Categoria: interviste

Uomini che temono le donne – Adista

di Giacomo D’Alessandro – Adista Segni Nuovi n.27/2018 –

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L’occasione di fare il punto sulle donne nella chiesa, tra nodi storici e brecce di rinnovamento, è stata una lunga conversazione con il gesuita Francesco Cavallini e la teologa Serena Noceti, ospite a Genova, che ha dedicato studi particolari alle tematiche di genere e all’ecumenismo. Ma lo spunto è arrivato prima ancora da una fonte inaspettata: un approfondimento dell’Osservatore Romano sulle suore impiegate come “serve”, sia nella mentalità sia nella prassi di molte chiese nel mondo: lavorano senza orari, senza retribuzione regolare, vengono trattate spesso come “sguattere” e quasi mai invitate alla tavola del “datore di lavoro”, cardinale o vescovo che sia.

Poco tempo dopo è arrivata sulle pagine del Corriere della Sera la denuncia di suor Carmen Sammut, che rappresenta le 670.000 religiose dei cinque continenti: “In Vaticano non ci consultano mai. Il primo a farlo è stato Francesco”. Se a questo aggiungiamo i lavori in corso della Commissione sul Diaconato Femminile, e i risultati del Pre-Sinodo in cui i giovani chiedono alla chiesa un maggiore spazio per le ragazze e le donne, si capisce come la questione femminile sia più che attuale, addirittura urgente e determinante.

“Negli ultimi 50 anni – fa il punto Serena Noceti – dal Concilio Vaticano II, le donne hanno acquisito facoltà di parola nella Chiesa”. Una parola che ha cominciato ad essere “pubblica”, che ha potuto farsi “competente” grazie allo studio della teologia, e che è stata ritenuta sempre più “autorevole” grazie al riconoscimento sul campo. In America Latina sono donne le coordinatrici di molte comunità cristiane, così come da noi sono donne le catechiste nelle parrocchie, per fare due esempi. “Sapere è potere – dice Noceti – e quindi acquisire le parole, diventare creatrici di linguaggi ha consentito alle donne di auto-definirsi e di incidere sui processi ecclesiali”…

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Sinfonia per il Perù – Mondo e Missione

di Giacomo D’Alessandro*

Nella periferia di Lima padre “Chiqui” Mantecon lavora da 40 anni con ex gangster, carcerati, bambini e giovani. La gente lo vorrebbe sindaco di El Agustino. Ma lui preferisce vivere la strada, seminare cambiamento e lottare per una “ecologia integrale”.

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“Io sono un amante del rock, e la prima cosa che ho fatto arrivando qui è stato creare un movimento musicale popolare”. Era il 1984. El Agustino, distretto di periferia nella parte est di Lima, era sorto negli anni ’40 con l’inurbamento massiccio di contadini e pastori provenienti dalla sierra. “Arrivavano, occupavano un pezzo di terra lottando contro le forze dell’ordine, e tiravano su capanne di bambù, col tempo rimpiazzate da mattoni e cemento”. Che padre Chiqui sia un rocker d’altri tempi si capisce facilmente, quando prima di cominciare la messa si fa prestare la chitarra del coro e in disparte accenna un blues. José Ignacio Mantecon (ma per tutti è “Chiqui”) è un uomo minuto, sulla settantina, sguardo intenso e voce gioviale. Una vita spesa tra le periferie urbane e quelle esistenziali…

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* su Mondo e Missione – La rivista missionaria del PIME – numero di maggio 2018

Credono nonostante la Chiesa – Città Nuova

Silvano Gianti intervista Giacomo D’Alessandro – Città Nuova / La Guida di Cuneo

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«Da quattro anni provo a fare vita comunitaria con altri ragazzi nei locali di una chiesa nel centro storico di Genova. Un luogo deputato da 35 anni al dialogo tra culture e religioni, a percorsi di ricerca esistenziale e rete sociale. Di mio sono una sorta di “viandante”: il movimento lento, l’incontro, la narrazione caratterizzano un po’ tutte le mie attività. Quelle di comunicatore, quelle di camminatore, quelle di musicista». Si definisce così Giacomo poco sopra i venticinque anni animatore di questo centro straordinario di condivisione, reciprocità, ricerca di cammino vocazionale per giovani che vogliono impegnarsi seriamente a servizio del Vangelo.

Laboratorio privilegiato e appassionante di proposte maturate tra giovani che vogliono fare della loro qualcosa di bello per loro stessi e per gli altri. «Ho una passione per il Vangelo e la Chiesa che da 10 anni mi portano a documentarmi, scrivere e organizzare eventi di approfondimento critico. Ho provato a smettere, ma niente. C’è troppo di buono da valorizzare, spesso offuscato da troppo di malsano da denunciare e rimuovere. Molte ceneri sopra le braci ardenti, come diceva Martini. E in un mondo così complesso, abbiamo bisogno di tornare alla radicalità limpida delle braci originarie».

A Giacomo domandiamo: un giovane della chiesa di Genova, cosa si aspetta dal Sinodo dedicato ai giovani?

Se permetti la battuta, un giovane della chiesa di Genova non sa nemmeno che ci sarà un Sinodo, nel nostro “feudo” purtroppo la chiesa di papa Francesco ancora non arriva. Personalmente, dal Sinodo mi aspetto un cambio di approccio da parte della gerarchia ecclesiastica (perché ricordiamo che questi consessi non li conduce il Popolo di Dio che è la Chiesa, ma la gerarchia che è una piccola parte uniforme di Chiesa). Mi aspetto quello che si stanno impegnando a fare con tanta buona volontà: mettersi in ascolto delle voci libere di tanti giovani diversi, credenti e non credenti, per ricevere da loro una lettura della realtà globale, locale, e della chiesa stessa. Mi aspetto la capacità di non starsene dei contributi giovanili clericali (rischiano di essere i più), ma che sappiano capire da dove arrivano i contributi più originali e rappresentativi, le intuizioni più qualitativamente sensate per rispondere ai segni dei tempi. Mi aspetto infine che si abbia il coraggio di sbloccare alcune riforme attese da troppi anni, penso al diaconato femminile (che ricchezza libererebbe nella chiesa mondiale!), la fine dei seminari su modello tridentino, percorsi vocazionali in grado di valorizzare davvero i diversi carismi espressi dai giovani nel mondo, non soltanto quei carismi che rientrano negli stretti parametri dell’inquadramento ecclesiastico. Non è vero che sono calate le vocazioni, sono calate “questo” tipo di vocazioni pre-confezionate, che non impattano più sulla vita e sulla realtà delle persone.

Secondo la tua esperienza, la Chiesa nelle sue forme, strutture e liturgie è ancora attraente per un giovane?

 So che per alcuni queste saranno parole insopportabili, ma bisogna accettare che molti giovani credono “nonostante” le forme, strutture e liturgie della Chiesa…

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Comboniani alle frontiere – Gli Asini

di Efrem Tresoldi

incontro con Giacomo D’Alessandro

 

Nel poliedrico mondo cattolico si incontrano tra gli altri figure e gruppi che agiscono in minoranza su frontiere che i più non hanno nè la lucidità né l’audacia di affrontare. È il caso dell’istituto missionario dei padri Comboniani, nato nel triveneto alla metà del 1800 dal carisma di San Daniele Comboni. Ne tratteggia una panoramica, nella conversazione che segue, padre Efrem Tresoldi, 65 anni, direttore di “Nigrizia – Il mensile dell’Africa e del mondo nero”, del quale è alla guida dal 2012 dopo esserlo già stato dal 1991 al 1997.

 

Chi sono oggi i Comboniani?

In Italia siamo 254, età media 75 anni. Nel mondo siamo 1535. La nostra presenza in Italia è distribuita su 24 comunità tra Sud, Centro e Nord, con concentrazione maggiore nel nord est dove l’istituto è nato. Fu fondato a Verona il 1 giugno del 1867. A Padova e a Venegono (Varese) abbiamo due centri per la formazione dei giovani alla missionarietà. Ci interessa aiutare i giovani a scoprire la loro vocazione, qualunque essa sia, e la vocazione missionaria, che noi chiamiamo l’impegno ad gentes: uscire dalla nostra condizione di origine per testimoniare il Vangelo dove è più necessario.

 

Dove avete scelto di lavorare, dagli inizi fino a oggi?

Soprattutto in Africa, poi da metà del Novecento in America Latina, e negli ultimi trent’anni anche in Asia. Ma le sfide della missione in Italia non ci mancano, ed è l’aspetto più recente, che ci sta aiutando ad aprirci ulteriormente. Perché venendo meno le forze, invecchiando, è facile chiudersi nelle comunità e ritrovarsi “missionari in pantofole”, come giustamente provoca papa Francesco. Così abbiamo accolto la sfida dei migranti che vengono a bussare alle nostre case, alle parrocchie, ai comuni. Da missionari non possiamo tirarci indietro, abbiamo iniziato ad attrezzare le nostre comunità per l’accoglienza. A Venegono, a Brescia, a Padova, e ultimamente a Trento in sinergia con il Centro Astalli dei Gesuiti.

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Riabilitiamo la speranza – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

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Vittorio Soana è un gesuita e un counselor. A Genova lavora da 20 anni per accogliere e accompagnare persone, coppie e gruppi in un percorso di crescita, di uscita da situazioni di disagio interiore. A lui e a Francesca Conforti, operatrice volontaria laica, abbiamo chiesto di raccontarci l’avventura del Centro Counseling dei Gesuiti di piazza Matteotti, per capire come si possa “riabilitare la speranza” oggi.

 

Come mai Gesuiti e laici hanno aperto un Centro di Counseling?

Ci siamo accorti che esisteva sul territorio tutta una serie di servizi specifici: per le tossicodipendenze, i senzadimora, i disabili, i migranti… ma le persone comuni non avevano nessun servizio a disposizione, come se chi ha problemi famigliari o personali dovesse andare necessariamente in psicoterapia, cosa spesso difficile da scegliere e anche costosa. A distanza di 20 anni da questa riflessione se vuoi banale, il nostro centro ha seguito migliaia di casi. Siamo andati a rispondere a un bisogno reale, quello di affrontare e risolvere alcuni disagi personali o di coppia, in totale gratuità. Siamo un gruppo di operatori volontari (oggi circa una trentina) in cui sono passate persone di tutte le provenienze: buddisti, valdesi, atei, agnostici, cristiani, religiosi, laici… ma sempre persone che hanno fatto una formazione specifica, cioè il corso di counseling fondato qui nel 1996. Ci auto-tassiamo per mantenere la struttura dove riceviamo le persone, e ci impegniamo a formarci continuamente.

 

Che percorso proponete ad una persona?

Un lavoro psicologico che non è psicoterapia, ma counseling, dove si procede per obiettivi specifici. Non è un ascolto o un aiuto “un po’ così”, ma un percorso di 10-15 colloqui tra la persona e il counselor che le viene assegnato. Gli operatori partecipano ad un ampio lavoro di supervisione mensile da parte di volontari professionisti, psichiatri, neurologi, psicoterapeuti. Tutti i mercoledì dedichiamo 3 ore a fare supervisione sui casi che seguiamo: cosa vive una persona, come si può aiutare, quale difficoltà io vivo nell’affrontare questo caso; e insieme cerchiamo di capire qual è il significato, la speranza, che questa persona sta cercando nella sua vita. Cos’è che le sta crollando, cosa ha bisogno di ritrovare per acquisire sicurezza.

 

Quali disagi portano le persone a rivolgersi a voi?

Ci sono tutta una serie di problematiche esistenziali. Un giovane con cui stiamo lavorando ha la famiglia che si è separata, e lui è molto arrabbiato soprattutto col papà. Ha bisogno di ritrovare la sua identità relazionale col papà, altrimenti si scateneranno problemi in futuro. Un’altra ragazza è arrivata perché non riusciva più a suonare il violino, a pochi mesi dall’esame di conservatorio, dopo 9 anni di studi. La stiamo aiutando ad aprirsi, a stabilire relazioni con le persone con cui si sta formando, a riallacciare rapporti passati. Un giovane veniva dalla Sicilia, aveva girato tre università e non riusciva più ad andare avanti. Abbiamo usato un doppio sostegno: uno di noi più metodico lo ha “inchiodato” a darsi un metodo di studio e ad applicarlo, un altro lo ha sostenuto sul piano psicologico. C’è l’anziano in lutto per la morte della moglie: aveva solo bisogno di trovare qualcuno con cui poter parlare, sentire che va bene, che ce la fa, che può rimettere in campo delle energie nella vita. Abbiamo deciso di non chiuderci su un target preciso, ma dare la possibilità a tutti di essere ascoltati. Alcuni li dobbiamo però indirizzare ad altri percorsi. La speranza è di offrire a tutti la possibilità di ritrovare un senso, di riprendersi in mano.

 

Non è un lavoro simile a quello che fanno generalmente i preti? (altro…)

Intervista da non perdere del generale dei Gesuiti

tratta da rossoporpora.org – febbraio 2017

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Padre Sosa, incominciamo con uno sguardo generale sulla Chiesa prima di passare a parlare di Lei. Da quasi quattro anni la Chiesa cattolica ha come timoniere un gesuita latino-americano e da quattro mesi la Compagnia di Gesù è diretta da un gesuita latino-americano. Soffermiamoci dapprima sulle caratteristiche di novità portate da una Chiesa guidata da un gesuita…

La novità è grande, poiché mi sembra che mai il Fondatore o i gesuiti abbiano covato questa idea in testa. Neppure il gesuita Jorge Mario Bergoglio. Tradizionalmente la Compagnia di Gesù cerca di rendere un servizio alla Chiesa non da un punto di vista gerarchico, ma secondo un’altra ottica: pastorale, intellettuale, educativa. Lo fa in posti e momenti speciali. I gesuiti che sono anche vescovi, rendono questo servizio su richiesta diretta della Santa Sede e in posti in cui altri non vogliono andare o in cui regna una situazione speciale.

Intende suggerire che oggi nella Chiesa regna una ‘situazione speciale’?

Perché un gesuita divenga papa ci dev’essere per forza una situazione speciale. E’ stata la Chiesa a chiedere questo. Per di più l’ha chiesto a un gesuita anziano, alle soglie del pensionamento: e anche questo è un aspetto singolare.

Un gesuita latino-americano…ulteriore novità che riguarda contemporaneamente anche la Compagnia di Gesù…

Questo è un papa che, come me, viene dalla Chiesa latino-americana. Io sono entrato in Compagnia proprio quando si stava concludendo il Vaticano secondo. Il noviziato l’ho finito nel 1968, al momento della Conferenza generale di tutti i vescovi latino-americani a Medellin, aperta da Paolo VI. La nostra elezione è certo un segnale che in questi cinquant’anni la Chiesa latino-americana ha saputo concretizzare seriamente il Concilio, essendosi convertita a tutti i livelli…

La Chiesa latino-americana aveva bisogno di una conversione completa?

La conversione era richiesta dal Vaticano secondo a tutti, con modalità diverse a seconda del proprio servizio nella Chiesa. Ad esempio ai religiosi è stato chiesto di tornare ad abbeverarsi alle loro fonti spirituali. In generale alla Chiesa è stato chiesto di aprire le finestre, far entrare aria fresca, scoprire i cambiamenti del mondo cercando di considerarli seriamente. E’ così che la Chiesa latino-americana ha incominciato a confrontarsi con convinzione con la realtà veramente sconvolgente del continente, una realtà che ancora oggi è dirompente in una situazione in cui la differenza tra ricchi e poveri è la maggiore nel mondo…

L’America latina non è però il continente più povero… 

No, ma certamente è quello in cui la disuguaglianza raggiunge l’apice. Accanto a questa povertà c’è però la fede molto viva della gente…così variata e con tante esperienze di inculturazione. La Chiesa latino-americana dopo il Concilio ha preso un grande slancio ed è riuscita a convertire sia i suoi modi pastorali che le sue strutture sociali, con un’attenzione particolare all’evangelizzazione dei poveri. Lo dico con umiltà e anche un po’ d’orgoglio: sia papa Francesco che io siamo figli di questa storia, frutto di un lavoro non personale, ma collettivo che dura da più di cinquant’anni.

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Cosa resta del Giubileo. Intervista a Paolino Diral (La Guardia)

pubblicata su La Guardia n.11/2016

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Da qualche tempo, passando accanto alla chiesa della Maddalena nei caruggi, capita di soffermarsi sulla scritta “Casa della Maddalena” comparsa sul portone del chiostro. Rappresenta un vero e proprio progetto di “riconversione” della struttura e delle sue funzioni pastorali – sul quale il Giubileo della Misericordia è “caduto” a pennello – che coinvolge l’intera comunità parrocchiale ed è animato da padre Parolino Diral. Inviato a Genova a questo proposito dall’ordine dei Padri Somaschi, veneto d’origine, Paolino ha messo in moto la ristrutturazione di una serie di spazi abitativi per accogliere persone e famiglie nel bisogno, rendendo la comunità attiva e partecipe in questo servizio. Gli abbiamo chiesto un commento su come l’Anno della Misericordia ci interroghi e ci sproni sulle orme di Gesù.


Concluso il Giubileo Straordinario della Misericordia, cosa rimane e cosa far rimanere? 

Prima di tutto la splendida lettera, Misericordia et misera, che papa Francesco ha pubblicato, e che in tutte le comunità cristiane si dovrebbe leggere e mettere in pratica. Assumere la misericordia come punto di partenza per un cammino di liberazione, superando un certo attaccamento alla legge che, senza misericordia (cioè senza Dio), diviene una gabbia per sé e per gli altri. Impariamo che la misura della nostra adesione a Dio non è la legge, ma la Misericordia, il Suo nome.

Perché ti soffermi sul rischio della legge?

Perché con la legge spesso ci giustifichiamo, ci illudiamo di non doverci convertire noi, ma che si convertano solo i “meno bravi”. Di fronte a certa testimonianza della Chiesa, del Sinodo, del Papa, che mina la cecità dell’applicazione della legge, molti che si dicono cristiani si sentono minacciati dalla loro fede nella legge, nel peccato, mentre la rivelazione dell’amore gratuito di Dio che è Padre sembra non interessare. Cosa crediamo che ci faccia crescere di più in gioia e pienezza? Il peccato e la legge o l’Amore?

Del Giubileo rimane anche qualche rimpianto?

La Porta Santa è stata una forte occasione di disporsi ad un incontro con Dio, di fare il punto della propria fede, della propria vita. A volte la si è ridotta al discorso delle indulgenze… Quando si è ridotta la Chiesa a simboli, norme e riti autocelebrativi, quando – spesso anche da parte dei pastori – si è scelto di puntare su adunate autoreferenziali di affermazione del culto stesso (scambiandolo per lode a Dio), non si è testimoniato Gesù nell’ottica che questo Giubileo intendeva. Francesco ripete di continuo che la Chiesa è autentica solo se è testimone dell’amore di Dio nel modo di Gesù Cristo. Ci si dimentica troppo spesso che Gesù, poiché figlio di Dio, è il liberatore, il salvatore dell’uomo, che gli rende memoria e azione del suo amore “fino alla fine”. “Rendere lode a Dio” allora è il servizio verso il fratello. L’ultimo, che in quel momento interseca la mia strada, e questo semplicemente perché così ha fatto Gesù Cristo, il volto del Dio in cui diciamo di credere. Così Lui ha reso gloria al Padre. La Chiesa per essere sale della terra e lievito nella pasta del mondo non dovrebbe “vedersi”. Quando vuole farsi vedere, quando si vede, forse non sta testimoniando Gesù a fondo, ma solo se stessa. Ecco perché dobbiamo tutti convertirci.

Come dovremmo rivedere l’identikit cristiano alla luce di questo Anno della Misericordia?

Con al centro la carità, che non è un optional, un aspetto sociale, la buona azione per essere premiati, è l’essenziale, la radice per essere cristiani. Se oggi fatichiamo a vivere questo nelle parrocchie, è perché per molto tempo è andata bene l’ambivalenza, la mondanità, la tiepidezza, e ci troviamo così a faticare su un discorso evangelico essenziale come quello dell’accoglienza del povero o dello straniero. Lo riteniamo un’eccezione, non la normalità di un cristiano. Si ha il coraggio di rischiare le chiese più vuote, per convertirci al Vangelo? Sconfiggiamo le paure, fidiamoci dello Spirito di Gesù, aumentiamo le occasioni di incontro nelle nostre comunità, il cristianesimo non è moda o tradizione, ma chiamata a testimoniare l’Uomo, né “verso” né “contro”, ma “con” tutti.

Ecuador, intervista a mons. Voltolini (LiguriTutti)

“1000 morti, 12.000 edifici distrutti” è il bilancio del Vescovo di Portoviejo Lorenzo Voltolini, del tremendo sisma avvenuto in Ecuador il 16 aprile scorso e durato pochi giorni nel tritacarne dei media dalla memoria corta. “A fine anno si prevede di concludere la distruzione degli edifici pericolanti, prima di ricostruire”. Ma come Chiesa “abbiamo già cominciato a ricostruire case fin che abbiamo fondi”. “La gente non vuole essere mantenuta” e chiede solo l’aiuto necessario a poter riprendere le attività lavorative e produttive. In visita a Genova monsignor Voltolini, italiano, da 37 anni missionario in Ecuador, parla anche della sua esperienza di “Vangelo della Gioia” tra gli indios e sulla costa del Pacifico. Un Vescovo umile con le maniche rimboccate, un pastore con addosso “l’odore delle pecore” come conferma probabilmente la nomina fresca di ieri nel Dicastero vaticano per la Liturgia, nella tornata di nuove nomine firmata da papa Francesco…

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Vocazioni in calo o riforme mancate? [Adista]

di Giacomo D’Alessandro, Domenico Pizzuti
pubblicato su Adista Segni Nuovi n. 17/maggio 2016

Giacomo Il Papa ha parlato recentemente del calo delle vocazioni, ma non ha quasi mai citato le possibilità di cambiare o modificare sistemi e requisiti di accesso ai cosiddetti ministeri. Questo tema è – mi pare – un grande assente in un pontificato aperto al dialogo e al ripensamento…
Domenico Alcuni dati “demografici”, come il calo da alcuni decenni delle vocazioni alla vita consacrata maschile e femminile e l’invecchiamento dei religiosi viventi, dipendono da cause tutte da approfondire, e fanno pensare per esempio che alcuni stili di vita religiosa siano poco attrattivi e vadano rinnovati per una testimonianza credibile.

Tunisia, dalla rabbia al Nobel per la Pace – Il Fatto

Conversazione e traduzione di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

Il premio Nobel per la Pace 2015 è stato assegnato al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino “per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralistica nel Paese, sulla scia della Rivoluzione del Gelsomino del 2011”. Il Quartetto, formatosi nel 2013, nel momento di maggiore rischio e disordini per il processo di democratizzazione del Paese, è formato da sindacato Ugtt, confederazione degli industriali Utica, lega dei diritti umani Ltdh e Inoa, ordine nazionale degli avvocati.

Abbiamo chiesto alla disegnatrice satirica Nadia Khiari, già nostra ospite al Suq Festival di Genova lo scorso giugno, quale significato dà a questo riconoscimento e quali prospettive intravede per il processo di dialogo e democrazia. “Prima di tutto ho visto questo premio Nobel consegnato al Quartetto per il Dialogo come uno schiaffo al governo provvisorio della Troika (composto da islamici e da due partiti opportunisti). Inoltre mi sono detta che è stato qualcosa di positivo nel senso che non si parla di Tunisia solo in occasione di disastri”. Dopo gli attentati terroristici infatti il turismo nel Paese è a un punto morto, e gli investitori stranieri fuggono lasciando centinaia di famiglie senza più lavoro. “Se questo premio permette di ridare fiducia agli investimenti in Tunisia, sarà stato un bene” conclude Nadia. Riguardo al dubbio se il Premio non lasci in ombra altre forze della società civile che hanno contribuito alla crescita della Tunisia, ribadisce che il processo di dialogo, cui va dato merito al Quartetto, arriva “dopo che la società civile ha invaso le strade davanti all’Assemblea Costituente, per chiedere le dimissioni del governo in seguito al decimo assassinio di un deputato della Sinistra. Eravamo in strada e abbiamo assaggiato le delizie dei lacrimogeni e la furia degli islamici. E’ solo in un secondo momento che questo movimento di contestazione è stato raggiunto dai deputati e recuperato da alcune forze politiche. Il Quartetto ha in qualche modo assorbito la rabbia della strada”. (altro…)

E IL SUQ E’ IL PRIMO A CALCOLARE IL SUO IMPATTO AMBIENTALE

Intervista a Hicha e alle ragazze di Green Modeling Italia che stanno studiando l’impatto del Festival

Sono tutti giovani chimici o scienziati ambientali, e proprio con la Facoltà di Chimica stanno stringendo una collaborazione importante, i ragazzi (ma per l’80% sono donne) di Green Modeling Italia, cooperativa che studia ambiente ed energie nella prospettiva di aiutare eventi e festival culturali a scoprire qual è il loro impatto, per accompagnarli con strategie e buone pratiche a ridurlo anche dell’80%.

E il Suq in tutto questo è l’esperimento pilota: riuscirà a diventare un evento a “impatto zero”?
Si tratta non solo della parte dei rifiuti, ma soprattutto dell’aspetto energetico, emissione CO2, consumo di acqua… Ci sono eventi come spettacoli e concerti singoli che possono essere ottimizzati con un risparmio notevole (sui trasporti, la luce, l’energia..).

Come state lavorando?
Bisogna intervistare a campione le persone per capire come si muovono, come vengono. E poi far capire con buona comunicazione che con piccoli accorgimenti si può cambiare. Noi faremo un calcolo e cercheremo di tradurlo in “alberi abbattuti” corrispondenti all’impatto di tutto il Festival. E’ un termine di misura che può essere capito da tutti.

E poi…ci rimproverate?
Non è uno studio per dare multe o sanzioni, ma per stabilire strategie, accompagnare un evento culturale verso buone pratiche. Questo per il Suq sarebbe l’anno zero, poi con questo studio di base si potranno suggerire le strategie per arrivare in tot anni a fare un evento “green”.

In pratica, come si guadagnano punti?
Già tutte le stoviglie in Mater Bi date da Novamont sono un punto a favore. Altro passo potrebbe essere usare i led invece delle lampadine tradizionali. Poi analizziamo i trasporti, e questi dati potrebbero essere utili anche al Comune: come si muove la gente? Come viene al Festival? Come arrivano le merci?

La prospettiva sarebbe in futuro di poter rilasciare un marchio, una certificazione ai festival a seconda dei loro comportamenti in tal senso. Anche per incentivarli a non fare solo l’anno zero, ma a proseguire il percorso pratico, che in teoria è di tre-quattro anni, anche per spalmare i costi della riconversione su un tempo digeribile per l’organizzazione.

E la risposta della gente?
Un evento interetnico come il Suq ha la possibilità di trasmettere queste buone pratiche in modo che si spargano anche molto lontano. Il singolo le può carpire e adottare in casa propria. Sensibilizzare ed educare, questo diventa il senso finale che si cerca nella risposta della gente.

Già sulla raccolta differenziata qui c’è una buona sensibilizzazione. Sulle nuove proposte che stiamo facendo, la gente è interessata, incuriosita, per la prima volta si ritrova a Genova con questo tipo di questionari. Non è abituata, giustamente, allora devi impiegare un po’ di tempo a spiegare perché ti serve sapere come uno è arrivato qui di che anno è la sua macchina…
Chiarito quello, sono tutti molto disponibili.

Ci sono cantanti che per compensare un grande concerto ripiantano centinaia di alberi…è un buon compromesso?
Bene, ma occorre anche cercare in futuro di migliorare direttamente l’impatto dell’evento. Anche perché in realtà il disboscamento è sempre forte, non si possono piantare alberi ovunque per sempre. E poi è davvero importante che il cittadino impari le pratiche per cambiare il suo impatto, sono quelle che portano a una riduzione effettiva globale. Fare cambiare le persone in casa propria.

C’è sempre il problema che investire sulla riconversione sostenibile è costoso, in tempi di crisi poi…
In realtà ci sono tante piccole pratiche che con un piccolo investimento fanno tanto. Il tempo di rientro di solito va misurato sotto o sopra i 5 anni. Sotto, è un buon investimento. I led per esempio, costano dieci euro in più di una lampadina normale, ma per durata di vita e riduzione del consumo ripagano ampiamente in breve tempo, nel giro di due bollette.

In ogni caso secondo step del nostro studio qui sarà proprio valutare i punti critici dell’impatto ambientale e i costi dei miglioramenti da apportare, per valutare con gli organizzatori cosa si può fare.

Cosa monitorate qui al Suq?
Oltre ai questionari sui trasporti e la mobilità dei visitatori, anche i rifiuti (quanto differenziato e quanto no) e l’acqua (quanta per la cucina, quanta per i servizi igienici). Poi passeremo dai commercianti per capire da dove arriva la merce e con quali mezzi, quante volte al giorno/settimana, che uso delle luci, se hanno bombole del gas…

E’ un esperimento complesso, anche per esempio sul campione intervistato: sarà affidabile? Lo confronteremo con i dati totali dei visitatori, a fine Festival. E vedremo come accompagnare il Suq verso un futuro sempre più “eco”.

BABEL SKY ENTRA NEL SUQ: “QUANTI VOLTI DIVERSI IN UNA SOLA INQUADRATURA”

Intervista a Michele Coppari, freelance per Babel Sky

Babel è un canale di Sky. Di cosa si occupa?
L’idea del canale è riuscire a raccontare l’immigrazione in modo diverso dalla cronaca che sentiamo tutti i giorni, ma attraverso gli aspetti che più avvicinano, qui al Suq mi viene l’esempio del cibo e della risata.

Questo racconto è rivolto ai “vecchi” cittadini o anche ai nuovi, agli immigrati?
Ci si propone di offrire una programmazione diversa, sia per i “vecchi cittadini” appunto, che possono venire a conoscenza di una realtà diversa da quella spesso passata dai media tradizionali, sia per i “nuovi”: abbiamo diverse rubriche in lingua, o in italiano mirate ad aiutare l’alfabetizzazione. Gli stessi redattori di Babel sono “stranieri” italiani, noi collaboriamo con loro.

Che sensazione ti dà il Suq di Genova, cosa attrae di più la telecamera dell’operatore che vi entra per la prima volta?
Vivo a Genova da due anni, e una delle prime cose che mi è capitato di vedere è proprio il Suq. Nonostante fosse un luogo “costruito”, in qualche modo artificioso, di fatto non lo è per niente, c’è un contatto vero tra le persone. E da operatore, la cosa più attraente sono le tante facce diverse che si vedono insieme. Di solito sono volti da cercare agli angoli delle strade, qui li vedi tutti insieme: italiani vestiti da africani, africani con gli occhiali italiani all’ultima moda, e non è scontato vedere queste facce tutte vicine, in un’inquadratura naturale. Il flusso che c’è è un caos da vero Suq, dove è impossibile non toccarsi.

(pubblicato su Suq Genova – giugno 2012)

"ACCANTO ALL’UOMO, SENZA ORO NE’ ARGENTO". IL NOSTRO INCONTRO CON MOGAVERO

L’intervista è stata realizzata da Pietro Barabino con Giacomo D’Alessandro. L’incontro si è svolto nella chiesa di San Marcellino a cura dell’Associazione San Marcellino onlus, organizzato da padre Alberto Remondini con Giacomo D’Alessandro. Video e montaggio di Pietro Barabino (LoEscludo).

LEONCINI, “LAVOREREMO PER UN SUQ PERMANENTE”

Intervista a Simone Leoncini, neo Presidente del Municipio I Centro Est, ospite del Suq Festival delle Culture 2012 a Genova.
Nel vostro programma avete messo il “Suq permanente”…
Il Suq bisogna che il Comune lavori per farlo diventare una realtà stabile. Io lo considero un’eccellenza della nostra città, con una bella storia iniziata in anni dove forse poteva risultare un evento molto più sperimentale: c’era più criticità nel rapporto tra “vecchi” e nuovi cittadini. Per cui ha un valore doppio, culturale, economico, turistico e come portatore di valori positivi.

Ora che state prendendo le misure del governo del Municipio, cosa pensate di riuscire a fare in concreto?
L’impegno che metterò è per cercare d’accordo col Comune una sede adeguata. Distinguiamo: credo ci voglia una sede stabile ma parallelamente potenziare l’evento Festival come lo conosciamo.

Sappiamo tutti che i soldi sono pochi, in questo momento. Rimarrà davvero qualcosa per la cultura?
Vorremmo organizzarci, nonostante la durezza dei bilanci, per valorizzare la cultura con un progetto preciso: ridurre le cose “a spot”, gli eventi una tantum, e valorizzare le esperienze di associazioni e realtà che costruiscono, puntare su questo (ad esempio nel rapporto con le scuole). Evitare piccoli finanziamenti a pioggia e incentivare quelle iniziative che contengono un “di più” anche sociale.

(pubblicato su Suq Genova – giugno 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 04 – MARCO AIME SULL’INTERCULTURA, "DIMENSIONE DI FRONTIERE"

Il cantiere dell’intercultura

Nel dibattito che abbiamo provato a suscitare tramite questo blog, qualcuno ha sostenuto che non sia necessario il termine intercultura, ma si debba parlare semplicemente di cultura senza inutili distinzioni.

Per non lasciare cadere questi aspetti sempre più rilevanti, come vediamo dalle difficoltà sociali, politiche e culturali (o interculturali?), ne abbiamo chiesto conto a Marco Aime, antropologo, professore associato dell’Università di Genova (tiene i corsi di Antropologia Culturale, Antropologia delle Società Complesse e Discipline Demoetnoantropologiche) e scrittore di numerosi saggi e libri di narrativa. Aime è anche uno degli autori del Suq (ha scritto con noi Gli stranieri portano fortuna).

Ha senso parlare di intercultura, o semplicemente basterebbe il termine cultura, se sapesse comprendere le istanze dell’oggi, la necessità del dialogo?
Ha senso perché il dialogo, l’incontro tra esponenti di culture diverse avviene sempre in una sorta di terra di nessuno, in un territorio neutro. Entrambi devono fare un passo in avanti per abbandonare le loro abitudini e aprirsi all’altro. Questo avviene in una dimensione di frontiere che è sempre “tra”.

Che rapporto c’è tra i termini “intercultura” e “integrazione”?
Se per intercultura intendiamo, appunto, una forma di dialogo, il dialogo è la base dell’integrazione, purché sia un dialogo tra pari.

E che differenza tra “multicultura” e “intercultura”?

Un contesto multiculturale prevede dei blocchi divisi, che convivono, ma che conservano le loro precise identità. Un ambito interculturale è invece fatto di relazioni e si presenta più come un processo, un cantiere continuo, che crea nuove forme culturali.

A noi questa idea del cantiere continuo che crea nuove forme culturali piace molto. Che ne pensate?

Carla Peirolero e Giacomo D’Alessandro, con Marco Aime
(Blog Suq Genova su www.ilfattoquotidiano.it – febbraio 2012)

PEIROLERO, “DI FRONTE AL RAZZISMO DI QUESTI GIORNI, UN CANTO DI NATALE INTERCULTURALE. MA SE NON INVESTIAMO A TUTTI I LIVELLI, QUESTO NON SARA’ UN MONDO MIGLIORE”

Intervista a Carla Peirolero, fondatrice e direttrice del Suq, in scena al Duse con Canto di Natale da Dickens

Come è venuto fuori questo spettacolo?
E’ nato nel 1999 in seguito a un’iniziativa ideata con Valentina Arcuri, che avevamo chiamato “Regala un sentimento”, dal messaggio di Dickens. La nostra domanda era: cosa dobbiamo portarci dietro nel nuovo secolo? L’obiettivo più importante ci è sembrato garantire ai bambini delle emozioni.
Dickens è l’inventore del romanzo sociale (David Copperfield, Oliver Twist..) e Canto di Natale culminava proprio con la fine dell’anno. Dunque è nato non come spettacolo, ma come narrazione nei laboratori scolastici. Un mese di lavoro in 12 scuole e un grande evento finale a Palazzo Ducale.
E a quel punto?
A quel punto avevamo la riduzione e l’adattamento del testo, le canzoni e la scenografia delle ombre. Abbiamo aggregato il tutto, grazie anche a Fabio Cingano (che ricordiamo con affetto) che ha reso possibile lavorare di ombre insieme alle luci del teatro, e lo abbiamo proposto al Carlo Felice.
Niente grandi mezzi, quindi, rispetto alla portata dello spettacolo…
No, è nato come piace a noi: con quello che avevamo in casa. Voglio ricordare che Valentina Arcuri era stata dieci anni al Teatro Gioco Vita, la massima compagnia di teatro d’ombre in Italia. Campanati poi era perfetto per Scrooge. E se tutti i testi delle canzoni sono nostri, la chiave di volta è stata la sintonia con Cesare Grossi che ha composto le musiche. Infine Luca Antonucci, scenografo del Suq, è riuscito a creare uno sfondo perfetto, che situa nell’Ottocento dando uno spazio centrale alle ombre.
Cos’hai capito del personaggio di Scrooge? Chi sono oggigiorno i suoi interpreti?
Gli Scrooge oggi sono i “guadagnini”… Sono tanti, sono quelli che vanno via coi soldi senza un minimo di vergogna, questi grandi manager che prendono superliquidazioni dopo gestioni fallimentari. Il racconto, per quanto vi sia la morale cattolica, presenta uno Scrooge che si apre per introspezione: centrale è l’uomo. Scrooge riesce ad aprirsi agli altri perché ritrova se stesso. Molte persone invece si perdono, non riconoscono come meta la giustizia sociale, l’equità, l’accorgersi di chi sta loro intorno.
E gli spiriti?
E’ molto bello che questi spiriti siano quasi degli psicanalisti, indicano l’attenzione all’uomo.
Ma non c’è il rischio che il messaggio di Dickens promuova un Natale del consumo?
C’è nella storia un concetto di morale, di beneficenza, c’è un’apertura alle vite degli altri. Non è il Natale del consumo, potrebbe anche sembrare, sicuramente per l’epoca anticipa una tendenza, però c’è più attenzione sui rituali: il pranzo, la casa messa a festa…il bisogno di fare festa insito in tutti gli uomini, le culture, i luoghi. Quello che ha fatto la fortuna del Suq, che è una festa, una condivisione. E allora quel consumo che in Canto di Natale si intravede è sempre collegato alle relazioni che si stabiliscono.
Ecco, cosa c’entra l’intercultura in questo spettacolo?
Canto di Natale è un’occasione per riparlare del Natale qua da noi, di cosa significa: la possibilità di stare di più con gli altri, che nonostante tutto c’è ancora. Si ritorna un po’ bambini, con uno spettacolo di questo genere… Per molti immigrati Natale non è una festa religiosa, ma lo sentono tanto, ne hanno bisogno, è un modo per partecipare alla nostra festa.
Era questo che volevate trasmettere?
L’idea era dire a tutti che per quanto esistano delle differenze, le cose importanti, i sentimenti importanti degli altri sono rispettati. Basta che questo non diventi un’esclusione da parte nostra. Poi con gli episodi di razzismo che abbiamo visto in questi giorni, ci sembrava giusto ribadire.
Quali sono gli auguri del Suq per l’anno che viene?
L’augurio che facciamo a noi e a tutti: che l’intercultura conquisti un posto in prima fila negli obiettivi di ogni governo o amministrazione. Insieme all’integrazione. Da troppo tempo questi temi sono fanalino di coda, e senza un po’ di risorse non possono svilupparsi. Non si può pensare che “solo il volontariato” o “solo la politica”… Ci vogliono investimenti forti.
Molti direbbero che in tempi di crisi forse le priorità sono altre…
Rispondiamo con l’esperienza del Suq. Se non ci fosse il piccolo investimento degli imprenditori multietnici, Genova non avrebbe il Suq. Però per mettere a frutto questo motore economico ci vogliono spazi, esperienze. Si distribuisce ricchezza. Bisogna scegliere quello che è bello, utile e che funziona.
E’ crisi? Allora che davvero il merito e l’eccellenza valgano. L’unica differenza discriminante dev’essere questa. E solo con la partecipazione di tutti si può muovere l’economia. Il Suq è intercultura e crea lavoro, economia.

(per Suq Genova – dicembre 2011)