Categoria: interviste

Cosa resta del Giubileo. Intervista a Paolino Diral (La Guardia)

pubblicata su La Guardia n.11/2016

Maddalena

Da qualche tempo, passando accanto alla chiesa della Maddalena nei caruggi, capita di soffermarsi sulla scritta “Casa della Maddalena” comparsa sul portone del chiostro. Rappresenta un vero e proprio progetto di “riconversione” della struttura e delle sue funzioni pastorali – sul quale il Giubileo della Misericordia è “caduto” a pennello – che coinvolge l’intera comunità parrocchiale ed è animato da padre Parolino Diral. Inviato a Genova a questo proposito dall’ordine dei Padri Somaschi, veneto d’origine, Paolino ha messo in moto la ristrutturazione di una serie di spazi abitativi per accogliere persone e famiglie nel bisogno, rendendo la comunità attiva e partecipe in questo servizio. Gli abbiamo chiesto un commento su come l’Anno della Misericordia ci interroghi e ci sproni sulle orme di Gesù.


Concluso il Giubileo Straordinario della Misericordia, cosa rimane e cosa far rimanere? 

Prima di tutto la splendida lettera, Misericordia et misera, che papa Francesco ha pubblicato, e che in tutte le comunità cristiane si dovrebbe leggere e mettere in pratica. Assumere la misericordia come punto di partenza per un cammino di liberazione, superando un certo attaccamento alla legge che, senza misericordia (cioè senza Dio), diviene una gabbia per sé e per gli altri. Impariamo che la misura della nostra adesione a Dio non è la legge, ma la Misericordia, il Suo nome.

Perché ti soffermi sul rischio della legge?

Perché con la legge spesso ci giustifichiamo, ci illudiamo di non doverci convertire noi, ma che si convertano solo i “meno bravi”. Di fronte a certa testimonianza della Chiesa, del Sinodo, del Papa, che mina la cecità dell’applicazione della legge, molti che si dicono cristiani si sentono minacciati dalla loro fede nella legge, nel peccato, mentre la rivelazione dell’amore gratuito di Dio che è Padre sembra non interessare. Cosa crediamo che ci faccia crescere di più in gioia e pienezza? Il peccato e la legge o l’Amore?

Del Giubileo rimane anche qualche rimpianto?

La Porta Santa è stata una forte occasione di disporsi ad un incontro con Dio, di fare il punto della propria fede, della propria vita. A volte la si è ridotta al discorso delle indulgenze… Quando si è ridotta la Chiesa a simboli, norme e riti autocelebrativi, quando – spesso anche da parte dei pastori – si è scelto di puntare su adunate autoreferenziali di affermazione del culto stesso (scambiandolo per lode a Dio), non si è testimoniato Gesù nell’ottica che questo Giubileo intendeva. Francesco ripete di continuo che la Chiesa è autentica solo se è testimone dell’amore di Dio nel modo di Gesù Cristo. Ci si dimentica troppo spesso che Gesù, poiché figlio di Dio, è il liberatore, il salvatore dell’uomo, che gli rende memoria e azione del suo amore “fino alla fine”. “Rendere lode a Dio” allora è il servizio verso il fratello. L’ultimo, che in quel momento interseca la mia strada, e questo semplicemente perché così ha fatto Gesù Cristo, il volto del Dio in cui diciamo di credere. Così Lui ha reso gloria al Padre. La Chiesa per essere sale della terra e lievito nella pasta del mondo non dovrebbe “vedersi”. Quando vuole farsi vedere, quando si vede, forse non sta testimoniando Gesù a fondo, ma solo se stessa. Ecco perché dobbiamo tutti convertirci.

Come dovremmo rivedere l’identikit cristiano alla luce di questo Anno della Misericordia?

Con al centro la carità, che non è un optional, un aspetto sociale, la buona azione per essere premiati, è l’essenziale, la radice per essere cristiani. Se oggi fatichiamo a vivere questo nelle parrocchie, è perché per molto tempo è andata bene l’ambivalenza, la mondanità, la tiepidezza, e ci troviamo così a faticare su un discorso evangelico essenziale come quello dell’accoglienza del povero o dello straniero. Lo riteniamo un’eccezione, non la normalità di un cristiano. Si ha il coraggio di rischiare le chiese più vuote, per convertirci al Vangelo? Sconfiggiamo le paure, fidiamoci dello Spirito di Gesù, aumentiamo le occasioni di incontro nelle nostre comunità, il cristianesimo non è moda o tradizione, ma chiamata a testimoniare l’Uomo, né “verso” né “contro”, ma “con” tutti.

Ecuador, intervista a mons. Voltolini (LiguriTutti)

“1000 morti, 12.000 edifici distrutti” è il bilancio del Vescovo di Portoviejo Lorenzo Voltolini, del tremendo sisma avvenuto in Ecuador il 16 aprile scorso e durato pochi giorni nel tritacarne dei media dalla memoria corta. “A fine anno si prevede di concludere la distruzione degli edifici pericolanti, prima di ricostruire”. Ma come Chiesa “abbiamo già cominciato a ricostruire case fin che abbiamo fondi”. “La gente non vuole essere mantenuta” e chiede solo l’aiuto necessario a poter riprendere le attività lavorative e produttive. In visita a Genova monsignor Voltolini, italiano, da 37 anni missionario in Ecuador, parla anche della sua esperienza di “Vangelo della Gioia” tra gli indios e sulla costa del Pacifico. Un Vescovo umile con le maniche rimboccate, un pastore con addosso “l’odore delle pecore” come conferma probabilmente la nomina fresca di ieri nel Dicastero vaticano per la Liturgia, nella tornata di nuove nomine firmata da papa Francesco…

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Vocazioni in calo o riforme mancate? [Adista]

di Giacomo D’Alessandro, Domenico Pizzuti
pubblicato su Adista Segni Nuovi n. 17/maggio 2016

Giacomo Il Papa ha parlato recentemente del calo delle vocazioni, ma non ha quasi mai citato le possibilità di cambiare o modificare sistemi e requisiti di accesso ai cosiddetti ministeri. Questo tema è – mi pare – un grande assente in un pontificato aperto al dialogo e al ripensamento…
Domenico Alcuni dati “demografici”, come il calo da alcuni decenni delle vocazioni alla vita consacrata maschile e femminile e l’invecchiamento dei religiosi viventi, dipendono da cause tutte da approfondire, e fanno pensare per esempio che alcuni stili di vita religiosa siano poco attrattivi e vadano rinnovati per una testimonianza credibile.

Tunisia, dalla rabbia al Nobel per la Pace – Il Fatto

Conversazione e traduzione di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

Il premio Nobel per la Pace 2015 è stato assegnato al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino “per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralistica nel Paese, sulla scia della Rivoluzione del Gelsomino del 2011”. Il Quartetto, formatosi nel 2013, nel momento di maggiore rischio e disordini per il processo di democratizzazione del Paese, è formato da sindacato Ugtt, confederazione degli industriali Utica, lega dei diritti umani Ltdh e Inoa, ordine nazionale degli avvocati.

Abbiamo chiesto alla disegnatrice satirica Nadia Khiari, già nostra ospite al Suq Festival di Genova lo scorso giugno, quale significato dà a questo riconoscimento e quali prospettive intravede per il processo di dialogo e democrazia. “Prima di tutto ho visto questo premio Nobel consegnato al Quartetto per il Dialogo come uno schiaffo al governo provvisorio della Troika (composto da islamici e da due partiti opportunisti). Inoltre mi sono detta che è stato qualcosa di positivo nel senso che non si parla di Tunisia solo in occasione di disastri”. Dopo gli attentati terroristici infatti il turismo nel Paese è a un punto morto, e gli investitori stranieri fuggono lasciando centinaia di famiglie senza più lavoro. “Se questo premio permette di ridare fiducia agli investimenti in Tunisia, sarà stato un bene” conclude Nadia. Riguardo al dubbio se il Premio non lasci in ombra altre forze della società civile che hanno contribuito alla crescita della Tunisia, ribadisce che il processo di dialogo, cui va dato merito al Quartetto, arriva “dopo che la società civile ha invaso le strade davanti all’Assemblea Costituente, per chiedere le dimissioni del governo in seguito al decimo assassinio di un deputato della Sinistra. Eravamo in strada e abbiamo assaggiato le delizie dei lacrimogeni e la furia degli islamici. E’ solo in un secondo momento che questo movimento di contestazione è stato raggiunto dai deputati e recuperato da alcune forze politiche. Il Quartetto ha in qualche modo assorbito la rabbia della strada”. (altro…)