Categoria: interviste

Sinfonia per il Perù – Mondo e Missione

di Giacomo D’Alessandro*

Nella periferia di Lima padre “Chiqui” Mantecon lavora da 40 anni con ex gangster, carcerati, bambini e giovani. La gente lo vorrebbe sindaco di El Agustino. Ma lui preferisce vivere la strada, seminare cambiamento e lottare per una “ecologia integrale”.

***

“Io sono un amante del rock, e la prima cosa che ho fatto arrivando qui è stato creare un movimento musicale popolare”. Era il 1984. El Agustino, distretto di periferia nella parte est di Lima, era sorto negli anni ’40 con l’inurbamento massiccio di contadini e pastori provenienti dalla sierra. “Arrivavano, occupavano un pezzo di terra lottando contro le forze dell’ordine, e tiravano su capanne di bambù, col tempo rimpiazzate da mattoni e cemento”. Che padre Chiqui sia un rocker d’altri tempi si capisce facilmente, quando prima di cominciare la messa si fa prestare la chitarra del coro e in disparte accenna un blues. José Ignacio Mantecon (ma per tutti è “Chiqui”) è un uomo minuto, sulla settantina, sguardo intenso e voce gioviale. Una vita spesa tra le periferie urbane e quelle esistenziali…

Continua a leggere

* su Mondo e Missione – La rivista missionaria del PIME – numero di maggio 2018

Annunci

Credono nonostante la Chiesa – Città Nuova

Silvano Gianti intervista Giacomo D’Alessandro – Città Nuova / La Guida di Cuneo

_CSC0197

«Da quattro anni provo a fare vita comunitaria con altri ragazzi nei locali di una chiesa nel centro storico di Genova. Un luogo deputato da 35 anni al dialogo tra culture e religioni, a percorsi di ricerca esistenziale e rete sociale. Di mio sono una sorta di “viandante”: il movimento lento, l’incontro, la narrazione caratterizzano un po’ tutte le mie attività. Quelle di comunicatore, quelle di camminatore, quelle di musicista». Si definisce così Giacomo poco sopra i venticinque anni animatore di questo centro straordinario di condivisione, reciprocità, ricerca di cammino vocazionale per giovani che vogliono impegnarsi seriamente a servizio del Vangelo.

Laboratorio privilegiato e appassionante di proposte maturate tra giovani che vogliono fare della loro qualcosa di bello per loro stessi e per gli altri. «Ho una passione per il Vangelo e la Chiesa che da 10 anni mi portano a documentarmi, scrivere e organizzare eventi di approfondimento critico. Ho provato a smettere, ma niente. C’è troppo di buono da valorizzare, spesso offuscato da troppo di malsano da denunciare e rimuovere. Molte ceneri sopra le braci ardenti, come diceva Martini. E in un mondo così complesso, abbiamo bisogno di tornare alla radicalità limpida delle braci originarie».

A Giacomo domandiamo: un giovane della chiesa di Genova, cosa si aspetta dal Sinodo dedicato ai giovani?

Se permetti la battuta, un giovane della chiesa di Genova non sa nemmeno che ci sarà un Sinodo, nel nostro “feudo” purtroppo la chiesa di papa Francesco ancora non arriva. Personalmente, dal Sinodo mi aspetto un cambio di approccio da parte della gerarchia ecclesiastica (perché ricordiamo che questi consessi non li conduce il Popolo di Dio che è la Chiesa, ma la gerarchia che è una piccola parte uniforme di Chiesa). Mi aspetto quello che si stanno impegnando a fare con tanta buona volontà: mettersi in ascolto delle voci libere di tanti giovani diversi, credenti e non credenti, per ricevere da loro una lettura della realtà globale, locale, e della chiesa stessa. Mi aspetto la capacità di non starsene dei contributi giovanili clericali (rischiano di essere i più), ma che sappiano capire da dove arrivano i contributi più originali e rappresentativi, le intuizioni più qualitativamente sensate per rispondere ai segni dei tempi. Mi aspetto infine che si abbia il coraggio di sbloccare alcune riforme attese da troppi anni, penso al diaconato femminile (che ricchezza libererebbe nella chiesa mondiale!), la fine dei seminari su modello tridentino, percorsi vocazionali in grado di valorizzare davvero i diversi carismi espressi dai giovani nel mondo, non soltanto quei carismi che rientrano negli stretti parametri dell’inquadramento ecclesiastico. Non è vero che sono calate le vocazioni, sono calate “questo” tipo di vocazioni pre-confezionate, che non impattano più sulla vita e sulla realtà delle persone.

Secondo la tua esperienza, la Chiesa nelle sue forme, strutture e liturgie è ancora attraente per un giovane?

 So che per alcuni queste saranno parole insopportabili, ma bisogna accettare che molti giovani credono “nonostante” le forme, strutture e liturgie della Chiesa…

Continua a leggere su Città Nuova

Comboniani alle frontiere – Gli Asini

di Efrem Tresoldi

incontro con Giacomo D’Alessandro

 

Nel poliedrico mondo cattolico si incontrano tra gli altri figure e gruppi che agiscono in minoranza su frontiere che i più non hanno nè la lucidità né l’audacia di affrontare. È il caso dell’istituto missionario dei padri Comboniani, nato nel triveneto alla metà del 1800 dal carisma di San Daniele Comboni. Ne tratteggia una panoramica, nella conversazione che segue, padre Efrem Tresoldi, 65 anni, direttore di “Nigrizia – Il mensile dell’Africa e del mondo nero”, del quale è alla guida dal 2012 dopo esserlo già stato dal 1991 al 1997.

 

Chi sono oggi i Comboniani?

In Italia siamo 254, età media 75 anni. Nel mondo siamo 1535. La nostra presenza in Italia è distribuita su 24 comunità tra Sud, Centro e Nord, con concentrazione maggiore nel nord est dove l’istituto è nato. Fu fondato a Verona il 1 giugno del 1867. A Padova e a Venegono (Varese) abbiamo due centri per la formazione dei giovani alla missionarietà. Ci interessa aiutare i giovani a scoprire la loro vocazione, qualunque essa sia, e la vocazione missionaria, che noi chiamiamo l’impegno ad gentes: uscire dalla nostra condizione di origine per testimoniare il Vangelo dove è più necessario.

 

Dove avete scelto di lavorare, dagli inizi fino a oggi?

Soprattutto in Africa, poi da metà del Novecento in America Latina, e negli ultimi trent’anni anche in Asia. Ma le sfide della missione in Italia non ci mancano, ed è l’aspetto più recente, che ci sta aiutando ad aprirci ulteriormente. Perché venendo meno le forze, invecchiando, è facile chiudersi nelle comunità e ritrovarsi “missionari in pantofole”, come giustamente provoca papa Francesco. Così abbiamo accolto la sfida dei migranti che vengono a bussare alle nostre case, alle parrocchie, ai comuni. Da missionari non possiamo tirarci indietro, abbiamo iniziato ad attrezzare le nostre comunità per l’accoglienza. A Venegono, a Brescia, a Padova, e ultimamente a Trento in sinergia con il Centro Astalli dei Gesuiti.

Continua a leggere su Gli Asini

Riabilitiamo la speranza – laGuardia

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul numero 2/2018 del mensile laGuardia

***

Vittorio Soana è un gesuita e un counselor. A Genova lavora da 20 anni per accogliere e accompagnare persone, coppie e gruppi in un percorso di crescita, di uscita da situazioni di disagio interiore. A lui e a Francesca Conforti, operatrice volontaria laica, abbiamo chiesto di raccontarci l’avventura del Centro Counseling dei Gesuiti di piazza Matteotti, per capire come si possa “riabilitare la speranza” oggi.

 

Come mai Gesuiti e laici hanno aperto un Centro di Counseling?

Ci siamo accorti che esisteva sul territorio tutta una serie di servizi specifici: per le tossicodipendenze, i senzadimora, i disabili, i migranti… ma le persone comuni non avevano nessun servizio a disposizione, come se chi ha problemi famigliari o personali dovesse andare necessariamente in psicoterapia, cosa spesso difficile da scegliere e anche costosa. A distanza di 20 anni da questa riflessione se vuoi banale, il nostro centro ha seguito migliaia di casi. Siamo andati a rispondere a un bisogno reale, quello di affrontare e risolvere alcuni disagi personali o di coppia, in totale gratuità. Siamo un gruppo di operatori volontari (oggi circa una trentina) in cui sono passate persone di tutte le provenienze: buddisti, valdesi, atei, agnostici, cristiani, religiosi, laici… ma sempre persone che hanno fatto una formazione specifica, cioè il corso di counseling fondato qui nel 1996. Ci auto-tassiamo per mantenere la struttura dove riceviamo le persone, e ci impegniamo a formarci continuamente.

 

Che percorso proponete ad una persona?

Un lavoro psicologico che non è psicoterapia, ma counseling, dove si procede per obiettivi specifici. Non è un ascolto o un aiuto “un po’ così”, ma un percorso di 10-15 colloqui tra la persona e il counselor che le viene assegnato. Gli operatori partecipano ad un ampio lavoro di supervisione mensile da parte di volontari professionisti, psichiatri, neurologi, psicoterapeuti. Tutti i mercoledì dedichiamo 3 ore a fare supervisione sui casi che seguiamo: cosa vive una persona, come si può aiutare, quale difficoltà io vivo nell’affrontare questo caso; e insieme cerchiamo di capire qual è il significato, la speranza, che questa persona sta cercando nella sua vita. Cos’è che le sta crollando, cosa ha bisogno di ritrovare per acquisire sicurezza.

 

Quali disagi portano le persone a rivolgersi a voi?

Ci sono tutta una serie di problematiche esistenziali. Un giovane con cui stiamo lavorando ha la famiglia che si è separata, e lui è molto arrabbiato soprattutto col papà. Ha bisogno di ritrovare la sua identità relazionale col papà, altrimenti si scateneranno problemi in futuro. Un’altra ragazza è arrivata perché non riusciva più a suonare il violino, a pochi mesi dall’esame di conservatorio, dopo 9 anni di studi. La stiamo aiutando ad aprirsi, a stabilire relazioni con le persone con cui si sta formando, a riallacciare rapporti passati. Un giovane veniva dalla Sicilia, aveva girato tre università e non riusciva più ad andare avanti. Abbiamo usato un doppio sostegno: uno di noi più metodico lo ha “inchiodato” a darsi un metodo di studio e ad applicarlo, un altro lo ha sostenuto sul piano psicologico. C’è l’anziano in lutto per la morte della moglie: aveva solo bisogno di trovare qualcuno con cui poter parlare, sentire che va bene, che ce la fa, che può rimettere in campo delle energie nella vita. Abbiamo deciso di non chiuderci su un target preciso, ma dare la possibilità a tutti di essere ascoltati. Alcuni li dobbiamo però indirizzare ad altri percorsi. La speranza è di offrire a tutti la possibilità di ritrovare un senso, di riprendersi in mano.

 

Non è un lavoro simile a quello che fanno generalmente i preti? (altro…)

Intervista da non perdere del generale dei Gesuiti

tratta da rossoporpora.org – febbraio 2017

centrogumilla-ksae-u10901185900481pgf-1024x57640lastampa-it

Padre Sosa, incominciamo con uno sguardo generale sulla Chiesa prima di passare a parlare di Lei. Da quasi quattro anni la Chiesa cattolica ha come timoniere un gesuita latino-americano e da quattro mesi la Compagnia di Gesù è diretta da un gesuita latino-americano. Soffermiamoci dapprima sulle caratteristiche di novità portate da una Chiesa guidata da un gesuita…

La novità è grande, poiché mi sembra che mai il Fondatore o i gesuiti abbiano covato questa idea in testa. Neppure il gesuita Jorge Mario Bergoglio. Tradizionalmente la Compagnia di Gesù cerca di rendere un servizio alla Chiesa non da un punto di vista gerarchico, ma secondo un’altra ottica: pastorale, intellettuale, educativa. Lo fa in posti e momenti speciali. I gesuiti che sono anche vescovi, rendono questo servizio su richiesta diretta della Santa Sede e in posti in cui altri non vogliono andare o in cui regna una situazione speciale.

Intende suggerire che oggi nella Chiesa regna una ‘situazione speciale’?

Perché un gesuita divenga papa ci dev’essere per forza una situazione speciale. E’ stata la Chiesa a chiedere questo. Per di più l’ha chiesto a un gesuita anziano, alle soglie del pensionamento: e anche questo è un aspetto singolare.

Un gesuita latino-americano…ulteriore novità che riguarda contemporaneamente anche la Compagnia di Gesù…

Questo è un papa che, come me, viene dalla Chiesa latino-americana. Io sono entrato in Compagnia proprio quando si stava concludendo il Vaticano secondo. Il noviziato l’ho finito nel 1968, al momento della Conferenza generale di tutti i vescovi latino-americani a Medellin, aperta da Paolo VI. La nostra elezione è certo un segnale che in questi cinquant’anni la Chiesa latino-americana ha saputo concretizzare seriamente il Concilio, essendosi convertita a tutti i livelli…

La Chiesa latino-americana aveva bisogno di una conversione completa?

La conversione era richiesta dal Vaticano secondo a tutti, con modalità diverse a seconda del proprio servizio nella Chiesa. Ad esempio ai religiosi è stato chiesto di tornare ad abbeverarsi alle loro fonti spirituali. In generale alla Chiesa è stato chiesto di aprire le finestre, far entrare aria fresca, scoprire i cambiamenti del mondo cercando di considerarli seriamente. E’ così che la Chiesa latino-americana ha incominciato a confrontarsi con convinzione con la realtà veramente sconvolgente del continente, una realtà che ancora oggi è dirompente in una situazione in cui la differenza tra ricchi e poveri è la maggiore nel mondo…

L’America latina non è però il continente più povero… 

No, ma certamente è quello in cui la disuguaglianza raggiunge l’apice. Accanto a questa povertà c’è però la fede molto viva della gente…così variata e con tante esperienze di inculturazione. La Chiesa latino-americana dopo il Concilio ha preso un grande slancio ed è riuscita a convertire sia i suoi modi pastorali che le sue strutture sociali, con un’attenzione particolare all’evangelizzazione dei poveri. Lo dico con umiltà e anche un po’ d’orgoglio: sia papa Francesco che io siamo figli di questa storia, frutto di un lavoro non personale, ma collettivo che dura da più di cinquant’anni.

Continua a leggere su Rosso Porpora

Cosa resta del Giubileo. Intervista a Paolino Diral (La Guardia)

pubblicata su La Guardia n.11/2016

Maddalena

Da qualche tempo, passando accanto alla chiesa della Maddalena nei caruggi, capita di soffermarsi sulla scritta “Casa della Maddalena” comparsa sul portone del chiostro. Rappresenta un vero e proprio progetto di “riconversione” della struttura e delle sue funzioni pastorali – sul quale il Giubileo della Misericordia è “caduto” a pennello – che coinvolge l’intera comunità parrocchiale ed è animato da padre Parolino Diral. Inviato a Genova a questo proposito dall’ordine dei Padri Somaschi, veneto d’origine, Paolino ha messo in moto la ristrutturazione di una serie di spazi abitativi per accogliere persone e famiglie nel bisogno, rendendo la comunità attiva e partecipe in questo servizio. Gli abbiamo chiesto un commento su come l’Anno della Misericordia ci interroghi e ci sproni sulle orme di Gesù.


Concluso il Giubileo Straordinario della Misericordia, cosa rimane e cosa far rimanere? 

Prima di tutto la splendida lettera, Misericordia et misera, che papa Francesco ha pubblicato, e che in tutte le comunità cristiane si dovrebbe leggere e mettere in pratica. Assumere la misericordia come punto di partenza per un cammino di liberazione, superando un certo attaccamento alla legge che, senza misericordia (cioè senza Dio), diviene una gabbia per sé e per gli altri. Impariamo che la misura della nostra adesione a Dio non è la legge, ma la Misericordia, il Suo nome.

Perché ti soffermi sul rischio della legge?

Perché con la legge spesso ci giustifichiamo, ci illudiamo di non doverci convertire noi, ma che si convertano solo i “meno bravi”. Di fronte a certa testimonianza della Chiesa, del Sinodo, del Papa, che mina la cecità dell’applicazione della legge, molti che si dicono cristiani si sentono minacciati dalla loro fede nella legge, nel peccato, mentre la rivelazione dell’amore gratuito di Dio che è Padre sembra non interessare. Cosa crediamo che ci faccia crescere di più in gioia e pienezza? Il peccato e la legge o l’Amore?

Del Giubileo rimane anche qualche rimpianto?

La Porta Santa è stata una forte occasione di disporsi ad un incontro con Dio, di fare il punto della propria fede, della propria vita. A volte la si è ridotta al discorso delle indulgenze… Quando si è ridotta la Chiesa a simboli, norme e riti autocelebrativi, quando – spesso anche da parte dei pastori – si è scelto di puntare su adunate autoreferenziali di affermazione del culto stesso (scambiandolo per lode a Dio), non si è testimoniato Gesù nell’ottica che questo Giubileo intendeva. Francesco ripete di continuo che la Chiesa è autentica solo se è testimone dell’amore di Dio nel modo di Gesù Cristo. Ci si dimentica troppo spesso che Gesù, poiché figlio di Dio, è il liberatore, il salvatore dell’uomo, che gli rende memoria e azione del suo amore “fino alla fine”. “Rendere lode a Dio” allora è il servizio verso il fratello. L’ultimo, che in quel momento interseca la mia strada, e questo semplicemente perché così ha fatto Gesù Cristo, il volto del Dio in cui diciamo di credere. Così Lui ha reso gloria al Padre. La Chiesa per essere sale della terra e lievito nella pasta del mondo non dovrebbe “vedersi”. Quando vuole farsi vedere, quando si vede, forse non sta testimoniando Gesù a fondo, ma solo se stessa. Ecco perché dobbiamo tutti convertirci.

Come dovremmo rivedere l’identikit cristiano alla luce di questo Anno della Misericordia?

Con al centro la carità, che non è un optional, un aspetto sociale, la buona azione per essere premiati, è l’essenziale, la radice per essere cristiani. Se oggi fatichiamo a vivere questo nelle parrocchie, è perché per molto tempo è andata bene l’ambivalenza, la mondanità, la tiepidezza, e ci troviamo così a faticare su un discorso evangelico essenziale come quello dell’accoglienza del povero o dello straniero. Lo riteniamo un’eccezione, non la normalità di un cristiano. Si ha il coraggio di rischiare le chiese più vuote, per convertirci al Vangelo? Sconfiggiamo le paure, fidiamoci dello Spirito di Gesù, aumentiamo le occasioni di incontro nelle nostre comunità, il cristianesimo non è moda o tradizione, ma chiamata a testimoniare l’Uomo, né “verso” né “contro”, ma “con” tutti.

Ecuador, intervista a mons. Voltolini (LiguriTutti)

“1000 morti, 12.000 edifici distrutti” è il bilancio del Vescovo di Portoviejo Lorenzo Voltolini, del tremendo sisma avvenuto in Ecuador il 16 aprile scorso e durato pochi giorni nel tritacarne dei media dalla memoria corta. “A fine anno si prevede di concludere la distruzione degli edifici pericolanti, prima di ricostruire”. Ma come Chiesa “abbiamo già cominciato a ricostruire case fin che abbiamo fondi”. “La gente non vuole essere mantenuta” e chiede solo l’aiuto necessario a poter riprendere le attività lavorative e produttive. In visita a Genova monsignor Voltolini, italiano, da 37 anni missionario in Ecuador, parla anche della sua esperienza di “Vangelo della Gioia” tra gli indios e sulla costa del Pacifico. Un Vescovo umile con le maniche rimboccate, un pastore con addosso “l’odore delle pecore” come conferma probabilmente la nomina fresca di ieri nel Dicastero vaticano per la Liturgia, nella tornata di nuove nomine firmata da papa Francesco…

Continua a leggere su LiguriTutti.it