Categoria: civiltà

La disobbedienza di Cedric Herrou – Gli Asini

di Giacomo D’Alessandro – Gli Asini – agosto 2018

9788863572605-765x1024

Se n’è sentito parlare tante volte. Cedric arrestato. Cedric denunciato. Cedric passeur. Ora persino protagonista di un documentario a Cannes. Cosa ci dice l’interesse attorno alla quotidianità di un giovane contadino della Val Roya? Cosa affascina, cosa indigna di questo personaggio e della sua costante reazione al transito di migranti sulla frontiera militarizzata Italia-Francia?

Primo. Cedric Herrou è un agricoltore e fa l’agricoltore. Si ha l’impressione che questa scelta di vita lo abbia reso più libero e pragmatico nell’aprire le porte della sua casa ai richiedenti asilo, e nel cercare soluzioni con loro. Si vede che è una persona abituata a vivere lo spazio reale, a sporcarsi le mani, a calcare ogni giorno il territorio rendendosi conto di ciò che accade. E ad avere poco, ad accontentarsi dell’essenziale.

Secondo. Cedric Herrou non è un “cane sciolto” in cerca di visibilità. E’ parte di una rete civica che si è data il nome di “Roya Citoyenne”, attiva sul confine Italia-Francia e a Ventimiglia, dove fornisce pasti serali con l’aiuto di volontari da tutto il mondo. Alimenta consapevolmente un processo politico territoriale.

Terzo. Cedric ripete di continuo la sua convinzione di non aver violato la legge, ma anzi di agire per combattere le ripetute violazioni della legge, che vedono le forze dell’ordine respingere i migranti in Italia, spesso anche i minori già identificati come tali, impedendo la consegna delle richieste di asilo. Si pone quindi come obbiettore di leggi ingiuste o della non applicazione di leggi giuste…

Continua a leggere su Gli Asini

Annunci

Agenda 2030: e tu cosa puoi fare? – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

 

Note sparse per centrare l’obiettivo…

 

*1. Rimetti in circolazione tutto ciò che usi? Siamo abituati a definire la povertà come mancanza di potere d’acquisto. Ma oggi tanti beni di prima necessità si possono trovare grazie a strumenti di baratto, scambio, regalo, compravendita dell’usato. Per questo è importante non accumulare nelle proprie case beni inutilizzati, ma rimettere in circolazione tutto ciò che non ci serve e potrebbe servire ad altri. Per esempio utilizzando le pagine Facebook “Te lo regalo se te lo vieni a prendere” relative al proprio territorio. Così sarà più semplice per chi non ha denaro sufficiente procurarsi beni di uso comune e beni specifici.

 

*2. Sostieni gli agricoltori etici della tua zona. Cosa c’entra con la lotta alla fame? Molti paesi in via di sviluppo non riescono ad autoprodursi il cibo necessario perché grandi estensioni di terra sono dedicate a monoculture da esportare in occidente. Anche il fenomeno del land grabbing (paesi ricchi che comprano terra nei paesi poveri) è dovuto a questo export sproporzionato. Nel mentre, tantissima nostra campagna giace incolta e abbandonata. Se imparassimo a comprare prodotti del territorio, aumenterebbe chi trova convenienza nel riprendere a coltivare la nostra terra, diminuirebbe l’importazione e quindi le monoculture, aumenterebbe la nostra qualità dell’alimentazione e in generale aumenterebbe la quantità potenziale di cibo prodotto nel mondo. Ma perché agricoltori “etici”? Perché anche se a km zero, un’agricoltura non sostenibile alla lunga compromette la produttività dell’ambiente.

 

* 4. Leggi e ti informi sulle sfide attuali? Anche se non hai nulla a che fare con il sistema scolastico, è fondamentale il tuo impegno per una auto-formazione costante. Troppe nozioni la scuola non riesce a dare sul funzionamento della società contemporanea. Di fronte alle sfide complesse e al bombardamento mediatico cui tutti siamo sottoposti, c’è  un forte bisogno di studio e di aggiornamento. Alcuni esempi. Usiamo tecnologie di cui spesso non conosciamo i meccanismi e le implicazioni. Ci facciamo idee sballate (per esempio sui fenomeni migratori) perché riceviamo informazioni superficiali. Siamo governati da un sistema economico finanziario di cui nessuno ci spiega chiaramente il funzionamento, cause e conseguenze.

(altro…)

Quando c’era lui

luke - ogni parola sbagliata

Mi manca a volte Luke Skywalker. Poco fa ad esempio, sulla corriera, gli occhi mi si chiudono dal sonno. Scatto su alla parola “Mussolini”. È l’autista che parla con una ragazza seduta davanti. Prima che perdessi i sensi stava elogiando la vecchia educazione contadina, quando ai bambini si risparmiavano le eccessive ansie e vizi che oggi li tengono in una stupida campana di vetro. Poi mi sono perso…

” Quando c’era Mussolini”, dice il ragazzo, “il quale – checchè ne dicano – di cose ne ha fatte, qui volevano fare una serie di dighe e trasformare la valle in un bacino idrico. Avrebbero sepolto tutti i paesi sul torrente, ma li avrebbero rifatti altrove, e ci avrebbero dato un sacco di soldi. In Trentino ci sono bacini così, in uno si vede il campanile che spunta dal lago e ci vanno apposta migliaia di turisti. Mio nonno aveva firmato a favore, sarebbero arrivati tanti soldi. Poi è andata com’è andata e non si è fatto niente. E oggi la valle sta morendo…”

Avevo una discreta serie di obiezioni che si affollavano nella testa. Ma poi ho pensato a Luke Skywalker, e ho sentito vibrare in me la forza di una sintesi molto più calzante: “Incredibile. Ogni parola che hai detto è sbagliata”.

Tutto quello che vedete al telegiornale è falso – LiguriTutti

Mi incarognisce particolarmente constatare quante persone ancora (e sottolineo ancora) si formino delle opinioni a partire da ciò che vedono in televisione. Per essere precisi, nel contenitore informativo principe della televisione: il telegiornale. Si dovrebbe condurre un’operazione di pubblicità progresso (e onestà intellettuale) a tappeto, gridando in ogni angolo d’Italia per un mese di fila una sola, irrinunciabile verità: “tutto quello che vedete al telegiornale è falso”.

No, non si tratta di complottismo, nè di ideologia o di posizionamento politico. Dico che è falso nel senso che è incompleto. Questa formula del TG che dura mezzora, fatto di titoli e di servizi che durano 3 minuti ciascuno, rende palese, strutturale la semplificazione e l’incompletezza dell’informazione. Possiamo oggi, di fronte all’ampia gamma di strumenti informativi che ormai abbiamo a disposizione, ammettere che quello del TG è forse il peggiore? Peggiore in quanto uno dei più potenti: è il principale riferimento quotidiano per milioni di persone che si sono abituate, assuefatte all’idea che quello sia un canale informativo affidabile; inoltre ha un enorme potere, che non è quello di dire le bugie (siamo seri!) ma quello di “selezionare” le notizie da riportare ogni giorno. E qui torniamo al punto: il problema non è quello che il TG dice, ma quello che NON dice; e la quantità di persone che lo guardano quotidianamente convinte di essersi fatte un’idea del mondo.

In pieno caos da fake news (da un lato) e da saturazione informativa (dall’altro), possiamo fare un passo indietro, onestamente, ed ammettere che sarebbe meglio informarci meno, ma informarci a fondo? Quella mezzora serale non sarebbe più utile impiegarla a leggere una sola inchiesta sui campi di detenzione dei migranti in Libia? O a seguire mezzora di seduta della Camera che discute la legge sul whistleblowing? Vale anche per le soft newsAbbiamo strumenti di approfondimento di grandissima qualità: penso a svariate riviste e mensili, a qualche portale online, a specifiche newsletter tematiche, o a documentari inchiesta. In molti casi li stiamo lasciando morire nella generica crisi dell’editoria perché i primi a non stare più a galla sono proprio gli strumenti che non hanno grandi gruppi economici alle spalle, ma che sono nati e sostenuti da passione, gratuità, competenza, libertà di critica. Dall’altra parte, persino nell’era di Internet e delle molteplici fonti a disposizione immediata, ce ne stiamo di farci tutti i giorni un’idea superficiale (e sbagliata) su poche cose del mondo (spesso le meno rilevanti e interessanti) attraverso qualche minuto di telegiornale.

Dovrebbe essere ormai un mantra assodato: tutto quello che vediamo nei telegiornali è falso. Falso nel senso che è incompleto. E non lo dico io, tirandomela da sapientone. Lo ha detto molti anni fa la Sentenza Decalogo della Cassazione del 1984 sui limiti del diritto di cronaca. Ripassiamo:

La verità dei fatti, cui il giornalista ha il preciso dovere di attenersi, non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato. La verità non è più tale se è “mezza verità” (o comunque, verità incompleta): quest’ultima, anzi, è più pericolosa della esposizione di singoli fatti falsi per la più chiara assunzione di responsabilità (e, correlativamente, per la più facile possibilità di difesa) che comporta, rispettivamente, riferire o sentire riferito a sé un fatto preciso falso, piuttosto che un fatto vero sì, ma incompleto. La verità incompleta (nel senso qui specificato) deve essere, pertanto, in tutto equiparata alla notizia falsa.

La verità incompleta deve essere equiparata a una notizia falsa. Ci rendiamo conto? E non è forse il telegiornale la formula più equivoca, semplificatrice, incompleta di informazione diffusa nel nostro Paese? Sono stanco di sentire discorsi “da bar” fatti da amici, conoscenti o anche sconosciuti che si sono fatti imboccare da un telegiornale, convinti di essere in buona fede. Gente che parla di immigrazione senza aver mai potuto ascoltare una panoramica completa e fruibile, dati alla mano. Gente che parla di politica senza aver mai potuto ascoltare il testo di una legge o seguire i lavori del Parlamento. Gente che parla di estero senza aver mai letto un’inchiesta competente e approfondita su un teatro di guerra. Ma ancora peggio, gente che parla di notizie inesistenti, inaugurate dalla perversa selezione dei telegiornali: “l’emergenza stupri”, “l’emergenza femminicidio”, “l’emergenza stranieri criminali”, “l’emergenza sindaco pasticcione che non ne azzecca una”, concentrando senza motivo l’attenzione su fatti che accadono tutto l’anno, senza mai fornire un contesto completo e un’analisi approfondita che dia loro il giusto peso. E peggio, facendo “distrazione di massa” da problemi e questioni ben più importanti, che non trovano mai posto nella narrazione main stream, perché gli spazi notizia sono occupati da spazzatura malconfezionata…

Continua a leggere su LiguriTutti

Vivere la fede in Sud America: ritratti (La Guardia)

pubblicato sul mensile La Guardia, n./settembre 2017

8-voglia-di-comunitc3a0-703x469

Come si vive oggi la fede in latinoamerica? Come si pratica la prossimità? Come si alimenta un costante impegno per la giustizia? Sono alcune delle domande che mi sono portato dietro nei due mesi di viaggio “on the road” tra Colombia, Ecuador e Perù. Un itinerario a tappe lungo migliaia di chilometri, percorsi in oltre 200 ore di viaggi notturni su bus popolari. Una esplorazione spontanea di meraviglie della natura, culture indigene, progetti sociali e ambientali, di uno dei continenti più interessanti e vivaci per la sua storia recente. Il continente da cui proviene Papa Francesco. Vorrei condividere alcune testimonianze di vita e di fede che io e Alessia Traverso abbiamo incontrato, a volte cercato, a volte per caso, nel pieno di questa avventura. E che ci hanno colpito come modelli di cui il “vecchio continente” può fare tesoro, se sapremo rimetterci in ascolto della realtà, delle persone e delle loro esigenze, oltre le sovrastrutture e le demotivazioni. Se vorremo rifarci a Gesù di Nazareth come modello di umanità e pienezza.

Allegria e speranza!

A Bogotà, capitale colombiana, abbiamo trascorso una insolita giornata con padre Daniel Delgado, vicario episcopale, in visita pastorale al barrio El Dorado dove sorge la parrocchia di San Alberto Hurtado. Daniel è un prete sorridente, con una comicità innata, di stile semplice ed essenziale. Con lui visitiamo una coppia di anziani malati, che in questa periferia arroccata in cima ai colli non hanno possibilità di muoversi nè di ricevere i servizi di cui avrebbero bisogno. Visitiamo i bimbi di un asilo di quartiere. Portiamo la comunione a un ragazzo disabile che passa la vita costretto in un minuscolo appartamento, dove i famigliari se ne prendono cura. Avrebbe potuto crescere risolvendo parte dei suoi limiti, praticando una riabilitazione profonda, cose a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso. A tutti Daniel si dedica con dolcezza, informandosi sulle condizioni e sulle esigenze, offrendo un momento di preghiera e di condivisione partecipata, per poi finire con una sincera esortazione: “…e mi raccomando, allegria e speranza!” Durante il pranzo ci racconta come ha scelto di vivere il suo incarico di vicario: stando il più possibile accanto ai parroci e nei quartieri tra le gente. “In questa piccola borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cucinare e guardare la tv, chiacchierare fino a tardi. Mi sembra il modo più efficace di condividere e conoscere meglio la vita dei preti, dei laici impegnati, della povera gente. Così posso capire le esigenze e offrire dove serve un supporto, un incoraggiamento, anche della formazione.”

Tra i narcos e i migranti

Accogliere i migranti a Ventimiglia e combattere i narcos in Colombia, contemporaneamente. Ci riesce don Rito Alvarez, nato nel Catatumbo, Colombia centrale, la cui famiglia è stata profuga a causa delle guerriglie paramilitari. Per incontri fortuiti don Rito è finito a fare il prete in Italia, e a Ventimiglia ha fatto in questi anni ciò che il Vangelo e la sua coscienza gli hanno suggerito: aprire la chiesa ai migranti, difenderli, cercare soluzioni ai diritti primari. Ma nello stesso tempo, grazie alla collaborazione della sua comunità parrocchiale e della sua famiglia, don Rito ha messo in piedi nella sua terra natia la Fondazione Oasis de Amor y Paz, che consiste in due campus dove vivono e studiano bambini, ragazzi e universitari, altrimenti destinati a una vita senza scelte, alla raccolta della coca, forse alla guerriglia. Siamo stati ospiti una settimana nelle cittadine di Abrego e Ocana, entrando in relazione con i bambini e i ragazzi, con gli educatori e i familiari, abbiamo assistito ai lavori nei campi e negli allevamenti, un’ottima idea per rendere sostenibili le due case e insegnare agli ospiti a prendersi cura di ciò che cresce. Ci ha stupito la forte consapevolezza di ciascuno – del piccolo German di 10 anni come di Dixon proveniente da una comunità indigena – per questa insperata opportunità tutta da cogliere: poter vivere come in una grande famiglia, imparare dei valori, dedicarsi allo studio per poter diventare contributi positivi alla comunità e alla famiglia. Notiamo con ammirazione che questo non è l’ennesimo progetto di cooperazione internazionale “calato dall’alto” da una qualche ONG occidentale, bensì è una visione, un sogno, un azzardo nelle mani della Provvidenza costruito da un giovane prete nato qui con l’aiuto e il supporto dei suoi familiari. Una risposta ad un bisogno reale, sentito, sofferto, da parte della stessa gente del luogo.

Vescovo degli Indios

Lorenzo Voltolini è un italiano di Brescia trapiantato in Ecuador da 40 anni. E’ Vescovo a Portoviejo, nella provincia di Manabì, così colpita dal terremoto di un anno e mezzo fa. Il suo racconto della cattedrale sventrata, dei corpi per la strada, dei palazzi rovesciati, fa venire i brividi. Pantaloni scuri, camicia bianca, croce di ferro, passo deciso, Lorenzo ha scelto di essere un Vescovo semplice, laborioso e dedito ai problemi della gente. Per il dopo terremoto si è speso totalmente. Ogni anno organizza una intera settimana di Sinodo per la diocesi, in modo da facilitare l’ascolto delle comunità più diverse e di favorire la costruzione di un piano pastorale condiviso, approfondito e a lungo termine. Lorenzo ha moltissimo da raccontare degli Indigeni Kichwa, con cui da missionario ha vissuto diversi anni. Ne conosce l’idioma, tiene perfino un corso in seminario all’ultimo anno, e rivendica un forte ruolo della chiesa latinoamericana nella difesa degli Indios dai soprusi di governi e multinazionali. Ci spiega il concetto di “buen vivir” come lo ha capito stando tra loro, un vivere “alto, grande” che integra il rispetto dell’ambiente, delle creature, della fraternità umana, con la ricerca di una gioia essenziale, condivisa e liberante. Un ottimo approccio da assumere nelle nostre civiltà “sviluppate” per misurare la felicità integrale e profonda delle persone, oltre i parametri e le imposizioni del capitalismo selvaggio.

[l’articolo integrale è disponibile sul mensile La Guardia, da richiedere qui]