Categoria: giornata mondiale gioventù

LA RICERCA TRA FIDUCIA E SENSO CRITICO, UN ARTICOLO SU MADRID PER "IL CITTADINO"

DAL GRUPPO ECCOMI ALLA GMG, UN DISCERNIMENTO CHE CAMMINA NELLA VITA

   Quando nel 2007 decisi che era il momento di fare un po’ di ordine nella mia vita, e di cominciare a chiedermi a cosa potevo essere chiamato, non avevo ancora sperimentato la varietà di modi e incontri che può avere una ricerca. E restavo incerto di fronte a quella strana e spaventosa parola “discernimento vocazionale”, il quale non è altro che la ricerca della propria massima felicità secondo il disegno di Dio (che su questo, se ci fidiamo, ha la vista parecchio più lunga di noi). Esattamente quattro anni dopo, mi ritrovo alla Giornata Mondiale di Madrid.
Quattro anni accompagnato dal Gruppo Eccomi (www.seminariodigenova.it/Eccomi), (prima da “ragazzo” e poi da “animatore”) tra ragazzi della mia età e amici più grandi che mi hanno offerto spunti ed esperienze per riflettere un po’ sulla mia vita, i miei limiti e i miei “talenti”, sul mettersi in ascolto dei segni di Dio per realizzare al massimo le scelte e il cammino. Le prospettive e il raggio della ricerca? Globali. Anzi, un orizzonte di possibilità che è aumentato, dal momento in cui tento non di pianificare esclusivamente da me ciò che sarò domani, ma di vedere verso quale vita il Signore pensa che sarei più felice, anche in base alle mie predisposizioni, per me e per gli altri.

   Madrid è stato quindi anche luogo di discernimento, per gli spunti che mi ha permesso di osservare, gli incontri e gli scambi che mi ha donato, gli aspetti coi quali mi ha sorpreso nel bene e nel male.
L’esperienza più significativa è certamente stata la vita comunitaria, in particolare tra noi liguri a Pinto. Incontri su incontri, nuove conoscenze, scambi di esperienze, ognuno col suo irripetibile contributo dato semplicemente dallo stare, dal vivere e dall’incontrare. “Ricerca” è stato osservare le vite degli altri, il loro approccio alla comunità, quale idea di Chiesa e di fede. “Ricerca” è stato confrontarsi sul più e sul meno, ma anche sulle cose che ci succedevano intorno. Nel bene e nel male. Perché ricerca è anche volontà di sviluppare un senso critico sano, che sappia proprio (dal greco “krino”) valutare e analizzare la realtà, i gesti, i significati. Sano, perché l’orizzonte è sempre il costruire, tanti carismi e tante diversità ma tutti uno in Gesù, come sottolinea San Paolo.

   Insieme al mio compagno di viaggio Alessandro e ad alcune altre persone abbiamo cercato di partecipare alla GMG con questo spirito, partiti “non per moda o per convenienza, non per fanatismo o per vacanza facile” come abbiamo scritto in un appello reso pubblico su Facebook qualche giorno prima. Tante cose che abbiamo osservato e vissuto ci hanno lasciati perplessi e dispiaciuti, tante altre ci sono piaciute e ci hanno stimolati nel continuare questa ricerca a contatto con Gesù e la sua Parola.
Ricordo con piacere i momenti di catechesi. E’ stato importante poter ascoltare pastori diversi, provenienti da altre realtà, con le loro differenti formazioni, approcci, sensibilità. Mi è spiaciuto che nel programma, accanto ai luoghi delle catechesi italiane, non fossero dati i nomi di chi le teneva, senza quindi la possibilità di scegliere. La prima mattina ho ascoltato con interesse gli spunti dal taglio letterario e filosofico di Bagnasco, restando poi molto amareggiato quando, al termine, mi è stata impedita la possibilità di fare liberamente qualche domanda come invece il programma prevedeva.

   Tra le immagini più significative e gioiose che mi porterò dietro, c’è il camminare per le vie della città trasformate in fiumi umani di sgargianti colori provenienti dalle sorgenti di tutti i paesi del mondo. Sorrisi, saluti, lingue, abiti e cappelli, volti; ognuno indimenticabile e ognuno goccia nel mare dell’incontro. Ho provato l’emozione della continua vocazione ad essere fratello, cittadino del mondo, compagno di viaggio che non può vivere nel suo cortile come se gli altri, le loro gioie e le loro sofferenze, non esistano, non mi riguardino. Anche questo è parte di una ricerca in me stesso e poi tra gli altri, chiunque essi siano, chiunque io sia o diventi in futuro. A contatto con la marea dei giovani, dalle piazze alle metropolitane, abbiamo assistito spesso a cori da stadio inneggianti al Papa. Questo ci ha lasciati fortemente perplessi, manifestazione forse inconsapevole di un mondano culto della persona così stridente con quell’umiltà, quella sobrietà e quel servizio da “ultimo degli ultimi” che Gesù ha vissuto e donato quale essenza dell’essere suoi discepoli.

   Il cammino col Gruppo Eccomi – che a Madrid era presente con una decina di ragazzi delle superiori, guidato da don Michele Cavallero – mi ha insegnato a vivere appieno la realtà del mio tempo senza paura, ma cercando sempre di guardare oltre la superficie, sapendo che il Signore ci dà delle opportunità e delle indicazioni nelle piccole e grandi cose di ogni esperienza. Di qui a saperlo cogliere, è un continuo tentare, inciampare, intuire, confidare. Una scuola di tutti, non solo per chi sente di essere chiamato al sacerdozio o alla vita religiosa, ma ugualmente importante per chi sente la chiamata ad essere fidanzato, sposo, genitore, missionario, lavoratore di questo o quel settore, insegnante, e via dicendo. Quante, infinite, le vocazioni. Una per ciascuno, unica e cucita su misura perché realizzi la felicità di ognuno di noi come da soli non saremmo capaci a fare.
Fare questa ricerca è stato per me stimolo alla conoscenza, all’approfondimento anche dell’attualità, della fede e della Chiesa nel mondo. Per questo a Madrid è stato importante vivere attivamente ogni cosa riflettendo sul senso e sul rapporto col Vangelo di gesti, momenti, avvenimenti. Per non accettare la polemica sterile tanto quanto il ridursi ad un’accettazione passiva. Per imparare a muoversi nella complessità della realtà odierna con la capacità di distinguere e valutare tutto alla luce del Vangelo e del comandamento sull’amore, stella polare da mantenere fissa, sempre.

   La Giornata Mondiale, per come io e molti amici l’abbiamo vissuta e riflettuta, ci presenta un grosso rischio, un grande dono e una enorme potenzialità. Il rischio è quello di essere presentata e recepita come momento trionfalistico ed auto celebrativo, dove si preferisce essere tifosi come di uno schieramento di questo mondo, senza preoccuparsi di sviluppare quel senso critico necessario ad individuare ciò che conta per il nostro cammino di crescita, confronto, ricerca e discernimento. Il dono è quello dell’incontro, della vita comunitaria, dello scambio e dello stimolo per mettersi in ricerca, in ascolto – calati nella vita piena – della voce di Dio.  La potenzialità è quella di creare spazi raccolti per la condivisione con i nostri fratelli di altre nazioni, sulle esperienze della fede, della spiritualità, della vita.
In questo tempo di cambiamenti, Madrid è stato un assaggio delle diversità di questo mondo e della Chiesa che lo vive. Siamo chiamati alla vita, a realizzarla secondo un esempio e un amore (quelli di Gesù) che nulla può cancellare. Lasciamo attivamente che lo Spirito lavori in noi, senza paura di cambiare noi stessi e di lavorare per un mondo diverso, migliore per tutti. Ce lo dice Gesù: “il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”.

(Il Cittadino – settembre 2011)

MADRID JMJ 2011 – Episode 19: Un senso critico per il bene della Chiesa

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

19. UN SENSO CRITICO PER IL BENE DELLA CHIESA

   Il secondo approccio per una riflessione generale al termine della nostra esperienza riguarda il senso critico. Molte delle cose che sono successe e succedono nel rapporto tra giovani e Chiesa, derivano da una mancanza di senso critico, ovvero la volontà e capacità mentale di valutare, analizzare, soppesare la realtà che si ha attorno, i gesti e i significati delle cose che si fanno, si dicono, si vedono, si ascoltano. Questa è una responsabilità cui continuamente ci chiama Gesù nel Vangelo. Se la nostra vita dev’essere improntata all’amore in ogni cosa che facciamo, dobbiamo assolutamente saper discernere, valutare, distinguere nella realtà delle cose. E non che in questo ci sia chi è nel giusto e chi nello sbagliato. Ma il senso critico o lo si adopera e lo si allena, oppure no. E questo fa la differenza tra vivere attivamente e vivere passivamente, con il rischio di essere manipolati e presi in giro. Certo, sviluppare senso critico è un’educazione vera e propria, che la società di oggi non è ovviamente interessata a dare ai suoi “sudditi”, ma che la Chiesa dovrebbe essere chiamata a proporre proprio perché non ragiona secondo l’uomo, mira piuttosto alla liberazione integrale della persona, alla sua elevazione, alla sua presa di coscienza, libertà e santità.

Per questa educazione occorre uno stimolo, una conoscenza, un approfondimento e uno spazio di confronto e dibattito sempre libero per quanto civile. Educhiamoci ed educhiamo a farci domande, a interrogarci sempre sui significati, sulle alternative. Conoscere delle alternative possibili significa poter scegliere. Avere una coscienza informata e critica significa poter indicare e seguire la via più alta, più vicina a quella indicata da Gesù.

Queste condizioni possono realizzarsi se da una parte le indicano i pastori, in quanto guide appunto, e se dall’altra le cercano, le richiedono, le mettono in atto le persone. Un popolo “miope” può essere comodo per se stesso e per le sue guide quando va tutto bene, ma può divenire pericoloso, indifferente e assente quando è il momento di saper scegliere e di fare passi in avanti insieme.

Noi popolo dei giovani, per come ci siamo manifestati a Madrid, abbiamo molto bisogno di camminare verso uno sviluppo prioritario di questo senso critico. Certo, la consapevolezza critica è sempre un rischio. Genera discussioni, confronti anche accesi, forse cambiamenti. Ma è meglio costruire insieme con fatica piuttosto che andare alla deriva per binari diversi fino a perdersi reciprocamente e accorgersene quando è troppo tardi. Questo mondo e questo tempo hanno bisogno dell’amore di Gesù. E di testimoni capaci di rapportarsi criticamente con la realtà per distinguere, comprendere, costruire su ciò che conta, nella direzione di un domani migliore per tutti.

MADRID JMJ 2011 – Episode 18: Comunicare le GMG, una riflessione

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

18. SULLA COMUNICAZIONE MEDIATICA

   Fare il punto sulla nostra esperienza di vita e riflessione a Madrid non è cosa semplice. Un’esperienza ricca, di grande valore, molto piena e variegata, stimolante, e tutto questo sia nel bene sia nel male. Un primo approccio per una riflessione finale generale riguarda quella che viene chiamata la manipolazione mediatica. A diversi livelli.
   La Giornata Mondiale della Gioventù ci era sempre stata presentata, anche durante l’evento stesso, come momento spirituale di grande portata, occasione di cammino di fede per eccellenza. Questo, semplificando, è il messaggio della comunicazione “interna” alla Chiesa, ovvero degli organizzatori e dei pastori nei confronti dei giovani.
Di fatto, ci siamo resi conto che così non è, ma non solo per noi, che pure abbiamo scelto di essere presenti con uno spirito di osservazione e di analisi di fatti e significati; per la maggior parte dei giovani che abbiamo incontrato, né prima né durante né dopo la GMG la componente dominante è stata spirituale. Questo è facilmente intuibile dal farne esperienza. Come già abbiamo raccontato, anche nei momenti più favorevoli come la veglia o la messa, tante sono le variabili e le difficoltà di trovare raccoglimento, riflessione, contemplazione, atmosfera di spiritualità.
E allora? Allora, la realtà è che la GMG ha un immenso valore sociale, di incontro confronto e scambio. E’ un’occasione unica per proporre una convivenza quotidiana e di momenti vari sia a intere diocesi e regioni ecclesiastiche (come è stato per noi liguri con ottimi risultati), sia tra chiese di un stesso paese e poi ancora tra paesi e continenti diversi. Questo secondo aspetto è una potenzialità tutta da realizzare, in quanto sono stati assenti, non previsti dall’organizzazione, momenti di incontro, confronto e scambio su temi di fede o attualità con altre nazionalità.
Un evento su cui puntare dunque più a livello relazionale che spirituale, con il valore di costruire una mondialità più unita nelle diversità, a partire da una nostra adesione al Vangelo e al suo slancio di cambiamento; questa già è una enorme responsabilità come cristiani, se capaci di profezia e libertà. In conclusione, qui rileviamo già una sfasatura mediatica tra il modo in cui viene proposta e comunicata la GMG ai giovani e il valore dominante che poi risulta avere in realtà (altrettanto importante, ma differente, e dunque tutto da sviluppare se focalizzato).

   Anche la comunicazione “esterna”, generale dell’evento subisce un rischio: quello di puntare sul numero, sulla quantità di presenze e sulla monumentalità degli eventi, alimentando i giovani come folla di fans così da mostrare al mondo quanto la Chiesa sia forte, amata, influente, possente. Tentazione che prende prima di tutto molti giovani, esaltati dalla dinamica di gruppo così da lasciarsi vivere l’evento come un’autocelebrazione e un trionfo pubblico della propria appartenenza cattolica. Da questo tipo di tentazioni umane di manipolazione abbiamo la responsabilità di dissociarci, di vigilare e difenderci. Anche per questo motivo era nato l’appello che abbiamo pubblicato all’inizio. Questa dinamica mondana crea infatti un triste circolo vizioso per cui da una parte si cerca di “rifarsi l’immagine” con i numeri e dall’altra la società cerca di colpire criticamente l’evento sempre sui numeri e sui dati, quando non abbastanza alti. Usciamo da questa dinamica noi per primi.

MADRID JMJ 2011 – Episode 17: Dove passiamo noi…una discarica

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

17. DUBBI SULLA GESTIONE AMBIENTALE: DAI RIFIUTI AGLI IMBALLAGGI

   Quando al termine della messa iniziamo a fare i bagagli e a cercare quasi col metal detector la nostra roba dispersa nel campo profughi che è stato Cuatro Vientos in questi due giorni, il sole cuoce, letteralmente cuoce. A gruppi piccoli e grandi, la piana inizia a svuotarsi. Code mastodontiche si avviano verso l’unica uscita, lasciando dietro di sé quella che chiamare discarica a cielo aperto è quasi poco. Quando tocca a noi avviarci, la piana è svuotata del tutto, siamo fra gli ultimi. Abbiamo modo così di osservare l’assurdo spettacolo della quantità di spazzatura e rifiuti rimasta sul campo.
Un delirio. Un delirio completamente in contraddizione con quell’amore per il creato che dovrebbe essere insito in ogni creatura che si ritenga “figlia grata di un creatore”. Cumuli di spazzatura, veri e propri accampamenti di teloni e stuoini lasciati a marcire sul campo, sacchetti in quantità industriale, resti di tutti gli imballaggi dei pic-nic. Bandiere e striscioni nella polvere. Cartacce, rifiuti, avanzi. Passiamo guardando sgomenti. La decadenza reale, ambientale e morale di questo triste spettacolo ci abbatte.

   Non possiamo dare una sola colpa a qualcuno, se non cominciare da noi stessi, per quello che è accaduto. Certamente la gestione della raccolta rifiuti è stata assolutamente inadeguata agli spazi e alle cifre. Sorta di isole ecologiche coi vari bidoni erano disseminate lungo i corridoi, ad altezze precise, ma nei settori non vi era praticamente un solo sacchetto di raccolta rifiuti. E’ stato lasciato ai ragazzi, già in difficoltà ad organizzarsi e a muoversi, confezionare i loro sacchetti (buttando tutto insieme ovviamente) da portare poi ai bidoni. Un sistema fallace perché non favorisce la differenziazione che dovrebbe sempre essere qualcosa di semplice e comodo. Altra domanda per l’organizzazione: imballaggi e contenitori del pic-nic erano stati pensati compostabili, o riciclabili facilmente? Perché la questione è semplice: chiunque si sia trovato a pulire la piana al termine dei due giorni può aver differenziato a posteriori, se era possibile e abbastanza immediato farlo. O può aver portato via tutto insieme, e davvero lì c’era da riempire una discarica intera.
    L’altra metà del problema sono le folle di ragazzi che hanno abbandonato rifiuti sul campo, indifferenti ad ogni conseguenza del gesto o forse anzi contenti di delegare a chi avrebbe pulito la raccolta della loro spazzatura. Quanti non sono stati attenti a raccogliere tutti i loro rifiuti, le loro cose, a fare in modo di abbassare al massimo la quantità lasciata in pasto a polvere e camion? E non è forse questa una grande responsabilità di chi si dica cristiano, quella del rispetto massimo possibile del creato e della sua armonia? Il creato è il volto di Dio, è la voce continua di Dio. Il creato è una sinfonia di cui facciamo parte. Non possiamo esserne suicidi.

MADRID JMJ 2011 – Episode 16: la Messa mondiale della gioventù

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi  
16. LA MESSA DELLA GIOVENTU’, TRA LATINO E CORALE
   La mattina dopo ci svegliamo a Cuatro Vientos che il sole non è ancora così alto e caldo. Un risveglio graduale della spianata, con un chiacchiericcio di fondo mai dismesso e molte persone che continueranno a dormire ancora un’ora o due. Colazione con il sacco pic-nic ritirato ieri, qualche giro qua e là a salutare gli amici, qualche coraggioso che tenta di raggiungere i bagni ai limiti della spianata, e l’aria nuova del mattino a rinvigorire le membra per un nuovo giorno da trascorrere molto molto stretti (e al caldo, fra poco).
Alle dieci prevista la messa. Dagli altoparlanti viene chiesto di togliere tutte le tende e ridurre gli spazi (cosa già impossibile) per fare posto a tutti i pellegrini giunti solo ora per la celebrazione e quindi ancora da far entrare nell’aeroporto. Cose da pazzi. Contro ogni legge fisica.

Seguire la messa è ben più semplice che seguire la veglia sotto la bufera. Ascoltiamo gli interventi di Rouco Varela, Vescovo di Madrid, che introduce e saluta il Papa; poi il saluto del Papa stesso che si augura siamo riusciti a dormire almeno un po’ dopo la serataccia. Piacevoli anche le preghiere e i saluti di rappresentanti di paesi diversi da tutto il mondo.

   La celebrazione in sé, notiamo, sembra un film, uno spettacolo teatrale più che una cena del Signore partecipata da tutti: tanto latino, tanta orchestra con musiche classiche e corali. Se questa vuol essere una messa della gioventù mondiale, “cattolica” appunto, perché propone molte formule e preghiere in una lingua non più parlata e non più universale da almeno un millennio? Si obietterà: il latino è la lingua della Chiesa. Ma non esiste una lingua della Chiesa. La Chiesa non è un gruppo linguistico, è un’assemblea universale di popoli e culture diverse. Il dono delle lingue i discepoli lo ricevono con la Pentecoste, e sarà poi valorizzato in tutte le comunità successive. Gli originali della Scrittura che a noi pervengono, se proprio vogliamo essere “tradizionali”, sono in greco. E probabilmente basati su testi in aramaico. Non c’è dunque una lingua della Chiesa. La lingua è uno strumento per diffondere il logos, e in quanto strumento deve riuscire a trasmettere. Quante persone in questa piana conoscono e capiscono il latino? Ad una messa universale dei giovani non sarebbe forse meglio utilizzare l’inglese come lingua comune?

   Quello dei canti liturgici è un altro aspetto che ci lascia perplessi: nulla contro la musica sinfonica e orchestrale, peraltro splendida, suonata e cantata ineccepibilmente da tanti giovani musicisti e coreuti, che costituisce i canti della messa. Ma è questa la musica dei giovani, qualunque sia la provenienza, oggi? O non è forse molto più facile sentire qualche chitarra, qualche percussione, provenire da una celebrazione giovanile? E se questa vuole essere una giornata, una celebrazione dei giovani di tutto il mondo, non sarebbe più adeguata altra musica, altri canti?

MADRID JMJ 2011 – Episode 15: La veglia e la tempesta

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

15. VEGLIA A CUATRO VIENTOS: ALLEGORIA DI UNA DISTANZA?

   La veglia a Cuatro Vientos, aeroporto militare dismesso in periferia di Madrid, è stata una bella prova. La bellezza dell’essere tutti insieme ci ha salvati. Il caldo diurno oltre i 40 gradi, gli spazi sempre più ristretti e in condizioni assurde, tra la terra, la polvere, la sete e la difficoltà a muoversi letteralmente, ci hanno permesso di sperimentare almeno in parte quello che devono vivere gli immigrati (i cosiddetti clandestini) quando vengono concentrati in campi profughi di questo tipo, in Italia come in Libia, magari senza sapere nulla per diversi giorni.
Come sempre, la vita comunitaria trasforma la quotidianità, anche la più disagiata, in momenti epici e memorabili, duri sì, ma di finale serenità proprio per l’aiuto reciproco, la condivisione, il senso comune che spinge ad andare oltre. Così è stato a Cuatro Vientos per noi, schiacciati in mezzo a 1 milione e mezzo di giovani da ogni parte del mondo.
   Riuscire a gestirsi in tutto e per tutto in una situazione simile (spazi da occupare e conservare per dormire, bagagli, cibo da ritirare, persone da trovare o chiamare, acqua da andare a prendere con lunghissime code, bagni lontani con altrettante code, informazioni difficili da carpire tra lingue straniere e audio difettoso) ha tolto praticamente tutto lo spazio alla spiritualità che si sarebbe voluto creare. Quando la sera è cominciata la veglia, con l’arrivo del Papa e alcuni suoi brevi discorsi, qualche canto, un po’ di silenzio insieme, insieme al buio refrigerante è arrivata anche una bella tempesta, che si è annunciata proprio dalle prime parole del Papa con lampi e fulmini mostruosi, proprio alle spalle dell’aeroporto, vento sempre più alto, grida e chiacchiericci spaventati della folla ben presto distratta dalla bufera imminente. Poi la pioggia. A tratti sferzante, a tratti tranquilla. E fresco, molto fresco, insieme al vento ormai alto.
Conseguenze: audio distorto, traduzioni impazzite a tratti vive a tratti inesistenti (nelle cuffie delle nostre radioline), confusione e sommovimenti tra i gruppi e le persone che cercavano di ripararsi o mettere su qualche tendone improvvisato coi teli da tenda; e poi ancora distrazioni per riparare i bagagli, riparare se stessi, tenere stretti i teli esposti alle raffiche improvvise. Un momento anche divertente, lì per lì, data l’assurdità di aver preso 40 gradi di sole per tutto il giorno e scolarsi di temporale appena venuto buio (in corrispondenza della veglia, per di più!).
Fallito ogni proposito – già di per sé arduo – di concentrazione, ascolto, contemplazione, la spianata era alle prese con la bufera e tutte le conseguenze del caso, sebbene col divertimento dello stare insieme e arrangiarsi. Dall’altra parte, si cercava di mandare avanti la veglia, seguendo il programma dei discorsi e dei silenzi. Come se sotto fossimo in grado di seguire e contemplare. Per un po’ si è andati avanti così, fino a che il Papa è stato costretto a ritirarsi. Poi è ricomparso, un po’ più bardato, perché ci teneva a stare con noi già martoriati dal tempo. E si è cercato di mandare avanti la veglia.
La scena, soprattutto all’inizio, è stata abbastanza allegorica. Allegorica di qualcosa che spesso accade ai nostri giorni: un distacco – spesso non voluto, o non notato, da entrambe le parti – tra ciò che fanno le gerarchie e ciò che vivono molti giovani. Una lontananza, una distanza, magari non colpa di nessuno o colpa di entrambi, ma comunque uno sfasamento. La Chiesa vive da tempo questa fatica dell’incontro, della condivisione di esperienze ed intenti, di approcci con la realtà, tra gerarchie, pastori, e popolo di Dio. Di questo ci è sembrata allegorica immediatamente la scena: noi, un milione e più in sommovimento nella grande piana, sotto acqua e venti, ad arrangiarci con teli, bagagli, disagi che la storia e il tempo ci davano in quel momento. E in zona blindata, sopraelevati, pochi pastori che quasi senza rendersi conto o ignorando ciò che accadeva mandavano avanti il rito come da programma.
Poi, la piana era molto grande, e certamente le sensibilità e le condizioni di ciascuno diverse, per cui la percezione sarà stata assai soggettiva sugli avvenimenti. Tra le tante cose belle, questo piccolo spunto ci sembrava utile darlo come punto di lavoro comune di fronte a una delle problematiche del nostro tempo.

MADRID JMJ 2011 – Episode 14: Il senso delle bandiere del Vaticano

di Giacomo D’Alessandro
col contributo di Alessandro Romi

14. E AL VENTO LA BANDIERA VATICANA

   Tante, tantissime. Inspiegabili, soprattutto, dal nostro punto di vista. Eppure le bandiere vaticane bianco-gialle con lo stemma pontificio erano diffusissime tra i gruppi di giovani quanto nell’idea dell’organizzazione. Coreografia di accoglienza del papa? Tesserine colorate a ciascuno da tirare su per formare la bandiera vaticana. Coreografia della veglia all’aeroporto? La proiezione dei colori della bandiera vaticana sull’enorme drappo bianco di sfondo al palco.

Ci ha lasciati letteralmente sgomenti che un evento cristiano, per giunta “cattolico”, universale, intrinsecamente senza bandiere né confini, senza alcuna differenza discriminante (come spesso ricorda Paolo di Tarso scrivendo alle sue comunità), abbia avuto così a cuore l’attaccarsi ad una bandiera. Bandiera di cosa? Di uno stato terreno, dunque di una sovranità terrena che così fortemente Gesù ha rifiutato, finanche tentato dallo stesso Nemico a possedere, a regnare terrenamente ed essere un messia ben diverso, molto più efficace e trionfale, immediato.

Quale significato ha questa bandiera? – ci siamo chiesti. Quale senso ha? Non è la bandiera della Chiesa. Né un Papa ha bisogno di bandiere. Né dovrebbe avercelo un credente che aspira alla cattolicità. Anche in questo piccolo aspetto, dunque, abbiamo potuto osservare come la buonafede cristiana sia facilmente contaminata e distorta dal sistema mondano in cui viviamo. E in cui dovremmo essere sempre controcorrente, proprio perché come ragionano gli uomini è differente da come ragiona Dio (e Gesù su questo arriva a definire Pietro “Satana”, l’avversario, il nemico).
Gesù ha scelto la strada della croce. E ci chiama a seguirlo. Questo alla fine anche Pietro lo capisce. E nemmeno la croce sia utilizzata come bandiera. “Da come vi amerete vi riconosceranno”.