Categoria: festival

Suq, tra Genova e qualche mondo (liguritutti.it)

M22A6370-S
foto di Giovanna Cavallo

Dopo diciotto anni di Suq Festival, sempre più a Genova va in scena il mondo. Possibile, diverso, “un piccolo mondo che fa pensare come potrebbe essere bello quello grande”, come lo ha definito la scrittrice Paola Capriolo. E quanto ci sarebbe da raccontare… E quanti lo dovrebbero fare: perché solo così ha senso che il Suq parli di sé, in un racconto collettivo dei tanti che lo compongono, lo vivono, lo assaggiano.

E’ proprio Genova, mi accorgo. E’ la Genova delle serate in cui si esce, degli stranieri che riportano in vita il centro storico con le voci squillanti e le risate, dei genovesi che si incontrano e dei giovani che esplorano locali e piazzette. Tutto nel Suq è impercettibilmente fuso con il viavai  quotidiano. Genova e così sia, mare in un’osteria. I versi di Caproni spesso mi risuonano mentre anch’io mi perdo tra incontri e ornamenti, sotto luci incerte e ombre cha sanno di mare.

Le spezie mi avvolgono e la sinfonia del rumore vociante incontra la notte imminente raccontando la mia città. Figure indistinte passano e vanno, parlano e guardano. A tratti suoni e rumori, a tratti un silenzio da campagna. Lo spettacolo ordinario di questo bazar dei popoli diventa niente più che un modo di guardare il mondo: e allora anche fuori dal Suq si cammina come se spettacoli, musiche e stupori continuassero, ad ogni angolo di strada. Basta saperli cercare, sapersi fermare, saperli ascoltare.

E non è facile, si sa. Genova s’ha da scoprire a fatica, non si rivela facilmente. Te la raccontano ora il vecchio bottegaio, ora il bimbo africano che gioca nei caruggi. Puoi raccontarla tu stesso, se hai  voglia di cercarla, perché è un incontro che interroga, che suscita e che cambia. Genova di tutta la vita. Mia litania infinita.

Continua a leggere su liguritutti.it

Annunci

La lobby più potente del mondo, incontro a Ferrara

Alcuni estratti più significativi degli interventi all’incontro che si è svolto al Festival di Internazionale a Ferrara, il 4 ottobre scorso.


Kenneth Haar, Corporate Europe Observatory

Dal 2008 attuiamo un’opera di denuncia per l’assenza di regole sulla finanza, per l’influenza pesante delle lobby che scrivono regole a proprio piacimento. Dopo la crisi mondiale si è aperto un processo per stabilire nuove regole, ma non é cambiato molto; di sicuro non ci sono mai state inversioni a U. La nostra organizzazione ha provato a misurare la forza di cui dispongono le lobby a Bruxelles: quanti commissari e consiglieri hanno rapporti con il settore finanziario? Circa il 70%. Quante lobby costantemente esercitano pressioni a Bruxelles? Circa 700. Di quanti soldi dispongono? Sono 120 i milioni spesi ogni anno per lobbismo. 1700 lobbisti lavorano a Bruxelles per influenzare le istituzioni europee. Sono numeri che cerchiamo sempre di dimostrare, e che nessuno ha finora smentito. Un’influenza diretta, che fa sì che tanti documenti siano scritti e redatti direttamente da lobbisti finanziari. Allora la domanda è: come ridurne il potere?
Serve un registro pubblico dei lobbisti. L’opinione pubblica dovrebbe avere una visione più ampia del loro agire nel processo politico e quindi premere di più sui propri rappresentanti senza lasciare così campo libero. Serve codice etico da parte delle istituzioni europee. Le agenzie di rating continuano ad agire indisturbate, dopo la crisi. In stretta relazione con banche e finanza.
Ci serve semplicità, chiarezza. Ci servono questioni tangibili rispetto alla vita della gente. Ci serve collegarci a temi o accadimenti che hanno già agganciato l’interesse del pubblico.

Nunzia Penelope, giornalista del Fatto Quotidiano
In Italia le lobby non sono regolamentate. Quando in Parlamento si è cominciato a parlare di web tax, Google ha cercato un lobbista preparato da assumere in Italia. Di fatto – sará un caso – quella web tax é defunta.
Nel 2007 i media erano concentrati sulla crisi originata dalla finanza cattiva. Poi in sordina abbiamo cominciato a prendercela coi governi e l’austerity, la quale non é che una risposta obbligata “di sistema” alla finanza. Le persone “colpevoli” della crisi hanno nome e cognome, sono ancora lì e si sono arricchite nel frattempo. Nessuno é stato cacciato.
Aline Fares, Finace-Watch
C’é troppa finanza, un livello tale danneggia la crescita; si dice che per uscire dalla crisi ci vuole piú finanza, invece é il contrario, dobbiamo essere più numerosi a dirlo e farci sentire. La gente é stata resa ipersensibile al tema della privacy, un pretesto finora usato per consentire la finanza offshore e la deresponsabilizzazione.
L’elettorato é decisivo. Però tanti aspetti non sono argomenti sui quali l’opinione pubblica é pronta a mobilitarsi, per esempio i negoziati in corso del TTA porterebbero a una deregolamentazione dei singoli paesi in campo finanziario. Le cose potrebbero peggiorare, dovremmo fare appassionare la società a questa battaglia.
Ugo Biggeri, Presidente di Banca Etica
Nessuno si fida dei mercati finanziari. Invece si sente sempre dire che manca la fiducia dei mercati finanziari. Allora di cosa parliamo? Banca Etica nasce come ribellione e alternativa di speranza: la speranza che di queste cose possiamo interessarci e capirne. Nella testa della gente la banche sono tutte uguali; non é così. Siamo educati a preoccuparci solo dell’interesse. Siamo educati che conservare i soldi equivale a investirli finanziariamente. I nostri soldi sono sempre in giro e alimentano mercati di cui abbiamo perso completamente il controllo, altro che lavorare nell’economia reale. Allora bisogna lavorare a livello di lobby positive, ma anche recuperando il senso di dove mettiamo i nostri soldi. Non ci sono solo le banche, esistono anche cooperative e startup giovanili.
Ci vuole una pazienza tenace, una presa di coscienza crescente dei cittadini. I tempi sono lunghi, ma c’é speranza di arrivare a risultati impensabili. Una società veloce ci convince che tutto deve succedere subito.

RIPARTIRE DAI POPOLI. 15° SUQ A GENOVA (di Paola Fossa)

tratta da isdmagazine.com

di Paola Fossa

«Sarà il primo Suq senza Don Gallo», esordisce Carla Peirolero, alla conferenza stampa di presentazione della quindicesima edizione del grande Festival delle Culture, che ogni anno richiama, sotto il tendone del Porto Antico, nel bazar degli artigiani, dei ristoratori e degli artisti decine di migliaia di persone. È giusto iniziare col ricordo di chi in quel bazar non ci sarà più, di quel “prete di strada” accanto al quale il Suq di strada ne ha fatta tanta. E che continuerà ad avere accanto, idealmente, nel suo non facile cammino: Carla Peirolero, ideatrice della manifestazione, presenta alla platea la programmazione di questa edizione, che – nonostante le aspre difficoltà economiche – si presenta ricchissima e multiforme.

Si aprono i cancelli giovedì tredici giugno alle 17, con gli spettacoli degli studenti del progetto CooperAmiamoci; la serata sarà dedicata alla tarantella e ai canti della tradizione marinara. Seguiranno altri undici giorni in cui il Festival mercato offrirà, tra i banchi di cucina e artigianato di ogni parte del mondo, un programma culturale inesauribile. Le attività per i bambini (come il gioco dell’oca ecologica), le Officine Gastronomiche di Chef Kumalé, il primo Coro delle Badanti (e dei badati) del mondo, i dibattiti sui temi dell’ecologia, della cooperazione, del rapporto tra le culture, tra le genti; e poi letteratura, poesia, e naturalmente teatro, con la compagnia del Suq e molte altre, e musica di ogni genere: dall’Equador all’oriente, dal mondo cantautorale genovese ai Balcani, dal nord Africa alla Turchia, gli artisti si susseguono sul palco in un intreccio ricco e affascinante.
Sarà presente il Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge, domenica alle 18.30; saranno presenti ogni giorno i frati Cappuccini della Cura pastorale Latinoamericana per offrire un momento di ritiro spirituale a chi lo desiderasse, perché Suq è anche il valore del dubbio, anche quello sulla fede; verrà Federico Rampini a portare le sue impressioni sulle differenze tra Oriente e Occidente; arriveranno le Carovane del Deserto in una giornata dedicata al prestigioso Festival au Désert di Timbuktu, in esilio dalla rivolta del Mali del 17 gennaio 2012, e al Festival Taragalte (Marocco). «Il bello del Suq – dice Carla Peirolero – è il contatto fisico con le persone; dopo un momento frontale, di discussione, ci si siede attorno ad un tavolo tutti insieme, si mangia, si balla»: Festival delle Culture, certo; ma anche Festival delle esperienze, della sostenibilità, dei punti vista.
Per il quindicesimo anno, la Piazza delle Feste si apre al mondo e diventa mondo essa stessa; come ha detto una volta la scrittrice Paola Capriolo, «un piccolo mondo che fa pensare a quanto potrebbe essere bello quello grande». Auguri al Suq.
(pubblicato su aringacritica.wordpress.com)

IL SUQ SUL FATTO – 14 – LO STRANIERO, CAPRO ESPIATORIO

L’altro giorno sull’autobus quattro signore sulla sessantina discutevano ad alta voce di quanto sia deprecabile la disoccupazione giovanile e il futuro nero che aspetta le nuove generazioni. Idee consuete intrise di qualche luogo comune e un po’ di pessimismo, ho pensato fin lì. Sarei curioso di sapere per chi hanno votato alle ultime elezioni.

Poi quella che pare la leader del gruppo specifica che se tutti questi stranieri tornassero al loro paese vedi che lavoro ce ne sarebbe per tutti. Le altre annuiscono convinte. E poi loro sono dei privilegiati, si dicono l’un l’altra, a loro li aiuta lo Stato, alle persone “normali” no. Secondo me, continua lei, bisogna partire dai “nostri” in un momento di crisi. E’ esplicita: prima non ero razzista, ora lo sono proprio diventata. Vengono qui e ci prendono tutto, a partire dal lavoro.

Mi sono chiesto per tutto il tempo quante domande avrei potuto farle, così su due piedi: se sapeva che i migranti in Italia sono circa il 7% (e non il 25-30% come spesso ha la percezione chi vive di televisione), se sapeva che la differenza tra quanto lo Stato spende per loro e quanto loro versano in termini economici è positiva (circa 1,7 miliardi di euro all’anno), se sapeva che tanti cosiddetti “stranieri” ormai sono cittadini italiani a tutti gli effetti (il ministro Kyenge ad esempio).

Oppure avrei potuto chiederle davvero chi aveva votato alle ultime elezioni (anche se temo di indovinare), e se sapeva che la rovina dell’Italia sono piuttosto i 500 miliardi all’anno che si perdono in corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata. E quelli non sono reati del pover’uomo che arriva stremato da oltre il mare, sono reati molto, troppo italiani, per anni ignorati (quando non coperti o favoriti) da certa politica dell’egoismo, del profitto e dell’incostituzionalità. Una politica, una mentalità, rivotata da troppe persone, che ha coltivato ignoranza, rovina e immobilismo nella società tutta, e che ora sono i giovani dal “futuro nero” i primi a pagare.

In un momento in cui si torna a parlare di ius soli, episodi quotidiani come questo ci insegnano a tenere alta la guardia, dalla parte dei diritti umani ma anche di una politica capace di mettere le persone in condizione di lavorare nella legalità e nella dignità, senza essere abbandonate a loro stesse. A creare le condizioni, anche prima di tutto culturali e civiche, di una “normalità” che non etichetta le persone per la loro provenienza ma per le loro intenzioni, i loro valori, i loro meriti e la loro ricchezza personale e professionale, si impegnano tante realtà piccole e grandi che con poche risorse e molta passione creano spazi, luoghi, persone “interculturali”.

Il Festival Suq, che dal 13 al 24 giugno andrà in scena al Porto Antico di Genova, è uno di questi tentativi, e da quindici anni valorizza l’economia artigianale e gastronomica, l’arte la musica e lo spettacolo, l’editoria e la cultura di popoli da tutto il mondo, a partire dalle comunità residenti a Genova. Nel passeggiare al Suq scompare la percezione di “straniero” per fare posto al fascino e alla curiosità del valore di ciò che è strano o sconosciuto. Quando le persone vivono l’intercultura nel fare la spesa, comprare ai banchi, mangiare al ristorante o guardare uno spettacolo o un concerto, sperimentano una normalità delle differenze che si ripercuote nella convivenza civica a tutti i livelli. Investire in chi crea queste opportunità oggi significa aprire la strada per una migliore economia, welfare e legislazione domani.

(pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it – maggio 2013)

IL SUQ SUL FATTO – 9 – INTERVISTA A PAOLA CARIDI SU MARTINI E GERUSALEMME

La sera del 24 giugno scorso, nella tenda Yurta del Festival Suq di Genova, abbiamo messo in scena letture e musiche ispirate al libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. A pochi giorni dalla scomparsa del suo autore, il gesuita cardinale Carlo Maria Martini, vorremmo riprendere il nostro consueto appuntamento coi lettori del Fatto proprio nel suo ricordo, pubblicando l’intervista a Paola Caridi, corrispondente da Gerusalemme per Lettera 22, che ha aperto quella serata.

Qual è la storia del tuo incontro con questa città?
Ovviamente è un incontro da giornalista, quindi un approccio totalmente laico, nonostante Gerusalemme sia considerata una città santa. Io ne ho visto devo dire in questi nove anni la parte meno santa, la parte che usa le religioni come alibi e come strumento politico. Ne vedo la sofferenza quotidiana delle persone, persone di tutte le fedi. Ma quelle che vedo io sono persone, dopodiché hanno anche una fede – spesso evidente nei vestiti che indossano – ma che io non debbo sapere in prima battuta: quelli che ho davanti sono degli uomini, delle donne, dei bambini, degli anziani, poi sono anche ebrei, musulmani e cristiani…ma questa è una cosa che a me interessa molto relativamente.

In questi nove anni quello che da una parte mi ha sorpreso e dall’altra mi ha fatto arrabbiare è il fatto che molti tra i pellegrini che ho visto hanno avuto con la città un rapporto autoreferenziale, che riguardava la fede ma non la fede calata nel presente, in mezzo agli uomini. Parlo soprattutto per i pellegrini cristiani perché io sono cattolica, ho visto molti che guardavano le sacre pietre e non guardavano gli uomini e le donne di Gerusalemme. Questo francamente mi ha indispettito perché nel mio rapporto con la fede il Vangelo è presente, è atto, è condivisione, e invece quello che ho visto mi sembra una lettura riduttiva di un pellegrinaggio.

Chi sono i giovani di Gerusalemme oggi?Devo dire molto diversi da tutto questo. Ho incontrato soprattutto giovani cooperanti, coloro che fanno progetti di cooperazione con i palestinesi. Quelli che ho incontrato a Gerusalemme ma a Gaza ma in Cisgiordania sono giovani che si interessano molto poco alle pietre e praticamente del tutto alle persone.

I giovani propriamente nati a Gerusalemme sono giovani che hanno le stesse ambizioni, gli stessi desideri di tutti i giovani del mondo. Vogliono una vita dignitosa, un lavoro dignitoso, poter studiare, magari non farsi ammazzare a vent’anni, e nello stesso tempo però sono ragazzi che hanno un rapporto con la realtà diverso, nel senso che si ha un’infanzia negata oppure un’infanzia che dura molto poco, da parte dei Palestinesi e da parte degli israeliani, ovviamente con carature diverse che non bisogna nascondersi. Nel caso di Gerusalemme che per metà è una città occupata dal 1967 (nella parte orientale), il rapporto tra i ragazzi palestinesi e i ragazzi israeliani è un rapporto di forza, in cui i ragazzi israeliani sono spesso soldati che imbracciano un fucile e chiedono i documenti ai ragazzi palestinesi; ragazzi e ragazze israeliane con la divisa, ragazzi e ragazze palestinesi senza divisa.

Questo lo sottolineo perché Gerusalemme è una città diversa rispetto a Tel Aviv, rispetto a Nazareth, rispetto ad Haifa e alle altre città; è una città in cui l’altro non è trasparente perché vive nello stesso luogo, e ci sono rapporti di forza che sono evidenti nella vita quotidiana. C’è ovviamente anche una vita che dovrebbe essere normale, cioè al di fuori delle divise e al di fuori dei rapporti di forza, ed è una vita frammentata tra le diverse parti della città, non c’è una vita condivisa, anche se si dice che Gerusalemme sia una città unificata sotto il governo israeliano.
Gerusalemme è ancora una città divisa in cui i luoghi dove si può e si vuole stare insieme sono pochissimi, rari, quasi inesistenti, e riguardano un pezzettino delle due popolazioni e sono peraltro sempre di meno, perché la situazione non è affatto migliorata, anzi direi che è peggiorata negli ultimi anni.

Dopo nove anni, il messaggio che come donna e come giornalista hai nel cuore da questa città è un messaggio di scoraggiamento, di odio o è comunque un messaggio di speranza?
Sono diversi messaggi insieme. Se si sta troppo a Gerusalemme si rischia di odiarla e credo che mettere una distanza tra se stessi a Gerusalemme dopo così tanti anni sia necessario.
E’ un messaggio di speranza? Mah, direi molto poco. Io sono ottimista nella vita, ma Gerusalemme è riuscita come a moderare il mio ottimismo, soprattutto quando parliamo di pace, perché secondo me di pace si parla molto a sproposito, e proprio la parola pace – che pure è contenuta nella parola Gerusalemme – è stata abusata e anche violentata in questi anni da tutti quanti.

E’ il caso che Gerusalemme torni centrale ma scardinando i luoghi comuni e cercando di capire che cos’è realmente oggi, perché solamente attraverso una lettura senza propagande, senza stereotipi, di Gerusalemme si riesce ad arrivare al cuore del conflitto. Il quale è molto semplice come per tutti i conflitti: è un problema di riconoscimento dell’altro. C’è bisogno di riconoscere l’altro perché senza non ci sarà alcuna pace, e non ci sarà non solo alcuna pace giusta, ma alcuna pace durevole.

Quindi la mia speranza è che un giorno o l’altro la persona che ci sta davanti non sia trasparente, non sia invisibile. Ecco io credo che Gerusalemme in questi anni sia invisibile come città reale, ma sia anche una sorta di rappresentazione dell’invisibilità dell’altro. La mia speranza è che un giorno o l’altro questo benedetto muro, che è anche fisico e che è anche all’interno di Gerusalemme (un muro di cemento alto nove metri) cada così come ne sono caduti altri, come è caduto il muro di Berlino che hanno cominciato a erigere quando io sono nata cinquantuno anni fa. Ecco spero che anche questo muro di cemento cada e mostri veramente l’altro, e poi si scoprirà che l’altro è simile se non uguale a se stessi, una cosa estremamente banale ma che sembra sia impossibile in questo momento comprendere a Gerusalemme.

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – settembre 2012)

E IL SUQ E’ IL PRIMO A CALCOLARE IL SUO IMPATTO AMBIENTALE

Intervista a Hicha e alle ragazze di Green Modeling Italia che stanno studiando l’impatto del Festival

Sono tutti giovani chimici o scienziati ambientali, e proprio con la Facoltà di Chimica stanno stringendo una collaborazione importante, i ragazzi (ma per l’80% sono donne) di Green Modeling Italia, cooperativa che studia ambiente ed energie nella prospettiva di aiutare eventi e festival culturali a scoprire qual è il loro impatto, per accompagnarli con strategie e buone pratiche a ridurlo anche dell’80%.

E il Suq in tutto questo è l’esperimento pilota: riuscirà a diventare un evento a “impatto zero”?
Si tratta non solo della parte dei rifiuti, ma soprattutto dell’aspetto energetico, emissione CO2, consumo di acqua… Ci sono eventi come spettacoli e concerti singoli che possono essere ottimizzati con un risparmio notevole (sui trasporti, la luce, l’energia..).

Come state lavorando?
Bisogna intervistare a campione le persone per capire come si muovono, come vengono. E poi far capire con buona comunicazione che con piccoli accorgimenti si può cambiare. Noi faremo un calcolo e cercheremo di tradurlo in “alberi abbattuti” corrispondenti all’impatto di tutto il Festival. E’ un termine di misura che può essere capito da tutti.

E poi…ci rimproverate?
Non è uno studio per dare multe o sanzioni, ma per stabilire strategie, accompagnare un evento culturale verso buone pratiche. Questo per il Suq sarebbe l’anno zero, poi con questo studio di base si potranno suggerire le strategie per arrivare in tot anni a fare un evento “green”.

In pratica, come si guadagnano punti?
Già tutte le stoviglie in Mater Bi date da Novamont sono un punto a favore. Altro passo potrebbe essere usare i led invece delle lampadine tradizionali. Poi analizziamo i trasporti, e questi dati potrebbero essere utili anche al Comune: come si muove la gente? Come viene al Festival? Come arrivano le merci?

La prospettiva sarebbe in futuro di poter rilasciare un marchio, una certificazione ai festival a seconda dei loro comportamenti in tal senso. Anche per incentivarli a non fare solo l’anno zero, ma a proseguire il percorso pratico, che in teoria è di tre-quattro anni, anche per spalmare i costi della riconversione su un tempo digeribile per l’organizzazione.

E la risposta della gente?
Un evento interetnico come il Suq ha la possibilità di trasmettere queste buone pratiche in modo che si spargano anche molto lontano. Il singolo le può carpire e adottare in casa propria. Sensibilizzare ed educare, questo diventa il senso finale che si cerca nella risposta della gente.

Già sulla raccolta differenziata qui c’è una buona sensibilizzazione. Sulle nuove proposte che stiamo facendo, la gente è interessata, incuriosita, per la prima volta si ritrova a Genova con questo tipo di questionari. Non è abituata, giustamente, allora devi impiegare un po’ di tempo a spiegare perché ti serve sapere come uno è arrivato qui di che anno è la sua macchina…
Chiarito quello, sono tutti molto disponibili.

Ci sono cantanti che per compensare un grande concerto ripiantano centinaia di alberi…è un buon compromesso?
Bene, ma occorre anche cercare in futuro di migliorare direttamente l’impatto dell’evento. Anche perché in realtà il disboscamento è sempre forte, non si possono piantare alberi ovunque per sempre. E poi è davvero importante che il cittadino impari le pratiche per cambiare il suo impatto, sono quelle che portano a una riduzione effettiva globale. Fare cambiare le persone in casa propria.

C’è sempre il problema che investire sulla riconversione sostenibile è costoso, in tempi di crisi poi…
In realtà ci sono tante piccole pratiche che con un piccolo investimento fanno tanto. Il tempo di rientro di solito va misurato sotto o sopra i 5 anni. Sotto, è un buon investimento. I led per esempio, costano dieci euro in più di una lampadina normale, ma per durata di vita e riduzione del consumo ripagano ampiamente in breve tempo, nel giro di due bollette.

In ogni caso secondo step del nostro studio qui sarà proprio valutare i punti critici dell’impatto ambientale e i costi dei miglioramenti da apportare, per valutare con gli organizzatori cosa si può fare.

Cosa monitorate qui al Suq?
Oltre ai questionari sui trasporti e la mobilità dei visitatori, anche i rifiuti (quanto differenziato e quanto no) e l’acqua (quanta per la cucina, quanta per i servizi igienici). Poi passeremo dai commercianti per capire da dove arriva la merce e con quali mezzi, quante volte al giorno/settimana, che uso delle luci, se hanno bombole del gas…

E’ un esperimento complesso, anche per esempio sul campione intervistato: sarà affidabile? Lo confronteremo con i dati totali dei visitatori, a fine Festival. E vedremo come accompagnare il Suq verso un futuro sempre più “eco”.

NON INSEGNATE AI BAMBINI. IMPARATE DA LORO

Oggi il Suq è più tranquillo. E’ lunedì e in più si è affacciato un nuvolone che minaccia di risciacquare bene il nostro tendone sul mare.

Una delle cose più belle è sedersi su una panca vuota, qui al centro, e guardare i bambini. Ce ne sono tanti, qui al Suq. Di tutte le età, di tutti i colori. Corrono, giocano, mangiano un gelato, schiamazzano – ma al Suq l’insieme degli schiamazzi confluisce in una musica che non dà fastidio, che avvolge, un vociare che sa di famiglia, di grande famiglia.

L’altro giorno, mentre osservavo qua fuori la gente passare, uno splendido bambino meticcio per mano con la sua mamma sgambettava gridando: “Mamma, dov’è il Suq?!”

Qui i bambini sorridono quasi sempre, come quasi sempre i genitori li lasciano liberi, senza paura.

Ecco dove falliscono tutte le idee che ci hanno provato a inculcare in questi anni di tv dei partiti, le idee della paura dell’altro, della sicurezza come militarizzazione, della diffidenza e del chiudersi in casa come cura di sé. Falliscono qui, nel rincorrersi di bambini che ridono, insieme, diversi e ricchi ciascuno della sua provenienza, fratelli senza paura di immaginare, già vivendo, un’esistenza comune.

(pubblicato su Suq Genova – giugno 2012)