mia, della Gio e dei ragazzi, ad aprire casa nostra per condividere con giovani, famiglie, anziani, la nostra vita in cammino e il cammino della nostra vita. Tante “piccole grandi fiammelle”, come dici tu, che fanno parte di quel fuoco inestinguibile, alimentato dall’amore di Dio per ogni uomo e donna.
Un’ultima piccola cosa, ma non prendertela a male, perché anzi ho solo da ringraziarti per questo tuo impegno: nel racconto del tuo incontro col cardinale di Genova, tra le righe, ho intravvisto un po’ di giudizio, forse legato ad una certa chiusura…ecco voglio dirti solo questo: difendi sempre il buono di ogni cosa! Valorizzalo e mettilo in risalto! Questo é il primo passo per un cammino di rinnovamento e conversione che, perchè sia credibile, deve necessariamente partire prima da noi stessi, dal nostro cuore.
Ricordi San Francesco, presentatosi a Roma in visita dal Papa, in un contesto di opulenza e ricchezza? Lui che ha fatto? Vestito di pochi stracci, semplice e povero, con tutta umiltà si é inginocchiato e ha chiesto ciò che più in quel momento desiderava: l’approvazione della sua Regola all’interno della Chiesa! Ecco questo é l’esempio che dobbiamo seguire!
Grazie, grazie di cuore Giacomo.

Giovani e Chiesa, a tu per tu con Angelo Bagnasco

Report dell’incontro con il Vescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in relazione al libro-lettera “Benedite e non maledite”

di Giacomo D’Alessandro – Genova, 17 luglio 2011

E’ mezzogiorno di un caldo sabato di luglio quando entro nella grande sala superiore della Curia di Genova e, tra antiche poltrone e mastodontici arazzi alle pareti, mi siedo ad aspettare. Si spegne una luce, si chiude una porta e dal fondo della sala arriva Angelo Bagnasco. Talare, anello d’oro, croce d’oro, zucchetto rosso.
Entriamo nel suo studio, relativamente spoglio, si siede dietro una grande scrivania di legno, e inizia a chiedermi come sto, degli studi, della famiglia. Delle reciproche vacanze. Quindi gli presento il mio libretto “Benedite e non maledite”, che sfoglia con attenzione soffermandosi a leggerne alcuni brani. Gli racconto da cosa è nato, cosa vorrebbe essere, accenno ai temi trattati. Parliamo anche del mio percorso spirituale, del cammino che faccio e del metodo, cui è molto interessato.
Nel dirgli che il libretto è nato soprattutto da esperienze di realtà ecclesiali e di giovani, mi chiede che ambienti e che ragazzi ho trovato. Ragazzi in gamba, rispondo, giovani che vengono definiti tanto senza valori ma che in realtà, se viene data loro attenzione, cura, e uno spazio in cui parlare in libertà, cercano con desiderio uno scambio, un incontro, un cammino. E cercano riferimenti credibili e aperti, coi quali parlare di ogni argomento, ma in libertà.
La libertà – dice come a se stesso. Cos’è la libertà? – mi chiede. Domandone. Dico la prima cosa che mi viene dalle esperienze più recenti. Libertà è sentirsi accolti prima che giudicati. Ecco la chiave, continuo. Guadagnare l’incontro, la fiducia, la credibilità. Poi l’interesse dei ragazzi al Vangelo c’è.
Ci soffermiamo quindi sul centro del libretto, la distanza dei giovani dalla Chiesa. Gli racconto, anche in base a molte esperienze in ambienti diversi, che è a causa di come la Chiesa appare, si pone, e non sa rinnovarsi che molti giovani se ne allontanano, e che a causa di queste cose si creano dei pregiudizi anche verso un proprio cammino spirituale che altrimenti sarebbero anzi predisposti a sperimentare.
Risponde che sì, è vero, i giovani hanno tanti pregiudizi sulla Chiesa, instillati specialmente dai media, per cui non si avvicinano, e questi pregiudizi vanno tolti piano piano. Io non intendevo questo. Non ha colto. Riproviamo.
Sempre parlando di cammino spirituale, spiego che a volte mi vengono proposte riflessioni attraverso libri del cardinale Martini. Mi chiede se leggo anche il Papa. Rispondo che ho letto buona parte delle encicliche Spe salvi e Caritas in veritate, alcune tra le lettere e i discorsi più significativi tra cui la Lettera ai vescovi sulla revoca della scomunica ai Lefebvriani e la Lettera ai cattolici d’Irlanda, oltre che il Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011. Ma – gli confesso – trovo che nonostante il linguaggio sia chiaro e diretto, i temi scelti e l’approccio di questo Papa risultino abbastanza lontani e poco efficaci riguardo alla vita e alle sfide di noi giovani.
Risponde che non tutti lo percepiscono così, è soggettivo, che secondo lui è proprio lucido, concreto, chiaro, si cala nella vita, e a leggerlo bene in realtà è davvero efficace e completo. Bene. Non coglie nemmeno questo. Comincio a chiedermi a cosa possa servire il mio contributo se è già tutto come dice lui. Riproviamo.
Gli chiedo come sta andando la visita pastorale che porta avanti in tutte le parrocchie di Genova da ormai due anni. Mi racconta che è soddisfatto, è riuscito a incontrare tantissime realtà, sta per terminarla ma vuole spalmarla su più tempo del previsto per poter fare con calma, e gestire meglio anche gli altri impegni. Mi racconta entusiasta degli incontri nelle scuole, specialmente le superiori. Ha toccato con mano molte realtà, gli ambienti dei ragazzi, ha parlato con loro, si è fatto interrogare liberamente da loro nelle varie assemblee. Lo esorto a continuare a cercare l’incontro semplice, che è quello che più stupisce e fa piacere. Che è importante che i pastori si sforzino di cercare il contatto con la realtà delle persone, senza filtri. L’incontro più bello avviene quando i pastori si calano nella realtà, si interessano alla vita di tutti i giorni, si parla in libertà.
Poi mi viene in mente di fargli direttamente la proposta: come scrivo al termine del libretto, un primo grande incontro della Chiesa di Genova, con rappresentanti di tutte le comunità e le realtà, per scambiarsi in libertà esperienze positive, da diffondere e alimentare, e problemi e difficoltà, e possibili soluzioni da condividere insieme. Non finisco nemmeno la frase.
“Noi faremo l’anno prossimo un incontro con gli adolescenti, che si prepareranno nelle comunità per diversi mesi, sul materiale che stiamo stampando e daremo loro”. Ok. Chiaro. Anche su questo, nessuno scambio. Non mi resta che dare qualche ultima esortazione: mi raccomando, in questi incontri ascoltate loro, date spazio alle loro esigenze e alle loro realtà.
Mi ricorda che inizia il decennio sull’educazione, importante momento per cercare questi incontri. Gli dico che ho letto il libretto della CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, mi complimento perché è scritto bene, chiaro, diretto e abbastanza completo. Esorto però ad approfondire, a dare spazio a due temi da loro poco o nulla sfiorati, e secondo me i principali temi di interesse dei ragazzi che hanno difficoltà a stare nella Chiesa: la sessualità e la critica alla Chiesa. Occorre un approccio nuovo e più libero su questi, occorre mostrare ai ragazzi di saper cogliere il buono delle loro esigenze e della loro critica. Dal momento che ti mostri interessato e disponibile ad accettare i suggerimenti buoni, la critica costruttiva, anche l%u2019atteggiamento di chi critica si svuota, il conflitto diventa rispetto e complicità, trasparenza. E, sottolineo, nella società dell’immagine avere un’immagine trasparente (della Chiesa in questo caso) è una vera e propria arma. Se ti mostri capace di migliorarti sulla critica buona degli altri, non avranno nulla da ridire.
Ci lasciamo amichevolmente, lo ringrazio, mi augura buone vacanze. Un buon incontro, nel bene e nel male. Sicuramente eloquente. Il mio contributo l’ho dato. Continuerò a darlo, in amicizia. La messe è molta. Speriamo che la si voglia cogliere.

Verso la Chiesa che Gesù intendeva

Commento al libro-lettera “Benedite e non maledite”

di Dedo Capellino – Genova, 23 marzo 2011

Caro Giacomo,
ho finalmente preso in mano lo scritto che mi hai inviato. L’ho letto tutto d’un fiato, perchè mi ci sono ritrovato in pieno. Condivido tutto di quanto esponi, e sono proprio i temi su cui da tempo cercavo di coinvolgere persone che pur essendo impegnate cristianamente, fanno fatica a tradurre il Vangelo in tutti gli aspetti della propria vita. Le buone intenzioni ci sono, ma vedo difficoltà nel credere possibile inserire scelte giudicate “esigenti” nel contesto del vivere sociale così come è strutturato. Se solo riuscissimo a credere e ad accorgerci che tali scelte non sono altro se non il meglio possibile per le necessità del nostro animo!
Proprio recentemente avevo iniziato ad avanzare una proposta di “attuazione” evangelica con il gruppo dei Cursillos di Cristianità di cui faccio parte. Proponevo di iniziare con piccoli gruppi nelle diverse realtà parrocchiali, ove si potesse tentare un cammino programmato nell’aiuto reciproco per “cambiare passo”; per impostare un modo efficace di comunicare (come tu bene sottolinei); per arrivare (un po’ alla volta) a rappresentare nel mondo la Chiesa che Gesù intendeva e “sogna” oggi. Ho appena lanciato il sasso e sono in attesa dell’onda di ritorno, ma potrebbe essere questa l’occasione per lavorarci sopra insieme.
Ti ringrazio per avermi dato l’occasione per rinforzare la fiducia che (nonostante tutto) il Vangelo possa suscitare anche oggi l’entusiasmo che in troppe occasioni e per troppo tempo non siamo riusciti a trasmettere vivendolo.
Quando vorrai, sarò felice di collaborare.

Spiegare l’esempio di vita del crocifisso

Commento al libro-lettera “Benedite e non maledite”

di Massimo Uda – Genova, 20 marzo 2011

Confermo il piacere di avere letto quanto hai scritto, e gli argomenti trattati alla tua giovane età fanno ben sperare per l’avvenire, per quanto io sia poco fiducioso per il futuro della nostra Chiesa e della globalità dell’intero mondo (lo pensavo anche prima dei recenti fatti giapponesi). E questo nonostante la figura di Cristo sia per me un riferimento costante, ma non per questo riesco a seguirlo, pur riuscendo a individuare con estrema facilità, perch� molto chiaro, la strada giusta che purtroppo non è quella a me spesso più comoda.
I tuoi rilievi sono tutti interessanti e meritano approfondimento ma quello che mi ha fatto sobbalzare è il riferimento al crocifisso. Non ho avuto modo di conoscere don Renzo ma ho avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino don Claudio, suo fratello, e una sera a cena alla mia domanda sul perchè ci continuano a dire che Gesù con la sua morte ci ha salvati – nonostante tutto mi sembri indicare il contrario -, mi ha semplicemente risposto (o forse quella sera in cui poi mi ha confessato ero più predisposto, non so) che in realtà ci ha mostrato la via per salvarci, e da lì è stato più facile per me comprendere cosa si intende con la via, la verità e la vita. E anche queste tre parole sempre ascoltate ma mai veramente sentite le ho finalmente comprese.
Concludo pertanto con l’essere più che mai convinto che il crocifisso per noi cristiani vada sempre mostrato, senza ostentazione, a svelare, per chi era sordo come me, l’estremo legame che ha con la figura di Gesù, perchè è appunto via, verità e vita, vita che purtroppo può essere attraversata dalla morte/croce (don Puglisi, padre Romero, il ministro pakistano recentemente ammazzato e anche il sindaco Vassallo che forse non era neanche cattolico ma chi se ne importa, e tanti altri). Conta allora lavorare su come comunicare questo messaggio, visto che tanti pensano, come dice mio figlio, che Gesù è uno sfigato, e queste persone che lo hanno seguito nella croce sembrano dargli ragione.