Categoria: lettere

Quando venne la guerra (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro*

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Caro Giacomo, prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi.

La prima volta fui mandato in una latteria dove, per la tenera età e la piccola stazza, arrivavo appena al bancone; lavavo le tazzine e portavo i caffè nei negozi vicini. Nell’estate del 1940 facevo le consegne per un panificio, e l’anno dopo ancora andavo al Politeama Genovese a vendere caramelle, gelati, bibite e cioccolata, durante l’intervallo e alla fine dello spettacolo. Lavorai poi in Piazza Portello nella valigeria Tinelli, che ora è stata sostituita da un moderno negozio di tecnologia; facevo le pulizie e consegnavo alcune ordinazioni. Ma nel frattempo era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Vennero tempi duri per tutti. Dopo un mese cominciò a rivelarsi l’assurdità di quella guerra contro le potenze straniere. I generi alimentari mancavano sempre più, e vennero consegnate delle tessere con tot bollini che servivano per comprare 150 grammi di pane al giorno a persona. Per gli altri generi erano consentiti pochi grammi a testa, e imparammo a conoscere la fame. Intanto i dirigenti del partito fascista raccoglievano la maggior parte dei viveri e li nascondevano in cantine o magazzini.

Erano stati censurati i giornali oppositori, e i politici che non assecondavano il regime erano stati esiliati oltre confine.

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Così affondò l’Andrea Doria (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro, a cura di Giacomo D’Alessandro

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Caro Giacomo, riprendiamo i miei ricordi di vita sul mare. Questa volta devo con molta amarezza rievocare il naufragio dell’Andrea Doria, la nave regina (così chiamata per la sua bellezza) dove mi trovavo imbarcato il 25-26 luglio 1956, esattamente cinquant’anni fa. L’Andrea Doria era l’ammiraglia della flotta passeggeri, e partì da Genova il 17 luglio. Fatto scalo a Cannes, Napoli e Gibilterra, navigavamo verso New York, dove l’arrivo era previsto per le prime ore del 26 luglio. Al comando della nave era il capitano Piero Calamai, personaggio di grande autorevolezza e serietà, stimato dal suo equipaggio. Aveva 59 anni. Io lo conoscevo bene perché da due imbarchi ero incaricato all’Ordinanza del Comandante, ero cioè colui che si cura delle sue divise, del suo appartamento e del servizio a tavola in sala da pranzo.

Il viaggio fu regolare e piacevole. La sera del 25 luglio c’era ancora mondanità, si ballava sulle note di Arrivederci Roma, ma molti passeggeri si erano ritirati nelle cabine per preparare il bagaglio. Da parte mia ero, come alla vigilia di ogni arrivo, ansioso di giungere a New York, dove avrei trovato la lettera di mia madre, in quanto a quel tempo avevo 28 anni e non ero ancora sposato.

Quel tardo pomeriggio l’Andrea Doria era entrata in un fittissimo banco di nebbia. Il comandante Calamai salì sul Ponte di Comando. Gli portai il cappotto d’incerata verso le 17, e alle 19.30 gli servii una piccola cena sopra un vassoio, ma sempre sul Ponte. Dopo mi recai in sala da pranzo per il servizio ai passeggeri, terminato il quale andai in saletta Camerieri, il nostro bar e ritrovo. Lì si chiacchierava del più e del meno quando alle 23’10 avvertimmo un urto di inaudita violenza. La robusta prua rompighiaccio dello Stockholm aveva impattato l’Andrea Doria provocando una enorme falla di 20 metri di lunghezza, 12 di larghezza e 10 di profondità…

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Caro papa Francesco, quando verrai a Genova… (LiguriTutti)

Udienza generale di Papa Francesco

Caro Francesco, quando verrai a Genova abbi pietà di noi. E di una chiesa orfana da troppi anni di cura pastorale fresca, innovativa, essenziale, entusiasta.

Porta la tua benedizione e la tua gratitudine ai tanti preti e religiosi – ho negli occhi i loro volti – che nonostante tutto hanno resistito, hanno cercato il Vangelo, hanno prediletto i poveri, hanno anteposto l’amore e la fratellanza a fredde dottrine e formalismi nostalgici. Porta la tua carezza a tutte le famiglie, le coppie, gli anziani, i giovani, che nonostante tutto hanno cercato di incarnare una chiesa in uscita, dribblando direttive e impostazioni antiquate, staccate dalla realtà, che dall’alto continuavano a calare, aride.

Troverai a Genova svolazzanti talari segno di identità fragili e del bisogno di affermarsi, rivendicarsi, distinguersi. Perdona e porta pazienza per coloro che hanno subito una formazione e una direzione rigida, superata, imbalsamante. Sappi che diversi giovani che avrebbero volentieri servito questa chiesa da sacerdoti, sono stati ostacolati proprio a causa di una loro impostazione più aperta e della loro preparazione…

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In difesa del Classico


Imparare a capire, ad approfondire, a meravigliarsi apre le porte della passione.

Con quella si può diventare chi si vuole.

E vale molto più di trovare subito un posto alla catena di montaggio, prima ancora di essersi chiesti “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e rimpiangerlo per il resto dell’esistenza.

Unioni civili, una risposta ai vescovi liguri

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Noi, laici liguri, sentiamo il grave dovere di esprimere, innanzitutto a voi Vescovi e alle vostre curie, la nostra preoccupazione per il momento che attraversano le diocesi. Oltre alla marcata autoreferenzialità con cui ci sembra che continuiate a governare, ignorando e non favorendo percorsi di partecipazione e collegialità (né nel linguaggio che adoperate, né nei piani pastorali che fate, né nelle formazioni collettive che predisponete), notiamo con dispiacere che fate un uso decisamente opportunista dell’enorme patrimonio pastorale che ci sta donando papa Francesco, cavalcando perlopiù solo le battaglie che portavate avanti anche prima, di rivendicazione nella società civile dell’“identità cristiana” (bioetica, diritti civili, presenza liturgica e formale nella società). Non abbiamo notato un’altrettanta decisione (né umiltà) nell’assumere quella stragrande maggioranza di stimoli del pontificato di Francesco inerenti l’autocritica delle strutture ecclesiastiche e di un certo cristianesimo di facciata, di un clericalismo spinto e malsano, di una chiesa preoccupata di difendere se stessa invece che di condividere il Vangelo con radicalità e povertà in dialogo con l’umanità tutta, una chiesa che si preferisce “sporca” come un ospedale da campo, piuttosto che chiusa nei suoi riti e nelle sue dottrine.
Siamo preoccupati per il livello di competenza e adeguatezza al ruolo cui siete stati nominati (con criteri peraltro oscuri e poco partecipati dalle comunità locali), vedendo che – per fare un esempio – poco o nullo spazio avete dato a passaggi recenti di storica importanza come le consultazioni del popolo di Dio attraverso i questionari per il doppio Sinodo dei Vescovi (proprio sulle sfide della famiglia). Restiamo pertanto perplessi (per non dire infastiditi) nel sentirvi ancora predicare, ma così poco ascoltare, soprattutto su di una esperienza come quella dell’amore coniugale e genitoriale, che non vivete in prima persona, rinchiusi nella legge medievale del celibato obbligatorio, a causa della quale ci mancano pastori qualificati – come prescritto nella lettera di San Paolo a Timoteo – dall’essere “buoni padri di famiglia”:
Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (1Timoteo 3:2-5)
Ci chiediamo come mai non ci avete suggerito e guidato con la stessa veemenza, in occasione della predominanza popolare e mediatica ventennale di personaggi politici come l’ex Cavaliere Berlusconi, col quale così a lungo avete mercanteggiato in favori politici e consensi, o se non altro taciuto di fronte al danno culturale ed educativo fatto, anche in tema di famiglia e strumentalizzazione della religione a fini politici.
Continuate a ventilare le unioni stabili tra persone dello stesso sesso come un vulnus all’istituto della famiglia cosiddetta naturale, ma non capiamo come mai in questi anni non avete saputo mettere in guardia le vostre comunità da “bestie” come il capitalismo selvaggio, la finanza scriteriata, il consumismo fine a se stesso, l’individualismo delle famiglie, la scarsa formazione cristiana degli adulti (quale catecumenato nelle parrocchie e nelle diocesi, sull’ABC del cristianesimo?), lo scarso spazio di protagonismo dato ai giovani, con strutture ecclesiali clericalizzate da preti-piloti a ogni livello. Tutto questo ha realmente svilito l’istituto delle famiglie: cristiani tiepidi e perfettamente indistinguibili dal sistema mondano (salvo per qualche messa in più e qualche sbraito moralista) sono i primi controtestimoni di quale valore abbia “fare famiglia” sulle orme del Vangelo. Matrimoni mal preparati e mal celebrati, con conseguenti naufragi in quantità, sono stati sufficienti a dare alle nuove generazioni l’idea che in fondo la “forma” dell’unione conta poco, che l’etichetta di “cattolico” (se i risultati sono questi) aggiunge nulla, mentre la qualità delle persone e dell’impegno progettuale tra chi si ama, forse merita più attenzione.
Siamo preoccupati della vostra crescente distanza dalla realtà, da un mondo in cui siete sempre più irrilevanti come istituzioni ma anche come persone, senza interrogarvi, fare autocritica, lasciare vesti e attrezzi folcloristici, sperimentare modalità diverse di “stare in mezzo alla gente”, cercare soprattutto di ascoltare, perché come ha ribadito papa Francesco, in certe situazioni storiche il Vescovo deve saper andare dietro al fiuto del suo popolo, più intuitivo della realtà e di una declinazione del Vangelo secondo i segni dei tempi.
Vi chiediamo di aiutarci nel dare sostegno spirituale e sociale a ogni forma di amore autentico, stabile, rispettoso e dignitoso, “sacramento” ovvero segno dell’amore di Dio per l’umanità. Di valorizzare le testimonianze più belle (e vicine alla gente) di fede incarnata nella storia. Di aiutarci a intraprendere cammini alternativi nel modo di abitare il territorio, di vivere da famiglie in comunità, di condividere i beni economici e i beni materiali, di convertire lo stile di vita verso un’accoglienza delle diversità, a partire da chi ha più bisogno, fino al piano della sostenibilità ambientale. Di tornare all’essenza del cristianesimo nella testimonianza di Gesù di Nazareth e di una Scrittura ben interpretata, alla luce dell’aggiornamento biblico. Di preferire i dialoghi ai discorsi, di cercare luoghi privilegiati di ascolto della quotidianità, uscendo dalle curie e mischiandovi tra la gente, nei vari ambienti. Di ricalcare il Vescovo di Roma negli atteggiamenti più significativi e sui temi che più gli stanno a cuore, e soprattutto nella capacità di mettere in atto trasformazioni e cambiamenti partecipati, in un impegno sociale per l’umanità.
Ogni volta che fate queste cose, vi sentiamo “al servizio della chiesa”, che è il “popolo di Dio in cammino”, e in cammino con noi tanti, ricordandovi (sempre con le parole del papa) che quella del servizio è l’unica autorità legittima che compete alla vostra chiamata.
Cordialmente
Giacomo, in dialogo e in ricerca, con sincerità…
…e tanti altri laici impegnati a ogni livello, con cui mi confronto continuamente.

Dagli Attici degli Apostoli

Leggo la lettera del prete e biblista Paolo Farinella al Cardinal Tarcisio Bertone, relativa alla “donazione” di 150mila Euro all’Istituto Bambin Gesù, seguita alla polemica sull’attico “regale” restaurato con fondi destinati alla carità.

Mi chiedo con sincerità se persone di questo calibro si rendano conto di un decimo del male che hanno fatto alla loro stessa missione e comunità d’origine. Se questa è una vita “offerta per molti”, facevano meglio a spendersela per i fatti loro. E tanti, dal basso, sostengono queste cose da sempre, Vangelo alla mano. Senza bisogno di processi o di giornali. Chi ha orecchie, intende.

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.

Lettera a Papa Francesco di Suor J.Chittister – traduzione

di Suor Joan Chittister

Caro Papa Francesco,

La tua visita negli Stati Uniti è importante per tutte noi. Ti abbiamo guardato rendere il papato un modello di ascolto pastorale. Sei diventato per noi un potente promemoria di un Gesù che cammina tra le folle ascoltandole, amandole, curandole. Il tuo impegno verso la povertà e la misericordia, verso le vite dei poveri e la sofferenza spirituale di molti – per quanto possano sentirsi materialmente sicuri – dà a noi nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa.

Una Chiesa che si occupa più del peccato che della sofferenza di coloro che sopportano i fardelli del mondo è una chiesa debole, in realtà. Di fronte al Gesù che si è accompagnato con i più sofferenti, i più emarginati dalla società, sempre giudicando solo i giudicatori, la tua insistenza è la lezione di tutta una vita per i religiosi presuntuosi e “di mestiere”.

E’ con questa consapevolezza che solleviamo due questioni:

La prima è la spaventosa povertà alla quale richiami incessantemente la nostra questione. Tu rifiuti di consentirci di dimenticare la disumanità delle periferie in ogni dove, i senzatetto sui marciapiedi della nostra società, gli sfruttati, i sottopagati, gli schiavi, i migranti, i vulnerabili e gli invisibili ai potenti del nostro tempo. Tu fai vedere al mondo ciò che abbiamo dimenticato. Ci chiami a fare di più, a fare qualcosa, a provvedere lavoro, cibo, case, educazione, diritto di parola, quella visibilità che porta dignità, decoro e sviluppo integrale.

Ma c’è una seconda questione in agguato sotto la prima alla quale potrebbe essere necessario da parte tua dare altrettanto seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori pagati; poche donne nel mondo hanno lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, legali e religiosi nel matrimonio; poche donne li hanno. Gli uomini hanno garantita un’istruzione; poche donne nel mondo possono aspettarsi lo stesso. Gli uomini hanno accesso a posizioni di potere e autorità fuori casa; poche donne nel mondo possono sperarlo. Gli uomini hanno diritto di proprietà; la maggior parte delle donne nel mondo vedono negato questo diritto dalla legge, dal costume, da tradizioni religiose. Le donne sono possedute, picchiate, violentate e schiavizzate regolarmente, semplicemente perché sono femmine. E peggio di tutto, forse, sono ignorate, respinte, come esseri umani a pieno titolo, autentiche discepole, dalle loro chiese, inclusa la nostra.

E’ impossibile, Santo Padre, essere seri nel fare qualcosa per i poveri e allo stesso tempo fare poco o nulla per le donne.

Ti imploro di fare per le donne del mondo e della chiesa ciò che Gesù ha fatto per Maria che lo portò in grembo, per le donne di Gerusalemme che hanno reso possibile il suo ministero, per Maria e Marta di Betania alle quali ha insegnato la teologia, per la Donna Samaritana che è stata la prima a riconoscere Gesù come Messia, per Maria di Magdala che è chiamata Apostola degli Apostoli, e per le diaconesse e le leader delle chiese domestiche e delle prime comunità.

Fino ad allora, Santo Padre, niente può davvero cambiare per i loro bambini affamati e le loro condizioni di vita disumane.

Siamo felici tu sia qui per parlare di queste cose. Abbiamo fiducia che tu le possa cambiare, a partire dalla Chiesa stessa.

19 settembre 2015

(traduzione Giacomo D’Alessandro)