Categoria: cristiani

Come si fa il vescovo. La lezione di Francesco

hebdo cardinali vignetta

Estratti – utili a certuni – del discorso pronunciato da papa Francesco l’8 settembre 2018 a 74 vescovi dei territori di missione. Indicazioni su come bisognerebbe fare il vescovo:

Non vive per sé, ma proteso a donare la vita alle pecore, in particolare a quelle più deboli e in pericolo; (…) avere gesti e parole di speciale conforto per quanti sperimentano marginalità e degrado.

La preghiera non è per il vescovo devozione, ma necessità. (…) Mai appagato, cerca costantemente di assimilarsi a Lui, in cammino per diventare come Gesù vittima e altare per la salvezza del suo popolo. (…) Perché è facile portare una croce sul petto, ma il Signore ci chiede di portarne una ben più pesante sulle spalle e sul cuore.

Il vescovo non vive in ufficio, come un amministratore di azienda, ma tra la gente, sulle strade del mondo, come Gesù. (…) E uscendo da sé ritrova sé stesso. Non si compiace di comfort, non ama il quieto vivere e non risparmia le energie, non si sente principe, si prodiga per gli altri.

Subisce le tentazioni del potere, dell’appagamento, del ritorno di immagine, della mondanità. (…) C’è sempre il rischio di curare più la forma della sostanza, di trasformarsi in attori più che in testimoni, di annacquare la Parola.

Il vescovo non può avere tutte le doti, l’insieme dei carismi – alcuni credono di averne, poveretti! – ma è chiamato ad avere il carisma dell’insieme, cioè a tenere uniti, a cementare la comunione. Di unione ha bisogno la Chiesa, non di solisti fuori dal coro o di condottieri di battaglie personali. Il Pastore raduna.

Non è interessato a tutelare il suo buon nome, ma ama tessere la comunione coinvolgendosi in prima persona e agendo con fare dimesso. Non soffre di mancanza di protagonismo, ma vive radicato nel territorio, respingendo la tentazione di allontanarsi di frequente dalla Diocesi – la tentazione dei “vescovi da aeroporto”.

Non si stanca di ascoltare. Non si basa su progetti fatti a tavolino, ma si lascia interpellare dalla voce dello Spirito, che ama parlare attraverso la fede dei semplici.

Fuggite il clericalismo, «modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa, molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso di potere, di coscienza e sessuale». Corrode la comunione, in quanto «genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo.

Non sentitevi signori del gregge – voi non siete padroni del gregge.

Il popolo di Dio, per il quale e al quale siete ordinati, vi senta padri, non padroni; padri premurosi: nessuno deve mostrare verso di voi atteggiamenti di sudditanza. (…) Mostrarsi uomini forti, che mantengono le distanze e comandano sugli altri, potrebbe apparire comodo e accattivante, ma non è evangelico. Reca danni spesso irreparabili al gregge.

Siate dunque uomini poveri di beni e ricchi di relazione, mai duri e scontrosi, ma affabili, pazienti, semplici e aperti.

I seminari (…) i vivai del domani (…) garantiscano la formazione di profili umani sani, aperti, autentici, sinceri. Date priorità al discernimento vocazionale.

I giovani. (…) Mettiamoci in ascolto, lasciamoci provocare da loro, accogliamone i desideri, i dubbi, le critiche e le crisi. Sono il futuro della Chiesa, sono il futuro della società. (…) non mettiamoli mai in quarantena; cerchiamoli, sentiamo il loro cuore che supplica vita e implora libertà.

Dedicate tempo ed energie agli ultimi, senza paura di sporcarvi le mani. (…) raggiungete le periferie umane ed esistenziali delle vostre Diocesi.

Diffidate, vi prego, della tiepidezza che porta alla mediocrità e all’accidia.

 

 

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Sinfonia per il Perù – Mondo e Missione

di Giacomo D’Alessandro*

Nella periferia di Lima padre “Chiqui” Mantecon lavora da 40 anni con ex gangster, carcerati, bambini e giovani. La gente lo vorrebbe sindaco di El Agustino. Ma lui preferisce vivere la strada, seminare cambiamento e lottare per una “ecologia integrale”.

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“Io sono un amante del rock, e la prima cosa che ho fatto arrivando qui è stato creare un movimento musicale popolare”. Era il 1984. El Agustino, distretto di periferia nella parte est di Lima, era sorto negli anni ’40 con l’inurbamento massiccio di contadini e pastori provenienti dalla sierra. “Arrivavano, occupavano un pezzo di terra lottando contro le forze dell’ordine, e tiravano su capanne di bambù, col tempo rimpiazzate da mattoni e cemento”. Che padre Chiqui sia un rocker d’altri tempi si capisce facilmente, quando prima di cominciare la messa si fa prestare la chitarra del coro e in disparte accenna un blues. José Ignacio Mantecon (ma per tutti è “Chiqui”) è un uomo minuto, sulla settantina, sguardo intenso e voce gioviale. Una vita spesa tra le periferie urbane e quelle esistenziali…

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* su Mondo e Missione – La rivista missionaria del PIME – numero di maggio 2018

Don Gallo, 5 anni dopo è guerra ai poveri – Adista

di Giacomo D’Alessandro*

GENOVA – A cinque anni esatti dalla scomparsa di don Andrea Gallo il 22 maggio scorso a Genova ha preso vita un momento sociale ed ecclesiale di ampio respiro. La Comunità di San Benedetto al Porto in tutte le sue diverse componenti ha voluto celebrare la giornata al Centro Banchi, nel cuore del centro storico a due passi dal porto e dal duomo, sia per rimarcare l’urgente questione povertà, particolarmente visibile nella realtà multi-strato dei “caruggi”, sia per valorizzare un luogo ecclesiale – il Centro Banchi appunto – che sta cercando di alimentare processi di confronto, formazione, accoglienza e comunità sotto varie forme, con un taglio critico verso i sistemi dominanti.

Alle 18.00 la chiesa di San Pietro in Banchi con la sua caratteristica conformazione rialzata e i marmi chiari del 1600 ha cominciato a riempirsi di gente comune, attivisti, laici impegnati, rappresentanti della società civile ad ogni livello. Per la celebrazione è arrivato da Napoli padre Alex Zanotelli, comboniano e attivista di lungo corso prima in Kenya e oggi nel rione Sanità. Insieme a lui hanno concelebrato l’anziano don Federico Rebora (che accolse don Gallo espulso dalla parrocchia del Carmine nella canonica di San Benedetto), don Armando Zappolini presidente del Cordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, don Gianni Grondona successore di don Gallo nell’assistere la comunità, ed altri amici preti, diaconi e chierici. Tra canti festosi e segni liturgici proposti da Zanotelli, come la benedizione da parte di tutta l’assemblea dell’acqua (“perché sia un bene pubblico”) e del pane (“perché diventiamo gente che spezza il pane con tutti”), la messa è stata trasmessa anche nella piazza per le tante persone rimaste fuori.

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* uscito su Adista a maggio 2018

Credono nonostante la Chiesa – Città Nuova

Silvano Gianti intervista Giacomo D’Alessandro – Città Nuova / La Guida di Cuneo

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«Da quattro anni provo a fare vita comunitaria con altri ragazzi nei locali di una chiesa nel centro storico di Genova. Un luogo deputato da 35 anni al dialogo tra culture e religioni, a percorsi di ricerca esistenziale e rete sociale. Di mio sono una sorta di “viandante”: il movimento lento, l’incontro, la narrazione caratterizzano un po’ tutte le mie attività. Quelle di comunicatore, quelle di camminatore, quelle di musicista». Si definisce così Giacomo poco sopra i venticinque anni animatore di questo centro straordinario di condivisione, reciprocità, ricerca di cammino vocazionale per giovani che vogliono impegnarsi seriamente a servizio del Vangelo.

Laboratorio privilegiato e appassionante di proposte maturate tra giovani che vogliono fare della loro qualcosa di bello per loro stessi e per gli altri. «Ho una passione per il Vangelo e la Chiesa che da 10 anni mi portano a documentarmi, scrivere e organizzare eventi di approfondimento critico. Ho provato a smettere, ma niente. C’è troppo di buono da valorizzare, spesso offuscato da troppo di malsano da denunciare e rimuovere. Molte ceneri sopra le braci ardenti, come diceva Martini. E in un mondo così complesso, abbiamo bisogno di tornare alla radicalità limpida delle braci originarie».

A Giacomo domandiamo: un giovane della chiesa di Genova, cosa si aspetta dal Sinodo dedicato ai giovani?

Se permetti la battuta, un giovane della chiesa di Genova non sa nemmeno che ci sarà un Sinodo, nel nostro “feudo” purtroppo la chiesa di papa Francesco ancora non arriva. Personalmente, dal Sinodo mi aspetto un cambio di approccio da parte della gerarchia ecclesiastica (perché ricordiamo che questi consessi non li conduce il Popolo di Dio che è la Chiesa, ma la gerarchia che è una piccola parte uniforme di Chiesa). Mi aspetto quello che si stanno impegnando a fare con tanta buona volontà: mettersi in ascolto delle voci libere di tanti giovani diversi, credenti e non credenti, per ricevere da loro una lettura della realtà globale, locale, e della chiesa stessa. Mi aspetto la capacità di non starsene dei contributi giovanili clericali (rischiano di essere i più), ma che sappiano capire da dove arrivano i contributi più originali e rappresentativi, le intuizioni più qualitativamente sensate per rispondere ai segni dei tempi. Mi aspetto infine che si abbia il coraggio di sbloccare alcune riforme attese da troppi anni, penso al diaconato femminile (che ricchezza libererebbe nella chiesa mondiale!), la fine dei seminari su modello tridentino, percorsi vocazionali in grado di valorizzare davvero i diversi carismi espressi dai giovani nel mondo, non soltanto quei carismi che rientrano negli stretti parametri dell’inquadramento ecclesiastico. Non è vero che sono calate le vocazioni, sono calate “questo” tipo di vocazioni pre-confezionate, che non impattano più sulla vita e sulla realtà delle persone.

Secondo la tua esperienza, la Chiesa nelle sue forme, strutture e liturgie è ancora attraente per un giovane?

 So che per alcuni queste saranno parole insopportabili, ma bisogna accettare che molti giovani credono “nonostante” le forme, strutture e liturgie della Chiesa…

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Non è una chiesa per giovani. La sfida del sinodo – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro – uscito su laGuardia n.4/2018

«Qualcuno pensa che sarebbe più facile tenervi “a distanza di sicurezza”, così da non farsi provocare da voi». Come sempre papa Francesco non ci gira attorno, lo dice in faccia ai 300 giovani convocati a Roma per il pre-Sinodo: stiamo tentando una sfida difficile, che trova resistenze nella società e nella chiesa.

Ma partiamo dall’inizio. Dopo il Sinodo sulla Famiglia del 2015 (sintetizzato nell’esortazione Amoris Laetitia con alcuni sostanziosi passi avanti), il prossimo appuntamento dei vescovi cattolici è un Sinodo su “Giovani, fede e discernimento vocazionale” e avrà luogo nell’ottobre 2018.

L’intenzione di mettere la chiesa in ascolto dei giovani, non solo cattolici, non solo cristiani, non solo credenti, ha provocato qualche piccolo terremoto: come fare? Come in pochi mesi dare voce a nuove generazioni spesso ormai distanti (quando non analfabete) in fatto in chiesa e di fede? Come suscitare partecipazione di qualità in ambienti dove spesso clericalismo e omologazione hanno abituato le persone esattamente all’opposto, alla passività o all’adulazione? E come rappresentare l’enorme diversità delle chiese di tutto il mondo, i loro diversi contesti socio-politici?

La grande scommessa di Francesco e della Segreteria del Sinodo sta tutta in questa intenzione: far confluire dal basso le esperienze, le vite, le visioni dei giovani che ancora alla chiesa vogliono dire qualcosa, al fine di comporre una fotografia aggiornata e verosimile delle sofferenze e delle speranze di migliaia di giovani da ogni angolo del pianeta. Solo su quella base potrà avere senso la discussione dei padri sinodali (tutt’altro che giovani) nella ricerca di nuove strade per la chiesa.

E’ nato così un lungo processo di preparazione del Sinodo, nel quale si sta tentando di compensare i limiti strutturali dell’organizzazione ecclesiastica attraverso vari strumenti di coinvolgimento: per primo è uscito il sito http://www.synod2018.va con un questionario online in 6 lingue aperto ad ogni tipo di giovane; poi sono stati creati 6 gruppi Facebook ufficiali (uno per lingua) aperti a giovani tra i 16 e i 29 anni, sui quali sono state raccolte risposte a 15 domande generali, e a cui hanno partecipato circa 15mila persone; infine è stato convocato a marzo un pre-Sinodo internazionale con 300 giovani che hanno redatto un documento finale da consegnare ai padri sinodali.

Intanto si studiano ulteriori modalità di coinvolgimento dei giovani, possibilmente anche durante il Sinodo stesso. Tentativi da molti recepiti come autentici, da osservare con interesse e su cui convogliare contributi di qualità, nella speranza che non siano vanificati dal troppo diffuso atteggiamento di quanti nella chiesa “hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non sentono”, e già stanno remando contro, anche solo restando immobili.

Riuscirà questa nuova sfida ecclesiale ad offrire capacità di lettura della realtà, di profezia nelle sfide globali, e di rimessa al centro del “fiuto” del popolo di Dio in cammino?


PAPA FRANCESCO AI GIOVANI DEL PRE-SINODO

Vaticano, 19 marzo 2018    [selezione testi g.d’a.]

Portate con voi una grande varietà di popoli, culture e anche religioni. (…) Siete invitati perché il vostro apporto è indispensabile. Abbiamo bisogno di voi per preparare il Sinodo. (…) In tanti momenti della storia della Chiesa, così come in numerosi episodi biblici, Dio ha voluto parlare per mezzo dei più giovani. (…) Avete tanta forza per dire le cose, per sentire le cose, per ridere, anche per piangere. (…) Per questo vi esorto: siate coraggiosi in questi giorni, dite tutto quello che vi viene; e se sbagli, un altro ti correggerà.

Troppo spesso si parla di giovani senza lasciarci interpellare da loro. Quando qualcuno vuole fare una campagna o qualcosa, ah, lode ai giovani!, non è così?, ma non permette che i giovani lo interpellino. Lodare è un modo di accontentare la gente. Ma la gente non è sciocca. (…) A volte, evidentemente, i giovani (…) parlano “con lo schiaffo”. La vita è così, ma bisogna ascoltarli. Qualcuno pensa che sarebbe più facile tenervi “a distanza di sicurezza”, così da non farsi provocare da voi. (…) Ma la verità è anche il fatto che voi siete costruttori di cultura, con il vostro stile e la vostra originalità. (…) Questo è uno spazio che noi vogliamo per sentire la vostra cultura, quella che voi state costruendo.

Questa Riunione pre-sinodale vuol essere segno di qualcosa di grande: la volontà della Chiesa di mettersi in ascolto di tutti i giovani, nessuno escluso. E questo non per fare politica. Non per un’artificiale “giovano-filia”, ma perché abbiamo bisogno di capire meglio quello che Dio e la storia ci stanno chiedendo. Se mancate voi, ci manca parte dell’accesso a Dio. (…) Il prossimo Sinodo si propone in particolare di sviluppare le condizioni perché i giovani siano accompagnati con passione e competenza nel discernimento vocazionale, cioè nel «riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza».

Anche nella Chiesa dobbiamo imparare nuove modalità di presenza e di vicinanza. (…) È un invito a cercare nuovi cammini e a percorrerli con audacia e fiducia, tenendo fisso lo sguardo su Gesù e aprendosi allo Spirito Santo, per ringiovanire il volto stesso della Chiesa. (…) compiendo una revisione di vita sul suo modo di essere, chiedendo perdono per le sue fragilità e inadeguatezze, non risparmiando le energie per mettersi al servizio di tutti.

Che siate cristiani cattolici, o di altre religioni, o non credenti. Vi chiediamo di collaborare alla fecondità nostra, a dare vita. (…) Abbiamo bisogno di riappropriarci dell’entusiasmo della fede e del gusto della ricerca. (…) E abbiamo bisogno di osare sentieri nuovi, anche se ciò comporta dei rischi. (…) Un’istituzione che fa scelte per non rischiare rimane bambina, non cresce. (…) Quante volte io trovo comunità cristiane, anche di giovani, ma vecchie. Sono invecchiate perché avevano paura. Paura di che? Di uscire, di uscire verso le periferie esistenziali della vita, di andare là dove si gioca il futuro. (…) Voi ci provocate a uscire dalla logica del “ma si è sempre fatto così”. E quella logica, per favore, è un veleno. (…) Raccomando di leggere il Libro degli Atti degli Apostoli: la creatività di quegli uomini. Quegli uomini sapevano andare avanti con una creatività che se noi facciamo la traduzione a quello che significa oggi, ci spaventa!

Per me questa è la profezia di oggi: “I vecchi sogneranno, e i giovani profetizzeranno”. Noi abbiamo bisogno di giovani profeti. (…) Siete i protagonisti ed è importante che parliate apertamente. (…) Vi assicuro che il vostro contributo sarà preso sul serio.


DAL DOCUMENTO FINALE DEL PRE-SINODO

Vaticano, 24 marzo 2018   [selezione testi g.d’a.]

COMUNITA’ E MODELLI | I giovani cercano il senso di se stessi in comunità che siano di sostegno, edificanti, autentiche e accessibili, cioè comunità in grado di valorizzarli. (…) I modelli della famiglia tradizionale sono in declino in vari luoghi. (…) Alle volte le parrocchie non sono più dei luoghi di incontro. (…) Abbiamo bisogno di trovare modelli attraenti, coerenti e autentici. (…) I giovani cercano compagni di cammino per attorniarsi di uomini e donne fedeli che comunichino la verità lasciandoli esprimere la loro concezione della fede e della vocazione. (…) Questo ruolo non dovrebbe esser circoscritto ai presbiteri e ai religiosi, ma anche il laicato dovrebbe esser legittimato a ricoprirlo.

FEDE E CHIESA | Per molti giovani, la fede è diventata qualcosa inerente la sfera privata piuttosto che un evento comunitario. (…) Alcuni giovani pensano che la Chiesa abbia sviluppato una cultura dove si presta attenzione al coinvolgimento nella sua compagine istituzionale, piuttosto che sulla persona di Cristo. Altri, invece, ritengono che le guide religiose siano disconnesse e preoccupate della dimensione amministrativa più che della creazione di comunità, e addirittura altri considerano la Chiesa come un’entità irrilevante. (…) D’altro canto, ci sono molti giovani che non percepiscono il bisogno di essere parte della Chiesa e che trovano senso per la loro esistenza al di fuori di essa. (…) I giovani stanno lasciando la Chiesa in grande numero. Capire i motivi di questo fenomeno è cruciale per poter andare avanti. I giovani che non hanno legami con la Chiesa, o che si sono allontanati da essa, lo fanno perché hanno sperimentato indifferenza, giudizio e rifiuto. È possibile partecipare ad una messa e andar via senza aver sperimentato alcun senso di comunità o di famiglia. (…) Troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte. (…) La Chiesa dovrebbe sviluppare creativamente nuove strade per andare ad incontrare le persone esattamente là dove stanno, (…) dove comunemente socializzano.

SFIDE GLOBALI | I giovani sono interessati alle attività politiche, civili e umanitarie. (…) Sono profondamente coinvolti e interessati in argomenti come la sessualità, le dipendenze, le famiglie disgregate, così come i grandi problemi sociali, la criminalità organizzata e la tratta di esseri umani, la violenza, la corruzione, lo sfruttamento, il femminicidio, ogni forma di persecuzione e il degrado del nostro ambiente naturale.

 TECNOLOGIA | L’altra faccia della tecnologia si mostra nello svilupparsi di certi vizi (…) come l’isolamento, la pigrizia, la desolazione, la noia. (…) Sebbene viviamo in un mondo iperconnesso, la comunicazione tra i giovani rimane limitata a gruppi tra loro simili. Mancano spazi e opportunità per sperimentare la diversità. (…) Gli spazi digitali ci rendono ciechi alla fragilità dell’altro e ci impediscono l’introspezione.

PARITA’ DI GENERE | Un problema diffuso nella società è la mancanza di parità fra uomo e donna. Ciò è vero anche nella Chiesa. (…) Quali sono i luoghi nei quali le donne sono in grado di prosperare? (…) Occorre dare alle donne di oggi spazi in cui possano dire “sì” alla loro vocazione. Caldeggiamo la Chiesa ad approfondire la comprensione del ruolo della donna e a valorizzare le giovani donne.

UNA CHIESA CREDIBILEMolte volte la Chiesa appare come troppo severa ed è spesso associata ad un eccessivo moralismo. (…) E’ difficile superare la logica del “si è sempre fatto così”. (…) Vogliamo esprimere, in particolar modo alla gerarchia ecclesiastica, la nostra richiesta per una comunità trasparente, accogliente, onesta, invitante, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva. (…) Per questo, la Chiesa dovrebbe esser solerte e sincera nell’ammettere i propri errori passati e presenti, presentandosi come formata da persone capaci di sbagli e incomprensioni. Tra questi errori, i vari casi di abusi sessuali e una cattiva amministrazione delle ricchezze e del potere. (…) La chiesa deve coinvolgere i giovani nei processi decisionali e offrire loro ruoli di leadership.

Comboniani alle frontiere – Gli Asini

di Efrem Tresoldi

incontro con Giacomo D’Alessandro

 

Nel poliedrico mondo cattolico si incontrano tra gli altri figure e gruppi che agiscono in minoranza su frontiere che i più non hanno nè la lucidità né l’audacia di affrontare. È il caso dell’istituto missionario dei padri Comboniani, nato nel triveneto alla metà del 1800 dal carisma di San Daniele Comboni. Ne tratteggia una panoramica, nella conversazione che segue, padre Efrem Tresoldi, 65 anni, direttore di “Nigrizia – Il mensile dell’Africa e del mondo nero”, del quale è alla guida dal 2012 dopo esserlo già stato dal 1991 al 1997.

 

Chi sono oggi i Comboniani?

In Italia siamo 254, età media 75 anni. Nel mondo siamo 1535. La nostra presenza in Italia è distribuita su 24 comunità tra Sud, Centro e Nord, con concentrazione maggiore nel nord est dove l’istituto è nato. Fu fondato a Verona il 1 giugno del 1867. A Padova e a Venegono (Varese) abbiamo due centri per la formazione dei giovani alla missionarietà. Ci interessa aiutare i giovani a scoprire la loro vocazione, qualunque essa sia, e la vocazione missionaria, che noi chiamiamo l’impegno ad gentes: uscire dalla nostra condizione di origine per testimoniare il Vangelo dove è più necessario.

 

Dove avete scelto di lavorare, dagli inizi fino a oggi?

Soprattutto in Africa, poi da metà del Novecento in America Latina, e negli ultimi trent’anni anche in Asia. Ma le sfide della missione in Italia non ci mancano, ed è l’aspetto più recente, che ci sta aiutando ad aprirci ulteriormente. Perché venendo meno le forze, invecchiando, è facile chiudersi nelle comunità e ritrovarsi “missionari in pantofole”, come giustamente provoca papa Francesco. Così abbiamo accolto la sfida dei migranti che vengono a bussare alle nostre case, alle parrocchie, ai comuni. Da missionari non possiamo tirarci indietro, abbiamo iniziato ad attrezzare le nostre comunità per l’accoglienza. A Venegono, a Brescia, a Padova, e ultimamente a Trento in sinergia con il Centro Astalli dei Gesuiti.

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Riabilitiamo la speranza – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

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Vittorio Soana è un gesuita e un counselor. A Genova lavora da 20 anni per accogliere e accompagnare persone, coppie e gruppi in un percorso di crescita, di uscita da situazioni di disagio interiore. A lui e a Francesca Conforti, operatrice volontaria laica, abbiamo chiesto di raccontarci l’avventura del Centro Counseling dei Gesuiti di piazza Matteotti, per capire come si possa “riabilitare la speranza” oggi.

 

Come mai Gesuiti e laici hanno aperto un Centro di Counseling?

Ci siamo accorti che esisteva sul territorio tutta una serie di servizi specifici: per le tossicodipendenze, i senzadimora, i disabili, i migranti… ma le persone comuni non avevano nessun servizio a disposizione, come se chi ha problemi famigliari o personali dovesse andare necessariamente in psicoterapia, cosa spesso difficile da scegliere e anche costosa. A distanza di 20 anni da questa riflessione se vuoi banale, il nostro centro ha seguito migliaia di casi. Siamo andati a rispondere a un bisogno reale, quello di affrontare e risolvere alcuni disagi personali o di coppia, in totale gratuità. Siamo un gruppo di operatori volontari (oggi circa una trentina) in cui sono passate persone di tutte le provenienze: buddisti, valdesi, atei, agnostici, cristiani, religiosi, laici… ma sempre persone che hanno fatto una formazione specifica, cioè il corso di counseling fondato qui nel 1996. Ci auto-tassiamo per mantenere la struttura dove riceviamo le persone, e ci impegniamo a formarci continuamente.

 

Che percorso proponete ad una persona?

Un lavoro psicologico che non è psicoterapia, ma counseling, dove si procede per obiettivi specifici. Non è un ascolto o un aiuto “un po’ così”, ma un percorso di 10-15 colloqui tra la persona e il counselor che le viene assegnato. Gli operatori partecipano ad un ampio lavoro di supervisione mensile da parte di volontari professionisti, psichiatri, neurologi, psicoterapeuti. Tutti i mercoledì dedichiamo 3 ore a fare supervisione sui casi che seguiamo: cosa vive una persona, come si può aiutare, quale difficoltà io vivo nell’affrontare questo caso; e insieme cerchiamo di capire qual è il significato, la speranza, che questa persona sta cercando nella sua vita. Cos’è che le sta crollando, cosa ha bisogno di ritrovare per acquisire sicurezza.

 

Quali disagi portano le persone a rivolgersi a voi?

Ci sono tutta una serie di problematiche esistenziali. Un giovane con cui stiamo lavorando ha la famiglia che si è separata, e lui è molto arrabbiato soprattutto col papà. Ha bisogno di ritrovare la sua identità relazionale col papà, altrimenti si scateneranno problemi in futuro. Un’altra ragazza è arrivata perché non riusciva più a suonare il violino, a pochi mesi dall’esame di conservatorio, dopo 9 anni di studi. La stiamo aiutando ad aprirsi, a stabilire relazioni con le persone con cui si sta formando, a riallacciare rapporti passati. Un giovane veniva dalla Sicilia, aveva girato tre università e non riusciva più ad andare avanti. Abbiamo usato un doppio sostegno: uno di noi più metodico lo ha “inchiodato” a darsi un metodo di studio e ad applicarlo, un altro lo ha sostenuto sul piano psicologico. C’è l’anziano in lutto per la morte della moglie: aveva solo bisogno di trovare qualcuno con cui poter parlare, sentire che va bene, che ce la fa, che può rimettere in campo delle energie nella vita. Abbiamo deciso di non chiuderci su un target preciso, ma dare la possibilità a tutti di essere ascoltati. Alcuni li dobbiamo però indirizzare ad altri percorsi. La speranza è di offrire a tutti la possibilità di ritrovare un senso, di riprendersi in mano.

 

Non è un lavoro simile a quello che fanno generalmente i preti? (altro…)