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Donne diacono, dove soffia lo Spirito (domenicopizzuti.blogspot.it)

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Fa ben sperare l’apertura di un cammino verso il diaconato femminile ai livelli più alti della Chiesa Cattolica. Un esito positivo sarebbe uno dei primi passi concreti – consentiti dalla presenza di papa Bergoglio – per rimontare quei “200 anni di ritardo” della Chiesa prospettati dal Cardinal Martini nel suo testamento spirituale.

Di fronte alla quantità di storture e distorsioni storiche accumulate, cenere su cenere sopra le braci ardenti, può sembrare una irrilevanza. Ma è togliendo alcuni sassolini chiave che si accelera lo sbriciolamento della diga intera, e che al contempo si concede una gradualità che eviti l’inondazione travolgente a scapito dei “piccoli” e di chi certi problemi non è mai stato aiutato a porseli.
Non è un caso che siano proprio le donne protagoniste di certi slanci, mentre di fronte ai cambi di passo e alle parole dure di papa Francesco il clero ingessato e smarrito perlopiù fa orecchie da mercante (magari si attrezza per accogliere qualche rifugiato, ed è un ottimo inizio, ma guai a recepire quanto attiene ad autocritiche e riforme strutturali della Chiesa). Nel mio ultimo soggiorno a Scampia (perché dalle periferie si osserva meglio il resto del mondo e si toccano i propri limiti), ho parlato a lungo con padre Domenico Pizzuti – ancora attivo a 87 anni soprattutto nel dialogo tra rom e istituzioni – lucido osservatore gesuita e sguardo sociologico curioso e attento. Il cruccio dell’esclusione delle donne dai ministeri è spesso tema del nostro confronto, non tanto sul livello teologico quanto osservando le pratiche nelle diocesi e nelle comunità, e le “diaconie di fatto” che esistono ma non sono incoraggiate né riconosciute con pari autonomia e dignità…

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Diario Nomade, un blog per raccontare l’Etiopia

Insieme ad Alessia Traverso stiamo raccontando il viaggio in Etiopia su un blog nuovo di zecca che abbiamo chiamato “Diario nomade. Racconti e scorci di mondi altri“. Vi trovate gallery fotografiche, racconti, guide di viaggio e video – in diretta e in differita –  da un viaggio speciale nel cuore dell’Africa.

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Raccontare l’incontro tra i popoli – Il Fatto

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

Expo dei Popoli e #milionidipassi: chi sono questi sconosciuti? Nella marea di informazione e comunicazione circolata in questi mesi sul tema di migranti e rifugiati, alcune cose vanno fatte passare (o proprio lasciate perdere) mentre altre, cui si è data meno rilevanza, ha senso riprenderle, farle emergere, farne buon uso. Fa pensare che nell’epoca della breaking news, della notizia in tempo reale su una varietà di piattaforme e di fonti, così poca risonanza abbiano avuto campagne significative, utili per ampliare le prospettive di conoscenza e azione di tutti i cittadini. Vogliamo segnalarne due, che ben si collegano a due ambiti in cui il Suq da sempre offre contributi culturali e artistici riconosciuti a livello europeo: il cibo e la migrazione. In particolare l’evento Expo dei Popoli, che ha preso vita a margine (e in simbolica contrapposizione) dell’Expo di Milano 2015, e la campagna #milionidipassi di Medici Senza Frontiere.

Expo dei Popoli è il forum internazionale della società civile e dei movimenti contadini, e si è svolto a Milano a giugno 2015, in quella stessa Fabbrica del Vapore dove pochi mesi dopo ha preso vita il nostro Suq delle Culture. 180 delegati internazionali convocati a partire dal manifesto comune di 50 organizzazioni no profit italiane, si sono incontrati “per rispondere alla sfida di Nutrire il Pianeta applicando i principi della Sovranità Alimentare e della Giustizia Ambientale” e si sono confrontati e impegnati sulle concrete “soluzioni da mettere in campo per vedere finalmente riconosciuti e garantiti il diritto ad un’alimentazione adeguata e un uso equo e sostenibile delle risorse naturali”. (altro…)

Cosa significa restare umani – Il Fatto

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

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Sono dei giorni scorsi gli attacchi violenti e indiscriminati a Bruxelles, ad Istanbul e in Siria. Di sfondo e in parallelo assistiamo alla messa in discussione del trattato di Schengen, con un forte ritorno all’idea di frontiera come barriera, proprio nella “civile” Europa. A Genova abbiamo pianto sgomenti Francesca, una delle vittime di quell’assurdo incredibile incidente stradale in Spagna. Avvenimenti diversi, certo, ma che richiamano non senza una certa angoscia al nostro essere umanità. Dove stiamo andando? Come orientarsi in una realtà complessa, spiazzante, che irrompe a livello anche emotivo in maniera così disarmante?

Ci sono quattro docufilm che girano ultimamente, e che mi è capitato di vedere uno dopo l’altro nel giro di poche settimane, quattro sguardi capaci di risvegliare quella scintilla di speranza, passione e attaccamento all’essere umano, ma soprattutto all’essere “umani”, al restare umani per dirla con il nostro compianto don Gallo.

Il primo film è Human del regista Yann Arthus-Bertrand, uscito nel 2015 e finanziato da due fondazioni no profit. In tre anni il regista ha intervistato oltre 2000 persone in decine di lingue diverse, attorno a una sola domanda: cosa ci rende umani? Ne esce un’opera enciclopedica, un affresco di una umanità variopinta, sconosciuta, affascinante, e al contempo interpellata da simili dubbi, simili difficoltà, simili speranze. Un film senza commenti, dove bastano le parole di gente comune che esprime il suo senso di vivere, la sua esperienza di amore, rabbia, dolore, ingiustizia, fede…un’antologia dell’umanità, della sua straordinaria fragilità e forza e bellezza. (altro…)

Il Suq sul Fatto – Xena Tango, intervista a Roberta Alloisio

 
Sta già avendo i primi successi il terzo disco della cantante Premio Tenco Roberta Alloisio, storica collaboratrice di Suq Genova e coordinatrice delle nostre attività formative sull’intercultura attraverso laboratori teatrali e musicali. Abbiamo chiesto a Roberta di raccontarci come nasce e cosa ci fa scoprire questo viaggio tra musiche e culture, assolutamente originale nel panorama attuale della musica italiana, appena uscito per Cni Unite.
 

CHIESA E GIOVANI, UNA RIFLESSIONE SU APPUNTI ALESSANDRINI

“…anche chi esplicita una scelta di fede, in pochissimi casi la unisce a un buon rapporto con l’ordinaria vita parrocchiale, le celebrazioni, l’istituzione ecclesiastica. Calza a pennello la recente osservazione del teologo Hans Kung: oggi molte persone credono nonostante la Chiesa. Quello che si riceve parlando con i ragazzi – i ragazzi che scelgono di “avere fiducia” e “starci dentro” – è una fatica immane e forzata…”

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MA A NOI GIOVANI SERVE UNA SCUOLA POLITICA

Un contributo al dibattito sul futuro del Cattolicesimo Democratico su Appunti Alessandrini


Mi spiace di non rientrare nelle categorie di interlocutori auspicate nei due post precedenti (Ciani e Baviera) sul futuro del cattolicesimo democratico. Ho 23 anni e sono uno studente che di cattolicesimo democratico, a dir la verità, sa ben poco, al di là di qualche lettura su riviste ecclesiali. Eppure, mi son detto, è proprio questo ad essere rilevante. Mi sembra che nessuno si sia preoccupato – in fase di analisi quanto in fase programmatica – di fare un cenno al coinvolgimento dei giovani, alla trasmissione dell’esperienza storica e politica, alla proposta di spazi di confronto e formazione che magari a partire dal bagaglio prezioso del cattolicesimo democratico potrebbero costituire quella scuola di politica che a noi ventenni – cresciuti sotto il berlusconismo – manca del tutto. Pongo la questione in maniera forse un po’ irriverente, ma lo faccio proprio per la stima che nutro nei confronti di esponenti ed esperienze del cattolicesimo democratico, che per chi coltiva un’idea di Chiesa aperta e in dialogo col mondo ha rappresentato spesso una delle poche alternative di pensiero politico ad ispirazione cristiana, uno dei pochi esempi di presenza politica non prona alle gerarchie né mercificante la religione a scopi elettorali, ma capace di laicità, autonomia critica, impegno a collaborare con le altre forze positive della società su battaglie comuni.

Dal basso della mia inesperienza ma con convinzione vorrei che questo fosse uno spunto chiaro. Un ragazzo con qualche esperienza ecclesiale alle spalle probabilmente leggerà i contributi sul tema senza capirci granché (figuriamoci i più lontani ancora), sia per mancanza fisiologica di esperienze in comune sia per mancanza di formazione, o almeno di testimonianza nel corso della sua esperienza, di questa parte di storia contemporanea della Chiesa e della società. Ma se ne venisse a conoscenza, probabilmente troverebbe spunti utili per un suo eventuale impegno in politica, o almeno di buon cittadino cristiano.
Può essere vero come dice Ciani – forse con un po’ di pessimismo – che una stagione giunge al suo naturale esaurimento. Ma troverei ingiusto, da aspirante cristiano e cittadino in formazione, che questo significasse per chi ha vissuto quella stagione lasciar sparire il piccolo grande patrimonio politico che contiene. Lavoriamo piuttosto insieme per un sano recupero – sgrassato delle nostalgie da “tempi d’oro” e degli “accanimenti terapeutici” su strutture e organismi – e quindi uno scambio intergenerazionale di tutti quegli elementi (esempi storici e politici, percorsi sviluppati, contenuti elaborati, “maestri” di riferimento) che alle nuove generazioni possono fornire quella “scuola politica” di cui si trovano prive con non poco spaesamento.
Da un punto di vista più pratico ritengo che non sia più il tempo di aggregazioni politiche – piccole o grandi che siano – etichettate esplicitamente come cattoliche o cristiane. Vedo più praticabile (nelle nuove dinamiche da società liquida) investire su una buona formazione dei singoli individui interessati, i quali si “infilino” come sale e lievito nelle aggregazioni che di volta in volta si contenderanno l’amministrazione locale o nazionale, secondo coscienza. E’ all’interno degli spazi ecclesiali che occorre suscitare gruppi di discussione e formazione politica a partire da una lettura incarnata della Bibbia; penso ad alcune buone esperienze di gruppi biblici promosse tra gli altri dai Gesuiti e dai Comboniani. Si tratta d’altronde di un discernimento personale che conduca alla scelta e all’azione, in ricerca della giustizia evangelica, cui il metodo ignaziano si presta bene. Il momento storico è adeguato per aprire un’elaborazione politica fatta di esempi e modelli concreti venuti fuori frammentariamente dal dopoguerra ad oggi, un’elaborazione che sappia unire l’esperienza e le intuizioni del cattolicesimo democratico alla lettura del mondo dei giovani con i nuovi strumenti e linguaggi di cui sono nativi. L’obiettivo non può che essere l’attuazione graduale di alternative di sistema, a partire da una continua lettura attualizzata della Bibbia e dal mettere in primo piano la giustizia evangelica come motivazione politica di credenti e non credenti.

In sintesi, un possibile futuro è far fruttare il buono del bagaglio accumulato per offrire opportunità, stimoli, presenza, restando aperti alla diversità imprevedibile delle nuove dinamiche relazionali e sociali.
(pubblicato il 1 settembre 2013 – Appunti Alessandrini blog)

UN ANNO DI BLOG DA SCAMPIA COL SOCIOLOGO PIZZUTI

tratta da campaniasuweb.it


Buon compleanno al blog Pensieri in Libertà
Un anno fa iniziava l’avventura con Domenico Pizzuti, gesuita e sociologo, una finestra web di pensieri in libertà dall’osservatorio di Scampia. Oltre 7000 visite e tanti spunti settimanali di vita e speranza. Cambiare nel piccolo, cambiare nel grande, cambiare un quartiere, cambiare il Paese…
Tra i temi maggiormente trattati: le donne, i rom, la riforma della Chiesa, la partecipazione politica, le esperienze sociologiche e spirituali di fede nella quotidianità. Consultate l’indice tematico.

Consigliatelo ad un amico, a un gruppo, a un’associazione, linkatelo sul vostro profilo o sul vostro sito.
Domenico ha festeggiato l’anniversario con queste parole.
Buona lettura!

http://domenicopizzuti.blogspot.it/

IL SUQ SUL FATTO – 14 – LO STRANIERO, CAPRO ESPIATORIO

L’altro giorno sull’autobus quattro signore sulla sessantina discutevano ad alta voce di quanto sia deprecabile la disoccupazione giovanile e il futuro nero che aspetta le nuove generazioni. Idee consuete intrise di qualche luogo comune e un po’ di pessimismo, ho pensato fin lì. Sarei curioso di sapere per chi hanno votato alle ultime elezioni.

Poi quella che pare la leader del gruppo specifica che se tutti questi stranieri tornassero al loro paese vedi che lavoro ce ne sarebbe per tutti. Le altre annuiscono convinte. E poi loro sono dei privilegiati, si dicono l’un l’altra, a loro li aiuta lo Stato, alle persone “normali” no. Secondo me, continua lei, bisogna partire dai “nostri” in un momento di crisi. E’ esplicita: prima non ero razzista, ora lo sono proprio diventata. Vengono qui e ci prendono tutto, a partire dal lavoro.

Mi sono chiesto per tutto il tempo quante domande avrei potuto farle, così su due piedi: se sapeva che i migranti in Italia sono circa il 7% (e non il 25-30% come spesso ha la percezione chi vive di televisione), se sapeva che la differenza tra quanto lo Stato spende per loro e quanto loro versano in termini economici è positiva (circa 1,7 miliardi di euro all’anno), se sapeva che tanti cosiddetti “stranieri” ormai sono cittadini italiani a tutti gli effetti (il ministro Kyenge ad esempio).

Oppure avrei potuto chiederle davvero chi aveva votato alle ultime elezioni (anche se temo di indovinare), e se sapeva che la rovina dell’Italia sono piuttosto i 500 miliardi all’anno che si perdono in corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata. E quelli non sono reati del pover’uomo che arriva stremato da oltre il mare, sono reati molto, troppo italiani, per anni ignorati (quando non coperti o favoriti) da certa politica dell’egoismo, del profitto e dell’incostituzionalità. Una politica, una mentalità, rivotata da troppe persone, che ha coltivato ignoranza, rovina e immobilismo nella società tutta, e che ora sono i giovani dal “futuro nero” i primi a pagare.

In un momento in cui si torna a parlare di ius soli, episodi quotidiani come questo ci insegnano a tenere alta la guardia, dalla parte dei diritti umani ma anche di una politica capace di mettere le persone in condizione di lavorare nella legalità e nella dignità, senza essere abbandonate a loro stesse. A creare le condizioni, anche prima di tutto culturali e civiche, di una “normalità” che non etichetta le persone per la loro provenienza ma per le loro intenzioni, i loro valori, i loro meriti e la loro ricchezza personale e professionale, si impegnano tante realtà piccole e grandi che con poche risorse e molta passione creano spazi, luoghi, persone “interculturali”.

Il Festival Suq, che dal 13 al 24 giugno andrà in scena al Porto Antico di Genova, è uno di questi tentativi, e da quindici anni valorizza l’economia artigianale e gastronomica, l’arte la musica e lo spettacolo, l’editoria e la cultura di popoli da tutto il mondo, a partire dalle comunità residenti a Genova. Nel passeggiare al Suq scompare la percezione di “straniero” per fare posto al fascino e alla curiosità del valore di ciò che è strano o sconosciuto. Quando le persone vivono l’intercultura nel fare la spesa, comprare ai banchi, mangiare al ristorante o guardare uno spettacolo o un concerto, sperimentano una normalità delle differenze che si ripercuote nella convivenza civica a tutti i livelli. Investire in chi crea queste opportunità oggi significa aprire la strada per una migliore economia, welfare e legislazione domani.

(pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it – maggio 2013)

IL SUQ SUL FATTO – 13 – PARLARE DEL VIVERE IN CITTA’

Aspettando il quindicesimo Festival Suq delle Culture (dal 13 al 24 giugno al Porto Antico di Genova) hanno preso il via alla Loggia di Banchi gli “Incontri in Città” organizzati da Suq e Università, momenti di confronto tra operatori sociali e accademici sulle tematiche dell’urbanizzazione.
Abbiamo chiesto a Marco Aime, antropologo e coordinatore del progetto, cosa voglia dire “parlare del vivere in città” oggi.

Cosa vuol dire incontrarsi per “parlare della città”?
L’idea degli Incontri in Città è pensata su più anni. Il tema di questa prima rassegna è “Spazi, luoghi, persone” e nasce da un progetto avviato da don Virgilio Colmegna (fondatore della Casa della Carità di Milano) sul disagio in città; di lì matura una riflessione su Genova. Quello che non viene sempre fatto e che noi proponiamo è mettere a confronto uno specialista teorico e una persona che invece opera sul territorio.

E il pubblico?
Lo spirito di base è portare l’Università fuori dall’Università, a disposizione di tutti i cittadini. Spesso gli atenei non dialogano con la realtà esterna, e altrettanto spesso i cittadini, magari un po’ intimoriti, non si avvicinano neanche alle Università.

Quale concetto dell’ “altro” si vive oggi in città?
Non è il concetto di straniero. “Altro” è il senza dimora, l’omosessuale, il diverso… Mediaticamente il problema degli stranieri sembra quasi che sia scomparso. Nella città odierna tutta una certa umanità è “altra”. Uno degli obiettivi di questo laboratorio socio-accademico è, per esempio, avviare una mappatura dei senza dimora, che in molte città manca.

Genova non è una città facile da guardare nel suo insieme…
Per niente. Intanto soffre di centro storico-centrismo: abbiamo bisogno di fornire ottiche diverse, mappe diverse della città, che pur non essendo grande ha delle periferie lontanissime. Faremo l’esperimento anche divertente di come nei cittadini ci sia una percezione molto sbagliata delle distanze e della conformazione. E’ una città difficile da “immaginare”.

Il distacco tra la vita in città e il rapporto con la natura quali problemi sta causando?
Il principale oggi riguarda i bambini cresciuti unicamente in città, senza contatto con la natura. A Genova per esempio non c’è il “mare” come contatto, chi cresce qui ne ha una scarsissima percezione. Il mondo è solo quello che vedo. C’è poi un problema di recupero di spazi: tutto è organizzato, spazi urbani come cortili e piazzette una volta abitati e giocati dai ragazzini, sono oggi sempre più rari. La partita a pallone spontanea non si vede quasi più, tutto è regolato o interdetto… Curioso che invece molti di quegli spazi siano recuperati in questo senso da stranieri.

Abbiamo dei buoni esempi di urbanizzazione da tenere presenti?
Il primo che viene in mente a Genova è il Porto Antico, che ha ridato alla città uno spazio di ritrovo, di sole per gli anziani, in un’area prima brutta e chiusa al pubblico. Anche il Centro Storico oggi è assolutamente vivibile anche se fatica a scrollarsi di dosso questa immagine di “Bronx”, e mantiene un tessuto sociale vivo. Genova è complicata perché ogni volta che si interviene si lavora su una struttura molto antica. Una buona urbanizzazione è quella che ricrea le piazze come agorà, dove la gente esca. Si è assistito a una privatizzazione delle vite, se si è esce è per andare da qualcuno o a fare qualcosa, l’idea di stare fuori si è persa, la mentalità dell’incontro spontaneo è frammentata. Il paradosso è che oggi le nuove piazze sono i centri commerciali, dove però non si stabiliscono le relazioni. Quelli che erano considerati non-luoghi sono luoghi in tutti i sensi, di individualismo e consumismo. Poi ci sono le piazze digitali, che della piazza hanno la struttura ma non l’incontro, e il cui rischio è di perdere la capacità di relazionarsi.

Vi invitiamo a contribuire alla riflessione e al dibattito su queste tematiche seguendo i prossimi incontri, anche a distanza tramite i video e i tweet sulla nostra pagina Facebook e inviando le vostre foto per il concorso fotografico.Camminiamo insieme verso il 15° Suq Festival delle Culture, informazioni, eventi e laboratori su www.suqgenova.it!
(pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it – marzo 2013)

IL SUQ SUL FATTO – 12 – A CHI LAVORA PER I BENI COMUNI

Il 2012 è finito con una brutta sorpresa per il nostro amico fotogiornalista Giovanni Giovannetti, da anni impegnato a Pavia (anche politicamente col gruppo consiliare “Insieme per Pavia”) nell’inchiesta e denuncia degli inquietanti traffici tra la classe dirigente politico-economica e componenti della criminalità organizzata, cui si aggiungono prassi di illegalità diffusa manifeste prima di tutto in grandi truffe e speculazioni edilizie. Sempre ai danni degli ignari cittadini. E’ di dominio pubblico, in ogni caso, come da tempo la città lombarda sia oggetto di imponenti vicende giudiziarie a sfondo mafioso.

La notte tra il 16 e 17 dicembre qualcuno è entrato in casa di Giovannetti frugando dappertutto e lasciando aperti tutti i cassetti. Nulla è stato rubato. La notte tra il 30 e il 31, vigilia di Capodanno, uno o più piromani hanno dato fuoco alla casa, incendio che grazie al pronto intervento di uno dei vicini è stato “limitato” al seminterrato, dove Giovannetti tiene i locali e i materiali della sua attività di editore (Effigie Edizioni).

E’ l’esempio più eclatante di come sia urgente in un tempo di crisi a tutti i livelli non abbassare la guardia, non lasciarsi ripiegare su se stessi, non perdere di vista come tutto sia collegato. Tante persone, associazioni, comunità lavorano per i “beni comuni”, che si tratti di giustizia, di legalità, di cultura, di pubblicità dell’acqua e dell’istruzione, di sostenibilità, di accoglienza, di formazione…

Proprio Giovannetti era stato ospite del Festival Suq tre anni fa per presentare la rivista letteraria “Il Primo Amore”, promossa tra gli altri dagli scrittori Antonio Moresco e Tiziano Scarpa. Prendeva forma in quei mesi la rete delle Tribù d’Italia, di cui anche il Suq fa parte e che ha lanciato nel 2011 e 2012 le iniziative “Cammina cammina” e “Stella d’Italia”, liberi cittadini a piedi per “ricucire l’Italia con i nostri passi”.

Nei giorni di Natale e Capodanno la Compagnia del Suq ha portato in scena con successo di pubblico al Teatro Stabile di Genova due spettacoli ispirati a Charles Dickens, nel centenario dalla nascita: Canto di Natale e Oliver Twist. Narrazione, musica e teatro d’ombre per far rivivere a piccoli e grandi una situazione sociale tesa e degenerata, cui forse oggi siamo nuovamente prossimi, in cui a subire le storture del potere è il mondo vitale dei bambini, delle povere famiglie, di chi vive di poco e si ritrova sul baratro del nulla.

Vorremmo ripartire da qui per l’augurio a noi caro di un mondo migliore. Da chi si batte per i beni comuni, su fronti diversi ma contigui. Da chi valorizza le diversità come ricchezza, da chi denuncia le devianze come vulnus. Senza dimenticare chi per motivi diversi ignora e trascura l’importanza di questo impegno, che parte dalle piccole cose che possiamo fare tutti. E’ proprio chi ignora e si disinteressa, oggi, che rischia di lasciar spazzare via i gruppi di cittadini al lavoro giorno dopo giorno sul campo. E se la morsa delle crisi e del “dio mercato” sembra soffocare sempre più ogni possibilità, noi vogliamo rilanciare chi investe a proprio rischio e pericolo nei beni comuni. Siate protagonisti nel sostenere!

Sono beni di tutti. Vasti come l’ideale e concreti come l’umanità.

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – gennaio 2013)

IL SUQ SUL FATTO – 11 – IMMIGRATI? UNA RISORSA SECONDO IL DOSSIER MIGRANTES 2012

Non si può affrontare un tema delicato come quello dell’immigrazione senza avere i dati reali. Né va dimenticato che dietro a quei numeri ci sono dei volti umani, delle storie, il coraggio di cercare un futuro diverso. D’altra parte, trascurare il fenomeno dando per scontato che la cittadinanza tutta sia oramai conscia e responsabile in materia, che certi valori di accoglienza e apertura siano oramai radicati nel pensiero di tutti, è altrettanto irresponsabile.

Specialmente in un periodo in cui la crisi spinge alla tipica “guerra tra poveri” e dove i disagi sociali aumentano per tanti, creando terreno fertile per la ricerca di nuovi capri espiatori o se non altro dando adito a rigurgiti di intolleranza verso chi è più “socialmente esposto”.
Per questo ci sembra importante riproporre in breve i dati del recente Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes 2012, giunto alla 22esima edizione e considerato un punto di riferimento tra i più affidabili e significativi.

Si stima che gli stranieri presenti oggi in Italia siano circa 5 milioni, in previsione saranno 14 milioni su una popolazione stabile di 61 milioni nel 2014. L’idea ancora diffusa tra gli italiani è che l’immigrazione sia per lo più maschile, nordafricana e musulmana. Tutto il contrario.
Il 50% degli immigrati è europeo, segue un 22% di africani (specie da Marocco, Tunisia ed Egitto) e un 18% di asiatici. Si attesta inoltre che circa il 60% degli immigrati risiede al Nord e che nel 2011, a causa dell’emergenza nordafricana ci sono state più richieste d’asilo in Italia che in 60 anni. La causa della migrazione a livello globale rimane sempre la stessa: l’ineguale distribuzione delle ricchezze.

Altri dati da non perdere sono quelli legati al lavoro: gli immigrati in Italia costano meno allo Stato di quanto producono (il saldo tra servizi ricevuti e tasse/contributi versati è positivo di 1,7 miliardi di Euro nel 2011).
Sono stimati un totale di 2,5 milioni gli stranieri occupati in Italia: il 60% in servizi (specie nel lavoro presso le famiglie – si tenga conto che ogni anno in Italia 90mila persone diventano “non autosufficienti”), il 30% nell’industria, il 5% nell’agricoltura. Il 4% delle imprese italiane, circa 250mila, sono intestate a stranieri.

“Volevamo delle braccia, sono arrivate delle famiglie” ha detto nel corso della sua relazione alla presentazione milanese del Dossier Massimo Ambrosini, ordinario di Sociologia all’Università di Milano. Un tipo di immigrazione, quella famigliare, che i governi continuano a tenere sotto tiro e a ostacolare, con la paura che costituisca più un peso in termini di welfare per lo Stato, mentre la realtà è che accelera il processo di integrazione e stabilizzazione. Dal Dossier 2012 risulta che la popolazione italiana si sta cominciando ad abituare all’immigrazione e alla presenza di “stranieri” (difficile continuare a usare questo termine dal momento che il 44% degli alunni “stranieri” è nato in Italia…). Mentalmente, gli italiani continuano a serbare timore verso l’aumento delle diversità, ma di fatto nella quotidianità si sta realizzando un incontro, un’abitudine, una convivenza sempre più stabile e pacifica. E l’insediamento di famiglie aiuta tutto ciò.

“Le migrazioni sono inevitabili, – ha sottolineato Luigi Gaffuri del Comitato Scientifico che ha curato il Dossier – sono risposte strategiche che le persone attuano in reazione a un mondo attraversato da molte crisi e da diseguale distribuzione della ricchezza”. Ed è importante continuare a parlarne, a interrogarci su come si sta evolvendo questo fenomeno e cosa facciamo noi per viverlo come ricchezza umana e culturale. Le condizioni per un percorso pacifico e fruttuoso non sono scontate, vanno create giorno dopo giorno con competenza e volontà. “Chiunque parla di immigrazione non parla dell’immigrato. Parla di relazioni”.

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – novembre 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 10 – QUANDO "SUQ" E’ DISPREGIATIVO

Perché non di rado il giornalismo si serve della parola “suq” per indicare negativamente una situazione o un luogo? Su cosa è fondata l’attribuzione di questo significato spregiativo, del suq come confusione, disordine, degenero e caos senza senso?
Ancora in questi giorni è comparso sul sito web de Il Secolo XIX, il titolo “Il Suq degli ormoni per i bambini”, riferito allo scandalo dei soldi e regali per prescrizioni gonfiate, dati da una casa farmaceutica ad oltre 60 medici tra cui 5 liguri.

Forse ci colpisce che si usi con tanta leggerezza un’espressione del genere perché in Liguria il Suq è oramai per tutti i cittadini il nome di un Festival che quest’anno giunge alla quindicesima edizione, patrocinato da quattro ministeri e dall’Unesco, segnalato sul portale europeo Ideaassonline come una delle manifestazioni che contribuiscono a promuovere lo sviluppo umano nel mondo. E, notizia di ieri, la Liguria ha vinto a Matera il Premio “Regioni dei Festival” grazie anche al Suq Festival.

In una lettera inviata a Il Secolo XIX venerdì 19 ottobre Lucy Ladikoff, docente di Lingua e Traduzione Araba all’Università di Genova, e Carla Peirolero, ideatrice e direttrice del Suq Festival e Compagnia, tornano sull’origine e il significato autentico del concetto.

«Al-sūq: questa parola di origine forse aramaica (la lingua di Gesù) non ha sempre indicato il “mercato” in senso stretto. Durante il periodo preislamico, al-sūq era un centro di potere economico e culturale. Il sūq si sviluppava in una stagione specifica per la durata di due settimane o più, all’interno di strutture murarie protette, secondo una disposizione che potremmo definire, approssimativamente, a cerchi concentrici.

Chiunque avesse qualcosa da esibire (orafi, speziali, venditori di stoffe, di cammelli o altro bestiame, cantastorie e poeti) lo portava al sūq. Tra le iniziative più amate dal pubblico del sūq vi erano le gare di poesie declamate ad alta voce, il cui vincitore veniva premiato da emiri e capi tribù. L’inaugurazione del sūq produceva fermento in tutta la città. Le massime autorità provenienti da tutta l’Arabia erano orgogliose di presenziare e augurare il successo a tutti».

Qualcosa che si ripete oggi con grande apprezzamento di pubblico e che pare essere entrato nel cuore di molti come dimostrano diverse testimonianze.

«Ci fa piacere ricordare a cosa ci siamo ispirati quattordici anni fa nel creare il Festival di Genova – concludono Ladikoff e Peirolero – come luogo d’incontro di tutte le culture del Mediterraneo e non solo, con la speranza che un po’ più di attenzione alle parole usate – specie sui media – contribuisca a una maggiore sensibilità di tutti verso gli spazi dell’intercultura. La via secondo noi obbligata perché la potenziale “emergenza” diventi opportunità».

Carla Peirolero, Giacomo D’Alessandro

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – ottobre 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 9 – INTERVISTA A PAOLA CARIDI SU MARTINI E GERUSALEMME

La sera del 24 giugno scorso, nella tenda Yurta del Festival Suq di Genova, abbiamo messo in scena letture e musiche ispirate al libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. A pochi giorni dalla scomparsa del suo autore, il gesuita cardinale Carlo Maria Martini, vorremmo riprendere il nostro consueto appuntamento coi lettori del Fatto proprio nel suo ricordo, pubblicando l’intervista a Paola Caridi, corrispondente da Gerusalemme per Lettera 22, che ha aperto quella serata.

Qual è la storia del tuo incontro con questa città?
Ovviamente è un incontro da giornalista, quindi un approccio totalmente laico, nonostante Gerusalemme sia considerata una città santa. Io ne ho visto devo dire in questi nove anni la parte meno santa, la parte che usa le religioni come alibi e come strumento politico. Ne vedo la sofferenza quotidiana delle persone, persone di tutte le fedi. Ma quelle che vedo io sono persone, dopodiché hanno anche una fede – spesso evidente nei vestiti che indossano – ma che io non debbo sapere in prima battuta: quelli che ho davanti sono degli uomini, delle donne, dei bambini, degli anziani, poi sono anche ebrei, musulmani e cristiani…ma questa è una cosa che a me interessa molto relativamente.

In questi nove anni quello che da una parte mi ha sorpreso e dall’altra mi ha fatto arrabbiare è il fatto che molti tra i pellegrini che ho visto hanno avuto con la città un rapporto autoreferenziale, che riguardava la fede ma non la fede calata nel presente, in mezzo agli uomini. Parlo soprattutto per i pellegrini cristiani perché io sono cattolica, ho visto molti che guardavano le sacre pietre e non guardavano gli uomini e le donne di Gerusalemme. Questo francamente mi ha indispettito perché nel mio rapporto con la fede il Vangelo è presente, è atto, è condivisione, e invece quello che ho visto mi sembra una lettura riduttiva di un pellegrinaggio.

Chi sono i giovani di Gerusalemme oggi?Devo dire molto diversi da tutto questo. Ho incontrato soprattutto giovani cooperanti, coloro che fanno progetti di cooperazione con i palestinesi. Quelli che ho incontrato a Gerusalemme ma a Gaza ma in Cisgiordania sono giovani che si interessano molto poco alle pietre e praticamente del tutto alle persone.

I giovani propriamente nati a Gerusalemme sono giovani che hanno le stesse ambizioni, gli stessi desideri di tutti i giovani del mondo. Vogliono una vita dignitosa, un lavoro dignitoso, poter studiare, magari non farsi ammazzare a vent’anni, e nello stesso tempo però sono ragazzi che hanno un rapporto con la realtà diverso, nel senso che si ha un’infanzia negata oppure un’infanzia che dura molto poco, da parte dei Palestinesi e da parte degli israeliani, ovviamente con carature diverse che non bisogna nascondersi. Nel caso di Gerusalemme che per metà è una città occupata dal 1967 (nella parte orientale), il rapporto tra i ragazzi palestinesi e i ragazzi israeliani è un rapporto di forza, in cui i ragazzi israeliani sono spesso soldati che imbracciano un fucile e chiedono i documenti ai ragazzi palestinesi; ragazzi e ragazze israeliane con la divisa, ragazzi e ragazze palestinesi senza divisa.

Questo lo sottolineo perché Gerusalemme è una città diversa rispetto a Tel Aviv, rispetto a Nazareth, rispetto ad Haifa e alle altre città; è una città in cui l’altro non è trasparente perché vive nello stesso luogo, e ci sono rapporti di forza che sono evidenti nella vita quotidiana. C’è ovviamente anche una vita che dovrebbe essere normale, cioè al di fuori delle divise e al di fuori dei rapporti di forza, ed è una vita frammentata tra le diverse parti della città, non c’è una vita condivisa, anche se si dice che Gerusalemme sia una città unificata sotto il governo israeliano.
Gerusalemme è ancora una città divisa in cui i luoghi dove si può e si vuole stare insieme sono pochissimi, rari, quasi inesistenti, e riguardano un pezzettino delle due popolazioni e sono peraltro sempre di meno, perché la situazione non è affatto migliorata, anzi direi che è peggiorata negli ultimi anni.

Dopo nove anni, il messaggio che come donna e come giornalista hai nel cuore da questa città è un messaggio di scoraggiamento, di odio o è comunque un messaggio di speranza?
Sono diversi messaggi insieme. Se si sta troppo a Gerusalemme si rischia di odiarla e credo che mettere una distanza tra se stessi a Gerusalemme dopo così tanti anni sia necessario.
E’ un messaggio di speranza? Mah, direi molto poco. Io sono ottimista nella vita, ma Gerusalemme è riuscita come a moderare il mio ottimismo, soprattutto quando parliamo di pace, perché secondo me di pace si parla molto a sproposito, e proprio la parola pace – che pure è contenuta nella parola Gerusalemme – è stata abusata e anche violentata in questi anni da tutti quanti.

E’ il caso che Gerusalemme torni centrale ma scardinando i luoghi comuni e cercando di capire che cos’è realmente oggi, perché solamente attraverso una lettura senza propagande, senza stereotipi, di Gerusalemme si riesce ad arrivare al cuore del conflitto. Il quale è molto semplice come per tutti i conflitti: è un problema di riconoscimento dell’altro. C’è bisogno di riconoscere l’altro perché senza non ci sarà alcuna pace, e non ci sarà non solo alcuna pace giusta, ma alcuna pace durevole.

Quindi la mia speranza è che un giorno o l’altro la persona che ci sta davanti non sia trasparente, non sia invisibile. Ecco io credo che Gerusalemme in questi anni sia invisibile come città reale, ma sia anche una sorta di rappresentazione dell’invisibilità dell’altro. La mia speranza è che un giorno o l’altro questo benedetto muro, che è anche fisico e che è anche all’interno di Gerusalemme (un muro di cemento alto nove metri) cada così come ne sono caduti altri, come è caduto il muro di Berlino che hanno cominciato a erigere quando io sono nata cinquantuno anni fa. Ecco spero che anche questo muro di cemento cada e mostri veramente l’altro, e poi si scoprirà che l’altro è simile se non uguale a se stessi, una cosa estremamente banale ma che sembra sia impossibile in questo momento comprendere a Gerusalemme.

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – settembre 2012)

A RESPIRARE QUEL VENTO. IL DIARIO DI AUSCHWITZ

Inizia in questi giorni della memoria la pubblicazione del Diario di Auschwitz, tratto dal viaggio di 10 mesi fa con gli amici Arianna Sortino (fotografie), Pietro Mensi, Elisa Falco e Guglielmo Cassinelli.

Il diario esce a puntate sul blog Dire Fare Baciare del fotogiornalista ed editore di Pavia Giovanni Giovannetti.

Vai al diario

COME SI APOSTROFANO CREDENTI E NON CREDENTI (di MV)

SEMPRE SULL'(IN)OFFENSIVA

di MV*

Non so se anche voi siate attenti e devoti lettori del nostro comune amico Giacomo D’Alessandro; personalmente trovo le sue iniziative sempre degne di ascolto e di meditazione, soprattutto riguardo a temi non indifferenti come Chiesa, comunicazione, giovani, per citarne alcuni. A questo proposito ho letto con interesse la conversazione che ha tenuto con Fabrizio Valletti, gesuita, riguardo all’aiuto concreto che si può offrire a chi ha veramente bisogno. Fede, aiuto, religiosità, generosità, amore…ma soprattutto credenti e non credenti che lavorano fianco a fianco. Proprio su questo era incentrato il dialogo, su quel sentimento che oltrepassa le barriere e unisce tutti in ciò che davvero conta.
Si tratta di iniziative che non hanno bisogno di commenti o elogi giacché la loro nobiltà è già di per sé evidente. Però, c’è un però…come quando si guarda un bel film e improvvisamente si è colpiti da una scena che si reputa fuori luogo o eccessiva, o quando si guarda un paesaggio e si nota qualcosa che stona in maniera troppo forte per non accorgersene. Ora, messe da parte le metafore da due soldi, il punto è che vi è una frase che ha suscitato in me lo stesso effetto. Vi è stata una frase, una locuzione o come la volete chiamare, che ha stonato nella mia lettura, l’unica che abbia trovato il mio disaccordo. “Per il futuro occorre saper lavorare ancora di più con chi è impegnato a fianco dei poveri anche se non riconosce o non ha sviluppato una coscienza di fede“.
L’intento e il senso sono chiari: bisogna che le persone mosse da fede aumentino e rafforzino i loro rapporti con quelle che non lo sono nell’aiuto dei poveri, ovverosia in ciò che davvero le unisce in un senso più alto.
Solo un folle potrebbe essere in disaccordo con questa tesi. Ma le frasi sono fatte di parole e le parole hanno un proprio peso e in questo senso mi sia concessa una brevissima analisi testuale.
Ai miei occhi non c’è nessun problema fino a “poveri”, dopodiché iniziano le due parti più problematiche: “anche se non riconosce”, è la prima, dove la distinzione noi/loro è netta ed evidente e non costituisce alcun tipo di problema. Non c’è, infatti, nessuna legge che imponga di condividere lo stesso approccio e partire dallo stesso punto di vista, del resto l’importante è che si arrivi alla stessa meta pur camminando su strade diverse.
“non riconosce”, inoltre, implica una posizione A rispetto a B e in questo non vi è nulla di preoccupante, al contrario questa differenziazione è il principio stesso del dialogo e del confronto tra le parti, fondato sul reciproco rispetto e sulla mutua intenzione di comprendersi. Non solo, anche da un punto di vista squisitamente credente la posizione guadagna in chiarezza e non suscita alcun tipo di ambiguità. Certo, l’unica osservazione che potrei fare è questa: riconoscere significa ammettere qualcosa che si dà per oggettivo, quindi il non riconoscimento implica l’idea di una mancata riconoscenza di ciò che, invece, si dà per esistente. Che significa? Significa che la mia posizione di credente è connotata da una premessa ontologica non negoziabile circa la reale entità del mio oggetto di fede, per così dire. Io so che qualcosa c’è, e lo riconosco, se poi tu non credente non lo riconosci beh quelli sono affari tuoi. Dopotutto questo costituisce quel nucleo di verità che rappresenta il quid di ogni religione (intendo dal punto di vista prettamente teorico, assolutamente non pratico-morale), che razza di credente sarebbe un credente che dicesse ogni giorno “mah non lo so se c’è o non c’è, però credo eh!”? La fede richiede che essa stessa sia data per ammissione di un qualcosa di oggettivo. Poiché la fede si sa quindi come verità ne segue allora che il non riconoscimento si presenti come una sua precisa negazione.
Questo è il modo in cui la leggo personalmente, in realtà, se ci atteniamo al piano teorico, non sussiste alcun problema perché da che mondo è mondo c’è chi ha fede e chi non ce l’ha. Qui il non riconoscimento della fede è dato per qualcosa di assodato e oggettivo e si esaurisce in se stesso. Vale a dire, si storce un po’ il naso ma si va avanti…
Ora però si arriva alla seconda parte, quella che recita “o non ha sviluppato”. Qui ahimè il disappunto è più forte e su quello non posso tacere. In realtà la mia vuole essere solo una piccola nota di carattere innanzitutto formale poiché, come ripeto, il contenuto e il senso dell’articolo son irreprensibili.
Propongo la mia rapida analisi: l’errore formale in cui si cade a questo punto del discorso è tale per cui il piano teorico non può più essere mantenuto o comunque può esserlo ma con molta più fatica, con molto più sforzo. Cosa voglio dire, in sostanza, è che il concetto espresso dal verbo sviluppare reca in sé una certa connotazione morale che non stenta a farsi notare. Qui si trova il mio disappunto poiché qui vedo la messa in pratica di quello che io chiamo linguaggio respingente.
L’idea di “sviluppo” porta sempre con sé quella di un sopra e di un sotto, di un più avanti e di un più indietro, di uno sviluppo verso qualcosa. È difficile quindi non intravedere qui quella caratteristica supponenza (mi sia concesso il termine che mi rendo conto essere un po’ troppo forte) con la quale il credente si rivolge al non credente. O quantomeno, permettetemi di precisare meglio perché io stesso ho la fortuna di avere amicizie che smentiscono seccamente questa affermazione, quella prospettiva per cui il credente ha qualcosa che il non credente non ha. Voi direte, “certo, la fede!”. Vero, ma in questa non possessione sta proprio ciò che lo rende agli occhi del credente un essere che manca di qualcosa. E qualcuno cui manca qualcosa è, per definizione, un essere manchevolee in questo sta la gravità dell’impostazione che io critico con maggior forza.
Trovo del tutto inadatto in questo momento il ricorso a questo tipo di linguaggio, che implica l’idea quindi che vi sia chi gode della sicurezza di una verità superiore da un lato e chi “poverino” non ha (vogliamo aggiungere “ancora”?) “sviluppato” questa coscienza dall’altro. L’idea di superiore e inferiore riemerge qui in maniera, a mio avviso, non trascurabile, ragione per cui la moderatezza della prima parte del periodo viene infranta rischiando così di invalidare la proprietà formale dell’intero discorso.
È proprio questa forma di linguaggio che trovo sia oggi di ostacolo alla comunicabilità della Chiesa o comunque delle diverse professioni di fede (Fabrizio Valletti è infatti un gesuita). La sfida però è qui tutt’altro che banale perché chiama in causa una precisa dialettica fra gli statuti ontologici dell’una e dell’altra parte.
Per concludere, il mio vuole solo essere l’invito di un ragazzo come tanti a riflettere attentamente sulle parole che utilizziamo poiché esse non vengono mai da sole ma sempre accompagnate da un corollario semantico dal quale non possono essere distaccate. Attenzione quindi ad usare un certo tipo di linguaggio; un linguaggio che rimandi ad una distinzione tra superiore e inferiore (anche se solo accennata), in contesti dove l’obiettivo deve essere piuttosto quello dell’incontro e dell’ascolto, non può essere ammesso.
Il linguaggio è nelle mani dell’uomo un’arma potentissima, si sa, capace di portarlo alle cose più alte così come a quelle più basse, per questo non ogni linguaggio è pertinente ad ogni contesto. E contesti come quello religioso, se lo vogliamo intendere nel senso più ampio, non si possono permettere l’utilizzo di forme di linguaggio che non siano votate al reciproco incontro e al confronto paritetico.
In altre parole, nel dialogo fra credenti e non credenti penso che il primo passo sia quello di utilizzare sempre un linguaggio inoffensivo. L’intesa tra le parti necessita di questo tipo di mediazione, che si vuole moderata e rispettosa dell’altro se vuole pervenire al suo scopo. Quando parliamo tra credenti e non credenti usiamo un certo tipo di linguaggio, che sia d’incontro e d’intesa. Anzi, facciamolo sempre.

*MV è lo pseudonimo scelto da un amico di FiatoCorto che inizia oggi a collaborare a questo blog. Da poco ottenuta la laurea triennale in Filosofia all’Università di Genova, MV ama pensare, dialogare, studiare e scrivere, sia racconti di vario genere sia argomenti filosofici. Ci suggerirà in particolare alcuni spunti che a partire dall’attualità vanno a toccare concetti e ragioni più profonde e per questo alla base di ogni comprensione.

Dello stesso autore:
Se ogni filosofia è politica (26 novembre 2012)
La politica una professione? (20 ottobre 2012)

IL M5S RIMETTA GRILLO AL SUO POSTO O MORIRA’

Lettera aperta agli iscritti al Movimento 5 Stelle

tratta da beppegrillo.it
E’ questione di buonsenso rendersi conto che questo è un momento decisivo per il Movimento 5 Stelle. Chiamato nel breve termine a fare il lungo salto verso il Parlamento e a una dimensione nazionale, può riuscire a plasmare i suoi punti di forza in una metodologia collettiva di confronto, decisione e battaglia politica, ma può anche restare impantanato nella paura di “perdere il controllo” di se stesso, disgregandosi soprattutto in una polarizzazione sempre maggiore tra la metodologia di lavoro delle basi e quella scelta di volta in volta dal “vertice garante e ispiratore”.
Da una parte è comprensibile come in questi passaggi delicati l’ispiratore e promotore Beppe Grillo insieme al suo team di comunicazione e collaboratori non vogliano permettere che tutto sfugga dalle mani prima di aver approntato la tanto agognata “piattaforma online dove uno vale uno”.
Dall’altra è nient’altro che un continuo danno che una serie di decisioni, in merito a espulsioni e regole di attuazione del Non Statuto, vengano prese e comunicate in maniera fredda o aggressiva, senza sufficienti giustificazioni, ma soprattutto senza possibilità di dialogo tra base e blog. Ogni volta che questo succede, è un danno e una crepa anche relazionale che va ad accumularsi e che prima o dopo fratturerà il Movimento (proprio quello che si vorrebbe ora evitare in vista delle elezioni).
Il Movimento 5 Stelle è qualcosa di straordinario: nulla di simile si è visto in Italia e forse in Europa in questi anni. Con i media contro, senza finanziamenti, senza istituzioni, senza poteri forti si è plasmato con cittadini semplici e pochi saldi punti sui quali ha iniettato “a forza” delle innovazioni nella prassi politica, che il resto della società non ha saputo rendere: sui costi della politica, sulla trasparenza delle istituzioni, sul ricambio generazionale, sulla partecipazione civile e civica alla società fin dalle piccole cose, sulla priorità dell’ambiente, sullo sfruttare le potenzialità della rete come risorsa della conoscenza e della comunicazione. Il Movimento è stato pioniere e precursore dell’aver portato in primo piano con efficacia queste tematiche, di averne mostrato l’attuabilità, di esservi stato coerente.
Beppe Grillo ha suscitato e stimolato in modo unico questo percorso negli anni. Come ha riconosciuto Flores D’Arcais (non certo un suo fan) si tratta dell’unico fenomeno di protesta tra i molti nati sotto Berlusconi che sia riuscito a sfociare in una proposta politica. Certo non completa, non esaustiva, non definitiva. Ma che ha spinto i cittadini dalla protesta online all’attivarsi in piazza, da lì a servirsi degli strumenti costituzionali (leggi popolari e referendum) per cambiare alcune cose, da lì a farsi direttamente protagonisti tramite liste civiche, e poi Movimento politico. Beppe Grillo ha dato quella visibilità e quegli strumenti necessari a un simile impensabile successo.
La funzione migliore che ha e deve mantenere il Movimento è quella di essere “funzionale” a far cambiare, maturare, rinascere le altre forze politiche. Costringerne il ricambio, costringerle ad assumere i contenuti e le prassi del Movimento sui temi detti sopra. E’ già accaduto, sta già accadendo. La vittoria è nel momento del “contagio” degli altri, più ancora che nella loro soppressione. E’ nel portare cittadini alla deriva o arrabbiati a impegnarsi nuovamente, per cambiare da protagonisti, più che nell’alimentare un esercito di “bulldozer” senza capacità critica all’opposto.
I recenti avvenimenti mostrano chiaramente che il Movimento è a rischio: arroccarsi dietro a Grillo sempre e comunque, contro tutto e tutti (anche i propri membri), o discernere con lucidità, e con uno sforzo enorme darsi quei punti fermi mancanti per evitare l’implosione. Beppe Grillo è una risorsa straordinaria, ma non ha le caratteristiche del garante. Continua sempre più a perdere fiducia in un ruolo che non è il suo e non sa gestire, umanamente e praticamente. E’ un libero predicatore, un comico, un ispiratore, un canale di visibilità, uno che dà entusiasmo, creatività, colore, idee e scrolloni. Ha la nostra fiducia in questo ruolo, non in quello di capo politico o di garante.
Per questo è decisivo che il Movimento non faccia passare l’espulsione di Giovanni Favia e Federica Salsi senza una grande reazione collettiva di buonsenso e intelligenza, tale da rimettere Grillo al suo posto, al suo ruolo originario. E quindi da attivare procedure diverse di garanzia sul Non Statuto e i processi decisionali interni. Se questa poteva essere una prospettiva graduale, ora è un imperativo: le ultime espulsioni, ingiustificate e seguite a un video di un Beppe nervoso e inaccettabile contro i suoi stessi membri, saranno da subito un boomerang ad ogni livello: interno, elettorale, relazionale, di fiducia ma anche di speranza.
Il Movimento è un patrimonio, e non è mai stato invano. Ogni azione che lo riguarda in questi mesi e nei prossimi è decisiva. Con questo video e queste espulsioni Beppe Grillo si mostra definitivamente agli occhi di chi ha buonsenso e vuol bene al M5S come inadatto al ruolo che si è dato. Ora sia il Movimento a dargli il ruolo giusto. Il livello nazionale ne esce già abbastanza compromesso da suscitare molta diffidenza. Se si perde questa occasione, è l’inizio della fine del Movimento 5 Stelle, la fine totale in quanto soffocamento del suo spirito libero vincente.
Giacomo D’Alessandro, 22 anni, studente, Genova

DAL CUORE DI SCAMPIA, UN BLOG PER DOMENICO PIZZUTI

Tra gli incontri fatti a Scampia diventa ancora più significativo quello con il gesuita sociologo Domenico Pizzuti, 83 anni e più attivo che mai, già docente universitario e autore di diversi saggi tra cui “Le due Napoli”. Con Domenico abbiamo deciso di aprire il blogPensieri in libertà“, dove settimanalmente pubblicherà una sua riflessione tra strada e Vangelo. Sarà anche possibile contattarlo e diffonderlo attraverso il suo neonato profilo Facebook “Domenico Pizzuti“.
Avrò l’onere e l’onore di curare entrambi questi suoi nuovi canali, per stabilire anche sulla rete un legame quotidiano tra il cuore di Scampia e gli amici di tutta Italia.

IN VIAGGIO TRA "LA CHIESA CHE NON TACE"

Da circa venti giorni sono in giro per l’Italia tra ricerche per la mia tesi e svago vacanziero. Sto tentando di raccontare “a pennellate” le tappe variopinte di questo strano viaggio che mi sta accadendo, come sempre sul blog Canto del Ramingo.

Potete leggere qui i post del diario di viaggio

Lo studio in particolare riguarda le realtà ecclesiali che innovano e la prospettiva di costruire insieme ad esse una piattaforma di rete multimediale, per farne emergere la presenza e il contributo.