Categoria: civiltà

La disobbedienza di Cedric Herrou – Gli Asini

di Giacomo D’Alessandro – Gli Asini – agosto 2018

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Se n’è sentito parlare tante volte. Cedric arrestato. Cedric denunciato. Cedric passeur. Ora persino protagonista di un documentario a Cannes. Cosa ci dice l’interesse attorno alla quotidianità di un giovane contadino della Val Roya? Cosa affascina, cosa indigna di questo personaggio e della sua costante reazione al transito di migranti sulla frontiera militarizzata Italia-Francia?

Primo. Cedric Herrou è un agricoltore e fa l’agricoltore. Si ha l’impressione che questa scelta di vita lo abbia reso più libero e pragmatico nell’aprire le porte della sua casa ai richiedenti asilo, e nel cercare soluzioni con loro. Si vede che è una persona abituata a vivere lo spazio reale, a sporcarsi le mani, a calcare ogni giorno il territorio rendendosi conto di ciò che accade. E ad avere poco, ad accontentarsi dell’essenziale.

Secondo. Cedric Herrou non è un “cane sciolto” in cerca di visibilità. E’ parte di una rete civica che si è data il nome di “Roya Citoyenne”, attiva sul confine Italia-Francia e a Ventimiglia, dove fornisce pasti serali con l’aiuto di volontari da tutto il mondo. Alimenta consapevolmente un processo politico territoriale.

Terzo. Cedric ripete di continuo la sua convinzione di non aver violato la legge, ma anzi di agire per combattere le ripetute violazioni della legge, che vedono le forze dell’ordine respingere i migranti in Italia, spesso anche i minori già identificati come tali, impedendo la consegna delle richieste di asilo. Si pone quindi come obbiettore di leggi ingiuste o della non applicazione di leggi giuste…

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Agenda 2030: e tu cosa puoi fare? – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

 

Note sparse per centrare l’obiettivo…

 

*1. Rimetti in circolazione tutto ciò che usi? Siamo abituati a definire la povertà come mancanza di potere d’acquisto. Ma oggi tanti beni di prima necessità si possono trovare grazie a strumenti di baratto, scambio, regalo, compravendita dell’usato. Per questo è importante non accumulare nelle proprie case beni inutilizzati, ma rimettere in circolazione tutto ciò che non ci serve e potrebbe servire ad altri. Per esempio utilizzando le pagine Facebook “Te lo regalo se te lo vieni a prendere” relative al proprio territorio. Così sarà più semplice per chi non ha denaro sufficiente procurarsi beni di uso comune e beni specifici.

 

*2. Sostieni gli agricoltori etici della tua zona. Cosa c’entra con la lotta alla fame? Molti paesi in via di sviluppo non riescono ad autoprodursi il cibo necessario perché grandi estensioni di terra sono dedicate a monoculture da esportare in occidente. Anche il fenomeno del land grabbing (paesi ricchi che comprano terra nei paesi poveri) è dovuto a questo export sproporzionato. Nel mentre, tantissima nostra campagna giace incolta e abbandonata. Se imparassimo a comprare prodotti del territorio, aumenterebbe chi trova convenienza nel riprendere a coltivare la nostra terra, diminuirebbe l’importazione e quindi le monoculture, aumenterebbe la nostra qualità dell’alimentazione e in generale aumenterebbe la quantità potenziale di cibo prodotto nel mondo. Ma perché agricoltori “etici”? Perché anche se a km zero, un’agricoltura non sostenibile alla lunga compromette la produttività dell’ambiente.

 

* 4. Leggi e ti informi sulle sfide attuali? Anche se non hai nulla a che fare con il sistema scolastico, è fondamentale il tuo impegno per una auto-formazione costante. Troppe nozioni la scuola non riesce a dare sul funzionamento della società contemporanea. Di fronte alle sfide complesse e al bombardamento mediatico cui tutti siamo sottoposti, c’è  un forte bisogno di studio e di aggiornamento. Alcuni esempi. Usiamo tecnologie di cui spesso non conosciamo i meccanismi e le implicazioni. Ci facciamo idee sballate (per esempio sui fenomeni migratori) perché riceviamo informazioni superficiali. Siamo governati da un sistema economico finanziario di cui nessuno ci spiega chiaramente il funzionamento, cause e conseguenze.

(altro…)

Quando c’era lui

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Mi manca a volte Luke Skywalker. Poco fa ad esempio, sulla corriera, gli occhi mi si chiudono dal sonno. Scatto su alla parola “Mussolini”. È l’autista che parla con una ragazza seduta davanti. Prima che perdessi i sensi stava elogiando la vecchia educazione contadina, quando ai bambini si risparmiavano le eccessive ansie e vizi che oggi li tengono in una stupida campana di vetro. Poi mi sono perso…

” Quando c’era Mussolini”, dice il ragazzo, “il quale – checchè ne dicano – di cose ne ha fatte, qui volevano fare una serie di dighe e trasformare la valle in un bacino idrico. Avrebbero sepolto tutti i paesi sul torrente, ma li avrebbero rifatti altrove, e ci avrebbero dato un sacco di soldi. In Trentino ci sono bacini così, in uno si vede il campanile che spunta dal lago e ci vanno apposta migliaia di turisti. Mio nonno aveva firmato a favore, sarebbero arrivati tanti soldi. Poi è andata com’è andata e non si è fatto niente. E oggi la valle sta morendo…”

Avevo una discreta serie di obiezioni che si affollavano nella testa. Ma poi ho pensato a Luke Skywalker, e ho sentito vibrare in me la forza di una sintesi molto più calzante: “Incredibile. Ogni parola che hai detto è sbagliata”.

Tutto quello che vedete al telegiornale è falso – LiguriTutti

Mi incarognisce particolarmente constatare quante persone ancora (e sottolineo ancora) si formino delle opinioni a partire da ciò che vedono in televisione. Per essere precisi, nel contenitore informativo principe della televisione: il telegiornale. Si dovrebbe condurre un’operazione di pubblicità progresso (e onestà intellettuale) a tappeto, gridando in ogni angolo d’Italia per un mese di fila una sola, irrinunciabile verità: “tutto quello che vedete al telegiornale è falso”.

No, non si tratta di complottismo, nè di ideologia o di posizionamento politico. Dico che è falso nel senso che è incompleto. Questa formula del TG che dura mezzora, fatto di titoli e di servizi che durano 3 minuti ciascuno, rende palese, strutturale la semplificazione e l’incompletezza dell’informazione. Possiamo oggi, di fronte all’ampia gamma di strumenti informativi che ormai abbiamo a disposizione, ammettere che quello del TG è forse il peggiore? Peggiore in quanto uno dei più potenti: è il principale riferimento quotidiano per milioni di persone che si sono abituate, assuefatte all’idea che quello sia un canale informativo affidabile; inoltre ha un enorme potere, che non è quello di dire le bugie (siamo seri!) ma quello di “selezionare” le notizie da riportare ogni giorno. E qui torniamo al punto: il problema non è quello che il TG dice, ma quello che NON dice; e la quantità di persone che lo guardano quotidianamente convinte di essersi fatte un’idea del mondo.

In pieno caos da fake news (da un lato) e da saturazione informativa (dall’altro), possiamo fare un passo indietro, onestamente, ed ammettere che sarebbe meglio informarci meno, ma informarci a fondo? Quella mezzora serale non sarebbe più utile impiegarla a leggere una sola inchiesta sui campi di detenzione dei migranti in Libia? O a seguire mezzora di seduta della Camera che discute la legge sul whistleblowing? Vale anche per le soft newsAbbiamo strumenti di approfondimento di grandissima qualità: penso a svariate riviste e mensili, a qualche portale online, a specifiche newsletter tematiche, o a documentari inchiesta. In molti casi li stiamo lasciando morire nella generica crisi dell’editoria perché i primi a non stare più a galla sono proprio gli strumenti che non hanno grandi gruppi economici alle spalle, ma che sono nati e sostenuti da passione, gratuità, competenza, libertà di critica. Dall’altra parte, persino nell’era di Internet e delle molteplici fonti a disposizione immediata, ce ne stiamo di farci tutti i giorni un’idea superficiale (e sbagliata) su poche cose del mondo (spesso le meno rilevanti e interessanti) attraverso qualche minuto di telegiornale.

Dovrebbe essere ormai un mantra assodato: tutto quello che vediamo nei telegiornali è falso. Falso nel senso che è incompleto. E non lo dico io, tirandomela da sapientone. Lo ha detto molti anni fa la Sentenza Decalogo della Cassazione del 1984 sui limiti del diritto di cronaca. Ripassiamo:

La verità dei fatti, cui il giornalista ha il preciso dovere di attenersi, non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato. La verità non è più tale se è “mezza verità” (o comunque, verità incompleta): quest’ultima, anzi, è più pericolosa della esposizione di singoli fatti falsi per la più chiara assunzione di responsabilità (e, correlativamente, per la più facile possibilità di difesa) che comporta, rispettivamente, riferire o sentire riferito a sé un fatto preciso falso, piuttosto che un fatto vero sì, ma incompleto. La verità incompleta (nel senso qui specificato) deve essere, pertanto, in tutto equiparata alla notizia falsa.

La verità incompleta deve essere equiparata a una notizia falsa. Ci rendiamo conto? E non è forse il telegiornale la formula più equivoca, semplificatrice, incompleta di informazione diffusa nel nostro Paese? Sono stanco di sentire discorsi “da bar” fatti da amici, conoscenti o anche sconosciuti che si sono fatti imboccare da un telegiornale, convinti di essere in buona fede. Gente che parla di immigrazione senza aver mai potuto ascoltare una panoramica completa e fruibile, dati alla mano. Gente che parla di politica senza aver mai potuto ascoltare il testo di una legge o seguire i lavori del Parlamento. Gente che parla di estero senza aver mai letto un’inchiesta competente e approfondita su un teatro di guerra. Ma ancora peggio, gente che parla di notizie inesistenti, inaugurate dalla perversa selezione dei telegiornali: “l’emergenza stupri”, “l’emergenza femminicidio”, “l’emergenza stranieri criminali”, “l’emergenza sindaco pasticcione che non ne azzecca una”, concentrando senza motivo l’attenzione su fatti che accadono tutto l’anno, senza mai fornire un contesto completo e un’analisi approfondita che dia loro il giusto peso. E peggio, facendo “distrazione di massa” da problemi e questioni ben più importanti, che non trovano mai posto nella narrazione main stream, perché gli spazi notizia sono occupati da spazzatura malconfezionata…

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Vivere la fede in Sud America: ritratti (La Guardia)

pubblicato sul mensile La Guardia, n./settembre 2017

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Come si vive oggi la fede in latinoamerica? Come si pratica la prossimità? Come si alimenta un costante impegno per la giustizia? Sono alcune delle domande che mi sono portato dietro nei due mesi di viaggio “on the road” tra Colombia, Ecuador e Perù. Un itinerario a tappe lungo migliaia di chilometri, percorsi in oltre 200 ore di viaggi notturni su bus popolari. Una esplorazione spontanea di meraviglie della natura, culture indigene, progetti sociali e ambientali, di uno dei continenti più interessanti e vivaci per la sua storia recente. Il continente da cui proviene Papa Francesco. Vorrei condividere alcune testimonianze di vita e di fede che io e Alessia Traverso abbiamo incontrato, a volte cercato, a volte per caso, nel pieno di questa avventura. E che ci hanno colpito come modelli di cui il “vecchio continente” può fare tesoro, se sapremo rimetterci in ascolto della realtà, delle persone e delle loro esigenze, oltre le sovrastrutture e le demotivazioni. Se vorremo rifarci a Gesù di Nazareth come modello di umanità e pienezza.

Allegria e speranza!

A Bogotà, capitale colombiana, abbiamo trascorso una insolita giornata con padre Daniel Delgado, vicario episcopale, in visita pastorale al barrio El Dorado dove sorge la parrocchia di San Alberto Hurtado. Daniel è un prete sorridente, con una comicità innata, di stile semplice ed essenziale. Con lui visitiamo una coppia di anziani malati, che in questa periferia arroccata in cima ai colli non hanno possibilità di muoversi nè di ricevere i servizi di cui avrebbero bisogno. Visitiamo i bimbi di un asilo di quartiere. Portiamo la comunione a un ragazzo disabile che passa la vita costretto in un minuscolo appartamento, dove i famigliari se ne prendono cura. Avrebbe potuto crescere risolvendo parte dei suoi limiti, praticando una riabilitazione profonda, cose a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso. A tutti Daniel si dedica con dolcezza, informandosi sulle condizioni e sulle esigenze, offrendo un momento di preghiera e di condivisione partecipata, per poi finire con una sincera esortazione: “…e mi raccomando, allegria e speranza!” Durante il pranzo ci racconta come ha scelto di vivere il suo incarico di vicario: stando il più possibile accanto ai parroci e nei quartieri tra le gente. “In questa piccola borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cucinare e guardare la tv, chiacchierare fino a tardi. Mi sembra il modo più efficace di condividere e conoscere meglio la vita dei preti, dei laici impegnati, della povera gente. Così posso capire le esigenze e offrire dove serve un supporto, un incoraggiamento, anche della formazione.”

Tra i narcos e i migranti

Accogliere i migranti a Ventimiglia e combattere i narcos in Colombia, contemporaneamente. Ci riesce don Rito Alvarez, nato nel Catatumbo, Colombia centrale, la cui famiglia è stata profuga a causa delle guerriglie paramilitari. Per incontri fortuiti don Rito è finito a fare il prete in Italia, e a Ventimiglia ha fatto in questi anni ciò che il Vangelo e la sua coscienza gli hanno suggerito: aprire la chiesa ai migranti, difenderli, cercare soluzioni ai diritti primari. Ma nello stesso tempo, grazie alla collaborazione della sua comunità parrocchiale e della sua famiglia, don Rito ha messo in piedi nella sua terra natia la Fondazione Oasis de Amor y Paz, che consiste in due campus dove vivono e studiano bambini, ragazzi e universitari, altrimenti destinati a una vita senza scelte, alla raccolta della coca, forse alla guerriglia. Siamo stati ospiti una settimana nelle cittadine di Abrego e Ocana, entrando in relazione con i bambini e i ragazzi, con gli educatori e i familiari, abbiamo assistito ai lavori nei campi e negli allevamenti, un’ottima idea per rendere sostenibili le due case e insegnare agli ospiti a prendersi cura di ciò che cresce. Ci ha stupito la forte consapevolezza di ciascuno – del piccolo German di 10 anni come di Dixon proveniente da una comunità indigena – per questa insperata opportunità tutta da cogliere: poter vivere come in una grande famiglia, imparare dei valori, dedicarsi allo studio per poter diventare contributi positivi alla comunità e alla famiglia. Notiamo con ammirazione che questo non è l’ennesimo progetto di cooperazione internazionale “calato dall’alto” da una qualche ONG occidentale, bensì è una visione, un sogno, un azzardo nelle mani della Provvidenza costruito da un giovane prete nato qui con l’aiuto e il supporto dei suoi familiari. Una risposta ad un bisogno reale, sentito, sofferto, da parte della stessa gente del luogo.

Vescovo degli Indios

Lorenzo Voltolini è un italiano di Brescia trapiantato in Ecuador da 40 anni. E’ Vescovo a Portoviejo, nella provincia di Manabì, così colpita dal terremoto di un anno e mezzo fa. Il suo racconto della cattedrale sventrata, dei corpi per la strada, dei palazzi rovesciati, fa venire i brividi. Pantaloni scuri, camicia bianca, croce di ferro, passo deciso, Lorenzo ha scelto di essere un Vescovo semplice, laborioso e dedito ai problemi della gente. Per il dopo terremoto si è speso totalmente. Ogni anno organizza una intera settimana di Sinodo per la diocesi, in modo da facilitare l’ascolto delle comunità più diverse e di favorire la costruzione di un piano pastorale condiviso, approfondito e a lungo termine. Lorenzo ha moltissimo da raccontare degli Indigeni Kichwa, con cui da missionario ha vissuto diversi anni. Ne conosce l’idioma, tiene perfino un corso in seminario all’ultimo anno, e rivendica un forte ruolo della chiesa latinoamericana nella difesa degli Indios dai soprusi di governi e multinazionali. Ci spiega il concetto di “buen vivir” come lo ha capito stando tra loro, un vivere “alto, grande” che integra il rispetto dell’ambiente, delle creature, della fraternità umana, con la ricerca di una gioia essenziale, condivisa e liberante. Un ottimo approccio da assumere nelle nostre civiltà “sviluppate” per misurare la felicità integrale e profonda delle persone, oltre i parametri e le imposizioni del capitalismo selvaggio.

[l’articolo integrale è disponibile sul mensile La Guardia, da richiedere qui]

A fuoco il campo Rom di Scampia

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NAPOLI – Brucia da ormai otto ore l’area dei campi rom di via Cupa Perillo, a Scampia, periferia nord di Napoli. Dalle prime versioni e dalle voci degli abitanti – fuggiti dal campo cercando di salvare vestiti e utensili stipandoli nelle macchine – il fuoco è partito da un contadino che su un terreno adiacente stava bruciando alcune sterpaglie. Secondo un’altra versione avrebbe preso fuoco una vettura, sempre fuori dal campo. La vegetazione secca per la siccità, i cumuli di rifiuti e il vento hanno fatto il resto, allargando le fiamme al campo rom e distruggendo diverse capanne e baracche.
Gli abitanti sostengono che non ci sono vittime nè feriti, ma che il rischio è stato grande: nei due campi (uno attrezzato dal Comune e uno abusivo, presenti da oltre 30 anni) vivono circa 700 persone tra cui molti sono bambini e ragazzi. L’incendio ha fatto esplodere anche diverse bombole di gas.

In via Cupa Perillo, nei pressi della ludoteca Il Giardino dei Mille Colori, le famiglie rom si mescolano ai curiosi di passaggio, alle forze di polizia e al viavai delle camionette dei Vigili del Fuoco, sulle cui tempistiche di intervento si sollevano già le prime polemiche. Ma il contesto è ben più teso: il 17 luglio scorso, sulla scia delle proteste per i ripetuti roghi di rifiuti, un’ordinanza della Procura della Repubblica ha messo sotto sfratto entro l’11 settembre un numero imprecisato di famiglie, con minaccia di sgombero del campo.
Il Comitato Campano con i Rom, animato dai padri Alex Zanotelli (comboniano) e Domenico Pizzuti (gesuita), si adopera da anni per aprire un tavolo con le istituzioni in attuazione della normativa europea per il superamento dei campi e l’inclusione di rom, sinti e camminanti.

A fronte del rischio di sgombero delle famiglie residenti da 30 anni nel quartiere, integrate nelle scuole, nel lavoro, nelle attività educative, è nato il Comitato Abitare Cupa Perillo, un percorso collettivo che include gli abitanti dei campi, le associazioni e i soggetti socialmente attivi nel quartiere, e che ha svolto due assemblee pubbliche di mediazione per chiedere la cessazione dei roghi ma anche per contrastare il metodo dello sgombero in assenza di alternative abitative.
L’estensione dell’incendio è comunque sospetta, e sembra confermato che il fuoco è partito da punti diversi attorno ai campi. “Può non sembrare casuale, proprio nel momento in cui si stava lavorando per gestire pacificamente l’abbandono dell’area, mentre altri soggetti invocano soluzioni ben più drastiche” afferma padre Domenico Pizzuti, in strada tra le famiglie sfollate. Ed effettivamente, l’incidente sembra troppo casuale per esserlo davvero. Nel frattempo ci sono famiglie con bambini anche molto piccoli che si ritrovano senza casa e senza più effetti personali.

Quando venne la guerra (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro*

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Caro Giacomo, prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi.

La prima volta fui mandato in una latteria dove, per la tenera età e la piccola stazza, arrivavo appena al bancone; lavavo le tazzine e portavo i caffè nei negozi vicini. Nell’estate del 1940 facevo le consegne per un panificio, e l’anno dopo ancora andavo al Politeama Genovese a vendere caramelle, gelati, bibite e cioccolata, durante l’intervallo e alla fine dello spettacolo. Lavorai poi in Piazza Portello nella valigeria Tinelli, che ora è stata sostituita da un moderno negozio di tecnologia; facevo le pulizie e consegnavo alcune ordinazioni. Ma nel frattempo era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Vennero tempi duri per tutti. Dopo un mese cominciò a rivelarsi l’assurdità di quella guerra contro le potenze straniere. I generi alimentari mancavano sempre più, e vennero consegnate delle tessere con tot bollini che servivano per comprare 150 grammi di pane al giorno a persona. Per gli altri generi erano consentiti pochi grammi a testa, e imparammo a conoscere la fame. Intanto i dirigenti del partito fascista raccoglievano la maggior parte dei viveri e li nascondevano in cantine o magazzini.

Erano stati censurati i giornali oppositori, e i politici che non assecondavano il regime erano stati esiliati oltre confine.

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Fascismo? Il male vero è l’indifferenza (LiguriTutti)

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Al fascismo si arriva attraverso l’indifferenza. In questo momento storico temo particolarmente gli indifferenti, perché lasciano in ombra i “migliori” e danno spazio all’emergere dei “peggiori”. Sebbene il Potere cosiddetto sia ormai chiaramente nelle mani di élite globali economico-finanziarie, e la Politica non abbia più (se mai lo ha avuto) quel potere di intervento strutturale su tutti gli ambiti del vivere, nonostante ciò lasciare il campo a chi grida e sgomita più forte, più selvaggiamente, offre su un vassoio d’argento una bella fetta di potere. Quella che era la delega politica si trasforma nella rinuncia alla selezione, la cui giustificazione è che tanto “non cambia nulla, sono tutti uguali”. Quello che accade è esattamente il contrario: la scusa del sono tutti uguali tradotta in non-scelta offre la fetta di potere ai peggiori urlatori, al relativamente piccolo concentramento di arrabbiati attivi, che si ritrovano apparente maggioranza.
Sono abbastanza convinto che gran parte delle persone in qualsiasi civiltà preferiscano una vita quieta e serena ad una situazione di tensione e incertezza. Ma pare ciclico che alcune masse scivolino nell’indifferenza politica e civica, senza tradurre più questa preferenza nella sfera istituzionale; così come pare ciclico che altre masse scivolino nella rabbia qualunquista delle soluzioni semplicistiche e irreali, del supporto fanatico ai meno credibili e meno capaci. In una situazione del genere, le risposte articolate e impegnative di una certa lungimiranza su ciò che affligge la società, sembrano diventare totalmente impraticabili, eversive o utopistiche, quando invece sarebbero le uniche da praticare con costanza e fiducia. Neanche i fatti, i risultati e le statistiche contano più, su tutto domina l’estetica, la percezione, la narrazione (ecco alcuni caratteri del fascismo che si reincarnano dominanti)…

Fare la pulizia di Facebook e risparmiare tempo ogni giorno

Da qualche mese mi sto esercitando a fare la pulizia di Facebook. Che significa? E chi me lo fa fare? Un semplice ragionamento, e un po’ di curiosità. Molti di voi si ritroveranno a scorrere più volte al giorno la Bacheca delle Notizie di Facebook, dove compaiono i contenuti pubblicati e condivisi dai nostri amici, dalle pagine che ci piacciono, dai gruppi in cui siamo, eccetera.
Ma… Ma Facebook naturalmente non può mostrarci tutti i contenuti di tutti i nostri contatti (sarebbero troppi, e ci guadagnerebbe meno perché non venderebbe le sponsorizzazioni). Succede allora che sulla nostra Bacheca ci ritroviamo contenuti selezionati dall’algoritmo di Facebook in base a diversi fattori, e a volte un po’ a caso. E che ci perdiamo contenuti di amici e di pagine che magari ci interesserebbero molto di più.

Fare la pulizia di Facebook significa esercitarsi, quando scorriamo la bacheca, a dire a Facebook che “questo contenuto non mi interessa“, “non mostrarmi più i post di questa pagina” o “non seguire più questa persona” perché pubblica contenuti che non mi interessano.
E’ semplice e veloce: si clicca sulla freccetta in alto a destra di un post, e si seleziona una di queste voci che ho citato. Tranquilli, alle persone e alle pagine non arriverà alcuna notifica del fatto che non li seguiamo più o non vogliamo più vedere i loro contenuti nella nostra bacheca notizie. E ovviamente non equivale a togliere l’amicizia, quindi restiamo con tutti i nostri contatti.
Ma se abbiamo la costanza e la voglia di fare questo lavoro per un po’ di tempo (già una settimana può dare i suoi frutti), succederà che la nostra Bacheca si riempirà più di contenuti che ci interessa seguire quotidianamente, e non perderemo tempo ed energie mentali (lettura, comprensione, elaborazione) nell’incontrare contenuti che nulla aggiungono alla nostra giornata.

Forse non ci riflettiamo abbastanza, ma le nuove tecnologie della comunicazione hanno un principale grande svantaggio: ci distraggono, ci stancano, ci rubano molto tempo. Non ce ne accorgiamo nemmeno, ma leggere e comprendere 30 post per renderci conto che almeno la metà sono cose di poco conto, che assorbiamo e vogliamo già buttare via, è un’operazione diventata quotidiana che ci stanca la vista, la mente, e ci richiede molti minuti. E che ci rende meno sensibili, meno pronti, meno disposti a dedicare tempo e attenzione a contenuti che ci piacciono e ci incuriosiscono davvero. Col risultato che ad un certo punto non leggiamo più nulla, scorriamo tutto, siamo saturi e incapaci e demotivati ad assorbire. Oppure, col risultato che ci accorgiamo di aver perso qualcosa di bello, di prezioso, di emozionante e di arricchente perché eravamo distratti dalla “rumenta” indistinta.

Tutt’altro punto è in base a quale criterio fare questa pulizia. E’ del tutto personale. Dipende da cosa vi interessa ricevere dal vostro tempo sui social. Notizie? Cazzeggio? Fare i guardoni delle vite altrui? Seguire i quotidiani online o altre pagine specializzate? Pagine di persone famose? Video comici? Selezionare tra tutti gli amici quelli che pubblicano contenuti più seri e pensati sui fatti di attualità? Tutto dipende da voi. La cosa certa è che chiunque, per come funziona Facebook, ha la possibilità di eliminare una consistente parte di contenuti che gli fanno perdere tempo.
Attenzione: ovviamente Facebook li sostituisce, come no. Ci propone contenuti di persone e pagine che non abbiamo mai visto in bacheca, per esempio, e quindi la nostra selezione può continuare, ma con più novità e curiosità. Potrebbe capitarci qualcuno che volevamo seguire da tempo senza neanche ricordarcelo.

Ricordiamo sempre una cosa: vivendo in un mondo sovrabbondante di input comunicativi, è importante per ciascuno sviluppare un’attenzione selettiva, ovvero la capacità di selezionare bene le informazioni che vale la pena ricevere ed elaborare quotidianamente. L’alternativa è perdere la capacità di apprendere perché si va in soffocamento e in saturazione indiscriminata. L’attenzione selettiva è quella capacità di tenere le antenne vigili ma a riposo, e di rizzarle prontamente quando si percepisce una comunicazione/informazione di nostro interesse, ma di non scomodarle nemmeno per tutto il resto del tempo. Salvo spazi di “talent scouting” in cui essere recettivi al nuovo che può diventare interessante ed entrare nella nostra attenzione quotidiana.

Cosa sta succedendo a Napoli?

Sul numero di maggio degli Asini racconto il mio viaggio negli spazi liberati di #Napoli. Cos’è uno spazio liberato? Perché liberato e non “occupato”? Cosa stanno combinando gruppi di giovani, studenti, famiglie, attivisti di lungo corso, in quella città unica al mondo che è Napoli? Liberano spazi enormi, abbandonati, diroccati, svuotati…e ne fanno luoghi di comunità, palestre, biblioteche, teatri, laboratori per bambini, assemblee cittadine.
E proprio là dove il luogo comune vorrebbe che regnasse disordine e lassismo, là prendono forma realtà innovative che potrebbero essere modello di riqualificazione sociale, urbana e mentale in tutta Italia.

Date un’occhiata alla rivista di Edizioni Dell’asino diretta da Goffredo Fofi: https://goo.gl/kFhTga

P.S. Grazie a Maurizio Braucci e Giovanni Zoppoli per le dritte, e alla comunità dei Gesuiti di Scampia per l’ospitalità.clipular-2

La polemica su Riina? Restiamo umani…

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Non ho affatto approfondito la vicenda delle condizioni di salute di Totò Riina per cui si prospetterebbero gli arresti domiciliari. Ma avendo eco da oltreoceano delle immediate polemiche insorte, mi torna alla mente la vicenda pavese di qualche anno fa che ha visto l’amico attivista Giovanni Giovannetti perorare con cognizione di causa gli arresti domiciliari per l’ex direttore ASL Carlo Chiriaco, a rischio vita in carcere, presunto concorso mafioso.

Un appello a “restare umani” che vide la firma anche di Don Gallo tra gli altri, ma che fu violentemente attaccato da un improvviso “trasversale partito della forca”.

Gli estremismi ciechi di chi, magari dall’alto di una storia di “sinistra”, a voce difende la Costituzione, ma poi facilmente scivola nell’elargire i diritti distinguendo tra amici e nemici. In cosa si distingua dal destrorso che perora il condono fiscale al manager ma sbraita per dare il massimo della pena al Rom di turno, ancora non è chiaro.

Con tutte le prudenze e gli accertamenti giudiziari del caso, #restiamoumani.

Chiudere cosa?

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C’è chi vuole chiudere le frontiere, chi gli occhi, chi i luoghi pubblici.

Battaglie sprecate.

Io vorrei chiudere le fabbriche di armi, le banche armate, le operazioni finanziarie speculative, le istituzioni internazionali non democratiche, le industrie che sforano gli standard ambientali, le lobby dei combustibili fossili.

Differenze…

In difesa del Classico


Imparare a capire, ad approfondire, a meravigliarsi apre le porte della passione.

Con quella si può diventare chi si vuole.

E vale molto più di trovare subito un posto alla catena di montaggio, prima ancora di essersi chiesti “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e rimpiangerlo per il resto dell’esistenza.

Scontro di civiltà o dialogo tra culture? (ilfattoquotidiano.it)

(pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it)

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Si potrebbe iniziare il nuovo anno con alcuni flash: “scontro di civiltà” VS “dialogo tra culture”. Gli eventi che accadono e che intasano giornali e social network ne sono conferma. Riflettere, rileggere e selezionare aiuta anche a disinnescare un grave rischio diffuso: fermarsi alle banalità ripetute a pappagallo, lasciarsi irretire e fomentare dal frastuono di fondo che alcuni cominciano a chiamare “post-verità”.

Primo flash – mesi scorsi. Chi l’avrebbe detto che negli Stati Uniti, baluardo del pensiero occidentale democratico, nati da migrazioni, “melting pot” per eccellenza, si verificasse una nuova escalation di scontri tra forze dell’ordine e comunità afroamericane? Con tanto di giovani uccisi a colpi di pistola, per di più dopo otto anni di Presidente “nero”.

Secondo flash – qualche anno fa. Chi l’avrebbe detto che in Francia, primo paese europeo per integrazione di africani dalle ex colonie, sarebbero esplose le rivolte nelle banlieu messe a ferro e fuoco, e oggi diversi atti di estremismo stragista?

Terzo flash – da sempre. Chi l’avrebbe detto che il terrorismo di matrice islamica avrebbe consumato più stragi nei paesi musulmani che in quelli occidentali?

Quarto flash – oggi. Chi l’avrebbe detto che in Europa, tragico tempio dell’Olocausto, dove si è festeggiata nell’89 la caduta del Muro di Berlino, si sarebbe tornati a parlare con una certa facilità di frontiere, fili spinati, folle di disgraziati lasciati sotto le intemperie, persone deportate?

Basterebbe questo per dire che qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare

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Mala Intesa. Petizione Greenpeace

Banca Intesa finanzia l’oleodotto di Trump, ennesimo sopruso della storia occidentale contro i nativi americani e le loro sacre terre.

Non mi stupisce affatto.

Dobbiamo toglierci da queste banche, le stesse che ospitano il commercio mondiale di armi.

Mettere i nostri soldi in banche e cooperative etiche.

Pretendere questo da noi stessi è una delle poche vere vie di lotta a un sistema globale disumano.

Io ho firmato la petizione di Greenpeace, e tu?

Cosa ce ne facciamo delle periferie? (LiguriTutti)

(pubblicato su LiguriTutti il 23 febbraio 2017)

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L’attualità del termine “periferie” ne rivela anche l’abuso e l’insufficienza: cos’è oggi periferia, nel tempo del web e dei viaggi low cost, dell’alta velocità e del pendolarismo sfrenato? E’ ancora valida una banale distinzione centro-periferie? Si può parlare di “centri” quando nelle grandi città sono spesso una cacofonia di traffico, uffici, turismo…sempre meno abitati e umanizzati? E contano più le periferie geografiche o quelle esistenziali, che allora scardinano ogni riferimento di luogo e identificano invece le categorie semplificative dei “disagiati” (senzatetto, immigrati, tossici, ubriaconi, disoccupati, vagabondi, anziani…)? Che dire poi del concetto di periferie globali, rispetto al benestante Nord del mondo? Insomma, già la parola ci pone molti, troppi problemi.

Ciononostante, qualche settimana fa mi trovavo ad una tavola rotonda in cui si rifletteva sulle periferie genovesi: nell’ottica di fare il punto della situazione, fotografare le novità e i mutamenti, mettere insieme idee e percorsi possibili per migliorarne le condizioni di vita e di inclusione. Ne ho approfittato per rileggere alcune esperienze che ho vissuto gli anni scorsi, in particolare a Scampia, area nord di Napoli, periferia per eccellenza; ma anche a Villapizzone, area ovest di Milano; e infine a Genova nei quartieri Lagaccio, Certosa e Voltri.

Prima prospettiva: ci serve una riqualificazione mentale, un salto culturale per renderci conto che, prima ancora di periferie e centro, c’è un errore a monte che oggi paghiamo: la città moderna come creatura insostenibile. E’ la città ad essere sbagliata, a generare problemi di difficile risoluzione, ad abbassare la qualità della vita della maggior parte dei suoi abitanti. Città che nasce in stretta relazione con le rivoluzioni industriali, la promessa del progresso, l’inurbamento selvaggio, la speculazione edilizia, la gestione emergenziale, la corsa al consumo. Prima di ciò, le città erano formate da numeri molto più contenuti, non per niente ne ammiriamo i centri storici, le opere d’arte e le “perle” naturalistiche. Tutto ciò che è città moderna non ci fa vanto né ci stimola desiderio o senso del bello: quartieri di palazzi e casermoni, strade trafficate, distese di auto e parcheggi, industrie e capannoni di metallo e cemento, cantieri continui, ciminiere, zone periferiche improvvisate come quartieri dormitorio, costipatori di carne umana “disagiata”. Vengono in mente le fotografie iconiche dei lotti di Scampia ma di tutte le varie “Scampia” sorte in ogni grande città nel secondo Novecento. Il delirio della città moderna ne ha compromesso la governabilità, rende difficilissimo garantire buone condizioni di vita e servizi in tutte le zone, crea distacco tra abitanti e amministratori, tra abitanti e appartenenza, impegno attivo sul territorio, soffoca l’unicità storica e culturale delle singole zone, in una forzata omologazione che crea ghetti o dormitori o periferie. Inoltre favorisce l’individualismo e l’anonimato, l’esigenza della segregazione per ceti, etnie o interessi; vivere fianco a fianco senza conoscersi né avere intenzione/necessità di farlo. Se non iniziamo a ragionare in quest’ottica, continuiamo a parlare di “politiche necessarie” e mai sufficienti con una frustrazione che non ci spieghiamo, perché non concepiamo un cambio di approccio: è la città moderna ad essere sbagliata, una degenerazione di svariati processi storici, civici e mentali. Solo questo ci può dare la libertà e la serenità di immaginare efficaci e corposi cambi di politiche del territorio…

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