Categoria: comunicazione

Che cosa non ti abbiamo chiesto? (VinoNuovo.it)

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Fatelo il questionario online promosso dal Sinodo dei Vescovi in vista della prossima consultazione, che riguarderà la situazione globale dei giovani, fuori e dentro la Chiesa. Fatelo perché è un buon esercizio innanzitutto di check-up personale: come mi definisco, a che punto sono nel mio cammino, come mi relaziono con la società e come costruisco il mio futuro. Fatelo perché è rivolto a credenti e non credenti, a cristiani come a musulmani, ad agnostici come ad atei, senza esclusioni. Presenta opzioni insolite per un testo ecclesiastico: potete rispondere per esempio che per voi Dio è Madre, che reputate Gesù un rivoluzionario o un sapiente come altri. Ed è un questionario interessante perché punta a capire come la società contemporanea (le condizioni sociali ed economiche) incida sulla nostra vita, sul nostro modo di scegliere e di pensare. Non è nulla di eccezionale, sia chiaro, e rimane molto sul generico, però contiene una buona dose di risposte aperte, non è tutto preconfezionato. Ed è molto meno “tecnico-specialistico” dei questionari precedenti. Non dà molto per scontato sulla formazione e sulla filosofia di vita di chi risponde, ma cerca di ascoltare, questa volta veramente, in che modo le nostre generazioni hanno in testa di passare la vita.

Alla fine troverete due domande aperte. Preparatevele prima perché ha senso pensarci un po’ su, e poi fare un copia incolla quando ne siamo sicuri. La prima ci chiede di ripercorrere i momenti essenziali della nostra vita in cui ci siamo più coinvolti nel cammino cristiano. Grazie a chi, e quale migliore esperienza di Chiesa abbiamo vissuto. Qui ho fatto riferimento soprattutto alle esperienze di campi-famiglia, dove si ricrea per pochi giorni all’anno una situazione forse simile alle prime comunità cristiane (tutto in comune, tutti a servizio di tutti, vita allegra conviviale e relazioni profonde). E in secondo luogo ho elogiato molte figure di gesuiti che come “seminatori” hanno oggi forse la preparazione, la qualità e lo stile ecclesiale più efficace e recettivo della realtà, meno clericale, più collegiale, più inserito nella normalità della vita del mondo. Sono comunità d’inserzione nelle pieghe più diverse della società, che spesso si rivelano più libere di dedicarsi a un’ampia gamma di iniziative pastorali innovative, e alleggerite dal senso di decadenza e di antiquatezza di cui sono vittime (e a volte artefici) molti solitari preti invischiati nel mandare avanti baracche parrocchiali. Altro vantaggio dei gesuiti (e di tutte le religiose e i preti che si rifanno alla loro formazione) è aver investito sul discernimento ignaziano come strumento attuale e urgente per molti giovani di indagare e preparare scelte forti di vita e di impegno per la giustizia, creando spazio tra le ansie soffocanti del sistema e della crisi.

La seconda domanda aperta offre lo spazio per dire “cosa non ti è stato chiesto nel questionario” che ritieni importante per il Sinodo e per la vita della Chiesa. A questa domanda ho scelto di rispondere così.

“Non mi è stato chiesto in maniera più specifica cosa vorrei che cambiasse/migliorasse nella Chiesa e nella pastorale, perché sia più affine con i giovani di oggi e più accessibile per tutte le persone che se ne sono allontanate o che non riescono a trovarla coinvolgente per la loro vita.

1. La lontananza tra Chiesa e giovani è tale che difficilmente è colmabile. Nonostante tutto, nonostante su tante cose si sia fuori tempo massimo, ci sono ancora margini di riavvicinamento, e potenzialità inespresse.

2. La liturgia è quanto di più ostacolante e lontano dalla sensibilità giovanile. L’eucaristia incastrata nella forma liturgica attuale non dice più nulla del suo senso e del suo valore originario alla maggior parte dei giovani, e il fatto che si continui a farne un punto obbligatorio dell’appartenenza ecclesiale è la prima causa di allontanamento (e di verifica negativa della propria fede) per tanti giovani che sarebbero ottime persone in ricerca e in servizio all’interno delle comunità. Invece che favorire la fede, siamo al paradosso che questo tipo di liturgia ostacola un percorso autentico di fede giovane e adulta…

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Fare la pulizia di Facebook e risparmiare tempo ogni giorno

Da qualche mese mi sto esercitando a fare la pulizia di Facebook. Che significa? E chi me lo fa fare? Un semplice ragionamento, e un po’ di curiosità. Molti di voi si ritroveranno a scorrere più volte al giorno la Bacheca delle Notizie di Facebook, dove compaiono i contenuti pubblicati e condivisi dai nostri amici, dalle pagine che ci piacciono, dai gruppi in cui siamo, eccetera.
Ma… Ma Facebook naturalmente non può mostrarci tutti i contenuti di tutti i nostri contatti (sarebbero troppi, e ci guadagnerebbe meno perché non venderebbe le sponsorizzazioni). Succede allora che sulla nostra Bacheca ci ritroviamo contenuti selezionati dall’algoritmo di Facebook in base a diversi fattori, e a volte un po’ a caso. E che ci perdiamo contenuti di amici e di pagine che magari ci interesserebbero molto di più.

Fare la pulizia di Facebook significa esercitarsi, quando scorriamo la bacheca, a dire a Facebook che “questo contenuto non mi interessa“, “non mostrarmi più i post di questa pagina” o “non seguire più questa persona” perché pubblica contenuti che non mi interessano.
E’ semplice e veloce: si clicca sulla freccetta in alto a destra di un post, e si seleziona una di queste voci che ho citato. Tranquilli, alle persone e alle pagine non arriverà alcuna notifica del fatto che non li seguiamo più o non vogliamo più vedere i loro contenuti nella nostra bacheca notizie. E ovviamente non equivale a togliere l’amicizia, quindi restiamo con tutti i nostri contatti.
Ma se abbiamo la costanza e la voglia di fare questo lavoro per un po’ di tempo (già una settimana può dare i suoi frutti), succederà che la nostra Bacheca si riempirà più di contenuti che ci interessa seguire quotidianamente, e non perderemo tempo ed energie mentali (lettura, comprensione, elaborazione) nell’incontrare contenuti che nulla aggiungono alla nostra giornata.

Forse non ci riflettiamo abbastanza, ma le nuove tecnologie della comunicazione hanno un principale grande svantaggio: ci distraggono, ci stancano, ci rubano molto tempo. Non ce ne accorgiamo nemmeno, ma leggere e comprendere 30 post per renderci conto che almeno la metà sono cose di poco conto, che assorbiamo e vogliamo già buttare via, è un’operazione diventata quotidiana che ci stanca la vista, la mente, e ci richiede molti minuti. E che ci rende meno sensibili, meno pronti, meno disposti a dedicare tempo e attenzione a contenuti che ci piacciono e ci incuriosiscono davvero. Col risultato che ad un certo punto non leggiamo più nulla, scorriamo tutto, siamo saturi e incapaci e demotivati ad assorbire. Oppure, col risultato che ci accorgiamo di aver perso qualcosa di bello, di prezioso, di emozionante e di arricchente perché eravamo distratti dalla “rumenta” indistinta.

Tutt’altro punto è in base a quale criterio fare questa pulizia. E’ del tutto personale. Dipende da cosa vi interessa ricevere dal vostro tempo sui social. Notizie? Cazzeggio? Fare i guardoni delle vite altrui? Seguire i quotidiani online o altre pagine specializzate? Pagine di persone famose? Video comici? Selezionare tra tutti gli amici quelli che pubblicano contenuti più seri e pensati sui fatti di attualità? Tutto dipende da voi. La cosa certa è che chiunque, per come funziona Facebook, ha la possibilità di eliminare una consistente parte di contenuti che gli fanno perdere tempo.
Attenzione: ovviamente Facebook li sostituisce, come no. Ci propone contenuti di persone e pagine che non abbiamo mai visto in bacheca, per esempio, e quindi la nostra selezione può continuare, ma con più novità e curiosità. Potrebbe capitarci qualcuno che volevamo seguire da tempo senza neanche ricordarcelo.

Ricordiamo sempre una cosa: vivendo in un mondo sovrabbondante di input comunicativi, è importante per ciascuno sviluppare un’attenzione selettiva, ovvero la capacità di selezionare bene le informazioni che vale la pena ricevere ed elaborare quotidianamente. L’alternativa è perdere la capacità di apprendere perché si va in soffocamento e in saturazione indiscriminata. L’attenzione selettiva è quella capacità di tenere le antenne vigili ma a riposo, e di rizzarle prontamente quando si percepisce una comunicazione/informazione di nostro interesse, ma di non scomodarle nemmeno per tutto il resto del tempo. Salvo spazi di “talent scouting” in cui essere recettivi al nuovo che può diventare interessante ed entrare nella nostra attenzione quotidiana.

Cosa ha detto davvero Francesco a Genova (VinoNuovo.it)

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Basso profilo, sincera prossimità, consigli precisi. Si potrebbe riassumere così la visita di papa Francesco alla città di Genova. Non si è visto un Francesco esuberante, da fuochi d’artificio, nè si sono sentite particolari sferzate, salvo alcune eccezioni. Perché Jorge Mario Bergoglio – che da sempre sceglie oculatamente i suoi viaggi in base a fortissime motivazioni sociali ed ecclesiali – abbia scelto di dedicare una visita a Genova, è una domanda aperta. Di fronte allo spiazzante basso profilo scelto dal Vescovo di Roma nei suoi discorsi, una risposta suona più verosimile di altre: se non è venuto a dire o fare nulla di particolare di cui proprio Genova avesse bisogno, probabilmente è venuto ad ascoltare ed assorbire. A conoscere. A rendersi conto. Forse ritenendola una città dove si concentrano problematiche e condizioni più significative per guardare ad un mondo che cambia. Forse anche in vista del sostanzioso cambio di passo di cui la diocesi ha bisogno secondo molte voci interne ed esterne. Svolta possibile proprio nel giro di un paio d’anni, con il pensionamento del cardinale Angelo Bagnasco. Certo, come detto da quest’ultimo, operai, disoccupati, bambini, malati, migranti, senzatetto, hanno ricevuto un enorme dono personale da questa visita.

Ma proviamo a sintetizzare per ciascuno dei momenti della giornata gli spunti che il papa ha voluto dare ai genovesi. Alcuni già ampiamente sottolineati dai media, altri poco notati da chi non conosce il contesto in cui cadono. Farò riferimento a dialoghi, perché Francesco ha scelto anche in questo caso il format del dialogo: rispondere a domande e bisogni espressi dalle persone, invece che calare monologhi preparati a sua discrezione. Non farò citazioni virgolettate, per semplificare i concetti.

Il dialogo sul lavoro. Dice: il buon imprenditore crea un ambiente sinodale, in cui si cura della crescita di un progetto e delle persone coinvolte, in cui si pone come un primus inter pares. Lotta e prega con e per la propria gente, sente e crea appartenenza ad una comunità. Chi fa l’imprenditore cercando profitto personale va invece chiamato “speculatore”, ben diverso. Francesco insiste moltissimo su questa distinzione, sul chiamare le cose col loro nome, senza omologare modi di agire opposti. Ed evidenzia un tema sempre troppo ignorato, quello della governance nei luoghi di lavoro, dove spadroneggia il modello capo-sudditi e non certo il modello-democratico. Dice poi: il lavoro mercenario per il profitto personale è da speculatori. Sembra rinnovare la denuncia del sistema capitalista-finanziario con tutte le sue derive, dalla finanziarizzazione delle aziende all’individualismo delle persone. Dice ancora: la burocrazia è asfissiante perché presuppone i furbi e gli speculatori, e per arginare quelli mette freni esasperanti ai puri che farebbero del bene. Ci vuole un sistema che premi e liberi gli onesti da troppi vincoli. Attenti con l’ansia di leggi e regole iperspecifiche, diventano freni alla creatività dei buoni. Conclude con due concetti molto forti: perché ha voluto questo incontro? Perché il lavoro è uno dei luoghi del popolo di Dio, e questi discorsi non sono meno importanti dei discorsi di chiesa: i luoghi della chiesa sono i luoghi della vita. Francesco ribadisce un cambio di approccio pastorale di cui molte chiese locali ancora difettano: l’obiettivo non è insistere che la gente vada in chiesa e nei luoghi della chiesa, ma che la chiesa si abitui che è giusto e prioritario andare nei luoghi della vita, quali che siano in ogni tempo. Ciò non è un di più oltre alle “cose sacre”, ma una priorità della sua missione. Il secondo concetto forte è che non tutto il lavoro è buono a prescindere; ci sono ancora troppi lavori sbagliati, ingiusti, cattivi. Molti valori della grande finanza non sono in linea con l’umanesimo cristiano. E poi traffico di armi, pornografia, gioco d’azzardo, e tutte le imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Sono cattivi i lavori totalizzanti, anche se ben pagati, perché la vita non è tutta lavoro. Denuncia come sbagliati socialmente anche privilegi, caste, rendite. Bisogna organizzare la società perché tutti possano contribuirvi e viverci con il loro lavoro, esprimendo un senso e un’appartenenza; non perché tutti accumulino reddito a prescindere da quello che fanno, da spendere in consumi. In questa ottica va riscritto un patto sociale che oggi non tiene più, tra chi non riesce a lavorare per nulla e chi è schiavo di lavori sbagliati o ricattanti e non riesce a uscirne. Vien da dire “lavorare meno, lavorare tutti, accettare solo lavori etici”.

Un simile discorso ha forte valore non solo per Genova, ma per tutto il mondo del lavoro. E non tanto, io credo, per imprenditori e dirigenti, quanto per lavoratori e famiglie, da un lato, che faticano a uscire da mentalità inculcate per decenni, incapaci oggi di sviluppare nuove visioni e modi di lavorare, stare al mondo, di ripensare; e per istituzioni e società civile, dall’altro, che possono se determinati imprimere piccoli ma decisivi cambi di rotta all’organizzazione del sistema lavorativo. Una lotta dura, ma che esige visioni alternative, cambiare le domande per perseguire risposte incisive. Di sicuro Genova è simbolo di una società post-industriale stanca, appesantita, smarrita, sfilacciata, dove il cambiamento è più urgente quanto più potenzialmente rivoluzionario, se vede alleate le diverse forze in campo, con poco o niente da perdere. Un forte input anche alle giovani generazioni sul modo in cui pensare e approcciare il mondo del lavoro, che rischia di essere un idolo da perseguire a prescindere, senza distinzioni e ambizioni etiche.

Il dialogo sulla chiesa. A vescovi, preti, diaconi, religiose e religiosi, il Papa ha dato una serie di consigli mirati e chiesto alcuni precisi esami di coscienza.

Primo: come vivere appieno la missione? Imitando lo stile di Gesù, sempre in cammino, tra la folla, in strada, immersi nei problemi della gente, senza soccombere alla fretta o all’agenda iperstrutturata. Si può essere parroci ma non essere cristiani nello stile. Nutrirsi dell’incontro con il Padre e con la gente, a partire dai più emarginati della società. Pregare meno a pappagallo e più in autenticità personale, più in ascolto e in silenzio. Così con la gente. Mi sembrano esortazioni a uscire, a mescolarsi, a vivere il proprio tempo con prossimità e umanità, senza cercare distacchi formali nè di reagire alla complessità con una speculare schizofrenia che diventa impermeabilità e autoreferenzialità. Rischi che la dimensione ecclesiale genovese vive e talvolta alimenta.

Secondo: come vivere la chiesa territoriale? Legandosi a Gesù, non ad altri “salvatori” (su questo Francesco fa una pausa e una sottolineatura particolare, come a dire “i diretti interessati aprano bene le orecchie”). Legandosi ai rapporti, mai alle strutture (altra enfasi chiaramente allusiva). Sospettando di chi si lega troppo alle strutture, carrieristi dal cuore vuoto. Smontando l’autosufficienza che abbiamo creato attorno alla figura del prete che sa tutto, e che non vuol perdere tempo nei confronti sinodali. Tenendo uno stile di vita più comunitario e conviviale, quotidiano. Imparando ad ascoltare chi la pensa diversamente, prendendone l’utile. Imparando a litigare e discutere, segno di libertà e via per una fiducia e fratellenza autentica, non di facciata. Smettendo di parlare alle spalle, mormorare di nascosto degli altri. Su questo Francesco dedica un excursus apparentemente fuori tema su come avvengono le nomine dei vescovi, e dice: è successo che si siano dette calunnie al nunzio su l’uno o l’altro candidato, per gelosie ed invidie. Questo è assenza di fraternità, è tradimento. Parole pesantissime che non avrebbero senso nel discorso se non si riferissero (evidentemente) a qualche fatto avvenuto. Continua chiedendo direttamente ai presenti un esame di coscienza, su quante volte abbiano davvero ascoltato idee differenti dalle proprie e critiche dette da confratelli, su quante volte abbiano mormorato nell’ombra. Cita Canestri (unico citato tra gli ingombranti ex vescovi di Genova) per ricordare che la chiesa è pluralità in una direzione comune. La varietà è lecita. Spesso vogliamo che il fiume divenga piccolo, come siamo noi, e condanniamo gli altri. Questo va imparato dal seminario. Non allevate chiacchieroni, distruttori di fratellanza. Dobbiamo prendere i doni e i carismi di ognuno. Sono tutti concetti calzanti sulla realtà diocesana, dove manca una serena pluralità e dibattito ecclesiale, e per contro sovrabbonda clericalismo, parlare nell’ombra, squalificare ignorando. Con il risultato di un enorme spreco di energie potenziali, e un abbassamento generale della qualità e della progettualità.

Terzo: come vivere il calo di vocazioni? Non come una disgrazia del mondo cattivo, ma come un segno di Dio alla chiesa. E’ un tempo per domandarsi cosa bisogna cambiare. Affrontare i problemi è necessario, e imparare dai problemi è obbligatorio. Non risposte riduttive. Non importazione di religiosi novizi dall’estero, brutto capitolo già scritto in Italia. Puntare sulla testimonianza e sulla conversione missionaria: chi vive da persona felice e fedele al messaggio originario, attrae. Ci sono vescovi e preti che vivono come pagani, e i giovani si allontanano. Certa chiesa spinge fuori la gente. Proporre ai giovani occasioni missionarie a servizio del bene comune, suggerisce il Papa, li rende protagonisti e attratti da una vita piena, dal non vivere per se stessi. La mondanità spirituale (assuefarsi al sistema dominante) è distruttiva. In sintesi, rimarca Francesco, con certi comportamenti siamo noi stessi a provocare certe crisi vocazionali. Le vocazioni ci sono, ma se tu non hai tempo di ascoltare i giovani, la loro fatica, il giovane va a cercare un altro. Concetti assolutamente centrati in una diocesi che non ha affrontato in questi anni lo spinoso tema, limitandosi a evocare preghiere cui non fa seguito un’azione sinodale di ripensamento e cambiamento.

Il dialogo con i giovani. Rispondendo alle domande di un gruppo di giovani impegnati nella Missione Diocesana “Gioia Piena” Francesco ha ripetuto concetti più generici e indirizzato alcune precise provocazioni…

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Elezioni Comunali Genova

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#ComunaliGenova
[fuori e oltre i politicismi]

Il candidato sindaco più in gamba? Simone Leoncini.
La visione di città più innovativa? I giovani di Rete a Sinistra.
La maggiore occasione mancata? Non fare le primarie.
Gli strateghi peggiori di sempre? I dirigenti del PD locale.
L’ultima speranza?
Che tutti i fautori del gran casino (prevedibile, cercato, voluto) ormai combinato usino i mesi restanti per far tesoro delle migliori forze in campo. Per raccogliere le idee più concrete e aperte di cambiamento radicale della città. Per coinvolgere le persone giuste al posto giusto.

P.S. Premio Autodistruzione Gratuita al Movimento 5 Stelle locale. Non forse a livello elettorale. Sicuramente a livello credibilità.

Estremisti inconsapevoli

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Su Il Foglio tal Matteo Matzuzzi scrive un articolo dal titolo:

Il capo dei gesuiti relativizza Gesù: “Non sappiamo quello che ha detto veramente”

E mentre Francesco va a trovare gli anglicani per continuare a superare le vecchie arroganti rigidità della Chiesa, articoli come questo ci confermano quanti se dicenti cattolici ad oggi non abbiano la minima idea di come si legga il Vangelo.

E si scandalizzino a sentire delle ovvietà, normalissimi concetti che derivano da studi aggiornati e contemporanei.

Gente inquietante, gli estremisti inconsapevoli.

Dimmi cosa comunichi e ti dirò chi sei (La Guardia)

pubblicato su La Guardia n.11/2016

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“Benedite e non maledite” suona l’esortazione biblica. Anche papa Francesco in diverse occasioni ha ringraziato giornalisti e comunicatori di raccontare fedelmente e far emergere il positivo dell’umanità. Ben sapendo che non è sempre così, anzi: mai come oggi la parola comunicazione viene associata alla manipolazione, al marketing senza scrupoli, alla vuota retorica politica, ai toni accesi senza ritegno, al bombardamento mediatico-pubblicitario costante che ci incalza senza tregua. Siamo nell’era dell’informazione e della comunicazione, come si suol dire, e spesso non ne possiamo più: troppe notizie, troppi stimoli, troppe “bufale”, troppe energie da perdere in mondi virtuali, o in dibattiti contorti quanto irrilevanti. Il nuovo mantra dell’epoca dei social network e degli smartphone sembra essere “devi comunicare, se vuoi esistere” e “devi avere un’opinione su qualsiasi fatto, se vuoi contare qualcosa”. Ma è possibile un uso positivo degli strumenti di comunicazione? O dobbiamo rassegnarci alla diffidenza, all’ingiuria, allo scandalo perpetuo? Passiamo brevemente in rassegna alcune esperienze emblematiche che vanno in controtendenza, tra le molte che potremmo citare.

Giornalismo. L’Associazione Carta di Roma (nata nel 2011) ha l’obiettivo di raccontare correttamente il mondo dell’immigrazione, e offre a tutti gli operatori dell’informazione strumenti deontologici e dati verificati, per combattere i linguaggi scorretti e denigratori, le notizie inesatte e gli allarmi infondati. Pubblica un rapporto annuale e monitora le uscite sui media smentendo le false notizie. C’è un altro strumento reso possibile dal web e molto utile per destreggiarsi nel caos mediatico: il fact-checking, letteralmente “verificare il fatto”, ovvero elencare le singole dichiarazioni pubbliche di uomini politici, mettendo in evidenza quali sono cose vere, quali sono mezze-verità, quali sono “balle” (con motivazione e fonte del dato). Un sistema (ne è un esempio il sito Pagella Politica) per sintetizzare la propensione a dire la verità di questo o quel leader, evitando di formarsi un’opinione solo per empatia o per l’abilità retorica del personaggio.

Campagne di comunicazione. Si chiama “Milioni di passi” ed è una campagna multimediale promossa da Medici Senza Frontiere per raccontare il viaggio dei profughi dai paesi in guerra, in particolare dal Medio Oriente e dalla Siria. Immagine di copertina? Un collage di infiniti paia di scarpe, sdrucite, infangate, consunte, da grandi e da bambini. Attraverso brevi video interviste e fotografie suggestive, mappe e infografiche, MSF rende l’idea del viaggio epocale che sono costrette ad affrontare migliaia di famiglie, dando volti, storie e umanità a quelli che sui media sono spesso solo numeri e problemi. Ci sono poi campagne come quella di Greenpeace “Save the Artic” contro le trivellazioni nell’Artico, costruite raccogliendo le foto di persone da tutto il mondo che vogliono “metterci la faccia” e accompagnare agli appelli istituzionali migliaia di volti, sorrisi, provenienze, motivazioni personali perché l’umanità intera sia vigile e determinata di fronte a certe minacce globali.

Docu-film. Tre titoli soltanto: Human di Bertrand, Unlearning di Lucio Basadonne e Anna Pollio, Domani di Cyril Dion e Melanie Laurent. Il primo è un vero capolavoro, riesce a rappresentare l’umanità intera, le sue variopinte culture, le sue struggenti emozioni, i suoi paesaggi mozzafiato, soltanto accostando volti che parlano della propria vita, della propria fede, dei propri desideri, volti da ogni parte del globo, e immagini di natura incontaminata senza alcun commento. Dice l’essenza dell’“umano” appunto.

Unlearning è invece il viaggio insolito di una famiglia genovese attraverso l’Italia, “disimparando la religione del comfort per condividere i tempi, gli spazi, le logiche” di comunità che hanno un concetto diverso di famiglia, educazione, bene comune. Un “inno gentile alla disobbedienza” per scoprire altri modi di stare al mondo, magari dietro casa nostra, dove non abbiamo mai osato andare per non uscire dai nostri rassicuranti e indotti confini mentali. Domani, di recentissima uscita, è un film sulle strade del pianeta, per prendere coraggio di fronte a futuri prevedibili scenari climatici disastrosi, conoscendo persone che stanno già vivendo in modo alternativo e sostenibile. In città come in campagna. Reinventando la terra, la solidarietà, l’energia, la democrazia, realizzando già ora una “decrescita felice”. “E se – recita l’introduzione – indicare soluzioni e raccontare storie di successo fosse il modo migliore per risolvere le crisi ecologiche, economiche e sociali?”

Non mancano poi app per cellulari e piattaforme grazie alle quali è possibile condividere valori, immateriali e materiali: basti pensare a siti per creare petizioni online come Change e Firmiamo!, a strumenti per realizzare una raccolta fondi come Eppela e Produzioni dal Basso, a siti per condividere a basso costo passaggi in macchina (Blablacar) o ospitalità in tutto il mondo (Airbnb, Couchsurfing). Fino ad arrivare alle app più recenti, ad esempio per ridurre gli sprechi alimentari (MyFood) mettendo in contatto in tempo reale commercianti, associazioni e singoli cittadini.

Ma è solo uno scorcio. Chi ha interesse ad esplorare può andare avanti a lungo. E incoraggiarsi a sviluppare un uso consapevole e mirato degli strumenti di comunicazione che oggi ci pervadono: perché restino strumenti, innanzitutto; e perché siano canale dei valori più fruttuosi che abbiamo nel cuore. Ora andate su YouTube a guardare “Il circo della farfalla” e “Giving [sub ita]”. Due perfetti esempi di come poche immagini bastino più di molte parole ad accendere prospettive comuni in milioni di esseri umani.

Tra intellettuali e carnevali…

Pillole di inizio estate.

#1 Stasera ho conosciuto un famoso personaggio che viene da lontano. Ha detto una serie di banalità, ha fatto una piazzata per l’albergo non abbastanza lussuoso, si è continuamente definito un intellettuale. In pratica, un coglione.

#2 Ieri al Porto Antico sono incappato in una sfilata di gente, per la maggior parte maschi, in costumi strampalati e ridicoli, che ripetevano slogan incomprensibili. No, non era il Gay Pride: quello era più allegro, più giovanile, più partecipato, con valori più chiari e condivisibili… Boh. #poverosangiovanni

#3 Di fronte a tanti discorsi su Brexit, economia, lavoro, politica, elezioni, conflitti, inquinamento, disagi sociali…sono sempre più spinto a interrogarmi su COME cambiare davvero la mia vita e il mio modo di stare al mondo, un pezzo per volta, strutturalmente. Se no divento uno che “chiacchiera del tema”, si sensibilizza, si forma opinioni, fa discorsi e ricette…ma poi? Quando si agisce?

#4 L’altro giorno ho esplorato per la prima volta la piattaforma web Rousseau, del Movimento 5 Stelle. Mi sono trovato nella sezione dove ogni cittadino può scrivere e inoltrare una proposta di legge, che ha la possibilità di arrivare in Parlamento tramite i parlamentari 5 stelle. Si potrà avere ogni tipo di giudizio su questo “fenomeno 5 stelle”, sui pregi e difetti, sui limiti evidenti e i rischi che comporta. Ma in un Paese dove la democrazia rischia di ridursi alle campagne elettorali e ad un 50% di votanti, sono spinte al protagonismo civico per niente scontate, da apprezzare e sfruttare.

#5 Viene l’estate, si va al mare, ricordiamoci dei beni comuni. Di fronte all’odiosa pratica di spiagge per l’80% coperte da stabilimenti, ricordiamoci che la battigia è ad accesso libero sempre e comunque, ricordiamolo a chi fa storie. Il mare è di tutti. E vediamo di insultare civilmente chi riempie di spazzatura e inquinamento e motori i luoghi naturali. Si fotta il “progresso”, l’unico progresso è vivere meglio, tutti.