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I MALI SEPOLTI. MORTE A PARIGI (di MV)

tratta da liberation.fr

di MV*

Giovedì 6 giugno un ragazzo è morto.
Capita spesso, anche troppo. Però si sa, fa parte della vita…una vita dura e orribile che bisogna prendere per quello che è, giusto? Il dolore, la perdita, il lutto, la sofferenza, quella nostra o degli altri, fa parte della vita… Eppure, di fronte a questo dolore, di fronte all’uguaglianza radicale nel morire, non tutte le morti sono uguali. Questa è una di quelle. Ci sono morti che svegliano la coscienza. È vero, so bene anch’io che in fin dei conti torna a dormire molto presto ma quantomeno l’atto rimane. Volente o nolente, per tanto o per poco, la coscienza di ognuno si è alzata. In questo caso, questa morte si vedeva addirittura per strada. Le schiere di poliziotti dappertutto erano i segni visibili di qualcosa di orribile appena accaduto. Passeggiando per Saint Michel non sapevo ancora cosa, l’ho scoperto dopo, rientrando a casa.
La morte di un ragazzo di 19 anni, ammazzato da un gruppo di skinhead che non avevano apprezzato il suo noto impegno antifascista. Naturalmente, benché il tutto fosse avvenuto in una zona molto affollata di Parigi (Saint Lazare) in pieno giorno, i tre sono riusciti a scappare (la loro natura glielo impone, del resto). Non tutte le morti e le ingiustizie sono uguali, non tutte riescono a fermarci e a farci riflettere su noi stessi e sui nostri errori. Già, perché la domanda che morti come queste dovrebbero svegliare in ognuno di noi è “cosa posso fare, come uomo, per rendere questo mondo migliore?”. È di fronte a questa domanda che la coscienza di sveglia, dopo essersi dimenticata di se stessa nelle pratiche di tutti i giorni. Ci sono morti che attirano la nostra attenzione e parlano alla nostra anima perché ci scuotono di fronte a mali che credevamo sepolti.
Comunisti? Fascisti? Destra? Sinistra? Perché oggi deve ancora esserci un impegno antifascista? Questa è la domanda radicale che noi membri di una società democratica e pluralista dovremmo porci. Al di là delle etichette e della società, del gruppo di appartenenza, borghese o rivoluzionario che sia, ci dobbiamo fermare a riflettere sul fatto che un ragazzo è morto. Per davvero, non in un film o in un racconto. Per la strada, sotto gli occhi di tutti. Dopo aver compreso ciò, ci dobbiamo chiedere da chi è stato ucciso e perché.
Persone che muoiono per una rapina ci possono dire qualcosa sull’avidità o meno di una presunta “natura umana”, ma morti come queste ci mettono di fronte al durissimo compito di rendere ragione della stupidità umana. Un compito arduo, forse impossibile. Limitiamoci allora a riflettere su qualcos’altro, sui mali sepolti. Nella vita di tutti i giorni ognuno di noi vive sopra una certa soglia di coscienza: quando siamo di fronte al lavoro o alle faccende quotidiane non ci chiediamo, infatti, quale sia il senso di ciò che facciamo né perché lo stiamo facendo, lo facciamo e basta. Si potrebbe dire che, quindi, passiamo la maggior parte della nostra esistenza in uno stato di semi-incoscienza latente. Questo di per sé non è nemmeno un problema; sarebbe alquanto difficile vivere normalmente se ogni istante della nostra vita ci dovessimo porre domande sul senso dell’esistenza radicale del nostro essere, in una continua autocritica della coscienza morale.
Il problema è che al di sotto di quella linea della coscienza stanno anche i mali radicali che pensiamo lontani, dimenticati, appartenenti al passato. Il fascismo è uno di questi ed è un male radicale perché appartiene alla déraison e alla volontà intenzionale. Ma il fascismo è anche un male dimenticato, perlopiù. Insomma dai! Il fascismo era quello dei nostri nonni, no? Quello dei partigiani, delle canzoni, di “bella ciao”, della festa dell’unità e del 25 aprile… Cos’ha ormai a che vedere coi nostri giorni? Quel tempo è passato, è lontano. Fa parte di una storia che non ci riguarda più. Che senso ha parlare ancora di fascismo e antifascismo nel 2013?
È in quel momento che il male risorge. Risorge ogni volta che lo crediamo dimenticato e superato, addomesticato in qualche modo, sotto controllo. Appartenente ad una storia muta e lontana. Per questo certe morti sorprendono più di altre. Non siamo pronti, non ce lo aspettiamo, ci prendono alla sprovvista. E siamo incapaci di farcene una ragione. Come può, oggi, un ragazzo di 19 anni essere picchiato a morte da un gruppo di fascisti?
Credo che per questo la coscienza si scuota e si svegli per opporsi a tutto ciò. Non dimentichiamo che in Francia è da poco stata approvata una legge sul matrimonio e sulle adozioni alle coppie omosessuali. Non credo sia un evento del gioco d’azzardo sociologico assistere nel giro di così poco tempo alla morte di un attivista antifascista e al suicidio, nella cattedrale di Notre Dame, di un anziano attivista omofobo.
Di fronte a tutto ciò ognuno di noi si deve allora fare delle domande e chiedersi dove vuole essere. Da che parte della barricata voglio essere, come persona?
Si tratta di decidere se essere dalla parte della libertà per tutti o dalla parte della libertà per il proprio gruppo, in definitiva, quindi, se essere per la libertà degli altri o per la propria. Si tratta di decidere se essere a favore di diritti civili più egualitari per tutti o della salvaguardia differenziale dell’esclusione dei diversi dalla comunità dei normali.
Per tutte queste domande non abbiamo mai tempo, così la coscienza si dimentica di se stessa e noi con lei. Ma arriva sempre un evento a ricordarci che non possiamo eludere certe domande. Prima o poi, dovremo scegliere da che parte stare.
Questo voleva solo essere un piccolo omaggio alla morte assurda e idiota di un ragazzo che combatteva per un male dimenticato, una morte che ci richiama a noi stessi dalla nostra quotidianità e ci unisce tutti nel nome di Clement Meric.

* MV è lo pseudonimo scelto da un collaboratore di FiatoCorto. Da poco ottenuta la laurea triennale in Filosofia all’Università di Genova, MV studia filosofia a Parigi e ama pensare, dialogare, studiare e scrivere, sia racconti sia argomenti filosofici. Ci suggerisce in particolare spunti che a partire dall’attualità vanno a toccare concetti e ragioni più profonde e per questo alla base di ogni comprensione.

IL VOTO DI IERI E LE SPERANZE DI DOMANI (di MV)

tratta da giornalettismo.com
di MV

All’indomani dell’esito delle elezioni politiche 2013 in Italia proporre un commento da parte di una persona dedicata alla parte più “politica” di questo blog mi sembra non tanto un’ovvietà quanto un atto semplicemente dovuto. 
È diventato ormai un luogo comune dire che queste elezioni rappresentano un’anomalia nella storia della politica nazionale, in realtà non tanto per il risultato in senso stretto (l’ingovernabilità aveva già vinto con Prodi nel 2006) quanto per l’offerta politica in campo. Ma l’anomalia è anche l’occasione di queste elezioni, la sfiducia ad un governo tecnico salito in seguito alla sfiducia di un governo istituzionale. Si potrebbe concludere che in Italia vi sia un problema di fiducia nel prossimo in generale.

Hanno vinto tutti, e non ha vinto nessuno. Questo è quanto. Ma ha vinto, soprattutto, come si diceva, l’ingovernabilità; situazione matematica del pareggio elettorale. Tuttavia, il problema si pretende risolto dall’assegnazione del premio di maggioranza più generoso d’Europa che ha dato la maggioranza dei seggi alla coalizione di centro-sinistra alla Camera, risultato azzerato dalla maggioranza dei seggi al centro-destra al Senato.

Cercando di lasciare fuori dalla porta il senno di poi, non si può non dire qualcosa sui capi vincitori e le loro politiche elettorali. Partiamo da Berlusconi: al momento del passaggio del testimone ad Alfano l’elettorato pidiellino si era dato alla macchia e alla tundra siberiana, da quel momento nessuno lo aveva più visto. Poi, nell’ottobre 2012 accade il miracolo per alcuni e l’incubo per altri. Dopo l’ennesima dichiarazione sbugiardata Berlusconi si ricandida riponendo il povero Angelino nel cassetto da dove lo aveva tirato fuori. Personalmente avevo immaginato un manifesto elettorale che potesse rappresentare alla perfezione questo revival, ma non credo che al Pdl sarebbe stato preso in considerazione: un’immagine del Cavaliere calato nell’armatura di Aragorn mentre guarda minaccioso gli avversari brandendo in alto la spada che un tempo sconfisse Sauron l’Oscuro Signore, con sotto la scritta a caratteri cubitali “IL RITORNO DEL RE – Berlusconi Presidente”. Il Cavaliere ha saputo ricostruirsi una base di consensi su una semplicissima manovra: il voto di scambio. Il punto più basso che un politico possa toccare.

Su Bersani non c’è molto da dire se non che anche questa volta ce l’aveva quasi fatta. A perdere. Dopo l’abdicazione del Kaiser Silvio e la vittoria alle primarie su Renzi, il PD è semplicemente sparito, scomparso dalla scena politica italiana. La sua governancedella stasi, dell’immobilità, dell’attesa, del nulla ha a dir poco affossato l’elettorato di sinistra determinando la principale causa della sua “sconfitta”. O meglio, hanno vinto, come ha detto subito Letta. Il punto è che ci vuole una certa dose di coraggio e di disonestà intellettuale nel dire che Pirro ad Ascoli Satriano ha sconfitto i romani.
Ma dove ha fallito Bersani è riuscito Grillo. Se il primo, infatti, non ha saputo leggere, insieme ai suoi vertici, la situazione socio-politica del Paese, è stato sicuramente più capace in questo il secondo. In un momento in cui la parola d’ordine è rinnovamentoun leader deve capire che non può più proporre la vecchia politica sindacale di partito, tenuta in piedi da nemici immaginari e sogni sfumati.

Tornando a Grillo, che si può dire? Un risultato che trascende le previsioni e le speranze dello stesso Grillo e del Movimento 5 Stelle. Certo, per il bene del Governo si potrebbe dire che, forse, di voti ne ha presi anche troppi. Un 20% al posto di un 25% con un 5% in più al centro-sinistra avrebbe significato un ruolo di opposizione altrettanto efficace per il Movimento e una garanzia di stabilità al PD. Ma come tutti i ragionamenti politici fondati su periodi ipotetici del terzo tipo, anche questo lascia il tempo che trova. Quello che la configurazione politica offre oggi è una grande incertezza, una profonda inquietudinesu tutta la società italiana. Credo sia importante, tra gli elettori di Grillo, distinguere tra quelli che lo hanno votato fino in fondo e quelli che, all’indomani del voto, si sono detti “cavoli, però forse ne ha presi un po’ troppi, e ora come facciamo?”. Lo dico perché non si può gridare all’esasperazione e abbassare la voce quando è il momento di fare sul serio. Ad ogni modo, non credo neanche siano così fondati nemmeno quei timori d’incompetenza politica che fanno il cavallo di battaglia degli anti-grillo. Anche e soprattutto perché non sono al governo, mentre nell’umore collettivo se ne parla come se si parlasse dell’esecutivo.
Ad ogni modo, se non la diamo adesso la fiducia a queste persone, a questi volti nuovi che hanno reso il nostro Parlamento il più giovane d’Europa, quando gliela diamo? Quello che voglio dire è che occorre partire da una ridefinizione dei concetti, come appunto quello di “esperienza politica”.

Voglio chiudere con alcuni consigli al movimento di maggiore opposizione che ci sia in Italia. Le sole speranze che hanno i suoi membri per farlo diventare qualcosa di più di un abbaglio momentaneo sono due condizioni: che facciano bene di fronte all’incredibile possibilità che il Paese gli ha dato e che Grillo rinunci alla sua creatura facendosi da parte. Se così non fosse ci saranno ottime probabilità che il movimento imploda su se stesso. Al contrario, chissà, una distanza dagli atteggiamenti più autocratici di Grillo potrebbe tradursi in un notevoleallargamento della sua base elettorale.
Una cosa è certa: ormai nessuna forza politica potrà più far finta di niente e ignorare le nuove istanze di pulizia, trasparenza e onestà promosse dal Movimento. Amici, se questo sarà l’inizio di un nuovo corso della politica italiana, di un nuovo modo di fare politica, allora ben venga. Non ho nulla da obiettare. L’Italia ha un problema di forma prima ancora che di contenuto.



*MV è lo pseudonimo scelto da un amico di FiatoCorto che inizia oggi a collaborare a questo blog. Da poco ottenuta la laurea triennale in Filosofia all’Università di Genova, MV ama pensare, dialogare, studiare e scrivere, sia racconti di vario genere sia argomenti filosofici. Ci suggerirà in particolare alcuni spunti che a partire dall’attualità vanno a toccare concetti e ragioni più profonde e per questo alla base di ogni comprensione.
Post dello stesso autore

C’ERA UNA VOLTA IN FRANCIA…LE UNIONI GAY (di MV)


di MV*

Era da qualche tempo che covava sotto il suolo francese quella che sarebbe diventata una bomba sociale destinata a costituire una pietra di paragone per i tempi a venire. La discussione sul matrimonio omosessuale ha iniziato a serpeggiare e a muovere i primi umori dall’inverno passato, Hollande aveva fatto illo temporedel diritto all’unione matrimoniale di persone dello stesso sesso uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Era chiaro dunque che alla fine il nodo sarebbe venuto al pettine.
Quello che ha lasciato a bocca aperta i vicini di banco europei è stato però un sì che i più scettici, come il sottoscritto per esempio, non credevano sarebbe arrivato. Poi è successo. Per davvero. È quindi ormai quasi acquisito che le persone dello stesso sesso in Francia abbiano il diritto di sposarsi e di creare una famiglia che sia legalmente riconosciuta.

Adesso, un brivido corre lungo la schiena della società italiana, in particolare di una certa società, quella che teme il peggio…che teme il baratro… Senza volermi dilungare troppo su giudizi di principio tengo solo a rilevare un dato; questo voto, quello francese, ha messo l’Italia e l’Europa intera di fronte a un dato di fatto rispetto al quale è difficile girare lo sguardo. È chiaro che ancora oggi il dibattito sia molto acceso e volino minacce di ricorsi in appello e modificazioni importanti al testo di legge, ciò che resta intatto sono però l’ampiezza e la risonanza di quel . Come chiunque persona che faccia politica saprà meglio di me ci sono o no che hanno un peso diverso dagli altri, ci sono che passano del tutto inosservati come se non fossero mai esistiti e ci sono che invece fanno la storia. Questo è senza dubbio uno di quelli.


Così, quando un Paese è posto di fronte alla storia si genera in lui l’occasione di un dibattito sociale diffuso, capace di accendere fino alle viscere gli animi dei partecipanti e di cambiare, col tempo, persino aspetti della coscienza sociale di appartenenza. D’altra parte, se è vero com’è vero che ogni dialogo ci vede uscire diversi da come vi siamo entrati, il dibattito sociale crea l’occasione di un cambiamento in cui una società si vede diversa rispetto a se stessa. Ogni cambiamento, però, genera paura, non è una novità; paura di abbandonare quelle poche certezze su cui crediamo fondata la nostra sicurezza. Ecco perché quel fa così tanta paura ad una certa società italiana, che sono certo non aspetterà altro che il primo fatto di cronaca per far vedere a tutti quanto una punizione divina non tardi ad arrivare per chi osa sfidare il corso naturale degli eventi. Si dirà: “vedi…hai visto cosa hanno voluto fare? Eh, se la sono cercata…se stavano al loro posto”. E così tante altre cose che faranno accapponare la pelle.

Tornando a noi, bisogna dire che, rispetto all’Italia, in Francia non fare ciò che si è proclamato in campagna elettorale rappresenta il principale motivo di una non rielezione alle politiche successive. È il motivo per cui ciò che si dice diventa una promessae mantenere le promesse è un valore morale che vale il doppio per un uomo politico rispetto a tutti gli altri. Aspetto che nella politica nostrana in qualche modo tende a sfumare fino a non costituire più una ragione sufficiente di cui ricordarsi in sede di voto. Dietro a questo fenomeno stanno ragioni sociologiche profonde che non ho intenzione di sviscerare in questo momento.
Questo per dire cosa? Che stia pure tranquilla la nostra buona società perché se mai qualcosa di simile sarà sbandierato dal primo politicante in cerca di consensi estremisti, questo non costituirà minimamente la certezza di un’attuazione della proposta, di ragioni ce ne sono e ce ne saranno sempre mille e si farà in tempo a trovarne in abbondanza.

In più, in questo momento della vita nazionale, gli italiani stanno giusto cominciando a parlarne, prova ne è che sbandierare una proposta simile in campagna elettorale significherebbe cercare di buttare via voti piuttosto che raccoglierne. Tuttavia, anche se siamo all’inizio del dialogo e del confronto, è bene ricordare un paio di cose a chi si appresta a parlare.
Attenzione, perché la questione del matrimonio gay è particolarmente spinosa e le difficoltà maggiori stanno, per una volta, dalla parte di chi si dice contrario piuttosto che favorevole. In che senso? Nel senso che non è questione tanto dell’essere d’accordo quanto dell’impossibilità di non esserlo. Riflettano bene i signori che si vogliono affacciare in un dibattito serio perché sotto ogni punto di vista, sia esso filosofico, morale, sociale o giuridico, la posizione contraria è semplicemente indifendibile.

Credo si possa essere tutti d’accordo nel dire che, per avviare un dibattito, si debba partire da un’analisi delle posizioni dell’altro. Ora, questa tematica rappresenta come poche altre il campo di applicazione massima di questa prima norma. Senza volermi dilungare in una teoria del dialogo anche eccessiva mi limito a riassumere quelle che sono indicate come le ragioni del no, e, attraverso esse, quelle del .
Partiamo da una premessa, non occorre essere cattolici per essere contrari al matrimonio omosessuale. Allo stesso tempo, però, non nascondiamoci dietro a un dito, molto spesso le posizioni coincidono. Le ragioni del no si articolano quindi su più punti, vale a dire 1) l’innaturalità di questa nuova pratica, 2) lo scardinamento del fondamento sociale del nostro tempo, e 3) i danni pedagogici irrimediabili che verrebbero a verificarsi nei confronti del bambino; possiamo classificare questa triade come argomenti maggiori.

In realtà, non è difficile vedere come questi tre argomenti facciano parte di uno stesso discorso dove l’uno è implicazione dell’altro. Per ora, procediamo con ordine.
Per quanto riguarda la “naturalità” credo che duemila anni di storia occidentale (mi voglio limitare a quella più vicina a noi non per ragioni di etnocentrismo ma perché credo ve ne sia già abbastanza) dovrebbero averci insegnato qualcosa. Prima di invocare la naturalità, di fronte a tutte le guerre, i massacri, gli abomini, gli abusi e le miserie che sono state commesse in nome della natura e dell’ordine naturale credo che si farebbe meglio a pensare due volte a quello che si dice. Non solo, ammesso anche che vi sia una qualche naturalità dell’accoppiamento eterosessuale, non è scritto da nessuna parte che perfino la natura non possa sbagliare. A chi crede nell’infallibilità della natura voglio dire di andarlo a spiegare ad una madre che partorisce un bambino morto, è nella natura delle cose? Questo per dire cosa? Che l’idea di natura non porta in sé alcuna normatività, in altre parole, il fatto che una cosa accada non vuol dire che essa debba accadere. La natura è solo un altro modo per discolparci delle nostre responsabilità individuali. Quindi se è per natura che dobbiamo impedire ai gay di sposarsi ricordiamoci che la natura si può anche sbagliare.

Per quanto riguarda la paura di un sovvertimento dell’ordine sociale costituito vorrei tranquillizzare i più. La famiglia come fondamento del nostro assetto sociale non è in realtà in discussione. Perché? Perché non si tratta e non si è mai trattato di abolire il matrimonio eterosessuale! O forse crediamo che le coppie omosessuali non esistano? Crediamo che inizieranno a spuntare come funghi una volta approvata una legge che ne regoli il matrimonio? Siamo seri. Qui si tratta di accordare ad una minoranza di cittadini l’accesso a diritti fondamentali. E il fatto che esistano così tante coppie che di fatto vivono e sognano una famiglia insieme dovrebbe ormai essere la sola ragione sufficiente per l’approvazione di una legge che ne regoli lo statuto e ne garantisca i diritti. Due esempi simbolo: dopo una vita passata insieme, alla morte di uno dei due compagni spunta sulla scena il cugino d’America per reclamare quello che gli spetta “di diritto”, con una sola differenza, uno è un compagno di vita col quale ha condiviso le avventure di un’esistenza che non vedrà un euro, l’altro un perfetto sconosciuto di cui non ricorda neanche il nome che vede recapitarsi la sua parte di eredità in quanto “parente”. L’altro: una coppia lesbica ha un figlio, alla compagna non è permesso assistere al parto e vedere il bambino perché non è parente.

Per quanto riguarda invece infine il terzo argomento, quello pedagogico, qui avviene uno spostamento di campo. Passiamo dal diritto individuale a quello del bambino nel caso dell’adozione. È molto semplice, nessuno studio ha mai dimostrato, in maniera plausibile, che dall’educazione di una coppia gay uscirebbe un figlio gay come due più due fa quattro. Ma anziché pensare agli scompensi che provocherebbe in termini di figure di riferimento un’educazione “omosessuale” pensiamo agli sfaceli educativi perpetrati nelle famiglie “naturali”. La lista di disastri educativi è lunga e non ho intenzione di elencarla, anche perché in un certo senso riguarda tutti noi. Mi limiterò a rilevare un dato: se una coppia omosessuale non è capace di educare un figlio niente fa supporre che una coppia etero lo sia.

Queste sono le principali linee di un dibattito serio che andrebbe invece sviluppato in altra sede. Tuttavia, già da queste poche parole si può intravedere quanto sia difficile sostenere una posizione contraria piuttosto che favorevole. Salvo che, naturalmente, uno non decida di votarsi a quel serbatoio di ragioni teologiche indistruttibili che sono però a mio avviso indegne di società post-metafisiche.
Non volendovi annoiare troppo rinvierò la ragione di quanto appena detto ad un’altra occasione, per il momento vorrei solo proporre un parallelo per concludere il nostro discorso: nel 1865 il governo federale degli Stati Uniti d’America dichiara fuorilegge la secolare istituzione della schiavitù. Le ragioni addotte in difesa di tale abominio facevano leva per lo più sulla pretesa naturalità di questa istituzione, sulla pelle “negra” come segno d’inferiorità ontologica e sull’impossibilità di trovare un luogo più adatto all’interno della società americana che non fosse quello di servire l’uomo bianco. Ovviamente non voglio dire che matrimonio e adozione per coppie omosessuali e schiavitù siano la stessa cosa. Dico semplicemente che vi sono punti di contatto in ciò che rappresentano nella loro essenza: la lotta da parte di “minoranze” per il riconoscimento di diritti, civili in un caso, umani nell’altro.

Come dicevo prima, ci sono che valgono più di altri, che hanno la capacità di scavare in profondità e di inscriversi nella memoria collettiva di un gruppo; vi sono che hanno la capacità di ispirare i più alti principi di libertà e di uguaglianza di cui l’uomo sia capace. Vi sono occasioni in cui un Parlamento, con la propria votazione, ha la possibilità di dimostrare la superiorità del popolo che rappresenta. Il francese è uno di questi, e il mio auspicio è che diventi al più presto europeo.
Alcune votazioni permettono ad una collettività di mostrare il proprio valore, fanno entrare un popolo nella storia e lo innalzano ad esempio di grandezza morale e civile per tutta la posterità. Come si può vedere, la politica è anche questo. Non è solo ruberia, come spesso vogliono farci credere, ma la possibilità della grandezza: un cammino verso un futuro di libertà, uguaglianza e giustizia. Questo francese è una lezione suprema dalla quale l’Italia e gli italiani hanno solo che da imparare.



*MV è lo pseudonimo scelto da un amico di FiatoCorto che inizia oggi a collaborare a questo blog. Da poco ottenuta la laurea triennale in Filosofia all’Università di Genova, MV ama pensare, dialogare, studiare e scrivere, sia racconti di vario genere sia argomenti filosofici. Ci suggerirà in particolare alcuni spunti che a partire dall’attualità vanno a toccare concetti e ragioni più profonde e per questo alla base di ogni comprensione.

COME SI APOSTROFANO CREDENTI E NON CREDENTI (di MV)

SEMPRE SULL'(IN)OFFENSIVA

di MV*

Non so se anche voi siate attenti e devoti lettori del nostro comune amico Giacomo D’Alessandro; personalmente trovo le sue iniziative sempre degne di ascolto e di meditazione, soprattutto riguardo a temi non indifferenti come Chiesa, comunicazione, giovani, per citarne alcuni. A questo proposito ho letto con interesse la conversazione che ha tenuto con Fabrizio Valletti, gesuita, riguardo all’aiuto concreto che si può offrire a chi ha veramente bisogno. Fede, aiuto, religiosità, generosità, amore…ma soprattutto credenti e non credenti che lavorano fianco a fianco. Proprio su questo era incentrato il dialogo, su quel sentimento che oltrepassa le barriere e unisce tutti in ciò che davvero conta.
Si tratta di iniziative che non hanno bisogno di commenti o elogi giacché la loro nobiltà è già di per sé evidente. Però, c’è un però…come quando si guarda un bel film e improvvisamente si è colpiti da una scena che si reputa fuori luogo o eccessiva, o quando si guarda un paesaggio e si nota qualcosa che stona in maniera troppo forte per non accorgersene. Ora, messe da parte le metafore da due soldi, il punto è che vi è una frase che ha suscitato in me lo stesso effetto. Vi è stata una frase, una locuzione o come la volete chiamare, che ha stonato nella mia lettura, l’unica che abbia trovato il mio disaccordo. “Per il futuro occorre saper lavorare ancora di più con chi è impegnato a fianco dei poveri anche se non riconosce o non ha sviluppato una coscienza di fede“.
L’intento e il senso sono chiari: bisogna che le persone mosse da fede aumentino e rafforzino i loro rapporti con quelle che non lo sono nell’aiuto dei poveri, ovverosia in ciò che davvero le unisce in un senso più alto.
Solo un folle potrebbe essere in disaccordo con questa tesi. Ma le frasi sono fatte di parole e le parole hanno un proprio peso e in questo senso mi sia concessa una brevissima analisi testuale.
Ai miei occhi non c’è nessun problema fino a “poveri”, dopodiché iniziano le due parti più problematiche: “anche se non riconosce”, è la prima, dove la distinzione noi/loro è netta ed evidente e non costituisce alcun tipo di problema. Non c’è, infatti, nessuna legge che imponga di condividere lo stesso approccio e partire dallo stesso punto di vista, del resto l’importante è che si arrivi alla stessa meta pur camminando su strade diverse.
“non riconosce”, inoltre, implica una posizione A rispetto a B e in questo non vi è nulla di preoccupante, al contrario questa differenziazione è il principio stesso del dialogo e del confronto tra le parti, fondato sul reciproco rispetto e sulla mutua intenzione di comprendersi. Non solo, anche da un punto di vista squisitamente credente la posizione guadagna in chiarezza e non suscita alcun tipo di ambiguità. Certo, l’unica osservazione che potrei fare è questa: riconoscere significa ammettere qualcosa che si dà per oggettivo, quindi il non riconoscimento implica l’idea di una mancata riconoscenza di ciò che, invece, si dà per esistente. Che significa? Significa che la mia posizione di credente è connotata da una premessa ontologica non negoziabile circa la reale entità del mio oggetto di fede, per così dire. Io so che qualcosa c’è, e lo riconosco, se poi tu non credente non lo riconosci beh quelli sono affari tuoi. Dopotutto questo costituisce quel nucleo di verità che rappresenta il quid di ogni religione (intendo dal punto di vista prettamente teorico, assolutamente non pratico-morale), che razza di credente sarebbe un credente che dicesse ogni giorno “mah non lo so se c’è o non c’è, però credo eh!”? La fede richiede che essa stessa sia data per ammissione di un qualcosa di oggettivo. Poiché la fede si sa quindi come verità ne segue allora che il non riconoscimento si presenti come una sua precisa negazione.
Questo è il modo in cui la leggo personalmente, in realtà, se ci atteniamo al piano teorico, non sussiste alcun problema perché da che mondo è mondo c’è chi ha fede e chi non ce l’ha. Qui il non riconoscimento della fede è dato per qualcosa di assodato e oggettivo e si esaurisce in se stesso. Vale a dire, si storce un po’ il naso ma si va avanti…
Ora però si arriva alla seconda parte, quella che recita “o non ha sviluppato”. Qui ahimè il disappunto è più forte e su quello non posso tacere. In realtà la mia vuole essere solo una piccola nota di carattere innanzitutto formale poiché, come ripeto, il contenuto e il senso dell’articolo son irreprensibili.
Propongo la mia rapida analisi: l’errore formale in cui si cade a questo punto del discorso è tale per cui il piano teorico non può più essere mantenuto o comunque può esserlo ma con molta più fatica, con molto più sforzo. Cosa voglio dire, in sostanza, è che il concetto espresso dal verbo sviluppare reca in sé una certa connotazione morale che non stenta a farsi notare. Qui si trova il mio disappunto poiché qui vedo la messa in pratica di quello che io chiamo linguaggio respingente.
L’idea di “sviluppo” porta sempre con sé quella di un sopra e di un sotto, di un più avanti e di un più indietro, di uno sviluppo verso qualcosa. È difficile quindi non intravedere qui quella caratteristica supponenza (mi sia concesso il termine che mi rendo conto essere un po’ troppo forte) con la quale il credente si rivolge al non credente. O quantomeno, permettetemi di precisare meglio perché io stesso ho la fortuna di avere amicizie che smentiscono seccamente questa affermazione, quella prospettiva per cui il credente ha qualcosa che il non credente non ha. Voi direte, “certo, la fede!”. Vero, ma in questa non possessione sta proprio ciò che lo rende agli occhi del credente un essere che manca di qualcosa. E qualcuno cui manca qualcosa è, per definizione, un essere manchevolee in questo sta la gravità dell’impostazione che io critico con maggior forza.
Trovo del tutto inadatto in questo momento il ricorso a questo tipo di linguaggio, che implica l’idea quindi che vi sia chi gode della sicurezza di una verità superiore da un lato e chi “poverino” non ha (vogliamo aggiungere “ancora”?) “sviluppato” questa coscienza dall’altro. L’idea di superiore e inferiore riemerge qui in maniera, a mio avviso, non trascurabile, ragione per cui la moderatezza della prima parte del periodo viene infranta rischiando così di invalidare la proprietà formale dell’intero discorso.
È proprio questa forma di linguaggio che trovo sia oggi di ostacolo alla comunicabilità della Chiesa o comunque delle diverse professioni di fede (Fabrizio Valletti è infatti un gesuita). La sfida però è qui tutt’altro che banale perché chiama in causa una precisa dialettica fra gli statuti ontologici dell’una e dell’altra parte.
Per concludere, il mio vuole solo essere l’invito di un ragazzo come tanti a riflettere attentamente sulle parole che utilizziamo poiché esse non vengono mai da sole ma sempre accompagnate da un corollario semantico dal quale non possono essere distaccate. Attenzione quindi ad usare un certo tipo di linguaggio; un linguaggio che rimandi ad una distinzione tra superiore e inferiore (anche se solo accennata), in contesti dove l’obiettivo deve essere piuttosto quello dell’incontro e dell’ascolto, non può essere ammesso.
Il linguaggio è nelle mani dell’uomo un’arma potentissima, si sa, capace di portarlo alle cose più alte così come a quelle più basse, per questo non ogni linguaggio è pertinente ad ogni contesto. E contesti come quello religioso, se lo vogliamo intendere nel senso più ampio, non si possono permettere l’utilizzo di forme di linguaggio che non siano votate al reciproco incontro e al confronto paritetico.
In altre parole, nel dialogo fra credenti e non credenti penso che il primo passo sia quello di utilizzare sempre un linguaggio inoffensivo. L’intesa tra le parti necessita di questo tipo di mediazione, che si vuole moderata e rispettosa dell’altro se vuole pervenire al suo scopo. Quando parliamo tra credenti e non credenti usiamo un certo tipo di linguaggio, che sia d’incontro e d’intesa. Anzi, facciamolo sempre.

*MV è lo pseudonimo scelto da un amico di FiatoCorto che inizia oggi a collaborare a questo blog. Da poco ottenuta la laurea triennale in Filosofia all’Università di Genova, MV ama pensare, dialogare, studiare e scrivere, sia racconti di vario genere sia argomenti filosofici. Ci suggerirà in particolare alcuni spunti che a partire dall’attualità vanno a toccare concetti e ragioni più profonde e per questo alla base di ogni comprensione.

Dello stesso autore:
Se ogni filosofia è politica (26 novembre 2012)
La politica una professione? (20 ottobre 2012)

SE OGNI FILOSOFIA È POLITICA (di MV)

di MV*
Nel corso della mia esperienza personale mi capita spesso di interrogarmi su quello che possiamo chiamare lo statuto della filosofia. Certo la domanda è tale che vi si potrebbe scrivere un saggio sopra ma, per il momento, basterà tirare fuori qualche ipotetica linea di quest’opera.
Non è il caso di tediare con definizioni ampollose di cosa sia la filosofia e di cosa sia la politica, più interessante è piuttosto vedere quali punti di contatto emergano da questi due ambiti fin da una prima sommaria analisi.
In precedenza, ho detto che la politica è un occuparsi degli altri, di tutti gli altri; un prendersi cura, anche se non precisamente nel senso heideggeriano dell’espressione. La ragione per cui ho detto che è una responsabilità per la quale nessuno è pronto è che si tratta di un comportamento volto ad avere ripercussioni sulla vita sociale e privata di ciascuno di noi, evidentemente una responsabilità per la quale nessuno di noi è pronto.
Da questo primo sguardo si può ben vedere quindi come la politica sia un riguardarci tutti, quello che succede a livello politico riguarda noi tutti e non una sfera d’individui o una qualche comunità più o meno numerosa di elettori. No, riguarda tutti, ogni uomo che si dice appartenente ad un qualche popolo (compreso quello “della libertà”… Scusate, non ho resistito). Un problema socialmente gigantesco che l’Italia sta vivendo è la sempre maggiore perdita di vista, da parte della società, di questa condizione. Agli occhi dei comuni mortali i politici fanno casta a sé e si occupano dei propri problemi mentre ad essi tocca il lavoro vero e il districarsi rocambolesco tra i mille problemi della vita quotidiana. Si sta perdendo il senso del legame tra società e politica, e questo è molto grave.
Occorre rilanciare il bisogno di politica che abbiamo, pur mettendo certe condizioni naturalmente.
Oltre questa prima condizione si può trarre anche un’altra conclusione, a mio avviso non troppo avventata, sulla condizione politica. Essa si occupa di una fatticità concreta. Anche nel caso della determinazione di principi costituzionali supremi, giacché si tratta di stabilire principi teorici che andranno poi a guidare l’arbitrio di fatticità concrete. Quindi non solo si occupa di noi ma anche e soprattutto di qualcosa, delle nostre azioni, delle azioni che ci  riguardano. In realtà, più precisamente parlando, la politica si dovrebbe occupare dei diritti che ci competono. Non è un punto di secondaria importanza perché la statuizione di diritti fa di ciascuno di noi un individuo, immerso in un’organizzazione sociale, più o meno libero; quindi determina in qualche modo la nostra umanità, il nostro essere esseri umani
La storia del pensiero politico che conosciamo, dalla Rivoluzione Francese fino ad oggi è la storia di una determinazione politica dell’individualità. Ogni teorico politico ha fornito una spiegazione circa ciò che rendeva una persona un individuo libero all’interno di un corpo sociale. Se permettete, non mi sembra poca roba…anche da qui deriva un nuovo motivo d’infondatezza circa la crisi della propria identità di gruppo giacché dovrebbe essere il sentimento politico in quanto tale a formare parte della nostra identità non tanto l’appartenenza ad una qualche fede politica particolare; quella è del tutto secondaria. Non lasciamoci convincere che il mondo si divida in destra e sinistra, la cosa più importante è che ci sia della politica, allora l’intesa non va cercata nel ruolo delle parti ma sull’accordo trascendentale di un ideale che oltrepassa tutto ciò. L’accordo non va cercato tra le parti ma in ciò che rende le parti possibili. A questo ideale politico andrebbero indirizzate le nostre identità collettive, non alle ideologie politiche quali che siano. Sarò più chiaro su questo punto in altre occasioni.
A questo punto faccio un piccolo salto e mi sposto sulla filosofia. Personalmente ho sempre trovato molti punti di contatto tra i due ambiti, tra cui forse questo è il principale: non tutti sanno che anche la filosofia è un riguardare noi tutti. In che senso? Nel senso che essa non è tanto un contenuto quanto una forma e la forma che le è più propria è quella del riguardare tutti. Una filosofia che parli solo a se stessa è inutile, permettendomi qui di sbugiardare il fatto che sia piacere della contemplazione in quanto contemplazione, come vuole un’antica definizione. Nulla di più lontano dalla realtà. Ogni filosofo ha parlato con se stesso e con gli altri e ha fornito spiegazioni che cercavano il consenso di tutti. Magari non proprio di tutti…diciamo il consenso. Questo è ciò che viene prima allora delle parole che pronunciava: il fatto che cercasse l’incontro e l’accordo con l’altro. Questo perché le questioni che si poneva, i problemi a cui cercava di dare risposta non erano suoi ma di tutti. Un filosofo non vuole dare risposta ad una domanda perché non ha di meglio da fare, vuole farlo perché la sente crescere dentro di sé come un’ossessione; e la sua risposta è pubblica perché quella domanda non è la sua ma cresce nel cuore di ognuno di noi. In altre parole, non si ascolta il filosofo perché chissà che risposta ha dato a quel problema, si ascolta il filosofo perché il problema che si è posto mi riguarda in prima persona, in quanto essere umano.
La comunanza di problematiche fa si che la risposta che si è fornita sia desiderosa di essere ascoltata. In questo senso allora si può dire che la filosofia riguarda noi tutti e che, essenzialmente, essa è questo riguardarci. Resta comunque vero il fatto che ci siano domande, all’interno della filosofia, che ci riguardano meno di altre, ma questo fa parte dell’evidenza.
[…]
Nella sua intimità più profonda abbiamo visto che ogni filosofia è politica perché ci riguarda tutti ma non per questo siamo autorizzati a trasformare l’una nell’altra. Il fatto che la filosofia non si possa tradurre ipso facto in politica non vuole dire che essa non sia pratica, vuole solo dire che il compito del filosofo è diverso da quello del politico. Essi non potranno mai coincidere.
La filosofia non può dire cosa fare o cosa non fare, non può sostituirsi alla politica, non può indicare precetti pratici da seguire e realizzare. Non fidatevi di queste filosofie perché non di filosofia si tratta ma solo di ideologia. La filosofia che dice cosa fare, anche animata da una perfetta buonafede, è sempre la più pericolosa. Mi dispiace contraddire Platone su uno dei suoi punti di forza preferiti ma i filosofi non sono fatti per governare.
Piuttosto, seguendo un parallelo col mondo della medicina, suggerirei di concepire il compito del filosofo come quello di rendere il malato consapevole della propria malattia. Qualcuno che è sordo di fronte al proprio malessere è destinato a perire, e non ha tanto bisogno di qualcuno che lo costringa a prendere medicine di cui non capisce il senso quanto di qualcuno che gli spieghi che sta male e perché curarsi è importante.
Come si può vedere il compito dell’uno e dell’altro non sono la stessa cosa e non sono affatto sostituibili. Per finire, mi permetto di trarre un’altra condizione che mi sembra di aver appena notato circa l’essenziale vicinanza di politico e filosofo: vicini ma non sostituibili in entrambi i casi siamo in presenza di esigenze sociali non più prorogabili.
*MV è lo pseudonimo scelto da un amico di FiatoCorto che inizia oggi a collaborare a questo blog. Da poco ottenuta la laurea triennale in Filosofia all’Università di Genova, MV ama pensare, dialogare, studiare e scrivere, sia racconti di vario genere sia argomenti filosofici. Ci suggerirà in particolare alcuni spunti che a partire dall’attualità vanno a toccare concetti e ragioni più profonde e per questo alla base di ogni comprensione.

Dello stesso autore:

LA POLITICA UNA PROFESSIONE? (di MV)

di MV *
Tempo fa, correva l’anno 1919, un uomo, un certo Max Weber, scrisse un saggio dal titolo La politica come professione.

Lo scritto è a dir poco magistrale, personalmente ne raccomando la lettura a chiunque ma per ora mi interessa focalizzare l’attenzione solo sul titolo.

La politica come professione. Non riesco a smettere di pensare a quanto sia problematico questo incipit. La politica come professione. Già qui c’è da pensare, la politica come professione nasconde un nucleo di difficile categorizzazione.

La politica, come anche lo scritto di Weber dice in qualche modo, pretende, per onore della sua altezza, una riflessione aperta sulla suprema responsabilitàdel politico e del compito politico. Non basta però ovviamente richiamare la dimensione della responsabilità e unirla a quella politica per aver descritto che cosa essa sia. Il rischio sarebbe quello di bacchettare pivelli liceali perfettamente consapevoli di poter tornare a fare quello che stavano facendo una volta finita la ramanzina del prof.

No, il punto di vista deve essere un altro. Deve essere culturale, non possiamo continuare a parlare di certe cose (vedi politica, moralità, religione…) accostandoci ad esse con gli occhi puntati al cielo e lo sbuffo sempre pronto dei ragazzini appena descritti.

Per questo il piano del confronto deve essere quello culturale. Perché questo piano è l’unico che la politica meriti. Parlare di politica significa parlare di tutto, occuparsi di politica significa occuparsi di tutto. Di tutto ciò che abbia a che fare con la vita, col mondo della vita, per dirla con Husserl. Significa scegliere che la propria responsabilità deve travalicare i confini della propria persona e abbracciare quella di tutti, della comunità. Nel momento in cui si sceglie di fare politica si decide che, da quel momento, gli altri, tutti gli altri, diventano una nostra responsabilità.

Il “lavoro” del politico assurge allora a suprema responsabilità innanzitutto umana. Vi è però un problema, a questo punto: l’aver fatto della politica una professione, una figura lavorativa.

Perché questo è un problema? Perché in virtù di quanto detto fin qui la politica è molto più di una professione e non può essere ridotta ed imbrigliata nelle categorizzazioni del lavoro borghese classico; figure sulle quali la nostra società si forgia e si fonda nel bene e nel male. Il problema culturale sta nel fatto che si continua a percepire il politico come una professione, che come tale può avere le sue glorie e le sue miserie. Ma la politica è talmente tanto, dal punto di vista ontologico, che non può essere professionalizzata, cioè resa professione.

Questo è, se vogliamo, il primo scacco cui va incontro la dimensione politica oggi (mi riferisco in particolar modo alla società italiana). Interpretandola come professione essa si presta a tutta quella serie di ragioni che, come tale, le si possono concedere. Ma non è così. Non può essere così, essa è molto di più. E non basta certo lo spazio di un articolo per tributarle la meritata giustizia.

Mi sia concesso per ora riconoscerle un primo carattere: quello della sentimentalità. In che senso? Nel senso che la politica è un sentimento che sentiamo crescere in noi nel corso degli anni e che ricorda a noi stessi la nostra nobiltà. Esso nasce e cresce ogniqualvolta sentiamo di poter fare di più, ogni volta che sentiamo di doverfare qualcosa di più per gli altri. In questo sentimento, che è ciò la fonda come vocazione, risiede quel nucleo irriducibile della dimensione politica, che non può essere ridotta a figura professionale. Si può amare ciò che si fa, ma non si può amare per professione. Occorre ripartire da qui per ripensare la politica e il suo concetto, hic et nunc.
*MV è lo pseudonimo scelto da un amico di FiatoCorto che inizia oggi a collaborare a questo blog. Da poco ottenuta la laurea triennale in Filosofia all’Università di Genova, MV ama pensare, dialogare, studiare e scrivere, sia racconti di vario genere sia argomenti filosofici. Ci suggerirà in particolare alcuni spunti che a partire dall’attualità vanno a toccare concetti e ragioni più profonde e per questo alla base di ogni comprensione.