Categoria: Genova

Sound of Change – il video racconto

Video di Andrea Borneto e Luca D’Alessandro per Sound of Change – 13 ottobre 2017 – Mercato del Carmine, Genova.

Musica “Siamo tutti profughi” gentilmente concessa dai Free Shots.

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Don Renzo, pastore che non passa (La Guardia)

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In questi dieci anni mi è capitato spesso di incappare in don Renzo Ghiglione. Che fosse tra le cime della Val Maira, durante le attività sociali della Piuma onlus, o chiacchierando di emergenze pastorali con qualche prete. O ancora, ricevendo la testimonianza di qualche amico immigrato anni fa dall’est Europa. Don Renzo c’entrava, era spesso di mezzo.

Forse uno dei criteri per riconoscere i “profeti” è proprio rendersi conto di quanto intensa e attuale rimanga la loro presenza anni dopo la loro dipartita. Prima citazione che mi viene: “se il seme caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore, porta molto frutto”. E Renzo, che seme ha cercato di esserlo per tutta la vita, dieci anni fa è morto. Caduto, per motivi ancora difficili da chiarire, dal sentiero Cu du Mundu sopra Arenzano.

Che abbia germogliato abbondantemente è cosa evidente per quanti si sono ritrovati coinvolti in una delle tante opere da lui ispirate e animate. E non dovrebbe stupire questa fecondità: Renzo è stato pastore con idee forti ma al contempo con una profonda capacità di ascolto della realtà e dei segni dei tempi. Non è un caso che molte delle sue iniziative coinvolgessero i laici come comunità protagonista. Penso ai cammini di ricerca per adulti, di cui prese le mosse da don Marco Granara e che negli ultimi anni considerava una vera e propria priorità pastorale. Penso al Micronido che porta il suo nome, voluto a sostegno delle maternità fragili e precarie in una società dove la disuguaglianza economica resta pietra d’inciampo. Penso ai campifamiglie estivi di Pratorotondo, dove è stato possibile sperimentare la vita comunitaria e l’autogestione, anche spirituale, in una società e in una chiesa dove ricostruire comunità autentiche sembra esigenza insormontabile. Penso infine a slanci sogni e progetti di solidarietà verso le nuove povertà e solitudini.

Incalcolabili sono le scelte di vita e di impegno per cui Renzo è stato riferimento incoraggiante. Una presenza autorevole e affidabile che trapelava da una persona semplice, sempre inquieta, a volte testarda e inamovibile, a volte spossata, che mai faceva pesare il suo essere prete, men che meno in chiave clericale, e che non amava creare distanze quanto invece colmarle. Bastava salire insieme a lui un sentiero di montagna, cantare una canzone blues chitarra e armonica, fermarsi di notte con i bambini a guardare le stelle, e il gioco era fatto.

Conviviale e inquieto, sensibile alla bellezza della vita quanto ai bisogni impellenti della società contemporanea, don Renzo aveva radici profonde che nutriva dei migliori riferimenti ecclesiali e pedagogici del post-Concilio, oggi sempre più patrimonio di tutti grazie anche alle decise attenzioni di Papa Francesco. Seconda citazione che mi viene: “nessun profeta è ben accetto in patria”. Anche questo emerge dalle preoccupazioni che animavano Renzo negli anni del suo lavoro pastorale; la lettera d’ingresso a Certosa nel 2002 parla chiaro sulle priorità ecclesiali: inclusione positiva degli immigrati nel quartiere, attenzione concreta e progettuale alle povertà, formazione cristiana seria per gli adulti, protagonismo di tutti nel confronto e nell’ascolto dei segni dello Spirito nella società. Questioni tutt’altro che datate, tutt’altro che facili, tutt’altro che ben accette e prioritarie anche oggi, per le quali Renzo ha investito energie pastorali, creatività, collaboratori di fiducia, consapevole di andare il più delle volte controcorrente.

Tanto del suo impegno, con certe modalità e certe libertà anche di dire e di fare, non veniva e non viene capito; a volte condiviso ma ben lungi dall’imitarlo, salvo celebrarlo a posteriori. Quanti fan e quanti imitatori? Stesso dilemma oggi posto da una figura autentica ed evangelica come papa Bergoglio. Perché don Renzo ha intrapreso con semplicità e cocciutaggine vie difficili per i contesti parrocchiali genovesi e non solo. E’ stato ed è riferimento per moltissimi preti e laici, cui è venuto a mancare un compagno di viaggio, di confronto e di libera amicizia. Un pastore con l’odore delle pecore, capace a stare davanti, in mezzo e anche dietro al fiuto del popolo. Capace di “diocesanità”, quella dimensione sottolineata dal Papa nel suo discorso al clero genovese, ovvero di non creare nicchie e movimenti personalistici o clericali, quanto di seminare metodo, innovazione, partecipazione, slancio evangelico consegnando sempre questo patrimonio a servizio della diocesi tutta. Forse per questo don Renzo è sempre andato “oltre” il cortile della parrocchia, in tutte le cose che ha seminato, generando una cooperazione, riflessione e confronto tra persone di ogni dove, vicine e lontane, rimandando sempre alle uniche sorgenti di acqua viva: il cammino dietro a Gesù, la ricerca impegnata della giustizia. Insieme, tra queste cime.

Non c’è memoria utile se non per interrogarsi sull’oggi e porsi in cammino, raccogliere il meglio e immaginare come diventarne protagonisti attivi. Questo mese, cercando tra gli amici di Renzo di raccogliere canzoni, letture e spunti a lui cari, più di una volta mi è stato sottolineato il suo amore per Gaber. Tanto da sceglierne una canzone come simbolo di un cammino annuale diocesano per i giovani. Quella canzone era “C’è solo la strada”. L’ho dovuta ascoltare più volte per restare stupito ancora una volta dell’intuito attualissimo di Renzo, che sceglie una canzone contro l’individualismo delle famiglie. Un monito ai giovani futuri madri e padri. “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada, nella piazza / perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo”. E’ solo l’ultimo di tanti esempi possibili per capire oggi la parola “profezia”: sono profeti coloro che hanno il coraggio, amando e coinvolgendo, di lanciare lo sguardo oltre la superficie, di svelare i limiti delle presunte normalità in cui ci compiaciamo di rassicurarci e stabilizzarci. Ultimamente si è parlato tanto di emergenza famiglie, e tant’è un tema nodale come l’individualismo, la chiusura, l’appartamento della famiglia ripiegata su se stessa e sulle proprie cose, non si è portato in primo piano. Perché è una di quelle verità che ci rivelerebbe tutti bisognosi di mea culpa, se dicenti cristiani di fatto mondanizzati, per cui sarebbe troppo scomodo impegnarsi nella conversione della propria vita.

Don Renzo è ancora profetico in mezzo a noi, nelle realtà e nelle persone che ha lasciato. E’ un camminatore che non passa, ma ci sta accanto con simpatia, inquietandoci come sa fare lui, ricordandoci con Mazzolari che ancora “si cerca per la chiesa un uomo”, “un uomo che parli con la propria vita”.

pubblicato sul numero de La Guardia di ottobre 2017

Sound of Change. 13 ottobre 2017 Mercato del Carmine, Genova

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Ex-OtagoFree ShotsLuke & The LionBacci Del Buono suonano per Sound of Change.
Non è solo una serata gratuita con alcuni tra i migliori artisti genovesi.
Sound of Change è il nostro modo di lanciare un messaggio di solidarietà e accoglienza a chi fugge da guerre e persecuzioni.
E vogliamo farlo suonando, cantando e dando a tutti la possibilità di compiere tre azioni concrete per un’integrazione più umana:
• Firmare la legge popolare #EroStraniero per migliorare l’accoglienza diffusa e l’integrazione.
• Diventare volontari nei progetti di inclusione, donate qualche ora del vostro tempo.
• Mettere a disposizione una stanza o una casa per ospitare temporaneamente un rifugiato.
L’accoglienza non è un optional, e noi possiamo riscriverla dal basso, agendo ora!

*** Ingresso libero ***

Sound of Change è un concerto a favore dell’accoglienza che nasce da un gruppo di giovani attivisti genovesi, coordinato da Giacomo D’Alessandro ePietro Mensi. E’ realizzato a titolo volontario da tutti coloro che vi collaborano, e reso possibile dalla partecipazione gratuita di alcuni tra i migliori musicisti genovesi.
Al pubblico chiediamo 3 semplici azioni per cambiare l’accoglienza dei rifugiati e per #restareumani:

1. conoscere e firmare la proposta di legge popolare Ero straniero – L’umanità che fa bene, promossa a livello nazionale da Radicali Italiani, Casa della Carità, ACLI, ARCI, Centro Astalli, CISG, A buon diritto, ASGI, CNCA. La legge incentiva l’accoglienza diffusa in piccoli numeri e semplifica l’integrazione favorendo l’accesso al mondo del lavoro e ai servizi primari.

2. iscriversi come volontari ad attività di accoglienza, integrazione e inclusione sul territorio genovese, conoscendo chi le promuove.

3. aderire a progetti di “accoglienza diffusa” promossi da Refugees Welcome Italia e AirBnb, mettendo a disposizione una stanza o una casa per ospitare un richiedente asilo.

In un momento storico in cui l’accoglienza è oggetto di tensioni, demagogie ma soprattutto mancanza di visione, vogliamo cambiare il clima di paura e diffidenza dando vita ad un momento di socialità e condivisione, trainato dalla performance artistica di alcuni tra i migliori esponenti genovesi della musica italiana. Senza prestare il fianco a polemiche o slogan, proponiamo opportunità concrete di costruire dal basso un’esperienza diversa, autentica e positiva di accoglienza. Dando il segnale che a Genova c’è un mondo, a partire dai giovani, intenzionato a coinvolgersi e fare la sua parte di cittadinanza attiva con serenità, impegno e lungimiranza.
L’iniziativa è apartitica, aperta alle adesioni del mondo culturale, artistico e associativo.

Quando venne la guerra (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro*

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Caro Giacomo, prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi.

La prima volta fui mandato in una latteria dove, per la tenera età e la piccola stazza, arrivavo appena al bancone; lavavo le tazzine e portavo i caffè nei negozi vicini. Nell’estate del 1940 facevo le consegne per un panificio, e l’anno dopo ancora andavo al Politeama Genovese a vendere caramelle, gelati, bibite e cioccolata, durante l’intervallo e alla fine dello spettacolo. Lavorai poi in Piazza Portello nella valigeria Tinelli, che ora è stata sostituita da un moderno negozio di tecnologia; facevo le pulizie e consegnavo alcune ordinazioni. Ma nel frattempo era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Vennero tempi duri per tutti. Dopo un mese cominciò a rivelarsi l’assurdità di quella guerra contro le potenze straniere. I generi alimentari mancavano sempre più, e vennero consegnate delle tessere con tot bollini che servivano per comprare 150 grammi di pane al giorno a persona. Per gli altri generi erano consentiti pochi grammi a testa, e imparammo a conoscere la fame. Intanto i dirigenti del partito fascista raccoglievano la maggior parte dei viveri e li nascondevano in cantine o magazzini.

Erano stati censurati i giornali oppositori, e i politici che non assecondavano il regime erano stati esiliati oltre confine.

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Così affondò l’Andrea Doria (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro, a cura di Giacomo D’Alessandro

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Caro Giacomo, riprendiamo i miei ricordi di vita sul mare. Questa volta devo con molta amarezza rievocare il naufragio dell’Andrea Doria, la nave regina (così chiamata per la sua bellezza) dove mi trovavo imbarcato il 25-26 luglio 1956, esattamente cinquant’anni fa. L’Andrea Doria era l’ammiraglia della flotta passeggeri, e partì da Genova il 17 luglio. Fatto scalo a Cannes, Napoli e Gibilterra, navigavamo verso New York, dove l’arrivo era previsto per le prime ore del 26 luglio. Al comando della nave era il capitano Piero Calamai, personaggio di grande autorevolezza e serietà, stimato dal suo equipaggio. Aveva 59 anni. Io lo conoscevo bene perché da due imbarchi ero incaricato all’Ordinanza del Comandante, ero cioè colui che si cura delle sue divise, del suo appartamento e del servizio a tavola in sala da pranzo.

Il viaggio fu regolare e piacevole. La sera del 25 luglio c’era ancora mondanità, si ballava sulle note di Arrivederci Roma, ma molti passeggeri si erano ritirati nelle cabine per preparare il bagaglio. Da parte mia ero, come alla vigilia di ogni arrivo, ansioso di giungere a New York, dove avrei trovato la lettera di mia madre, in quanto a quel tempo avevo 28 anni e non ero ancora sposato.

Quel tardo pomeriggio l’Andrea Doria era entrata in un fittissimo banco di nebbia. Il comandante Calamai salì sul Ponte di Comando. Gli portai il cappotto d’incerata verso le 17, e alle 19.30 gli servii una piccola cena sopra un vassoio, ma sempre sul Ponte. Dopo mi recai in sala da pranzo per il servizio ai passeggeri, terminato il quale andai in saletta Camerieri, il nostro bar e ritrovo. Lì si chiacchierava del più e del meno quando alle 23’10 avvertimmo un urto di inaudita violenza. La robusta prua rompighiaccio dello Stockholm aveva impattato l’Andrea Doria provocando una enorme falla di 20 metri di lunghezza, 12 di larghezza e 10 di profondità…

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Non regaliamo Genova ai leghisti

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Domenica 25 giugno puoi lasciar cadere la città di Genova nelle mani dei leghisti e dei loro amici, il peggior berlusconismo ancora in vita in Italia, come sta dando prova la Regione di Toti. Oppure puoi sentire un briciolo di decenza e dignità e #alzareilculo perché questo non succeda. Forse non te ne frega niente, forse ritieni che come andrà a finire poco o nulla cambierà. Sbagliato. Non possiamo ottenere il meglio possibile (e di questo hanno colpa in parecchi), ma almeno non lasciamoci cadere nel peggio del peggio.
Questo evento è un appello e una sfida: invita almeno 10 amici che sono andati a votare e 10 ai quali secondo te non frega un cazzo della politica e del voto. Convinciti e convinci ad #alzareilculo almeno questa volta per evitare di consegnare la città al becerume trumpiano di troppi consiglieri leghisti e affini. Poi faremo i conti a muso duro con chi governerà per alzare al massimo il tasso di rinnovamento e discontinuità. Ma intanto salviamo la pelle a questa Genova di cui siamo parte.
Parola d’ordine #alzareilculo, senza troppi giri di parole.
Facciamolo girare questo evento.

[l’evento FB dedicato ha raccolto in pochi giorni quasi 2000 partecipanti e oltre 10.000 persone invitate, oltre a decine di commenti e 4 menzioni sui giornali]