Categoria: chiesa

Intervista da non perdere del generale dei Gesuiti

tratta da rossoporpora.org – febbraio 2017

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Padre Sosa, incominciamo con uno sguardo generale sulla Chiesa prima di passare a parlare di Lei. Da quasi quattro anni la Chiesa cattolica ha come timoniere un gesuita latino-americano e da quattro mesi la Compagnia di Gesù è diretta da un gesuita latino-americano. Soffermiamoci dapprima sulle caratteristiche di novità portate da una Chiesa guidata da un gesuita…

La novità è grande, poiché mi sembra che mai il Fondatore o i gesuiti abbiano covato questa idea in testa. Neppure il gesuita Jorge Mario Bergoglio. Tradizionalmente la Compagnia di Gesù cerca di rendere un servizio alla Chiesa non da un punto di vista gerarchico, ma secondo un’altra ottica: pastorale, intellettuale, educativa. Lo fa in posti e momenti speciali. I gesuiti che sono anche vescovi, rendono questo servizio su richiesta diretta della Santa Sede e in posti in cui altri non vogliono andare o in cui regna una situazione speciale.

Intende suggerire che oggi nella Chiesa regna una ‘situazione speciale’?

Perché un gesuita divenga papa ci dev’essere per forza una situazione speciale. E’ stata la Chiesa a chiedere questo. Per di più l’ha chiesto a un gesuita anziano, alle soglie del pensionamento: e anche questo è un aspetto singolare.

Un gesuita latino-americano…ulteriore novità che riguarda contemporaneamente anche la Compagnia di Gesù…

Questo è un papa che, come me, viene dalla Chiesa latino-americana. Io sono entrato in Compagnia proprio quando si stava concludendo il Vaticano secondo. Il noviziato l’ho finito nel 1968, al momento della Conferenza generale di tutti i vescovi latino-americani a Medellin, aperta da Paolo VI. La nostra elezione è certo un segnale che in questi cinquant’anni la Chiesa latino-americana ha saputo concretizzare seriamente il Concilio, essendosi convertita a tutti i livelli…

La Chiesa latino-americana aveva bisogno di una conversione completa?

La conversione era richiesta dal Vaticano secondo a tutti, con modalità diverse a seconda del proprio servizio nella Chiesa. Ad esempio ai religiosi è stato chiesto di tornare ad abbeverarsi alle loro fonti spirituali. In generale alla Chiesa è stato chiesto di aprire le finestre, far entrare aria fresca, scoprire i cambiamenti del mondo cercando di considerarli seriamente. E’ così che la Chiesa latino-americana ha incominciato a confrontarsi con convinzione con la realtà veramente sconvolgente del continente, una realtà che ancora oggi è dirompente in una situazione in cui la differenza tra ricchi e poveri è la maggiore nel mondo…

L’America latina non è però il continente più povero… 

No, ma certamente è quello in cui la disuguaglianza raggiunge l’apice. Accanto a questa povertà c’è però la fede molto viva della gente…così variata e con tante esperienze di inculturazione. La Chiesa latino-americana dopo il Concilio ha preso un grande slancio ed è riuscita a convertire sia i suoi modi pastorali che le sue strutture sociali, con un’attenzione particolare all’evangelizzazione dei poveri. Lo dico con umiltà e anche un po’ d’orgoglio: sia papa Francesco che io siamo figli di questa storia, frutto di un lavoro non personale, ma collettivo che dura da più di cinquant’anni.

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A Francesco fa da ostacolo il clero (Osservatore Romano)

di Giulio Cirignano, su L’Osservatore Romano del 25-7-2017

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L’ostacolo maggiore che si frappone alla conversione che Papa Francesco vuol far fare alla Chiesa è costituito, in qualche misura, dall’atteggiamento di buona parte del clero, in alto e in basso. Atteggiamento, talvolta, di chiusura se non di ostilità. Come i discepoli nell’Orto degli ulivi, ancora i suoi discepoli dormono. Il fatto è sconcertante. Per questa ragione il fenomeno va esaminato a fondo, nelle sue cause e nelle sue modalità. Il clero trascina dietro di sé la comunità, che invece dovrebbe essere accompagnata in questo straordinario momento. Gran parte dei fedeli hanno compreso, nonostante tutto, il momento favorevole, il kairós, che il Signore sta donando alla sua comunità. Gran parte dei fedeli è in festa. Tuttavia quella porzione più vicina a pastori poco illuminati viene mantenuta dentro un orizzonte vecchio, l’orizzonte delle pratiche abituali, del linguaggio fuori moda, del pensiero ripetitivo e senza vitalità. In fondo, il Sinedrio è sempre fedele a se stesso, ricco di devoto ossequio al passato scambiato per fedeltà alla tradizione, povero di profezia. Quali le ragioni di tutto ciò?

Al primo posto della lista occorre, probabilmente, collocare il livello culturale modesto di parte del clero, sia in alto che in basso. Non possiamo generalizzare e, pertanto, non troviamo alcuna difficoltà ad ammettere che ci sono molte eccezioni a questo stato di cose, per fortuna. In molti presbiteri, purtroppo, la cultura teologica è scarsa e ancora minore è la preparazione biblica. La causa di questo deplorevole stato di cose è facilmente individuabile. Quando un corso di studi di livello universitario, tanto per fare un esempio, non lascia nello studente la voglia di pensare, di continuare a studiare, di esercitare un minimo di senso critico, vuol dire che ha fallito il suo compito. L’impostazione di gran parte dei seminari non favorisce il formarsi di una mentalità di lavoro e di impegno. Gli anni di preparazione al presbiterato dovrebbero alimentare la consapevolezza circa la necessità del ministero come un vero e proprio lavoro. Come ogni persona, anche il prete lavora per guadagnarsi il pane.

Si obietterà che spesso i preti sono oberati da molte faccende. Questo risponde a verità. Se però le molte faccende impediscono al prete di svolgere il compito che gli è proprio ci dobbiamo interrogare. Forse grava sul prete un’immagine che viene dal passato e che non è più sostenibile? Ci riferiamo a un’immagine ereditata in cui il prete era pensato come il capo e il padrone della comunità e che, in virtù della sua condizione celibataria, veniva come compensato da una specie di ruolo a responsabilità individuale totalizzante. Una specie di “protagonista” solitario. Gli organismi di sinodalità funzionavano e funzionano poco e male. In questo schema si pensava che la vitalità di una comunità passasse dal prete ai fedeli, costantemente conservati in un ruolo passivo. Tutto ciò oggi non è più accettabile.

C’è ancora un fattore più grave che impedisce a quanti portano il dono del sacerdozio ministeriale di intercettare le domande che vengono dalla storia e accogliere con gioia ed entusiasmo gli inviti al cambiamento. È un fattore il cui peso è difficilmente misurabile, una specie di gabbia paralizzante. Possiamo definirlo, sostanzialmente, come la modalità di concepire l’esperienza religiosa in termini vecchi, quelli maturati e consolidati nel lungo periodo della controriforma. Modalità che coinvolge la teologia, la spiritualità e la pratica.
Una teologia, in primo luogo, senza le risorse della Parola, senz’anima, che ha trasformato l’appassionante e misteriosa avventura del credere in religione. Fede e religione: nell’immaginario comune sono quasi sinonimi. In realtà, sono esperienze profondamente diverse. La religione nasce dalla paura e dal bisogno dell’uomo che spinto da questo duplice fattore si incammina in cerca di una mano a cui aggrapparsi. Va in cerca di un aiuto che, spesso, costruisce in parte anche secondo le sue necessità. È una esperienza bella, certamente, che si alimenta alla coscienza del mistero, che ogni uomo porta in sé. Ha, però, questo grande limite: il Dio della religione è, per lo più, proiezione dell’uomo, della sua mente, delle sue paure, delle sue necessità. È un dio ipotetico.
La fede ha tutt’altra origine. È accoglienza di un evento umanamente impensabile. Nell’esperienza della fede non è in primo luogo l’uomo che va verso Dio, ma l’opposto. Dio si rende esperibile all’uomo che è invitato ad accoglierlo. La fede è il vuoto dell’uomo e il pieno di Dio: in ciò l’uomo trova la sua completa dignità.

Dobbiamo ammetterlo: siamo tutti profondamente intessuti di religione. Tutti, nessuno escluso. Anzi, il bisogno religioso ci accompagnerà fino alla fine della vita. Non ci abbandonerà mai. Avremo sempre l’istinto di cercare quella misteriosa mano su cui posare le nostre vertigini esistenziali. Dunque nessuna svalutazione della religione, ma dobbiamo ribadire con forza che la fede è un’altra cosa. Quando il prete è troppo segnato da mentalità religiosa e poco da limpida fede, allora tutto si fa più complicato, poiché egli rischia di restare vittima delle molte cose inventate dall’uomo su Dio e sulla sua volontà. Quando è l’uomo a parlare di Dio, lo fa da uomo, immaginando, ipotizzando e talvolta sostituendosi a Lui. Colui, che è totalmente altro, non sopporta di essere rinchiuso in schemi angusti, tipici della mente umana. «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Giovanni, 1, 18), di lui sappiamo solo quello che il Figlio ha voluto rivelare. Dio è amore: questo è tutto. Amore come dono di sé. Così Egli corregge, in maniera plateale, le mille involuzioni che siamo soliti far compiere all’amore.

Che cosa non ti abbiamo chiesto? (VinoNuovo.it)

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Fatelo il questionario online promosso dal Sinodo dei Vescovi in vista della prossima consultazione, che riguarderà la situazione globale dei giovani, fuori e dentro la Chiesa. Fatelo perché è un buon esercizio innanzitutto di check-up personale: come mi definisco, a che punto sono nel mio cammino, come mi relaziono con la società e come costruisco il mio futuro. Fatelo perché è rivolto a credenti e non credenti, a cristiani come a musulmani, ad agnostici come ad atei, senza esclusioni. Presenta opzioni insolite per un testo ecclesiastico: potete rispondere per esempio che per voi Dio è Madre, che reputate Gesù un rivoluzionario o un sapiente come altri. Ed è un questionario interessante perché punta a capire come la società contemporanea (le condizioni sociali ed economiche) incida sulla nostra vita, sul nostro modo di scegliere e di pensare. Non è nulla di eccezionale, sia chiaro, e rimane molto sul generico, però contiene una buona dose di risposte aperte, non è tutto preconfezionato. Ed è molto meno “tecnico-specialistico” dei questionari precedenti. Non dà molto per scontato sulla formazione e sulla filosofia di vita di chi risponde, ma cerca di ascoltare, questa volta veramente, in che modo le nostre generazioni hanno in testa di passare la vita.

Alla fine troverete due domande aperte. Preparatevele prima perché ha senso pensarci un po’ su, e poi fare un copia incolla quando ne siamo sicuri. La prima ci chiede di ripercorrere i momenti essenziali della nostra vita in cui ci siamo più coinvolti nel cammino cristiano. Grazie a chi, e quale migliore esperienza di Chiesa abbiamo vissuto. Qui ho fatto riferimento soprattutto alle esperienze di campi-famiglia, dove si ricrea per pochi giorni all’anno una situazione forse simile alle prime comunità cristiane (tutto in comune, tutti a servizio di tutti, vita allegra conviviale e relazioni profonde). E in secondo luogo ho elogiato molte figure di gesuiti che come “seminatori” hanno oggi forse la preparazione, la qualità e lo stile ecclesiale più efficace e recettivo della realtà, meno clericale, più collegiale, più inserito nella normalità della vita del mondo. Sono comunità d’inserzione nelle pieghe più diverse della società, che spesso si rivelano più libere di dedicarsi a un’ampia gamma di iniziative pastorali innovative, e alleggerite dal senso di decadenza e di antiquatezza di cui sono vittime (e a volte artefici) molti solitari preti invischiati nel mandare avanti baracche parrocchiali. Altro vantaggio dei gesuiti (e di tutte le religiose e i preti che si rifanno alla loro formazione) è aver investito sul discernimento ignaziano come strumento attuale e urgente per molti giovani di indagare e preparare scelte forti di vita e di impegno per la giustizia, creando spazio tra le ansie soffocanti del sistema e della crisi.

La seconda domanda aperta offre lo spazio per dire “cosa non ti è stato chiesto nel questionario” che ritieni importante per il Sinodo e per la vita della Chiesa. A questa domanda ho scelto di rispondere così.

“Non mi è stato chiesto in maniera più specifica cosa vorrei che cambiasse/migliorasse nella Chiesa e nella pastorale, perché sia più affine con i giovani di oggi e più accessibile per tutte le persone che se ne sono allontanate o che non riescono a trovarla coinvolgente per la loro vita.

1. La lontananza tra Chiesa e giovani è tale che difficilmente è colmabile. Nonostante tutto, nonostante su tante cose si sia fuori tempo massimo, ci sono ancora margini di riavvicinamento, e potenzialità inespresse.

2. La liturgia è quanto di più ostacolante e lontano dalla sensibilità giovanile. L’eucaristia incastrata nella forma liturgica attuale non dice più nulla del suo senso e del suo valore originario alla maggior parte dei giovani, e il fatto che si continui a farne un punto obbligatorio dell’appartenenza ecclesiale è la prima causa di allontanamento (e di verifica negativa della propria fede) per tanti giovani che sarebbero ottime persone in ricerca e in servizio all’interno delle comunità. Invece che favorire la fede, siamo al paradosso che questo tipo di liturgia ostacola un percorso autentico di fede giovane e adulta…

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Cosa ha detto davvero Francesco a Genova (VinoNuovo.it)

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Basso profilo, sincera prossimità, consigli precisi. Si potrebbe riassumere così la visita di papa Francesco alla città di Genova. Non si è visto un Francesco esuberante, da fuochi d’artificio, nè si sono sentite particolari sferzate, salvo alcune eccezioni. Perché Jorge Mario Bergoglio – che da sempre sceglie oculatamente i suoi viaggi in base a fortissime motivazioni sociali ed ecclesiali – abbia scelto di dedicare una visita a Genova, è una domanda aperta. Di fronte allo spiazzante basso profilo scelto dal Vescovo di Roma nei suoi discorsi, una risposta suona più verosimile di altre: se non è venuto a dire o fare nulla di particolare di cui proprio Genova avesse bisogno, probabilmente è venuto ad ascoltare ed assorbire. A conoscere. A rendersi conto. Forse ritenendola una città dove si concentrano problematiche e condizioni più significative per guardare ad un mondo che cambia. Forse anche in vista del sostanzioso cambio di passo di cui la diocesi ha bisogno secondo molte voci interne ed esterne. Svolta possibile proprio nel giro di un paio d’anni, con il pensionamento del cardinale Angelo Bagnasco. Certo, come detto da quest’ultimo, operai, disoccupati, bambini, malati, migranti, senzatetto, hanno ricevuto un enorme dono personale da questa visita.

Ma proviamo a sintetizzare per ciascuno dei momenti della giornata gli spunti che il papa ha voluto dare ai genovesi. Alcuni già ampiamente sottolineati dai media, altri poco notati da chi non conosce il contesto in cui cadono. Farò riferimento a dialoghi, perché Francesco ha scelto anche in questo caso il format del dialogo: rispondere a domande e bisogni espressi dalle persone, invece che calare monologhi preparati a sua discrezione. Non farò citazioni virgolettate, per semplificare i concetti.

Il dialogo sul lavoro. Dice: il buon imprenditore crea un ambiente sinodale, in cui si cura della crescita di un progetto e delle persone coinvolte, in cui si pone come un primus inter pares. Lotta e prega con e per la propria gente, sente e crea appartenenza ad una comunità. Chi fa l’imprenditore cercando profitto personale va invece chiamato “speculatore”, ben diverso. Francesco insiste moltissimo su questa distinzione, sul chiamare le cose col loro nome, senza omologare modi di agire opposti. Ed evidenzia un tema sempre troppo ignorato, quello della governance nei luoghi di lavoro, dove spadroneggia il modello capo-sudditi e non certo il modello-democratico. Dice poi: il lavoro mercenario per il profitto personale è da speculatori. Sembra rinnovare la denuncia del sistema capitalista-finanziario con tutte le sue derive, dalla finanziarizzazione delle aziende all’individualismo delle persone. Dice ancora: la burocrazia è asfissiante perché presuppone i furbi e gli speculatori, e per arginare quelli mette freni esasperanti ai puri che farebbero del bene. Ci vuole un sistema che premi e liberi gli onesti da troppi vincoli. Attenti con l’ansia di leggi e regole iperspecifiche, diventano freni alla creatività dei buoni. Conclude con due concetti molto forti: perché ha voluto questo incontro? Perché il lavoro è uno dei luoghi del popolo di Dio, e questi discorsi non sono meno importanti dei discorsi di chiesa: i luoghi della chiesa sono i luoghi della vita. Francesco ribadisce un cambio di approccio pastorale di cui molte chiese locali ancora difettano: l’obiettivo non è insistere che la gente vada in chiesa e nei luoghi della chiesa, ma che la chiesa si abitui che è giusto e prioritario andare nei luoghi della vita, quali che siano in ogni tempo. Ciò non è un di più oltre alle “cose sacre”, ma una priorità della sua missione. Il secondo concetto forte è che non tutto il lavoro è buono a prescindere; ci sono ancora troppi lavori sbagliati, ingiusti, cattivi. Molti valori della grande finanza non sono in linea con l’umanesimo cristiano. E poi traffico di armi, pornografia, gioco d’azzardo, e tutte le imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Sono cattivi i lavori totalizzanti, anche se ben pagati, perché la vita non è tutta lavoro. Denuncia come sbagliati socialmente anche privilegi, caste, rendite. Bisogna organizzare la società perché tutti possano contribuirvi e viverci con il loro lavoro, esprimendo un senso e un’appartenenza; non perché tutti accumulino reddito a prescindere da quello che fanno, da spendere in consumi. In questa ottica va riscritto un patto sociale che oggi non tiene più, tra chi non riesce a lavorare per nulla e chi è schiavo di lavori sbagliati o ricattanti e non riesce a uscirne. Vien da dire “lavorare meno, lavorare tutti, accettare solo lavori etici”.

Un simile discorso ha forte valore non solo per Genova, ma per tutto il mondo del lavoro. E non tanto, io credo, per imprenditori e dirigenti, quanto per lavoratori e famiglie, da un lato, che faticano a uscire da mentalità inculcate per decenni, incapaci oggi di sviluppare nuove visioni e modi di lavorare, stare al mondo, di ripensare; e per istituzioni e società civile, dall’altro, che possono se determinati imprimere piccoli ma decisivi cambi di rotta all’organizzazione del sistema lavorativo. Una lotta dura, ma che esige visioni alternative, cambiare le domande per perseguire risposte incisive. Di sicuro Genova è simbolo di una società post-industriale stanca, appesantita, smarrita, sfilacciata, dove il cambiamento è più urgente quanto più potenzialmente rivoluzionario, se vede alleate le diverse forze in campo, con poco o niente da perdere. Un forte input anche alle giovani generazioni sul modo in cui pensare e approcciare il mondo del lavoro, che rischia di essere un idolo da perseguire a prescindere, senza distinzioni e ambizioni etiche.

Il dialogo sulla chiesa. A vescovi, preti, diaconi, religiose e religiosi, il Papa ha dato una serie di consigli mirati e chiesto alcuni precisi esami di coscienza.

Primo: come vivere appieno la missione? Imitando lo stile di Gesù, sempre in cammino, tra la folla, in strada, immersi nei problemi della gente, senza soccombere alla fretta o all’agenda iperstrutturata. Si può essere parroci ma non essere cristiani nello stile. Nutrirsi dell’incontro con il Padre e con la gente, a partire dai più emarginati della società. Pregare meno a pappagallo e più in autenticità personale, più in ascolto e in silenzio. Così con la gente. Mi sembrano esortazioni a uscire, a mescolarsi, a vivere il proprio tempo con prossimità e umanità, senza cercare distacchi formali nè di reagire alla complessità con una speculare schizofrenia che diventa impermeabilità e autoreferenzialità. Rischi che la dimensione ecclesiale genovese vive e talvolta alimenta.

Secondo: come vivere la chiesa territoriale? Legandosi a Gesù, non ad altri “salvatori” (su questo Francesco fa una pausa e una sottolineatura particolare, come a dire “i diretti interessati aprano bene le orecchie”). Legandosi ai rapporti, mai alle strutture (altra enfasi chiaramente allusiva). Sospettando di chi si lega troppo alle strutture, carrieristi dal cuore vuoto. Smontando l’autosufficienza che abbiamo creato attorno alla figura del prete che sa tutto, e che non vuol perdere tempo nei confronti sinodali. Tenendo uno stile di vita più comunitario e conviviale, quotidiano. Imparando ad ascoltare chi la pensa diversamente, prendendone l’utile. Imparando a litigare e discutere, segno di libertà e via per una fiducia e fratellenza autentica, non di facciata. Smettendo di parlare alle spalle, mormorare di nascosto degli altri. Su questo Francesco dedica un excursus apparentemente fuori tema su come avvengono le nomine dei vescovi, e dice: è successo che si siano dette calunnie al nunzio su l’uno o l’altro candidato, per gelosie ed invidie. Questo è assenza di fraternità, è tradimento. Parole pesantissime che non avrebbero senso nel discorso se non si riferissero (evidentemente) a qualche fatto avvenuto. Continua chiedendo direttamente ai presenti un esame di coscienza, su quante volte abbiano davvero ascoltato idee differenti dalle proprie e critiche dette da confratelli, su quante volte abbiano mormorato nell’ombra. Cita Canestri (unico citato tra gli ingombranti ex vescovi di Genova) per ricordare che la chiesa è pluralità in una direzione comune. La varietà è lecita. Spesso vogliamo che il fiume divenga piccolo, come siamo noi, e condanniamo gli altri. Questo va imparato dal seminario. Non allevate chiacchieroni, distruttori di fratellanza. Dobbiamo prendere i doni e i carismi di ognuno. Sono tutti concetti calzanti sulla realtà diocesana, dove manca una serena pluralità e dibattito ecclesiale, e per contro sovrabbonda clericalismo, parlare nell’ombra, squalificare ignorando. Con il risultato di un enorme spreco di energie potenziali, e un abbassamento generale della qualità e della progettualità.

Terzo: come vivere il calo di vocazioni? Non come una disgrazia del mondo cattivo, ma come un segno di Dio alla chiesa. E’ un tempo per domandarsi cosa bisogna cambiare. Affrontare i problemi è necessario, e imparare dai problemi è obbligatorio. Non risposte riduttive. Non importazione di religiosi novizi dall’estero, brutto capitolo già scritto in Italia. Puntare sulla testimonianza e sulla conversione missionaria: chi vive da persona felice e fedele al messaggio originario, attrae. Ci sono vescovi e preti che vivono come pagani, e i giovani si allontanano. Certa chiesa spinge fuori la gente. Proporre ai giovani occasioni missionarie a servizio del bene comune, suggerisce il Papa, li rende protagonisti e attratti da una vita piena, dal non vivere per se stessi. La mondanità spirituale (assuefarsi al sistema dominante) è distruttiva. In sintesi, rimarca Francesco, con certi comportamenti siamo noi stessi a provocare certe crisi vocazionali. Le vocazioni ci sono, ma se tu non hai tempo di ascoltare i giovani, la loro fatica, il giovane va a cercare un altro. Concetti assolutamente centrati in una diocesi che non ha affrontato in questi anni lo spinoso tema, limitandosi a evocare preghiere cui non fa seguito un’azione sinodale di ripensamento e cambiamento.

Il dialogo con i giovani. Rispondendo alle domande di un gruppo di giovani impegnati nella Missione Diocesana “Gioia Piena” Francesco ha ripetuto concetti più generici e indirizzato alcune precise provocazioni…

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Francesco a Genova ha scelto di ascoltare e seminare (VinoNuovo)

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Basso profilo, sincera prossimità, consigli precisi. Si potrebbe riassumere così la visita di papa Francesco alla città di Genova. Non si è visto un Francesco esuberante, da fuochi d’artificio, nè si sono sentite particolari sferzate, salvo alcune eccezioni. Perché Jorge Mario Bergoglio – che da sempre sceglie oculatamente i suoi viaggi in base a fortissime motivazioni sociali ed ecclesiali – abbia scelto di dedicare una visita a Genova, è una domanda aperta. Di fronte allo spiazzante basso profilo scelto dal Vescovo di Roma nei suoi discorsi, una risposta suona più verosimile di altre: se non è venuto a dire o fare nulla di particolare di cui proprio Genova avesse bisogno, probabilmente è venuto ad ascoltare ed assorbire. A conoscere. A rendersi conto. Forse ritenendola una città dove si concentrano problematiche e condizioni più significative per guardare ad un mondo che cambia. Forse anche in vista del sostanzioso cambio di passo di cui la diocesi ha bisogno secondo molte voci interne ed esterne. Svolta possibile proprio nel giro di un paio d’anni, con il pensionamento del cardinale Angelo Bagnasco. Certo, come detto da quest’ultimo, operai, disoccupati, bambini, malati, migranti, senzatetto, hanno ricevuto un enorme dono personale da questa visita.

Ma proviamo a sintetizzare per ciascuno dei momenti della giornata gli spunti che il papa ha voluto dare ai genovesi. Alcuni già ampiamente sottolineati dai media, altri poco notati da chi non conosce il contesto in cui cadono. Farò riferimento a dialoghi, perché Francesco ha scelto anche in questo caso il format del dialogo: rispondere a domande e bisogni espressi dalle persone, invece che calare monologhi preparati a sua discrezione. Non farò citazioni virgolettate, per semplificare i concetti.

Il dialogo sul lavoro. Dice: il buon imprenditore crea un ambiente sinodale, in cui si cura della crescita di un progetto e delle persone coinvolte, in cui si pone come un primus inter pares. Lotta e prega con e per la propria gente, sente e crea appartenenza ad una comunità. Chi fa l’imprenditore cercando profitto personale va invece chiamato “speculatore”, ben diverso. Francesco insiste moltissimo su questa distinzione, sul chiamare le cose col loro nome, senza omologare modi di agire opposti. Ed evidenzia un tema sempre troppo ignorato, quello della governance nei luoghi di lavoro, dove spadroneggia il modello capo-sudditi e non certo il modello-democratico. Dice poi: il lavoro mercenario per il profitto personale è da speculatori. Sembra rinnovare la denuncia del sistema capitalista-finanziario con tutte le sue derive, dalla finanziarizzazione delle aziende all’individualismo delle persone. Dice ancora: la burocrazia è asfissiante perché presuppone i furbi e gli speculatori, e per arginare quelli mette freni esasperanti ai puri che farebbero del bene. Ci vuole un sistema che premi e liberi gli onesti da troppi vincoli. Attenti con l’ansia di leggi e regole iperspecifiche, diventano freni alla creatività dei buoni. Conclude con due concetti molto forti: perché ha voluto questo incontro? Perché il lavoro è uno dei luoghi del popolo di Dio, e questi discorsi non sono meno importanti dei discorsi di chiesa: i luoghi della chiesa sono i luoghi della vita. Francesco ribadisce un cambio di approccio pastorale di cui molte chiese locali ancora difettano: l’obiettivo non è insistere che la gente vada in chiesa e nei luoghi della chiesa, ma che la chiesa si abitui che è giusto e prioritario andare nei luoghi della vita, quali che siano in ogni tempo. Ciò non è un di più oltre alle “cose sacre”, ma una priorità della sua missione. Il secondo concetto forte è che non tutto il lavoro è buono a prescindere; ci sono ancora troppi lavori sbagliati, ingiusti, cattivi. Molti valori della grande finanza non sono in linea con l’umanesimo cristiano. E poi traffico di armi, pornografia, gioco d’azzardo, e tutte le imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Sono cattivi i lavori totalizzanti, anche se ben pagati, perché la vita non è tutta lavoro. Denuncia come sbagliati socialmente anche privilegi, caste, rendite. Bisogna organizzare la società perché tutti possano contribuirvi e viverci con il loro lavoro, esprimendo un senso e un’appartenenza; non perché tutti accumulino reddito a prescindere da quello che fanno, da spendere in consumi. In questa ottica va riscritto un patto sociale che oggi non tiene più, tra chi non riesce a lavorare per nulla e chi è schiavo di lavori sbagliati o ricattanti e non riesce a uscirne. Vien da dire “lavorare meno, lavorare tutti, accettare solo lavori etici”.

Un simile discorso ha forte valore…

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Caro papa Francesco, quando verrai a Genova… (LiguriTutti)

Udienza generale di Papa Francesco

Caro Francesco, quando verrai a Genova abbi pietà di noi. E di una chiesa orfana da troppi anni di cura pastorale fresca, innovativa, essenziale, entusiasta.

Porta la tua benedizione e la tua gratitudine ai tanti preti e religiosi – ho negli occhi i loro volti – che nonostante tutto hanno resistito, hanno cercato il Vangelo, hanno prediletto i poveri, hanno anteposto l’amore e la fratellanza a fredde dottrine e formalismi nostalgici. Porta la tua carezza a tutte le famiglie, le coppie, gli anziani, i giovani, che nonostante tutto hanno cercato di incarnare una chiesa in uscita, dribblando direttive e impostazioni antiquate, staccate dalla realtà, che dall’alto continuavano a calare, aride.

Troverai a Genova svolazzanti talari segno di identità fragili e del bisogno di affermarsi, rivendicarsi, distinguersi. Perdona e porta pazienza per coloro che hanno subito una formazione e una direzione rigida, superata, imbalsamante. Sappi che diversi giovani che avrebbero volentieri servito questa chiesa da sacerdoti, sono stati ostacolati proprio a causa di una loro impostazione più aperta e della loro preparazione…

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Prima di tutto cercate. Un libro di don Marco Granara

E’ uscito il 10 aprile 2017 “Prima di tutto cercate“, un libro di don Marco Granara, prete genovese, rettore del Santuario della Guardia e presidente della Fondazione Antiusura. Il volume è ideato e curato da Giacomo D’Alessandro, edito da Gabrielli Editori e introdotto dalle prefazioni di Paolo Curtaz, Mirco Mazzoli, Mario Baucia, Matteo Moretti e Giancarlo Campora.

E’ disponibile in vendita presso il Santuario della Guardia, il Centro Banchi Genova, ordinabile nelle librerie e online a questo link. Di seguito la copertina e la presentazione dell’opera.

Copertina don Granara def

Se potessimo oggi dare voce alle domande, ai dubbi e alla sete interiore di tanta “gente comune”, cosa scopriremmo? Oltre il caos mediatico e le rappresentazioni pubblicitarie, cosa ci direbbe la realtà? Di cosa hanno fame le persone?
Da oltre 10 anni don Marco Granara raccoglie domande di questo genere sulla rivista La Guardia. E con puntualità e passione tenta di rispondere, argomentare, ma soprattutto dialogare francamente senza tabù né preclusioni.
Uno studente di 50 anni più giovane, esplorando questo insolito dialogo a più voci, scopre di volta in volta qualcosa di provocatorio e stimolante. Comincia a collezionare gli spunti e i linguaggi più intriganti con cui don Granara “mastica” riflessioni ad ampio raggio: dalle guerre in Medio Oriente alle nuove povertà sociali ed esistenziali, dal capitalismo fallimentare alle migrazioni, dal ruolo di preti e vescovi al senso delle religioni.
Cosa rimane oggi del Cristianesimo? Cosa resta valido e cosa ha fatto il suo tempo? Districandosi tra le molte e contraddittorie voci sulla piazza, c’è molto da rifare da capo, molto da gustare meglio, e tanto da mettere in pratica dopo troppe parole al vento. Agendo nel mondo per modificare quelle “strutture di peccato” che creano disuguaglianza, tolgono dignità, generano violenza.
“La prima difficoltà – scrive don Granara – oggi, tempo della cultura individualistica e radical-borghese che ci invita tutti a “farci i fatti nostri”, è quella di credere possibile e doveroso il passaggio dal sognare da soli al sognare in gruppo”. “Non è solo questione di uscire, prima o poi, bene o male, dalla crisi economico-finanziaria, ma di uscirne diversi e mi6
gliori. Quando tutto questo ha come vittima il più debole, il meno garantito e protetto… siamo una società che lavora per il suo suicidio”. “Siamo chiamati a demandare ad altri (Padreterno e Madonne) i compiti nostri o ad andare alle radici di ogni vero cambiamento, con noi protagonisti?”
“Cercare prima l’essenziale” è l’anima, il filo rosso delle 100 pillole raccolte in questo libro. Un supporto per le persone in ricerca, entusiaste o scoraggiate, lontane o vicine, credenti o non credenti. Sono 100 semi di discussione da meditare nella quotidianità, da chiacchierare (e criticare!) tra amici, da utilizzare in gruppo. Per capirne di più e rispondere a qualche dubbio, per ripensare il proprio percorso senza accontentarsi della vita così come viene. Chiedendosi, di fronte a un mondo complesso: “Gesù cosa dice? Gesù come vive? Io come oriento la mia vita? Io come contribuisco a cambiare il mondo?”.

Giacomo D’Alessandro

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Dalla quarta di copertina:

Siamo tutti un po’ avvelenati. Respiriamo veleno da mattina a sera. Non si ragiona più con ragioni, ma con emo­zioni forzate, rabbiose e violente. È una cultura diffusa che ci avvolge. Per farci sentire bisogna urla­re, per farci prendere sul serio occorre minacciare denunce e non pacate riflessioni condivise. E così non ci si accorge che la ricerca di un benessere a senso unico produce invece malessere. Il male oscuro moderno non è solo la pesante depressione che sembra insuperabile, ma il “non senso” diffuso, la sproporzione tra la domanda interiore e le risposte non appaganti del tutto. Siamo di­ventati prevalentemente “consumatori di cose” e non cer­catori affamati di senso… Come cambiare la nostra vita? Come rivoluzionare le nostre priorità?

Marco Granara