Categoria: diario di viaggio

Vivere la fede in Sud America: ritratti (La Guardia)

pubblicato sul mensile La Guardia, n./settembre 2017

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Come si vive oggi la fede in latinoamerica? Come si pratica la prossimità? Come si alimenta un costante impegno per la giustizia? Sono alcune delle domande che mi sono portato dietro nei due mesi di viaggio “on the road” tra Colombia, Ecuador e Perù. Un itinerario a tappe lungo migliaia di chilometri, percorsi in oltre 200 ore di viaggi notturni su bus popolari. Una esplorazione spontanea di meraviglie della natura, culture indigene, progetti sociali e ambientali, di uno dei continenti più interessanti e vivaci per la sua storia recente. Il continente da cui proviene Papa Francesco. Vorrei condividere alcune testimonianze di vita e di fede che io e Alessia Traverso abbiamo incontrato, a volte cercato, a volte per caso, nel pieno di questa avventura. E che ci hanno colpito come modelli di cui il “vecchio continente” può fare tesoro, se sapremo rimetterci in ascolto della realtà, delle persone e delle loro esigenze, oltre le sovrastrutture e le demotivazioni. Se vorremo rifarci a Gesù di Nazareth come modello di umanità e pienezza.

Allegria e speranza!

A Bogotà, capitale colombiana, abbiamo trascorso una insolita giornata con padre Daniel Delgado, vicario episcopale, in visita pastorale al barrio El Dorado dove sorge la parrocchia di San Alberto Hurtado. Daniel è un prete sorridente, con una comicità innata, di stile semplice ed essenziale. Con lui visitiamo una coppia di anziani malati, che in questa periferia arroccata in cima ai colli non hanno possibilità di muoversi nè di ricevere i servizi di cui avrebbero bisogno. Visitiamo i bimbi di un asilo di quartiere. Portiamo la comunione a un ragazzo disabile che passa la vita costretto in un minuscolo appartamento, dove i famigliari se ne prendono cura. Avrebbe potuto crescere risolvendo parte dei suoi limiti, praticando una riabilitazione profonda, cose a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso. A tutti Daniel si dedica con dolcezza, informandosi sulle condizioni e sulle esigenze, offrendo un momento di preghiera e di condivisione partecipata, per poi finire con una sincera esortazione: “…e mi raccomando, allegria e speranza!” Durante il pranzo ci racconta come ha scelto di vivere il suo incarico di vicario: stando il più possibile accanto ai parroci e nei quartieri tra le gente. “In questa piccola borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cucinare e guardare la tv, chiacchierare fino a tardi. Mi sembra il modo più efficace di condividere e conoscere meglio la vita dei preti, dei laici impegnati, della povera gente. Così posso capire le esigenze e offrire dove serve un supporto, un incoraggiamento, anche della formazione.”

Tra i narcos e i migranti

Accogliere i migranti a Ventimiglia e combattere i narcos in Colombia, contemporaneamente. Ci riesce don Rito Alvarez, nato nel Catatumbo, Colombia centrale, la cui famiglia è stata profuga a causa delle guerriglie paramilitari. Per incontri fortuiti don Rito è finito a fare il prete in Italia, e a Ventimiglia ha fatto in questi anni ciò che il Vangelo e la sua coscienza gli hanno suggerito: aprire la chiesa ai migranti, difenderli, cercare soluzioni ai diritti primari. Ma nello stesso tempo, grazie alla collaborazione della sua comunità parrocchiale e della sua famiglia, don Rito ha messo in piedi nella sua terra natia la Fondazione Oasis de Amor y Paz, che consiste in due campus dove vivono e studiano bambini, ragazzi e universitari, altrimenti destinati a una vita senza scelte, alla raccolta della coca, forse alla guerriglia. Siamo stati ospiti una settimana nelle cittadine di Abrego e Ocana, entrando in relazione con i bambini e i ragazzi, con gli educatori e i familiari, abbiamo assistito ai lavori nei campi e negli allevamenti, un’ottima idea per rendere sostenibili le due case e insegnare agli ospiti a prendersi cura di ciò che cresce. Ci ha stupito la forte consapevolezza di ciascuno – del piccolo German di 10 anni come di Dixon proveniente da una comunità indigena – per questa insperata opportunità tutta da cogliere: poter vivere come in una grande famiglia, imparare dei valori, dedicarsi allo studio per poter diventare contributi positivi alla comunità e alla famiglia. Notiamo con ammirazione che questo non è l’ennesimo progetto di cooperazione internazionale “calato dall’alto” da una qualche ONG occidentale, bensì è una visione, un sogno, un azzardo nelle mani della Provvidenza costruito da un giovane prete nato qui con l’aiuto e il supporto dei suoi familiari. Una risposta ad un bisogno reale, sentito, sofferto, da parte della stessa gente del luogo.

Vescovo degli Indios

Lorenzo Voltolini è un italiano di Brescia trapiantato in Ecuador da 40 anni. E’ Vescovo a Portoviejo, nella provincia di Manabì, così colpita dal terremoto di un anno e mezzo fa. Il suo racconto della cattedrale sventrata, dei corpi per la strada, dei palazzi rovesciati, fa venire i brividi. Pantaloni scuri, camicia bianca, croce di ferro, passo deciso, Lorenzo ha scelto di essere un Vescovo semplice, laborioso e dedito ai problemi della gente. Per il dopo terremoto si è speso totalmente. Ogni anno organizza una intera settimana di Sinodo per la diocesi, in modo da facilitare l’ascolto delle comunità più diverse e di favorire la costruzione di un piano pastorale condiviso, approfondito e a lungo termine. Lorenzo ha moltissimo da raccontare degli Indigeni Kichwa, con cui da missionario ha vissuto diversi anni. Ne conosce l’idioma, tiene perfino un corso in seminario all’ultimo anno, e rivendica un forte ruolo della chiesa latinoamericana nella difesa degli Indios dai soprusi di governi e multinazionali. Ci spiega il concetto di “buen vivir” come lo ha capito stando tra loro, un vivere “alto, grande” che integra il rispetto dell’ambiente, delle creature, della fraternità umana, con la ricerca di una gioia essenziale, condivisa e liberante. Un ottimo approccio da assumere nelle nostre civiltà “sviluppate” per misurare la felicità integrale e profonda delle persone, oltre i parametri e le imposizioni del capitalismo selvaggio.

[l’articolo integrale è disponibile sul mensile La Guardia, da richiedere qui]

Cosa sta succedendo a Napoli?

Sul numero di maggio degli Asini racconto il mio viaggio negli spazi liberati di #Napoli. Cos’è uno spazio liberato? Perché liberato e non “occupato”? Cosa stanno combinando gruppi di giovani, studenti, famiglie, attivisti di lungo corso, in quella città unica al mondo che è Napoli? Liberano spazi enormi, abbandonati, diroccati, svuotati…e ne fanno luoghi di comunità, palestre, biblioteche, teatri, laboratori per bambini, assemblee cittadine.
E proprio là dove il luogo comune vorrebbe che regnasse disordine e lassismo, là prendono forma realtà innovative che potrebbero essere modello di riqualificazione sociale, urbana e mentale in tutta Italia.

Date un’occhiata alla rivista di Edizioni Dell’asino diretta da Goffredo Fofi: https://goo.gl/kFhTga

P.S. Grazie a Maurizio Braucci e Giovanni Zoppoli per le dritte, e alla comunità dei Gesuiti di Scampia per l’ospitalità.clipular-2

La solitudine di Lucy (Adista)

Orientarsi ad Addis Abeba non è semplice, trattandosi di una città di svariati milioni di abitanti, ma soprattutto di un mostro urbano in continua inquieta ricomposizione, dove accanto a vecchie baracche ad un piano vengono tirati su edifici che ne contano sei/sette in cui sono stipati banche, centri commerciali e sale da gioco. Tutte le contraddizioni d’Africa (ma soprattutto del sistema occidentale) emergono insieme, amplificate, sbattute in faccia e lasciate a pesare sui meno fortunati di turno.

Nelle poche ore che ci separano dal volo di ritorno decidiamo comunque di trascinarci, carichi di bagagli, al Museo Nazionale per vedere una volta nella vita quello scheletro che chiunque studia sui libri di scuola: Lucy, la prima ominide, divenuta simbolo in tutto il mondo dell’evoluzione umana. Il museo si trova nella zona di Arat Kilo vicino l’Università di Addis Abeba, e presenta un biglietto insolitamente economico per essere una “attrazione turistica”: 10 birr (in euro circa 40 centesimi).

All’interno si svolge un percorso ben curato e decisamente ricco che riguarda proprio l’evoluzione: ossa e crani di ogni genere d’animale in tutte le loro fasi evolutive raccontano visivamente come la natura sia stata capace di adattarsi e rinnovarsi era dopo era. Piccola, indifesa, quasi mimetizzata al centro di un corridoio dove si alzano diverse teche, ci attende lei: Lucy. Restiamo tanto spiazzati dalla sua apparente “insignificanza”, quanto affascinati dal trovarci di fronte ad un monumento storico globale che miliardi di persone hanno sentito nominare. Scoperta nel 1974 nell’Awash Valley, Lucy è vissuta proprio in questa terra circa 3,2 milioni di anni fa, e le sue ossa hanno dimostrato che a quell’epoca l’antenato umano camminava già eretto. Il fatto che accanto a lei siano stati rinvenuti i resti di diversi altri esemplari la rende forse la più antica testimonianza del fatto che l’australopiteco viveva già in gruppo, in comunità.

E puntuale come inaspettato arriva un tizio. Etiope, giovane, dall’inglese fluente (non comune da quelle parti), con malcelata derisione ci fa l’ultima domanda che ci aspetteremmo in un contesto del genere: «Non crederete mica nella teoria dell’evoluzione?»…

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Lo Hobbit in 15 canzoni (leganerd.com)

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È stato l’amore per la Terra di Mezzo di Tolkien – “il papà di tutti i nerd”, cit. – ad ispirarmi, tre anni fa, l’urgenza di un’avventura ambiziosa: scrivere un album di canzoni sulla fiaba de Lo Hobbit.

La condizione ideale si è rivelata una casa di campagna, in un piovoso giorno primaverile, quando chitarra alla mano e libro aperto accanto alla stufa, le canzoni hanno cominciato a fluire, seguendo il piccolo Bilbo nei passaggi più soffici e più impervi della sua impresa. Il titolo me lo aveva ispirato un amico di vecchia data, Giuseppe Festa, già autore del bellissimo Voci dalla Terra di Mezzo, e oggi romanziere naturalista per Salani. E non poteva che essere “Andata e Ritorno”, come Bilbo stesso intitola il suo manoscritto di memorie.

Nel giro di tre giorni, su un quadernetto ramingo rilegato in pelle mi ritrovavo testi e accordi di 15 canzoni che seguivano lo svolgimento del libro di Tolkien…

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Suq, tra Genova e qualche mondo (liguritutti.it)

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foto di Giovanna Cavallo

Dopo diciotto anni di Suq Festival, sempre più a Genova va in scena il mondo. Possibile, diverso, “un piccolo mondo che fa pensare come potrebbe essere bello quello grande”, come lo ha definito la scrittrice Paola Capriolo. E quanto ci sarebbe da raccontare… E quanti lo dovrebbero fare: perché solo così ha senso che il Suq parli di sé, in un racconto collettivo dei tanti che lo compongono, lo vivono, lo assaggiano.

E’ proprio Genova, mi accorgo. E’ la Genova delle serate in cui si esce, degli stranieri che riportano in vita il centro storico con le voci squillanti e le risate, dei genovesi che si incontrano e dei giovani che esplorano locali e piazzette. Tutto nel Suq è impercettibilmente fuso con il viavai  quotidiano. Genova e così sia, mare in un’osteria. I versi di Caproni spesso mi risuonano mentre anch’io mi perdo tra incontri e ornamenti, sotto luci incerte e ombre cha sanno di mare.

Le spezie mi avvolgono e la sinfonia del rumore vociante incontra la notte imminente raccontando la mia città. Figure indistinte passano e vanno, parlano e guardano. A tratti suoni e rumori, a tratti un silenzio da campagna. Lo spettacolo ordinario di questo bazar dei popoli diventa niente più che un modo di guardare il mondo: e allora anche fuori dal Suq si cammina come se spettacoli, musiche e stupori continuassero, ad ogni angolo di strada. Basta saperli cercare, sapersi fermare, saperli ascoltare.

E non è facile, si sa. Genova s’ha da scoprire a fatica, non si rivela facilmente. Te la raccontano ora il vecchio bottegaio, ora il bimbo africano che gioca nei caruggi. Puoi raccontarla tu stesso, se hai  voglia di cercarla, perché è un incontro che interroga, che suscita e che cambia. Genova di tutta la vita. Mia litania infinita.

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Diario Nomade, un blog per raccontare l’Etiopia

Insieme ad Alessia Traverso stiamo raccontando il viaggio in Etiopia su un blog nuovo di zecca che abbiamo chiamato “Diario nomade. Racconti e scorci di mondi altri“. Vi trovate gallery fotografiche, racconti, guide di viaggio e video – in diretta e in differita –  da un viaggio speciale nel cuore dell’Africa.

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A RESPIRARE QUEL VENTO. IL DIARIO DI AUSCHWITZ

Inizia in questi giorni della memoria la pubblicazione del Diario di Auschwitz, tratto dal viaggio di 10 mesi fa con gli amici Arianna Sortino (fotografie), Pietro Mensi, Elisa Falco e Guglielmo Cassinelli.

Il diario esce a puntate sul blog Dire Fare Baciare del fotogiornalista ed editore di Pavia Giovanni Giovannetti.

Vai al diario

I MIEI RACCONTI DI VIAGGIO NEL LIBRO “CAMMINA CAMMINA”

E’ uscito da qualche mese “Cammina cammina. Da Milano a Napoli abbiamo ricucito l’Italia con i nostri passi“, per le edizioni Effigie, un libro collettivo che attraverso quattordici autori prova a raccontare quello che è stato il “cammina cammina“, lunga marcia cui hanno preso parte tra maggio e luglio 2011 oltre 700 italiani, ideata dal Primo Amore e Tribù d’Italia.
Il libro, ordinabile online,  contiene anche due racconti dal mio diario di viaggio della camminata. Mi ritrovo quindi con grande onore accanto a firme del calibro di Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Maria Pace Ottieri.
Un viaggio che non si dimentica.
Di seguito una recensione online del libro:
Un cammino collettivo come quello che l’anno scorso ha animato l’estate, il Cammina Cammina ideato dallo scrittore Antonio Moresco, non poteva che essere raccontato da più voci. Ecco dunque che esce il libro con i racconti, i frammenti, i diari di viaggio di quattordici camminatori.
Che raccontano di come una camminata da Milano a Napoli nata nella mente di uno scrittore, con lo scopo di ricucire l’Italia nell’anno delle celebrazioni dell’Unità, camminata nata da chi di cammini non aveva per nulla esperienza, si sia trasformata in primo luogo in un evento culturale e sociale, consentendo a tante belle persone di conoscersi tra loro, scambiare opinioni, pensare che insieme si può fare grandi o piccoli passi; e diventata infine anche evento mediatico.
Tra i diari di viaggio più significativi segnaliamo quelli di Tiziano Colombi, Maria Pace Ottieri, Andrea Amerio, Tiziano Scarpa e Serena Gaudino. 
(Luca Giannotti su “Il Cammino” – deepwalking.org)

IN VIAGGIO TRA "LA CHIESA CHE NON TACE"

Da circa venti giorni sono in giro per l’Italia tra ricerche per la mia tesi e svago vacanziero. Sto tentando di raccontare “a pennellate” le tappe variopinte di questo strano viaggio che mi sta accadendo, come sempre sul blog Canto del Ramingo.

Potete leggere qui i post del diario di viaggio

Lo studio in particolare riguarda le realtà ecclesiali che innovano e la prospettiva di costruire insieme ad esse una piattaforma di rete multimediale, per farne emergere la presenza e il contributo.

MADRID JMJ 2011 – Episode 19: Un senso critico per il bene della Chiesa

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

19. UN SENSO CRITICO PER IL BENE DELLA CHIESA

   Il secondo approccio per una riflessione generale al termine della nostra esperienza riguarda il senso critico. Molte delle cose che sono successe e succedono nel rapporto tra giovani e Chiesa, derivano da una mancanza di senso critico, ovvero la volontà e capacità mentale di valutare, analizzare, soppesare la realtà che si ha attorno, i gesti e i significati delle cose che si fanno, si dicono, si vedono, si ascoltano. Questa è una responsabilità cui continuamente ci chiama Gesù nel Vangelo. Se la nostra vita dev’essere improntata all’amore in ogni cosa che facciamo, dobbiamo assolutamente saper discernere, valutare, distinguere nella realtà delle cose. E non che in questo ci sia chi è nel giusto e chi nello sbagliato. Ma il senso critico o lo si adopera e lo si allena, oppure no. E questo fa la differenza tra vivere attivamente e vivere passivamente, con il rischio di essere manipolati e presi in giro. Certo, sviluppare senso critico è un’educazione vera e propria, che la società di oggi non è ovviamente interessata a dare ai suoi “sudditi”, ma che la Chiesa dovrebbe essere chiamata a proporre proprio perché non ragiona secondo l’uomo, mira piuttosto alla liberazione integrale della persona, alla sua elevazione, alla sua presa di coscienza, libertà e santità.

Per questa educazione occorre uno stimolo, una conoscenza, un approfondimento e uno spazio di confronto e dibattito sempre libero per quanto civile. Educhiamoci ed educhiamo a farci domande, a interrogarci sempre sui significati, sulle alternative. Conoscere delle alternative possibili significa poter scegliere. Avere una coscienza informata e critica significa poter indicare e seguire la via più alta, più vicina a quella indicata da Gesù.

Queste condizioni possono realizzarsi se da una parte le indicano i pastori, in quanto guide appunto, e se dall’altra le cercano, le richiedono, le mettono in atto le persone. Un popolo “miope” può essere comodo per se stesso e per le sue guide quando va tutto bene, ma può divenire pericoloso, indifferente e assente quando è il momento di saper scegliere e di fare passi in avanti insieme.

Noi popolo dei giovani, per come ci siamo manifestati a Madrid, abbiamo molto bisogno di camminare verso uno sviluppo prioritario di questo senso critico. Certo, la consapevolezza critica è sempre un rischio. Genera discussioni, confronti anche accesi, forse cambiamenti. Ma è meglio costruire insieme con fatica piuttosto che andare alla deriva per binari diversi fino a perdersi reciprocamente e accorgersene quando è troppo tardi. Questo mondo e questo tempo hanno bisogno dell’amore di Gesù. E di testimoni capaci di rapportarsi criticamente con la realtà per distinguere, comprendere, costruire su ciò che conta, nella direzione di un domani migliore per tutti.

MADRID JMJ 2011 – Episode 18: Comunicare le GMG, una riflessione

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

18. SULLA COMUNICAZIONE MEDIATICA

   Fare il punto sulla nostra esperienza di vita e riflessione a Madrid non è cosa semplice. Un’esperienza ricca, di grande valore, molto piena e variegata, stimolante, e tutto questo sia nel bene sia nel male. Un primo approccio per una riflessione finale generale riguarda quella che viene chiamata la manipolazione mediatica. A diversi livelli.
   La Giornata Mondiale della Gioventù ci era sempre stata presentata, anche durante l’evento stesso, come momento spirituale di grande portata, occasione di cammino di fede per eccellenza. Questo, semplificando, è il messaggio della comunicazione “interna” alla Chiesa, ovvero degli organizzatori e dei pastori nei confronti dei giovani.
Di fatto, ci siamo resi conto che così non è, ma non solo per noi, che pure abbiamo scelto di essere presenti con uno spirito di osservazione e di analisi di fatti e significati; per la maggior parte dei giovani che abbiamo incontrato, né prima né durante né dopo la GMG la componente dominante è stata spirituale. Questo è facilmente intuibile dal farne esperienza. Come già abbiamo raccontato, anche nei momenti più favorevoli come la veglia o la messa, tante sono le variabili e le difficoltà di trovare raccoglimento, riflessione, contemplazione, atmosfera di spiritualità.
E allora? Allora, la realtà è che la GMG ha un immenso valore sociale, di incontro confronto e scambio. E’ un’occasione unica per proporre una convivenza quotidiana e di momenti vari sia a intere diocesi e regioni ecclesiastiche (come è stato per noi liguri con ottimi risultati), sia tra chiese di un stesso paese e poi ancora tra paesi e continenti diversi. Questo secondo aspetto è una potenzialità tutta da realizzare, in quanto sono stati assenti, non previsti dall’organizzazione, momenti di incontro, confronto e scambio su temi di fede o attualità con altre nazionalità.
Un evento su cui puntare dunque più a livello relazionale che spirituale, con il valore di costruire una mondialità più unita nelle diversità, a partire da una nostra adesione al Vangelo e al suo slancio di cambiamento; questa già è una enorme responsabilità come cristiani, se capaci di profezia e libertà. In conclusione, qui rileviamo già una sfasatura mediatica tra il modo in cui viene proposta e comunicata la GMG ai giovani e il valore dominante che poi risulta avere in realtà (altrettanto importante, ma differente, e dunque tutto da sviluppare se focalizzato).

   Anche la comunicazione “esterna”, generale dell’evento subisce un rischio: quello di puntare sul numero, sulla quantità di presenze e sulla monumentalità degli eventi, alimentando i giovani come folla di fans così da mostrare al mondo quanto la Chiesa sia forte, amata, influente, possente. Tentazione che prende prima di tutto molti giovani, esaltati dalla dinamica di gruppo così da lasciarsi vivere l’evento come un’autocelebrazione e un trionfo pubblico della propria appartenenza cattolica. Da questo tipo di tentazioni umane di manipolazione abbiamo la responsabilità di dissociarci, di vigilare e difenderci. Anche per questo motivo era nato l’appello che abbiamo pubblicato all’inizio. Questa dinamica mondana crea infatti un triste circolo vizioso per cui da una parte si cerca di “rifarsi l’immagine” con i numeri e dall’altra la società cerca di colpire criticamente l’evento sempre sui numeri e sui dati, quando non abbastanza alti. Usciamo da questa dinamica noi per primi.

MADRID JMJ 2011 – Episode 17: Dove passiamo noi…una discarica

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

17. DUBBI SULLA GESTIONE AMBIENTALE: DAI RIFIUTI AGLI IMBALLAGGI

   Quando al termine della messa iniziamo a fare i bagagli e a cercare quasi col metal detector la nostra roba dispersa nel campo profughi che è stato Cuatro Vientos in questi due giorni, il sole cuoce, letteralmente cuoce. A gruppi piccoli e grandi, la piana inizia a svuotarsi. Code mastodontiche si avviano verso l’unica uscita, lasciando dietro di sé quella che chiamare discarica a cielo aperto è quasi poco. Quando tocca a noi avviarci, la piana è svuotata del tutto, siamo fra gli ultimi. Abbiamo modo così di osservare l’assurdo spettacolo della quantità di spazzatura e rifiuti rimasta sul campo.
Un delirio. Un delirio completamente in contraddizione con quell’amore per il creato che dovrebbe essere insito in ogni creatura che si ritenga “figlia grata di un creatore”. Cumuli di spazzatura, veri e propri accampamenti di teloni e stuoini lasciati a marcire sul campo, sacchetti in quantità industriale, resti di tutti gli imballaggi dei pic-nic. Bandiere e striscioni nella polvere. Cartacce, rifiuti, avanzi. Passiamo guardando sgomenti. La decadenza reale, ambientale e morale di questo triste spettacolo ci abbatte.

   Non possiamo dare una sola colpa a qualcuno, se non cominciare da noi stessi, per quello che è accaduto. Certamente la gestione della raccolta rifiuti è stata assolutamente inadeguata agli spazi e alle cifre. Sorta di isole ecologiche coi vari bidoni erano disseminate lungo i corridoi, ad altezze precise, ma nei settori non vi era praticamente un solo sacchetto di raccolta rifiuti. E’ stato lasciato ai ragazzi, già in difficoltà ad organizzarsi e a muoversi, confezionare i loro sacchetti (buttando tutto insieme ovviamente) da portare poi ai bidoni. Un sistema fallace perché non favorisce la differenziazione che dovrebbe sempre essere qualcosa di semplice e comodo. Altra domanda per l’organizzazione: imballaggi e contenitori del pic-nic erano stati pensati compostabili, o riciclabili facilmente? Perché la questione è semplice: chiunque si sia trovato a pulire la piana al termine dei due giorni può aver differenziato a posteriori, se era possibile e abbastanza immediato farlo. O può aver portato via tutto insieme, e davvero lì c’era da riempire una discarica intera.
    L’altra metà del problema sono le folle di ragazzi che hanno abbandonato rifiuti sul campo, indifferenti ad ogni conseguenza del gesto o forse anzi contenti di delegare a chi avrebbe pulito la raccolta della loro spazzatura. Quanti non sono stati attenti a raccogliere tutti i loro rifiuti, le loro cose, a fare in modo di abbassare al massimo la quantità lasciata in pasto a polvere e camion? E non è forse questa una grande responsabilità di chi si dica cristiano, quella del rispetto massimo possibile del creato e della sua armonia? Il creato è il volto di Dio, è la voce continua di Dio. Il creato è una sinfonia di cui facciamo parte. Non possiamo esserne suicidi.

MADRID JMJ 2011 – Episode 16: la Messa mondiale della gioventù

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi  
16. LA MESSA DELLA GIOVENTU’, TRA LATINO E CORALE
   La mattina dopo ci svegliamo a Cuatro Vientos che il sole non è ancora così alto e caldo. Un risveglio graduale della spianata, con un chiacchiericcio di fondo mai dismesso e molte persone che continueranno a dormire ancora un’ora o due. Colazione con il sacco pic-nic ritirato ieri, qualche giro qua e là a salutare gli amici, qualche coraggioso che tenta di raggiungere i bagni ai limiti della spianata, e l’aria nuova del mattino a rinvigorire le membra per un nuovo giorno da trascorrere molto molto stretti (e al caldo, fra poco).
Alle dieci prevista la messa. Dagli altoparlanti viene chiesto di togliere tutte le tende e ridurre gli spazi (cosa già impossibile) per fare posto a tutti i pellegrini giunti solo ora per la celebrazione e quindi ancora da far entrare nell’aeroporto. Cose da pazzi. Contro ogni legge fisica.

Seguire la messa è ben più semplice che seguire la veglia sotto la bufera. Ascoltiamo gli interventi di Rouco Varela, Vescovo di Madrid, che introduce e saluta il Papa; poi il saluto del Papa stesso che si augura siamo riusciti a dormire almeno un po’ dopo la serataccia. Piacevoli anche le preghiere e i saluti di rappresentanti di paesi diversi da tutto il mondo.

   La celebrazione in sé, notiamo, sembra un film, uno spettacolo teatrale più che una cena del Signore partecipata da tutti: tanto latino, tanta orchestra con musiche classiche e corali. Se questa vuol essere una messa della gioventù mondiale, “cattolica” appunto, perché propone molte formule e preghiere in una lingua non più parlata e non più universale da almeno un millennio? Si obietterà: il latino è la lingua della Chiesa. Ma non esiste una lingua della Chiesa. La Chiesa non è un gruppo linguistico, è un’assemblea universale di popoli e culture diverse. Il dono delle lingue i discepoli lo ricevono con la Pentecoste, e sarà poi valorizzato in tutte le comunità successive. Gli originali della Scrittura che a noi pervengono, se proprio vogliamo essere “tradizionali”, sono in greco. E probabilmente basati su testi in aramaico. Non c’è dunque una lingua della Chiesa. La lingua è uno strumento per diffondere il logos, e in quanto strumento deve riuscire a trasmettere. Quante persone in questa piana conoscono e capiscono il latino? Ad una messa universale dei giovani non sarebbe forse meglio utilizzare l’inglese come lingua comune?

   Quello dei canti liturgici è un altro aspetto che ci lascia perplessi: nulla contro la musica sinfonica e orchestrale, peraltro splendida, suonata e cantata ineccepibilmente da tanti giovani musicisti e coreuti, che costituisce i canti della messa. Ma è questa la musica dei giovani, qualunque sia la provenienza, oggi? O non è forse molto più facile sentire qualche chitarra, qualche percussione, provenire da una celebrazione giovanile? E se questa vuole essere una giornata, una celebrazione dei giovani di tutto il mondo, non sarebbe più adeguata altra musica, altri canti?

MADRID JMJ 2011 – Episode 15: La veglia e la tempesta

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

15. VEGLIA A CUATRO VIENTOS: ALLEGORIA DI UNA DISTANZA?

   La veglia a Cuatro Vientos, aeroporto militare dismesso in periferia di Madrid, è stata una bella prova. La bellezza dell’essere tutti insieme ci ha salvati. Il caldo diurno oltre i 40 gradi, gli spazi sempre più ristretti e in condizioni assurde, tra la terra, la polvere, la sete e la difficoltà a muoversi letteralmente, ci hanno permesso di sperimentare almeno in parte quello che devono vivere gli immigrati (i cosiddetti clandestini) quando vengono concentrati in campi profughi di questo tipo, in Italia come in Libia, magari senza sapere nulla per diversi giorni.
Come sempre, la vita comunitaria trasforma la quotidianità, anche la più disagiata, in momenti epici e memorabili, duri sì, ma di finale serenità proprio per l’aiuto reciproco, la condivisione, il senso comune che spinge ad andare oltre. Così è stato a Cuatro Vientos per noi, schiacciati in mezzo a 1 milione e mezzo di giovani da ogni parte del mondo.
   Riuscire a gestirsi in tutto e per tutto in una situazione simile (spazi da occupare e conservare per dormire, bagagli, cibo da ritirare, persone da trovare o chiamare, acqua da andare a prendere con lunghissime code, bagni lontani con altrettante code, informazioni difficili da carpire tra lingue straniere e audio difettoso) ha tolto praticamente tutto lo spazio alla spiritualità che si sarebbe voluto creare. Quando la sera è cominciata la veglia, con l’arrivo del Papa e alcuni suoi brevi discorsi, qualche canto, un po’ di silenzio insieme, insieme al buio refrigerante è arrivata anche una bella tempesta, che si è annunciata proprio dalle prime parole del Papa con lampi e fulmini mostruosi, proprio alle spalle dell’aeroporto, vento sempre più alto, grida e chiacchiericci spaventati della folla ben presto distratta dalla bufera imminente. Poi la pioggia. A tratti sferzante, a tratti tranquilla. E fresco, molto fresco, insieme al vento ormai alto.
Conseguenze: audio distorto, traduzioni impazzite a tratti vive a tratti inesistenti (nelle cuffie delle nostre radioline), confusione e sommovimenti tra i gruppi e le persone che cercavano di ripararsi o mettere su qualche tendone improvvisato coi teli da tenda; e poi ancora distrazioni per riparare i bagagli, riparare se stessi, tenere stretti i teli esposti alle raffiche improvvise. Un momento anche divertente, lì per lì, data l’assurdità di aver preso 40 gradi di sole per tutto il giorno e scolarsi di temporale appena venuto buio (in corrispondenza della veglia, per di più!).
Fallito ogni proposito – già di per sé arduo – di concentrazione, ascolto, contemplazione, la spianata era alle prese con la bufera e tutte le conseguenze del caso, sebbene col divertimento dello stare insieme e arrangiarsi. Dall’altra parte, si cercava di mandare avanti la veglia, seguendo il programma dei discorsi e dei silenzi. Come se sotto fossimo in grado di seguire e contemplare. Per un po’ si è andati avanti così, fino a che il Papa è stato costretto a ritirarsi. Poi è ricomparso, un po’ più bardato, perché ci teneva a stare con noi già martoriati dal tempo. E si è cercato di mandare avanti la veglia.
La scena, soprattutto all’inizio, è stata abbastanza allegorica. Allegorica di qualcosa che spesso accade ai nostri giorni: un distacco – spesso non voluto, o non notato, da entrambe le parti – tra ciò che fanno le gerarchie e ciò che vivono molti giovani. Una lontananza, una distanza, magari non colpa di nessuno o colpa di entrambi, ma comunque uno sfasamento. La Chiesa vive da tempo questa fatica dell’incontro, della condivisione di esperienze ed intenti, di approcci con la realtà, tra gerarchie, pastori, e popolo di Dio. Di questo ci è sembrata allegorica immediatamente la scena: noi, un milione e più in sommovimento nella grande piana, sotto acqua e venti, ad arrangiarci con teli, bagagli, disagi che la storia e il tempo ci davano in quel momento. E in zona blindata, sopraelevati, pochi pastori che quasi senza rendersi conto o ignorando ciò che accadeva mandavano avanti il rito come da programma.
Poi, la piana era molto grande, e certamente le sensibilità e le condizioni di ciascuno diverse, per cui la percezione sarà stata assai soggettiva sugli avvenimenti. Tra le tante cose belle, questo piccolo spunto ci sembrava utile darlo come punto di lavoro comune di fronte a una delle problematiche del nostro tempo.

MADRID JMJ 2011 – Episode 14: Il senso delle bandiere del Vaticano

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

14. E AL VENTO LA BANDIERA VATICANA

   Tante, tantissime. Inspiegabili, soprattutto, dal nostro punto di vista. Eppure le bandiere vaticane bianco-gialle con lo stemma pontificio erano diffusissime tra i gruppi di giovani quanto nell’idea dell’organizzazione. Coreografia di accoglienza del papa? Tesserine colorate a ciascuno da tirare su per formare la bandiera vaticana. Coreografia della veglia all’aeroporto? La proiezione dei colori della bandiera vaticana sull’enorme drappo bianco di sfondo al palco.

Ci ha lasciati letteralmente sgomenti che un evento cristiano, per giunta “cattolico”, universale, intrinsecamente senza bandiere né confini, senza alcuna differenza discriminante (come spesso ricorda Paolo di Tarso scrivendo alle sue comunità), abbia avuto così a cuore l’attaccarsi ad una bandiera. Bandiera di cosa? Di uno stato terreno, dunque di una sovranità terrena che così fortemente Gesù ha rifiutato, finanche tentato dallo stesso Nemico a possedere, a regnare terrenamente ed essere un messia ben diverso, molto più efficace e trionfale, immediato.

Quale significato ha questa bandiera? – ci siamo chiesti. Quale senso ha? Non è la bandiera della Chiesa. Né un Papa ha bisogno di bandiere. Né dovrebbe avercelo un credente che aspira alla cattolicità. Anche in questo piccolo aspetto, dunque, abbiamo potuto osservare come la buonafede cristiana sia facilmente contaminata e distorta dal sistema mondano in cui viviamo. E in cui dovremmo essere sempre controcorrente, proprio perché come ragionano gli uomini è differente da come ragiona Dio (e Gesù su questo arriva a definire Pietro “Satana”, l’avversario, il nemico).
Gesù ha scelto la strada della croce. E ci chiama a seguirlo. Questo alla fine anche Pietro lo capisce. E nemmeno la croce sia utilizzata come bandiera. “Da come vi amerete vi riconosceranno”.

MADRID JMJ 2011 – Episode 13: Il Papa, servitore o sovrano

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

13. ARRIVA IL PAPA. UN FILM DA OSCAR?

   Passo dopo passo, raggiungiamo la piazza attraverso la strada parallela ma interna al Parco, dove le ombre degli alberi danno un minimo refrigerio, dal momento che dovremo stare fermi e aspettare. La marea dei giovani è accalcata nella piazza e nelle strade davanti a noi (oltre che intorno a noi dietro le cancellate chiuse del Parco). Osserviamo cosa succede, come viene vissuto questo momento, come è stato pensato e come viene proposto dall’organizzazione. La nostra attenzione, ovviamente, va subito al mega-schermo.

C’è uno speaker che con fare molto giovanile e televisivo intrattiene la folla. Lancia i coretti inneggianti a Benedetto, lancia le urla e gli applausi per fare vedere “come siamo tanti e gioiosi” alle tv, lancia anche tutta una serie di veri e propri trailer cinematografici che dal mega-schermo e dall’imponente apparato acustico pervadono la piazza e le strade.
Un film e la sua star. Così viene trattato il Papa tra speaker e vari trailer. Spezzoni di frasi epiche, trionfi di folla, musiche drammatiche da kolossal di George Lucas, che enfatizzano momenti chiave delle Giornate Mondiali o del Pontificato di Ratzinger. Un’emotività proposta che porta a grandi esplosioni e boati della folla presente.
Con crescente disagio osserviamo questo momento di puro culto della persona e trionfalismo auto-referenziale, alimentato da una parte dall’organizzazione e dai vertici, abbracciato senza pensieri e senza problemi dalla grande folla dei giovani stipati in una piazza che potrebbe in questo momento essere la curva di uno stadio, la passerella di un festival del cinema o il parterre di un concerto della rock band del momento.

   Uno dei momenti per noi più disagiati è stato il primo arrivo del Papa nel centro di Madrid. E non mi riferisco alla folla o al caldo. Mi riferisco a come questo arrivo è stato proposto dall’organizzazione e a come una grande parte dei giovani ci hanno dato impressione manifesta di viverlo. Al primo livello ci ha messo a disagio il trionfalismo della logistica, che ha rappresentato la Chiesa e il suo Pastore come un potere temporale e mondano di questa società. Vescovi scortati e blindati in distacco totale dai giovani presenti. La grande star blindata all’inverosimile e trasportata sul monumentale palco.  I politici sistemati nella loro tribuna d’onore.
 Al secondo livello ci ha perplesso la proposta dei contenuti: folle aizzate come da un capo ultrà e sospinte a vivere il momento in maniera sì gioiosa, ma per culto della persona e per autocelebrazione dell’essere cattolici; trailer cinematografici che enfatizzano il culto del personaggio, con colonne sonore da kolossal epico.
Al terzo livello ci ha fatto soffrire la ricezione e reazione di gran parte dei giovani presenti. L’incapacità totale di senso critico nel valutare la realtà e le proposte ricevute, invece l’assunzione globale e diretta di tutto quanto proposto, dai cori da stadio ai boati di fronte ai trailer cinematografici. La folla dei giovani in piazza si è lasciata andare nel vivere questo momento come l’adulazione della star, l’autocelebrazione dell’essere lì, cattolici “nel giusto”, tanti, convinti e tifosi di tutto ciò che può esser detto o proposto.
Ora, è giusto chiarire – come il lettore si starà certo domandando – che da parte nostra non c’è qui la promozione di una linea opposta a quella che abbiamo descritto; se fossimo qui a scrivere che, da parte nostra, occorreva contestare, urlare slogan contro, cercare un capo ultrà antagonista, non faremmo che il gioco dell’ignoranza e del tifo. Il punto è proprio questo: il tifo acritico.
Come già accennato, per evidenza ma anche per verifiche sul campo ci siamo resi conto che la gran parte della folla presente, trascinata in questa dinamica mondana, non aveva conoscenze necessarie o consapevolezze né circa il significato pubblico (o mediatico) di un tifo a sostegno, né circa i contenuti significativi della persona (in questo caso Joseph Ratzinger e il suo pontificato) che si andava ad osannare. Che poi ci siano stati giovani doverosamente documentati e quindi convinti nel loro apprezzamento, non possiamo certo negarlo o condannarlo. Sui contenuti conosciuti, può infatti cominciare un dialogo autentico e ovviamente plurale.

E’ dal punto di vista del Vangelo, dell’umiltà e della sobrietà di Gesù Cristo, del suo frequente richiamo ai discepoli a non abbassarsi a logiche mondane, a logiche di potere, a manie di trionfalismo o di superbia, che l’atteggiamento dell’organizzazione di questo evento e dei giovani di cui sopra ci rende sofferenti. Ogni movimento politico di questo mondo funziona con un leader, osannato dai suoi seguaci, i quali insieme creano eventi monumentali di autocelebrazione per dimostrare che “siamo tanti, siamo seguaci fedeli, siamo forti, quindi abbiamo diritto ad avere peso in tutto il resto”. Ogni movimento che ha interessi mondani da difendere e conquistare. “Ma tra voi non sia così”, ammonisce invece Gesù. Invece, “chi vuol essere primo di voi, sia il servo di tutti”. Ecco allora dove si è inceppato, nella nostra mente di osservatori, questo come altri episodi di festa e gioia che apparentemente non avrebbero nulla di male. Ci rendono persone “del mondo”. Mentre dovremmo aspirare ad essere non tanto “la gioventù del Papa”, quanto “la gioventù di Cristo”. E proprio per questo, farci sempre ultimi.