Categoria: intercultura

Scontro di civiltà o dialogo tra culture? (ilfattoquotidiano.it)

(pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it)

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Si potrebbe iniziare il nuovo anno con alcuni flash: “scontro di civiltà” VS “dialogo tra culture”. Gli eventi che accadono e che intasano giornali e social network ne sono conferma. Riflettere, rileggere e selezionare aiuta anche a disinnescare un grave rischio diffuso: fermarsi alle banalità ripetute a pappagallo, lasciarsi irretire e fomentare dal frastuono di fondo che alcuni cominciano a chiamare “post-verità”.

Primo flash – mesi scorsi. Chi l’avrebbe detto che negli Stati Uniti, baluardo del pensiero occidentale democratico, nati da migrazioni, “melting pot” per eccellenza, si verificasse una nuova escalation di scontri tra forze dell’ordine e comunità afroamericane? Con tanto di giovani uccisi a colpi di pistola, per di più dopo otto anni di Presidente “nero”.

Secondo flash – qualche anno fa. Chi l’avrebbe detto che in Francia, primo paese europeo per integrazione di africani dalle ex colonie, sarebbero esplose le rivolte nelle banlieu messe a ferro e fuoco, e oggi diversi atti di estremismo stragista?

Terzo flash – da sempre. Chi l’avrebbe detto che il terrorismo di matrice islamica avrebbe consumato più stragi nei paesi musulmani che in quelli occidentali?

Quarto flash – oggi. Chi l’avrebbe detto che in Europa, tragico tempio dell’Olocausto, dove si è festeggiata nell’89 la caduta del Muro di Berlino, si sarebbe tornati a parlare con una certa facilità di frontiere, fili spinati, folle di disgraziati lasciati sotto le intemperie, persone deportate?

Basterebbe questo per dire che qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare

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Suq, tra Genova e qualche mondo (liguritutti.it)

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foto di Giovanna Cavallo

Dopo diciotto anni di Suq Festival, sempre più a Genova va in scena il mondo. Possibile, diverso, “un piccolo mondo che fa pensare come potrebbe essere bello quello grande”, come lo ha definito la scrittrice Paola Capriolo. E quanto ci sarebbe da raccontare… E quanti lo dovrebbero fare: perché solo così ha senso che il Suq parli di sé, in un racconto collettivo dei tanti che lo compongono, lo vivono, lo assaggiano.

E’ proprio Genova, mi accorgo. E’ la Genova delle serate in cui si esce, degli stranieri che riportano in vita il centro storico con le voci squillanti e le risate, dei genovesi che si incontrano e dei giovani che esplorano locali e piazzette. Tutto nel Suq è impercettibilmente fuso con il viavai  quotidiano. Genova e così sia, mare in un’osteria. I versi di Caproni spesso mi risuonano mentre anch’io mi perdo tra incontri e ornamenti, sotto luci incerte e ombre cha sanno di mare.

Le spezie mi avvolgono e la sinfonia del rumore vociante incontra la notte imminente raccontando la mia città. Figure indistinte passano e vanno, parlano e guardano. A tratti suoni e rumori, a tratti un silenzio da campagna. Lo spettacolo ordinario di questo bazar dei popoli diventa niente più che un modo di guardare il mondo: e allora anche fuori dal Suq si cammina come se spettacoli, musiche e stupori continuassero, ad ogni angolo di strada. Basta saperli cercare, sapersi fermare, saperli ascoltare.

E non è facile, si sa. Genova s’ha da scoprire a fatica, non si rivela facilmente. Te la raccontano ora il vecchio bottegaio, ora il bimbo africano che gioca nei caruggi. Puoi raccontarla tu stesso, se hai  voglia di cercarla, perché è un incontro che interroga, che suscita e che cambia. Genova di tutta la vita. Mia litania infinita.

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Raccontare l’incontro tra i popoli – Il Fatto

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

Expo dei Popoli e #milionidipassi: chi sono questi sconosciuti? Nella marea di informazione e comunicazione circolata in questi mesi sul tema di migranti e rifugiati, alcune cose vanno fatte passare (o proprio lasciate perdere) mentre altre, cui si è data meno rilevanza, ha senso riprenderle, farle emergere, farne buon uso. Fa pensare che nell’epoca della breaking news, della notizia in tempo reale su una varietà di piattaforme e di fonti, così poca risonanza abbiano avuto campagne significative, utili per ampliare le prospettive di conoscenza e azione di tutti i cittadini. Vogliamo segnalarne due, che ben si collegano a due ambiti in cui il Suq da sempre offre contributi culturali e artistici riconosciuti a livello europeo: il cibo e la migrazione. In particolare l’evento Expo dei Popoli, che ha preso vita a margine (e in simbolica contrapposizione) dell’Expo di Milano 2015, e la campagna #milionidipassi di Medici Senza Frontiere.

Expo dei Popoli è il forum internazionale della società civile e dei movimenti contadini, e si è svolto a Milano a giugno 2015, in quella stessa Fabbrica del Vapore dove pochi mesi dopo ha preso vita il nostro Suq delle Culture. 180 delegati internazionali convocati a partire dal manifesto comune di 50 organizzazioni no profit italiane, si sono incontrati “per rispondere alla sfida di Nutrire il Pianeta applicando i principi della Sovranità Alimentare e della Giustizia Ambientale” e si sono confrontati e impegnati sulle concrete “soluzioni da mettere in campo per vedere finalmente riconosciuti e garantiti il diritto ad un’alimentazione adeguata e un uso equo e sostenibile delle risorse naturali”. (altro…)

RIPARTIRE DAI POPOLI. 15° SUQ A GENOVA (di Paola Fossa)

tratta da isdmagazine.com

di Paola Fossa

«Sarà il primo Suq senza Don Gallo», esordisce Carla Peirolero, alla conferenza stampa di presentazione della quindicesima edizione del grande Festival delle Culture, che ogni anno richiama, sotto il tendone del Porto Antico, nel bazar degli artigiani, dei ristoratori e degli artisti decine di migliaia di persone. È giusto iniziare col ricordo di chi in quel bazar non ci sarà più, di quel “prete di strada” accanto al quale il Suq di strada ne ha fatta tanta. E che continuerà ad avere accanto, idealmente, nel suo non facile cammino: Carla Peirolero, ideatrice della manifestazione, presenta alla platea la programmazione di questa edizione, che – nonostante le aspre difficoltà economiche – si presenta ricchissima e multiforme.

Si aprono i cancelli giovedì tredici giugno alle 17, con gli spettacoli degli studenti del progetto CooperAmiamoci; la serata sarà dedicata alla tarantella e ai canti della tradizione marinara. Seguiranno altri undici giorni in cui il Festival mercato offrirà, tra i banchi di cucina e artigianato di ogni parte del mondo, un programma culturale inesauribile. Le attività per i bambini (come il gioco dell’oca ecologica), le Officine Gastronomiche di Chef Kumalé, il primo Coro delle Badanti (e dei badati) del mondo, i dibattiti sui temi dell’ecologia, della cooperazione, del rapporto tra le culture, tra le genti; e poi letteratura, poesia, e naturalmente teatro, con la compagnia del Suq e molte altre, e musica di ogni genere: dall’Equador all’oriente, dal mondo cantautorale genovese ai Balcani, dal nord Africa alla Turchia, gli artisti si susseguono sul palco in un intreccio ricco e affascinante.
Sarà presente il Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge, domenica alle 18.30; saranno presenti ogni giorno i frati Cappuccini della Cura pastorale Latinoamericana per offrire un momento di ritiro spirituale a chi lo desiderasse, perché Suq è anche il valore del dubbio, anche quello sulla fede; verrà Federico Rampini a portare le sue impressioni sulle differenze tra Oriente e Occidente; arriveranno le Carovane del Deserto in una giornata dedicata al prestigioso Festival au Désert di Timbuktu, in esilio dalla rivolta del Mali del 17 gennaio 2012, e al Festival Taragalte (Marocco). «Il bello del Suq – dice Carla Peirolero – è il contatto fisico con le persone; dopo un momento frontale, di discussione, ci si siede attorno ad un tavolo tutti insieme, si mangia, si balla»: Festival delle Culture, certo; ma anche Festival delle esperienze, della sostenibilità, dei punti vista.
Per il quindicesimo anno, la Piazza delle Feste si apre al mondo e diventa mondo essa stessa; come ha detto una volta la scrittrice Paola Capriolo, «un piccolo mondo che fa pensare a quanto potrebbe essere bello quello grande». Auguri al Suq.
(pubblicato su aringacritica.wordpress.com)

IL SUQ SUL FATTO – 13 – PARLARE DEL VIVERE IN CITTA’

Aspettando il quindicesimo Festival Suq delle Culture (dal 13 al 24 giugno al Porto Antico di Genova) hanno preso il via alla Loggia di Banchi gli “Incontri in Città” organizzati da Suq e Università, momenti di confronto tra operatori sociali e accademici sulle tematiche dell’urbanizzazione.
Abbiamo chiesto a Marco Aime, antropologo e coordinatore del progetto, cosa voglia dire “parlare del vivere in città” oggi.

Cosa vuol dire incontrarsi per “parlare della città”?
L’idea degli Incontri in Città è pensata su più anni. Il tema di questa prima rassegna è “Spazi, luoghi, persone” e nasce da un progetto avviato da don Virgilio Colmegna (fondatore della Casa della Carità di Milano) sul disagio in città; di lì matura una riflessione su Genova. Quello che non viene sempre fatto e che noi proponiamo è mettere a confronto uno specialista teorico e una persona che invece opera sul territorio.

E il pubblico?
Lo spirito di base è portare l’Università fuori dall’Università, a disposizione di tutti i cittadini. Spesso gli atenei non dialogano con la realtà esterna, e altrettanto spesso i cittadini, magari un po’ intimoriti, non si avvicinano neanche alle Università.

Quale concetto dell’ “altro” si vive oggi in città?
Non è il concetto di straniero. “Altro” è il senza dimora, l’omosessuale, il diverso… Mediaticamente il problema degli stranieri sembra quasi che sia scomparso. Nella città odierna tutta una certa umanità è “altra”. Uno degli obiettivi di questo laboratorio socio-accademico è, per esempio, avviare una mappatura dei senza dimora, che in molte città manca.

Genova non è una città facile da guardare nel suo insieme…
Per niente. Intanto soffre di centro storico-centrismo: abbiamo bisogno di fornire ottiche diverse, mappe diverse della città, che pur non essendo grande ha delle periferie lontanissime. Faremo l’esperimento anche divertente di come nei cittadini ci sia una percezione molto sbagliata delle distanze e della conformazione. E’ una città difficile da “immaginare”.

Il distacco tra la vita in città e il rapporto con la natura quali problemi sta causando?
Il principale oggi riguarda i bambini cresciuti unicamente in città, senza contatto con la natura. A Genova per esempio non c’è il “mare” come contatto, chi cresce qui ne ha una scarsissima percezione. Il mondo è solo quello che vedo. C’è poi un problema di recupero di spazi: tutto è organizzato, spazi urbani come cortili e piazzette una volta abitati e giocati dai ragazzini, sono oggi sempre più rari. La partita a pallone spontanea non si vede quasi più, tutto è regolato o interdetto… Curioso che invece molti di quegli spazi siano recuperati in questo senso da stranieri.

Abbiamo dei buoni esempi di urbanizzazione da tenere presenti?
Il primo che viene in mente a Genova è il Porto Antico, che ha ridato alla città uno spazio di ritrovo, di sole per gli anziani, in un’area prima brutta e chiusa al pubblico. Anche il Centro Storico oggi è assolutamente vivibile anche se fatica a scrollarsi di dosso questa immagine di “Bronx”, e mantiene un tessuto sociale vivo. Genova è complicata perché ogni volta che si interviene si lavora su una struttura molto antica. Una buona urbanizzazione è quella che ricrea le piazze come agorà, dove la gente esca. Si è assistito a una privatizzazione delle vite, se si è esce è per andare da qualcuno o a fare qualcosa, l’idea di stare fuori si è persa, la mentalità dell’incontro spontaneo è frammentata. Il paradosso è che oggi le nuove piazze sono i centri commerciali, dove però non si stabiliscono le relazioni. Quelli che erano considerati non-luoghi sono luoghi in tutti i sensi, di individualismo e consumismo. Poi ci sono le piazze digitali, che della piazza hanno la struttura ma non l’incontro, e il cui rischio è di perdere la capacità di relazionarsi.

Vi invitiamo a contribuire alla riflessione e al dibattito su queste tematiche seguendo i prossimi incontri, anche a distanza tramite i video e i tweet sulla nostra pagina Facebook e inviando le vostre foto per il concorso fotografico.Camminiamo insieme verso il 15° Suq Festival delle Culture, informazioni, eventi e laboratori su www.suqgenova.it!
(pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it – marzo 2013)

ALLA BOCCA DEL SUQ

Mi piace sedermi qui, alla bocca del Suq, tra la Yurta e Finisterrae e il mare; c’è una strettoia tra una palma e una ringhiera, dove passano tutti quelli che vanno e vengono. A due a due, di solito, arrivano frammentati, senza incrociare gli sguardi, ed entrano sotto il tendone, dove è impossibile non toccarsi.

La luce qui è diversa a ogni ora del giorno. C’è un momento, in cui il sole è ormai calato dietro la lanterna, il rosso si spande sul contorno della città, le pietre scuriscono, le voci si abbassano. E’ un respiro di pace che coglie di sorpresa, lascia fermi ad ascoltare, leggeri. Poi le lampade si accendono insieme, e ha inizio la notte nel Porto. E’ una luce soffusa, tendente al freddo, cupa sotto un cielo troppo alto. E’ là, sotto il tendone, che si accende la luce più viva. Quella delle lampade calde, il calore del focolare simbolo di ogni casa, di ogni patria, di ogni buio. Lì ronza il vociare delle storie, il ritmo della vita che scorre, il palpito dell’allegria invadente.

Il Suq è una danza notturna di tende e colori, musiche e voci, corpi e sorrisi, che non accenna a spegnersi. E’ una festa di luci e vite che da ogni dove si uniscono, si muovono, e che il mare quieto, antico di Genova, riflette vicino, riflette lontano, oltre l’orizzonte.

(pubblicato su Suq Genova – giugno 2012)

BABEL SKY ENTRA NEL SUQ: “QUANTI VOLTI DIVERSI IN UNA SOLA INQUADRATURA”

Intervista a Michele Coppari, freelance per Babel Sky

Babel è un canale di Sky. Di cosa si occupa?
L’idea del canale è riuscire a raccontare l’immigrazione in modo diverso dalla cronaca che sentiamo tutti i giorni, ma attraverso gli aspetti che più avvicinano, qui al Suq mi viene l’esempio del cibo e della risata.

Questo racconto è rivolto ai “vecchi” cittadini o anche ai nuovi, agli immigrati?
Ci si propone di offrire una programmazione diversa, sia per i “vecchi cittadini” appunto, che possono venire a conoscenza di una realtà diversa da quella spesso passata dai media tradizionali, sia per i “nuovi”: abbiamo diverse rubriche in lingua, o in italiano mirate ad aiutare l’alfabetizzazione. Gli stessi redattori di Babel sono “stranieri” italiani, noi collaboriamo con loro.

Che sensazione ti dà il Suq di Genova, cosa attrae di più la telecamera dell’operatore che vi entra per la prima volta?
Vivo a Genova da due anni, e una delle prime cose che mi è capitato di vedere è proprio il Suq. Nonostante fosse un luogo “costruito”, in qualche modo artificioso, di fatto non lo è per niente, c’è un contatto vero tra le persone. E da operatore, la cosa più attraente sono le tante facce diverse che si vedono insieme. Di solito sono volti da cercare agli angoli delle strade, qui li vedi tutti insieme: italiani vestiti da africani, africani con gli occhiali italiani all’ultima moda, e non è scontato vedere queste facce tutte vicine, in un’inquadratura naturale. Il flusso che c’è è un caos da vero Suq, dove è impossibile non toccarsi.

(pubblicato su Suq Genova – giugno 2012)

CAFERRI, "E’ STATO L’ANNO DELLE DONNE ARABE. NE HO INCONTRATE DI STRAORDINARIE"

“Il paradiso ai piedi delle donne”, racconti di incontri con le donne del mondo arabo

Quello passato è stato l’anno delle donne arabe e del medio oriente. Le donne del Premio Oscar per il miglior documentario, le donne blogger per la verità e la giustizia, le donne in piazza della cosiddetta “primavera araba”. E le racconta, una per una, con poche e intense parole, Francesca Caferri, giornalista autrice del libro “Il paradiso ai piedi delle donne”, titolo tratto dalla Sunna coranica.

Quelle stesse donne che in molte realtà ancora non possono guidare, avere un conto corrente, uscire da sole, studiare, disporre del loro matrimonio deciso a 10-12 anni dal padre. Quelle stesse donne che in Egitto negli ultimi dieci anni registrano un più 33 per cento di lavoratrici e un 60 per cento sul totale degli studenti. Migliaia iniziano ad aver la possibilità di studiare fuori per qualche anno. E al ritorno, certe imposizioni non le accettano più.

Inizia lì la prima vera rivoluzione, quella delle piccole cose di tutti i giorni, della conoscenza, delle passioni, dell’uso di Internet per informarsi e comunicare pubblicamente, della cura di sé e dell’aspirazione ad aprire la propria strada.
I limiti cadono, loro prendono autonomia. E fanno la rivoluzione.

Si parla di arabe ma non solo, musulmane ma non solo. D’altronde a far paura non è certo l’Islam, è una certa interpretazione dell’Islam, l’imposizione di dure norme che non si trovano sul Corano (ma chi tra loro non ha la possibilità di studiare magari non lo sa).

Né si deve generalizzare, come ricordano decisamente dal pubblico alcuni spettatori che dal mondo arabo provengono. Ogni paese è diverso, così come da città a campagna, da zona a zona, la vita cambia, le possibilità anche, le volontà delle donne pure.

Nei racconti di Francesca appare lo Yemen, forse la realtà più dura, a causa dell’estrema povertà. Eppure è da lì che esce la prima donna araba Premio Nobel per la Pace, dopo anni di lotta pacifica insieme agli studenti dell’Università. Il passaggio in Arabia Saudita rivela di un paese dove molte donne, sotto la forma della dura legge, hanno un mondo vivo e vario, appassionate di vita, consapevoli dei costumi occidentali, della cura di sé, e senza paura nel rimproverare gli europei che con i loro media danno sempre un’immagine così ingiusta e riduttiva dei loro paesi, del loro stato.
Sono queste donne a fare, sotto sotto, una rivoluzione. Con piccoli gesti di speranza, cambiamento, resistenza.

C’è poi il Marocco come uno degli esempi un po’ migliori, grazie a una nuova legge sulla condizione famigliare passata nel 2005. Tutele purtroppo ancora poco applicate a livello di tribunale.
E c’è l’Afghanistan, che dopo dieci anni di intervento militare occidentale presenta tutta la complessità e le contraddizioni di una situazione instabile, sempre sull’orlo di non si sa bene cosa. Francesca è cauta, nel raccontare la sua esperienza afgana: su alcuni aspetti, le donne oggi stanno meglio di dieci anni fa. Non ci sono mai state così tante studentesse. Dall’altra, aver avviato trattative coi Taliban rischia di portare a un repentino ritorno al passato, da un giorno all’altro. Alcuni pericolosi sintomi ci sono già. Né il governo Karzhai riesce a dare le risposte che dovrebbe.

Parlare di tutte queste cose è difficile, anche al Suq. Qui dove – e molti non ci credono – i fratelli “stranieri” o “nuovi cittadini” ci sono veramente, il confronto ha anche momenti tesi: si parla di situazioni molto variegate, appunto, difficili da inquadrare e descrivere in maniera completa e assoluta. Ognuno porta la sua esperienza, qualcuno sente forse attaccato il suo paese, o non si ritrova nel racconto che fa Francesca in base ai suoi lunghi viaggi e ai suoi incontri con tante donne.

E forse è giusto così. Spazio per le domande alla fine dell’incontro ce n’è, come sempre. Parla una ragazza e dopo un signore di mezz’età, entrambi dal Marocco. Specificano alcune cose. Danno il loro contributo.

L’incontro vede il contributo di Laura Guglielmi, direttore di Mentelocale.it, e di Marina Dondero con Sara Cadeleta del Centro Antiviolenza Provinciale di Genova. Il racconto di un lavoro che continua e aiuta centinaia di donne, italiane e straniere, in estrema difficoltà, e oggi a rischio cancellazione se verrà completamente chiuso il rubinetto delle risorse economiche.

“Ho scritto questo libro per dare un messaggio semplice, – conclude la Caferri – Per capire dove sta andando un paese, guardate dove stanno andando le donne di quel paese. Io provo a raccontare i progressi che tutte queste donne, arabe e musulmane, hanno fatto negli ultimi dieci anni, per cui sono arrivate come protagoniste a questa primavera araba”. Segni di speranza e di forza per un domani diverso, tutto da costruire.

(pubblicato su Suq Genova – giugno 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 8 – RACCONTI DAL FESTIVAL

E’ stato ancora una volta un momento speciale, difficile da descrivere, il Festival Suq che si è svolto dal 13 al 24 giugno scorso nella suggestiva cornice del Porto Antico di Genova. Con numeri da record (65mila visitatori in 12 giorni, oltre 100 eventi tra concerti, teatro, incontri, laboratori di danze, canto, scrittura e per bambini, decine di ospiti) e un clima se possibile ancora più esaltante delle precedenti edizioni.

Dopo quattordici anni, sempre più “a Genova va in scena il mondo”, col Suq. Possibile, diverso, “un piccolo mondo che fa pensare come potrebbe essere bello quello grande”, come dice di noi Paola Capriolo.

“Ci vorrebbero molti posti così in Italia, per far vedere che si può essere più aperti” ha detto Francesca Caferri, ospite al Festival per l’incontro “Il paradiso ai piedi delle donne” e autrice dell’omonimo libro.

“Da operatore, la cosa più attraente sono le tante facce diverse che si vedono insieme”, mi ha confidato un freelance di Babel Sky, al termine di una lunga giornata di riprese. “Il flusso che c’è è un caos da vero Suq, dove è impossibile non toccarsi”.

E quanto ci sarebbe da raccontare… E quanti lo dovrebbero fare: perché solo così ha senso che il Suq parli di sé, in un racconto collettivo dei tanti che lo compongono, lo vivono, lo assaggiano. Con gusto, come dimostrano le centinaia di foto arrivate sul nostro profilo Facebook e al concorso “I sorrisi del Suq”.

Numerosi anche i racconti video online, tra cui il servizio di Rai News con l’incontro tra il vescovo Domenico Mogavero di Mazara del Vallo e il prete da marciapiede don Andrea Gallo, moderato dal direttore Corradino Mineo.

L’edizione 2012 ha visto un’attenzione ancora maggiore all’ecologia, a calcolare il suo impatto ambientale e suggerire strategie di riduzione.

Né sono mancati gli eventi più raccolti come i Notturni in Yurta, una vera tenda mongola di impianto medievale che ha accolto il pubblico incuriosito per alcune serate di racconti dal mondo.

Sono solo alcuni degli scorci in cui potete tuffarvi tra foto, video, articoli e racconti sul nostro sito.

Ho scritto una sera, seduto poco distante dal tendone:

Il Suq è una danza notturna di tende e colori, musiche e voci, corpi e sorrisi, che non accenna a spegnersi. E’ una festa di luci e vite che da ogni dove si uniscono, si muovono, e che il mare quieto, antico di Genova, riflette vicino, riflette lontano, oltre l’orizzonte.

E intanto la Compagnia del Suq è partita a “invadere” Cosenza, con Gli stranieri portano Fortuna di Marco Aime e Carla Peirolero: l’Italia “unita” nelle diversità…

Giacomo D’Alessandro

(pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it – luglio 2012)

LA MIA GIORNATA COL VESCOVO MOGAVERO

Ieri ho avuto il privilegio di accogliere e accompagnare per tutta la giornata il Vescovo Domenico Mogavero, giunto da Mazara del Vallo con Liborio Furco del Centro Mediterraneo Studi Interculturali. Mogavero ha pubblicato alcuni mesi fa un libro-intervista, “La Chiesa che non tace”, molto equilibrato ma al contempo chiarificante e capace di aprire prospettive: dà l’idea che ci sia ancora la possibilità di parlare apertamente, di pensare diversamente, di fare scelte cercando il “bene comune” e la coerenza evangelica. Oggi Vescovo a Mazara, nella Sicilia della prima accoglienza ai rifugiati e agli immigrati “dei barconi”, ma anche nella Sicilia della continua lotta alla mafia, a Cosa Nostra, Domenico Mogavero è stato per oltre dieci anni direttamente impegnato nella CEI, dove oggi mantiene l’impegno della Commissione per l’Immigrazione.


Mi presento con anticipo all’albergo del Porto Antico dove si è sistemato. Una delle prime cose quando si aspetta di incontrare un Vescovo è la curiosità di come si presenterà. Perché già dall’immagine che uno vuol dare di sé, si comprendono certe cose e certe “idee di Chiesa”.
Mogavero scende poco dopo. Vestito da prete, semplicemente; sotto la giacca spunta la catenella di ferro. Ma la croce sta nel taschino della camicia, nessuna ostentazione (e lì rimarrà infatti per tutta la giornata, a prescindere dagli impegni). Solo quella catena intravista dice il suo ruolo, e un sobrio anello su cui è stilizzata una croce. E poi sorride.
Sorridono quando mi paro loro davanti. Se anche si fossero aspettati un accompagnatore più “di classe”, più ufficiale, non lo danno a vedere. Si affidano sui tempi e sugli spostamenti, e chiacchierando del più e del meno ci sia avvia per il Porto Antico, sotto un cielo caldo ma fortunatamente velato.

Liborio è un signore distinto, un siciliano doc come da immaginario comune, camicia a maniche tirate su, occhiali da sole, barbetta e accento allegro. Come scoprirò solo più tardi, non è un prete, nemmeno il segretario del Vescovo, ma un suo amico, coordinatore scientifico della onlus interculturale che giù a Mazara lavora ogni anno a SPONDE, un grande convegno sulle tematiche dell’intercultura (che è stata anche l’occasione di contatto tra il Suq e il Vescovo).
La cosa è insolita, o forse semplicemente bella: un Vescovo che gira da solo, senza cortigiani o segretari, ma con un amico.

Andiamo a pranzo in zona a sperimentare qualche tipicità genovese, intanto la conversazione vira decisamente sulla primavera araba. E’ un piacere sentirne parlare da persone di esperienza e che vivono sulla “frontiera” dove davvero hanno a che fare con chi negli anni è fuggito dal nord Africa. Il Vescovo racconta molto sulla base dei suoi stretti rapporti con confratelli delle zone calde.
Ma si parla anche di Chiesa, dell’abbassamento generale di qualità dei preti così come dei vescovi e cardinali. Scendendo i numeri, non si screma come si dovrebbe, e si continuano a fondere parrocchie per tenere in piedi la copertura del territorio.
Dopo pranzo entrambi si ritirano a riposare un paio d’ore. Poi il Vescovo vedrà un suo amico di Genova, un’oretta.

Li ripasso a prendere insieme al mio compare Pietro verso le cinque e mezza, dal galeone. E’ anche l’occasione per una breve intervista video sulle cose che più interessano noi in quanto giovani: il tema caldo dell’immigrazione, così mal gestito politicamente e mediaticamente in questi anni; ciò che dovrebbe ispirare un buon cristiano, a sgombrare il campo da tutti gli abusi e le strumentalizzazioni politico-partitiche; la necessità di collegialità nella Chiesa, per avviare un cammino di cambiamento e anche di autocritica, di ritorno al Vangelo; e il senso del servizio cristiano non come elemosina ma come impegno senza condizioni (e senza potere o ricchezza mondana) per gli ultimi del mondo.

Ci trasferiamo nella chiesetta di San Marcellino, poco distante, dove insieme al gesuita Alberto Remondini, presidente della onlus, ho organizzato un incontro aperto per far incontrare a Mogavero ospiti e volontari ma anche un po’ della realtà ecclesiale genovese.
Il posto si riempie in fretta, vengono tante persone un po’ da ovunque. E’ un incontro bello, di largo respiro, in cui il Vescovo, rispondendo alle domande dell’assemblea, racconta della realtà migrante, delle iniziative messe in atto in Sicilia, del movimento contro la mafia (le ambiguità nella Chiesa, il cambio di rotta più recente), della difficoltà economica e culturale, del tempo dell’esilio che sta vivendo la Chiesa per il quale su molte questioni importanti non possiamo in questo momento aspettarci alcun passo avanti.
La profezia c’è, dice Mogavero, è come tale fuori dall’istituzione, e sta all’istituzione saperla raccogliere perché non sia scomunicata ma trasformata in chiave di svolta della missione della Chiesa in questo momento storico. Occorre collegialità, occorre più Vangelo, occorre dalle parrocchie uscire incontro ai problemi del mondo, e non andare avanti concentrati sul numero dei sacramenti dati ogni anno, sul numero delle classi di catechismo…

Molto significativo anche il riferimento all’identità e all’accoglienza, per cui occorre un cambiamento davvero di mentalità, sia a livello religioso sia civile, nel dialogare con l’Islam (che non va mai considerato monoblocco). Ricordando sempre che il diritto alla libertà religiosa, dunque il diritto di culto, non è dato a seconda della reciprocità o altre sciocchezze simili, ma è dato a prescindere, se lo riteniamo diritto fondante della persona umana.

foto: Alessio Ursida per Suq Genova

A metà dell’incontro ci raggiunge Corradino Mineo, direttore di RaiNews, che esco a prendere e che nonostante mia insistenza va a sedersi in fondo, senza farsi vedere e senza voler interrompere il Vescovo che sta parlando.

Al termine dei molti interventi, che dimostrano l’esigenza di questi spazi di dialogo aperto sulle problematiche sociali che la cittadinanza e la Chiesa si trovano ad affrontare, col Vescovo e Mineo ci avviamo chiacchierando al Porto Antico, al Suq dove cenano insieme.
Più tardi arriva don Andrea Gallo, e il sindaco Marco Doria, e nella calca sempre maggiore del bazar dei popoli inizia l’incontro tanto atteso.

A metà tra un inarrestabile – come al solito – don Gallo show e sprazzi significativi della realtà siciliana dati dal Mogavero, la serata è un continuo passare dagli aspetti più politici dell’impegno civile nel nostro tempo alla necessità di una Chiesa più aperta e basata sull’amore verso il prossimo. Ma c’è anche spazio per i racconti del duro e importante lavoro che negli anni e tuttora viene fatto dai giovani, dalle donne, dai preti martiri come don Puglisi. Che non sono “preti antimafia”, ci tiene a sottolineare Mogavero. Sono preti punto. Sono persone che si rifanno in maniera radicale e autentica al Vangelo che è sempre rivoluzionario e contro il potere opprimente. La fede autentica è quella che vuole liberare le persone da ogni oppressione, è quella “per l’uomo”.

foto: Alessio Ursida per Suq Genova

Mineo si diverte, dà spunti all’uno e all’altro mai banali, gioca a mettere il “prete da marciapiede” di fronte al Vescovo perché questi “lo converta” una buona volta.

Due ruoli tanto diversi, con esperienze tanto diverse, ciascuno col suo modo di parlare, spiegare, prospettare. Ma è sufficiente una delle molte cose successe a dire l’estrema vicinanza di cuore di questi due uomini di Chiesa. Rispetto a quale Chiesa sognano, Mogavero in chiesa aveva fatto una citazione dal Vangelo che senza saperlo don Gallo fa al Suq due ore dopo. Si tratta di Pietro e Giovanni, all’ingresso del tempio, di fronte a uno storpio che chiede l’elemosina:
“Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!»” [At 3,6]
“Ecco – dicono entrambi – vorrei che la Chiesa diventasse così”.

In piedi nella calca, da solo, Marco Doria ascolta tranquillo a pochi metri dal palco le tre voci squillanti, si limita ad un breve saluto. Poi i quattro con la direttrice del Suq Carla Peirolero si siedono a un tavolo – mentre la folla si trasferisce fuori per concerti e spettacoli sul palco esterno – e dopo giornalisti e amici e saluti stanno un momento insieme.
E’ una bella immagine: un Vescovo di frontiera della Chiesa Cattolica, il direttore del canale all news della RAI, il prete da marciapiede più famoso d’Italia, la fondatrice di uno dei Festival interculturali più famoso d’Europa e il neosindaco di Genova, che chiacchierano, ridono, si raccontano attorno a un tavolo sgangherato nel flusso indistinto di un Suq, a fine serata.
Basta questo per dare un po’ di speranza, di respiro a questo mondo, in tempi così duri? Nessuna grande struttura, nessuna esclusività, nessun grande dibattito, nessuna questione politica… Solo la prospettiva comune di cercare qualcosa di nuovo, ognuno la sua parte, senza distacco dalla gente ma immersi nello scorrere dei volti e delle voci, delle luci e delle ombre, del giorno che diventa notte per aspettare l’alba.

A poco più di un metro, il mare. Speranza dei migranti di ieri e di oggi, tomba della disperazione e dell’ingiustizia di questo mondo occidentale “civile e avanzato”, dei suoi respingimenti. “Mi è capitato di celebrare delle messe in mare” ha raccontato Mogavero con voce tremolante “e vi giuro, sapere che lì sotto c’erano migliaia di persone, di ciò che resta dei loro cadaveri, mi ha dato una sensazione allo stomaco…non si può definire…solo ho capito che come cristiano non posso che stare dalla parte degli ultimi. Da Vescovo sono stato convertito, dalla mia gente, da ciò che ho visto, da chi ho incontrato. Mi hanno insegnato cosa vuol dire oggi seguire il Vangelo”.

foto: Alessio Ursida per Suq Genova

E’ notte. Il Suq si svuota. Accompagno Mineo, Mogavero e Liborio di nuovo all’albergo. Passeggiamo lungo il molo fiocamente illuminato. Mineo mi chiede se sono soddisfatto degli incontri, oggi. E’ andata bene, dice, anche in chiesa, c’era un sacco di gente. Mi racconta un po’ la sua visione di questo tempo difficile della Chiesa in Italia, dove tanta è l’esigenza di cambiamento quanto l’arroccamento di certi blocchi di potere. Poche ore prima Mogavero mi diceva, a proposito di Mineo, che si dice non credente, ma lo chiama “il mio Vescovo”. Una persona in ricerca, intelligente, rispettosa, dedita alla ricerca della giustizia. Dunque un non credente molto più cristiano di tanti sedicenti. 

Poi ci salutiamo. La notte è silenziosa, ormai. Non scorderò la loro stretta di mano, i loro sorrisi e l’incoraggiamento a continuare il mio percorso, la mia ricerca, il mio impegno. Non dimenticherò. Sono legami della durata forse momentanea, ma precisi e armoniosi, che nascondono uno slancio di energia, e forse anche di saggezza. E’ quello scambio tra generazioni che così spesso viene a mancare?
E’ la semplicità dell’incontro di chi è disponibile a farsi incontrare.


IL SUQ SUL FATTO – 7 – A GENOVA VA IN SCENA IL MONDO

Dal 13 al 24 giugno al Porto Antico di Genova torna in scena il mondo, in quel grande teatro di interazione sociale, giunto ormai alla sua 14a edizione. Forte del Patrocinio Unesco di quattro ministeri, delle 65.000 presenze nel 2011 e dell’apprezzamento di tante personalità italiane e straniere, il Suq presenta un ricco programma, nonostante gli inevitabili problemi tra crisi e tagli alla cultura.

100 eventi, spettacoli internazionali, incontri letterari, dibattiti e laboratori, la tradizione e l’artigianato di 30 Paesi, 15 cucine diverse per un festival sempre più “green” e che vanta una rete di collaborazioni unica. Identità e differenze é il tema di questa edizione: una giornata dedicata ai rifugiati, spettacoli e incontri sull’accoglienza, sulla situazione delle donne nei Paesi arabi, sulla lotta per gli ideali degli studenti e dei monaci in Birmania, sulle guerre e i conflitti, sul nomadismo artistico e la cultura di Turchia, Cina, Ucraina, Israele, Etiopia, Senegal, Ecuador, Nord Africa, Mongolia, Tunisia, Brasile animeranno il Suq.

Teatri da tutta Italia per il tema dell’integrazione, della conoscenza, del cibo. Tra gli ospiti, don Andrea Gallo, il poeta tunisino Mohammed Sgaier, Lao, Julio Almeida, Syusi, Vladimir, Younis, e Marco per ritirare il premio Agora-Med; Chef Kumalé, con le sue Officine gastronomiche etniche e per la prima volta nelle vesti di attore. Il Festival sarà aperto tutti i giorni dalle 16 alle 24 (dalle 12 nei festivi), a ingresso libero e gratuito per tutti.

Nella sezione dedicata del nostro sito trovate il programma ora per ora e tutte le informazioni necessarie. Ci piacerebbe, dopo questi primi mesi di blog sul Fatto, incontrarvi “di persona”, passare dalla relazione virtuale a quella reale, dalle parole ai fatti. E’ la facilità, e la casualità degli incontri, che caratterizza il nostro Suq, come ben descrive Marco Aime nel suo articolo su E – il mensile di Emergency.

Vi aspettiamo!

Carla Peirolero, Giacomo D’Alessandro

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – giugno 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 5 – L’ORRORE DI TOLOSA E IL SUQ CON DON GALLO

Proprio mentre ci accingiamo a portare in scena a Milano uno spettacolo sul dialogo tra le religioni, si consuma l’orribile strage di Tolosa, dove lunedì 19 marzo hanno perso la vita 3 bambini e 1 professore della scuola ebraica. Lo sconvolgimento generale, la cronaca a pioggia e la valanga di reazioni e commenti ci spingono con ancora più forza a porre al centro la sfida: le religioni sono un ostacolo all’incontro tra culture e ad una convivenza pacifica? E le differenze in generale sono una risorsa o una pericolosa barriera?

In questi anni la Compagnia del Suq insieme a don Andrea Gallo ha portato in tournée lo spettacolo Esistenza, soffio che ha fame, scritto e recitato insieme al “prete da marciapiede” più famoso d’Italia, che propone parole e musiche ispirate a Qohélet e altri testi sacri (dal Corano al Sutra del Loto).

E si scopre che le scritture antiche sono più vicine all’uomo e al suo bisogno di spiritualità, e quindi più vicine, anche tra di loro, di quanto ci vogliano raccontare i fatti che avvengono ogni giorno nel mondo. Per una società più umana, dove tutti possano convivere e confrontarsi, ci vuole un dialogo aperto, intimo e profondo tra credenti di ogni origine, e tra credenti e non credenti. E in questo, afferma Don Gallo, “il problema non sono i non credenti, ma i credenti, o meglio quei credenti che pensano che solo il loro Dio sia quello giusto. Invece le religioni sono come fiumi, ciascuno con un suo corso, che va controllato, mantenuto limpido. E questi fiumi vanno verso un oceano comune, l’oceano dell’amore e della pace”.

Che dalle parole si debba passare a impegni e scelte concrete ce lo impongono con sempre più urgenza i fatti di Tolosa accanto a molti altri episodi scoraggianti, ma anche le esperienze che funzionano e che trovano linfa e successo nelle buone pratiche di interreligiosità e intercultura (anche se non passano ai telegiornali).

Con Esistenza, soffio che ha fame, la Compagnia del Suq (don Gallo compreso) sarà a Milano, al Teatro Elfo, il 27 marzo. Buona parte del ricavato andrà alla Comunità di San Benedetto al Porto. Vi aspettiamo.

Carla Peirolero, Giacomo D’Alessandro

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – marzo 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 04 – MARCO AIME SULL’INTERCULTURA, "DIMENSIONE DI FRONTIERE"

Il cantiere dell’intercultura

Nel dibattito che abbiamo provato a suscitare tramite questo blog, qualcuno ha sostenuto che non sia necessario il termine intercultura, ma si debba parlare semplicemente di cultura senza inutili distinzioni.

Per non lasciare cadere questi aspetti sempre più rilevanti, come vediamo dalle difficoltà sociali, politiche e culturali (o interculturali?), ne abbiamo chiesto conto a Marco Aime, antropologo, professore associato dell’Università di Genova (tiene i corsi di Antropologia Culturale, Antropologia delle Società Complesse e Discipline Demoetnoantropologiche) e scrittore di numerosi saggi e libri di narrativa. Aime è anche uno degli autori del Suq (ha scritto con noi Gli stranieri portano fortuna).

Ha senso parlare di intercultura, o semplicemente basterebbe il termine cultura, se sapesse comprendere le istanze dell’oggi, la necessità del dialogo?
Ha senso perché il dialogo, l’incontro tra esponenti di culture diverse avviene sempre in una sorta di terra di nessuno, in un territorio neutro. Entrambi devono fare un passo in avanti per abbandonare le loro abitudini e aprirsi all’altro. Questo avviene in una dimensione di frontiere che è sempre “tra”.

Che rapporto c’è tra i termini “intercultura” e “integrazione”?
Se per intercultura intendiamo, appunto, una forma di dialogo, il dialogo è la base dell’integrazione, purché sia un dialogo tra pari.

E che differenza tra “multicultura” e “intercultura”?

Un contesto multiculturale prevede dei blocchi divisi, che convivono, ma che conservano le loro precise identità. Un ambito interculturale è invece fatto di relazioni e si presenta più come un processo, un cantiere continuo, che crea nuove forme culturali.

A noi questa idea del cantiere continuo che crea nuove forme culturali piace molto. Che ne pensate?

Carla Peirolero e Giacomo D’Alessandro, con Marco Aime
(Blog Suq Genova su www.ilfattoquotidiano.it – febbraio 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 02 – CHI VIENE AL SUQ 2012?

Chi viene a “confondersi” nel Suq 2012?

In tanti hanno commentato il nostro provocatorio lancio (Interessa a qualcuno l’intercultura?). E’ la dimostrazione che sì, a qualcuno interessa. E chi come noi da anni si spende per creare eventi, luoghi e iniziative che ne favoriscano lo sviluppo, continua a scommetterci sopra.

Vogliamo dare l’occasione anche a tutti coloro che ci hanno letto e scritto su questo nuovo blog di affiancarci nell’avventura. Ma cos’è il Suq? Potete scoprirlo in questo breve video.

Lunedì prossimo 23 gennaio alle ore 17, la Biblioteca Berio di Genova ospiterà l’incontro “Verso il Suq 2012”, aperto a tutti coloro che vorranno contribuire insieme con noi a costruire il prossimo Festival delle Culture (previsto dal 13 al 24 giugno al Porto Antico di Genova).

Siete a portata geografica? O almeno a portata di “mail”?

Aspettiamo idee, proposte e suggerimenti (anche critiche costruttive da chi ci conosce) per riempire ancora una volta il bazar delle culture più noto d’Italia. Crediamo che la cultura debba aprirsi il più possibile alla partecipazione del maggior numero di persone.

Cerchiamo artisti che presentino contaminazioni interculturali e linguaggi originali, dalla musica al teatro alla danza (inviateci segnalazioni o proposte!). Cerchiamo contatti con realtà italiane ed europee dalle esperienze affini alle nostre per intrecciare relazioni e scambi, organizzare presentazioni e dibattiti.

Molti segnali positivi sono già arrivati nei commenti al post precedente, ma come possiamo vedere dai recenti avvenimenti (massacri efferati, roghi di campi rom, dichiarazioni xenofobe) la sfida c’è tutta: il mondo di domani sarà come lo sogniamo solo se creeremo le condizioni perché ciò avvenga.

Carla Peirolero, Giacomo D’Alessandro

(Blog Suq Genova su http://www.ilfattoquotidiano.it – gennaio 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 01 – A CHI INTERESSA L’INTERCULTURA?

Interessa a qualcuno l’intercultura?

Anno nuovo, blog nuovo, per lanciare il tema dell’intercultura, partendo dalla nostra esperienza e da luci, e ombre, che l’hanno contrassegnata. Interessa a qualcuno l’intercultura? Ci sono realtà che se ne occupano? Cosa fa il nostro paese, cosa fanno le istituzioni, per promuovere il dialogo tra culture, sfida basilare e globale del nostro tempo?

Come Suq Genova ce lo siamo chiesto – e lo abbiamo chiesto – in tanti modi durante questi tredici anni di attività, di festival, teatro e formazione. E ora vogliamo creare un “suq” virtuale in cui accogliere commenti, idee, suggerimenti, anche in molte lingue. “Suq” vuol dire mercato in arabo, quindi luogo mediterraneo simbolico dell’incontro e dello scambio. Secondo un proverbio africano il mercato è “terra di tutti e di nessuno”. Così è il nostro bazar dei popoli che a giugno invade la Piazza delle Feste del Porto Antico di Genova, e che da tempo si vorrebbe rendere permanente. Ma dopo 13 anni di Festival, con grande successo popolare e la definizione di un modello unico in Italia, non ha ottenuto né un aumento di contributi né spazi per evolversi stabilmente, nonostante 6000 firme di cittadini e tante celebri testimonianze.

Non è casuale. Dove dal basso, realtà popolari e territoriali, associative, fatte di cittadini si impegnano su mille fronti per stare al passo con le sfide e le esigenze anche valoriali, dall’alto si trascurano le energie da incoraggiare, si frenano le esperienze che potrebbero offrire orizzonti nuovi per la mentalità culturale e la convivenza sociale.

Bisogna vincere la scommessa dell’integrazione nello spazio della cultura e del tempo libero. E’ stando insieme e costruendo una cultura nuova che si vince.

Nel 2050 ci saranno più cittadini immigrati che italiani. Immigrazione, minaccia o opportunità? Su questa domanda e su altre proiezioni si è riflettuto a Sponde 2011, una tre giorni organizzata dalla Diocesi di Mazara del Vallo e dall’Osservatorio del Mediterraneo. In sintesi: vogliamo barricarci?

Il nostro augurio per un mondo migliore è che l’intercultura conquisti un posto in prima fila negli obiettivi di ogni governo o amministrazione. Da troppo tempo fanalino di coda, essa necessita di risorse.

E’ crisi? Allora che davvero il merito e l’eccellenza valgano, uniche discriminanti. Che si scelga quello che è bello, che è utile e che funziona.

Ha scritto Marco Aime: “Se la parola Suq viene usata da qualcuno in modo spregiativo per indicare confusione, rispondiamogli che è vero: confondersi con gli altri è il solo modo di fare umanità”.

Con una bella confusione si può costruire insieme un futuro migliore?

Carla Peirolero, Giacomo D’Alessandro

(Blog Suq Genova su http://www.ilfattoquotidiano.it – gennaio 2012)