Categoria: Suq (festival)

Scontro di civiltà o dialogo tra culture? (ilfattoquotidiano.it)

(pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it)

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Si potrebbe iniziare il nuovo anno con alcuni flash: “scontro di civiltà” VS “dialogo tra culture”. Gli eventi che accadono e che intasano giornali e social network ne sono conferma. Riflettere, rileggere e selezionare aiuta anche a disinnescare un grave rischio diffuso: fermarsi alle banalità ripetute a pappagallo, lasciarsi irretire e fomentare dal frastuono di fondo che alcuni cominciano a chiamare “post-verità”.

Primo flash – mesi scorsi. Chi l’avrebbe detto che negli Stati Uniti, baluardo del pensiero occidentale democratico, nati da migrazioni, “melting pot” per eccellenza, si verificasse una nuova escalation di scontri tra forze dell’ordine e comunità afroamericane? Con tanto di giovani uccisi a colpi di pistola, per di più dopo otto anni di Presidente “nero”.

Secondo flash – qualche anno fa. Chi l’avrebbe detto che in Francia, primo paese europeo per integrazione di africani dalle ex colonie, sarebbero esplose le rivolte nelle banlieu messe a ferro e fuoco, e oggi diversi atti di estremismo stragista?

Terzo flash – da sempre. Chi l’avrebbe detto che il terrorismo di matrice islamica avrebbe consumato più stragi nei paesi musulmani che in quelli occidentali?

Quarto flash – oggi. Chi l’avrebbe detto che in Europa, tragico tempio dell’Olocausto, dove si è festeggiata nell’89 la caduta del Muro di Berlino, si sarebbe tornati a parlare con una certa facilità di frontiere, fili spinati, folle di disgraziati lasciati sotto le intemperie, persone deportate?

Basterebbe questo per dire che qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare

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A 90 anni, cultura e libertà

Poche parole raccolte al Suq Genova da una volontaria di Comunità San Benedetto al Porto amica storica di Don Gallo (Don Andrea Gallo)…parole che non perdono smalto nè attualità! Grazie a chi non si stanca di testimoniare.

Suq, tra Genova e qualche mondo (liguritutti.it)

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foto di Giovanna Cavallo

Dopo diciotto anni di Suq Festival, sempre più a Genova va in scena il mondo. Possibile, diverso, “un piccolo mondo che fa pensare come potrebbe essere bello quello grande”, come lo ha definito la scrittrice Paola Capriolo. E quanto ci sarebbe da raccontare… E quanti lo dovrebbero fare: perché solo così ha senso che il Suq parli di sé, in un racconto collettivo dei tanti che lo compongono, lo vivono, lo assaggiano.

E’ proprio Genova, mi accorgo. E’ la Genova delle serate in cui si esce, degli stranieri che riportano in vita il centro storico con le voci squillanti e le risate, dei genovesi che si incontrano e dei giovani che esplorano locali e piazzette. Tutto nel Suq è impercettibilmente fuso con il viavai  quotidiano. Genova e così sia, mare in un’osteria. I versi di Caproni spesso mi risuonano mentre anch’io mi perdo tra incontri e ornamenti, sotto luci incerte e ombre cha sanno di mare.

Le spezie mi avvolgono e la sinfonia del rumore vociante incontra la notte imminente raccontando la mia città. Figure indistinte passano e vanno, parlano e guardano. A tratti suoni e rumori, a tratti un silenzio da campagna. Lo spettacolo ordinario di questo bazar dei popoli diventa niente più che un modo di guardare il mondo: e allora anche fuori dal Suq si cammina come se spettacoli, musiche e stupori continuassero, ad ogni angolo di strada. Basta saperli cercare, sapersi fermare, saperli ascoltare.

E non è facile, si sa. Genova s’ha da scoprire a fatica, non si rivela facilmente. Te la raccontano ora il vecchio bottegaio, ora il bimbo africano che gioca nei caruggi. Puoi raccontarla tu stesso, se hai  voglia di cercarla, perché è un incontro che interroga, che suscita e che cambia. Genova di tutta la vita. Mia litania infinita.

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Migrazioni e ambiente, anche al Suq i temi del Papa – Il Fatto

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato il 26-9-2015 sul blog Suq Genova sul fattoquotidiano.it

“Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio”. Così papa Francesco nella sua enciclica Laudato Si “sulla cura della casa comune”. Parole forti ripetute in questi giorni durante il viaggio a Cuba e negli Stati Uniti, parole affiancate inscindibili a quelle sull’immigrazione (“Chiedete tutti perdono per le istituzioni e le persone che chiudono le loro porte a gente che cerca aiuto e cerca di essere custodita”) che fin dall’inizio papa Francesco rivolge al mondo e ad ogni platea (come dimenticare il primo viaggio a Lampedusa).

I temi di questa ecologia integrale, che riguarda l’ambiente e riguarda le persone, sempre a partire dal più debole, sono guarda caso gli stessi temi chiave del Suq delle Culture, che da domenica 27 settembre a domenica 4 ottobre si svolgerà per la prima volta a Milano, alla Fabbrica del Vapore di via Procaccini. “È la cultura non solo intesa come i monumenti del passato, ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo, che non si può escludere nel momento in cui si ripensa la relazione dell’essere umano con l’ambiente”, dice ancora il Papa, e la descrizione calza perfettamente su quell’allegro “caos” variopinto che è il Suq (ideato nel 1999 a Genova da Carla Peirolero e Valentina Arcuri) tra spettacoli, cucine, danze, musiche, laboratori e l’artigianato dalle comunità immigrate e degli artisti di tanti Paesi differenti. Una realtà accessibile (l’ingresso è libero esclusi 4 spettacoli) da assaggiare, gustare, ascoltare letteralmente, e in cui perdersi con un po’ di sano caos dove è impossibile non sfiorarsi e ignorarsi. (altro…)

Tunisia, dalla rabbia al Nobel per la Pace – Il Fatto

Conversazione e traduzione di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

Il premio Nobel per la Pace 2015 è stato assegnato al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino “per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralistica nel Paese, sulla scia della Rivoluzione del Gelsomino del 2011”. Il Quartetto, formatosi nel 2013, nel momento di maggiore rischio e disordini per il processo di democratizzazione del Paese, è formato da sindacato Ugtt, confederazione degli industriali Utica, lega dei diritti umani Ltdh e Inoa, ordine nazionale degli avvocati.

Abbiamo chiesto alla disegnatrice satirica Nadia Khiari, già nostra ospite al Suq Festival di Genova lo scorso giugno, quale significato dà a questo riconoscimento e quali prospettive intravede per il processo di dialogo e democrazia. “Prima di tutto ho visto questo premio Nobel consegnato al Quartetto per il Dialogo come uno schiaffo al governo provvisorio della Troika (composto da islamici e da due partiti opportunisti). Inoltre mi sono detta che è stato qualcosa di positivo nel senso che non si parla di Tunisia solo in occasione di disastri”. Dopo gli attentati terroristici infatti il turismo nel Paese è a un punto morto, e gli investitori stranieri fuggono lasciando centinaia di famiglie senza più lavoro. “Se questo premio permette di ridare fiducia agli investimenti in Tunisia, sarà stato un bene” conclude Nadia. Riguardo al dubbio se il Premio non lasci in ombra altre forze della società civile che hanno contribuito alla crescita della Tunisia, ribadisce che il processo di dialogo, cui va dato merito al Quartetto, arriva “dopo che la società civile ha invaso le strade davanti all’Assemblea Costituente, per chiedere le dimissioni del governo in seguito al decimo assassinio di un deputato della Sinistra. Eravamo in strada e abbiamo assaggiato le delizie dei lacrimogeni e la furia degli islamici. E’ solo in un secondo momento che questo movimento di contestazione è stato raggiunto dai deputati e recuperato da alcune forze politiche. Il Quartetto ha in qualche modo assorbito la rabbia della strada”. (altro…)

Raccontare l’incontro tra i popoli – Il Fatto

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

Expo dei Popoli e #milionidipassi: chi sono questi sconosciuti? Nella marea di informazione e comunicazione circolata in questi mesi sul tema di migranti e rifugiati, alcune cose vanno fatte passare (o proprio lasciate perdere) mentre altre, cui si è data meno rilevanza, ha senso riprenderle, farle emergere, farne buon uso. Fa pensare che nell’epoca della breaking news, della notizia in tempo reale su una varietà di piattaforme e di fonti, così poca risonanza abbiano avuto campagne significative, utili per ampliare le prospettive di conoscenza e azione di tutti i cittadini. Vogliamo segnalarne due, che ben si collegano a due ambiti in cui il Suq da sempre offre contributi culturali e artistici riconosciuti a livello europeo: il cibo e la migrazione. In particolare l’evento Expo dei Popoli, che ha preso vita a margine (e in simbolica contrapposizione) dell’Expo di Milano 2015, e la campagna #milionidipassi di Medici Senza Frontiere.

Expo dei Popoli è il forum internazionale della società civile e dei movimenti contadini, e si è svolto a Milano a giugno 2015, in quella stessa Fabbrica del Vapore dove pochi mesi dopo ha preso vita il nostro Suq delle Culture. 180 delegati internazionali convocati a partire dal manifesto comune di 50 organizzazioni no profit italiane, si sono incontrati “per rispondere alla sfida di Nutrire il Pianeta applicando i principi della Sovranità Alimentare e della Giustizia Ambientale” e si sono confrontati e impegnati sulle concrete “soluzioni da mettere in campo per vedere finalmente riconosciuti e garantiti il diritto ad un’alimentazione adeguata e un uso equo e sostenibile delle risorse naturali”. (altro…)

Cosa significa restare umani – Il Fatto

di Giacomo D’Alessandro

pubblicato sul blog Suq Genova su ilfattoquotidiano.it

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Sono dei giorni scorsi gli attacchi violenti e indiscriminati a Bruxelles, ad Istanbul e in Siria. Di sfondo e in parallelo assistiamo alla messa in discussione del trattato di Schengen, con un forte ritorno all’idea di frontiera come barriera, proprio nella “civile” Europa. A Genova abbiamo pianto sgomenti Francesca, una delle vittime di quell’assurdo incredibile incidente stradale in Spagna. Avvenimenti diversi, certo, ma che richiamano non senza una certa angoscia al nostro essere umanità. Dove stiamo andando? Come orientarsi in una realtà complessa, spiazzante, che irrompe a livello anche emotivo in maniera così disarmante?

Ci sono quattro docufilm che girano ultimamente, e che mi è capitato di vedere uno dopo l’altro nel giro di poche settimane, quattro sguardi capaci di risvegliare quella scintilla di speranza, passione e attaccamento all’essere umano, ma soprattutto all’essere “umani”, al restare umani per dirla con il nostro compianto don Gallo.

Il primo film è Human del regista Yann Arthus-Bertrand, uscito nel 2015 e finanziato da due fondazioni no profit. In tre anni il regista ha intervistato oltre 2000 persone in decine di lingue diverse, attorno a una sola domanda: cosa ci rende umani? Ne esce un’opera enciclopedica, un affresco di una umanità variopinta, sconosciuta, affascinante, e al contempo interpellata da simili dubbi, simili difficoltà, simili speranze. Un film senza commenti, dove bastano le parole di gente comune che esprime il suo senso di vivere, la sua esperienza di amore, rabbia, dolore, ingiustizia, fede…un’antologia dell’umanità, della sua straordinaria fragilità e forza e bellezza. (altro…)

Pizzuti al Suq Festival: “Il cambiamento politico deve partire dal basso”

GENOVA – Martedì 16 giugno scorso ha avuto luogo nell’ambito del 17° SUQ Festival la presentazione del libro “Ripartire dalle periferie” (Linkomunicazione, Napoli 2014) con la presenza dell’autore Domenico Pizzuti, intervistato dal curatore Giacomo D’Alessandro. Il Suq è un festival interculturale tra i più prestigiosi in Europa, vanta il Patrocinio UNESCO e dal 2013 l’inserimento nel report UE tra le 40 best practices per il dialogo tra culture…

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Il Suq sul Fatto – Xena Tango, intervista a Roberta Alloisio

 
Sta già avendo i primi successi il terzo disco della cantante Premio Tenco Roberta Alloisio, storica collaboratrice di Suq Genova e coordinatrice delle nostre attività formative sull’intercultura attraverso laboratori teatrali e musicali. Abbiamo chiesto a Roberta di raccontarci come nasce e cosa ci fa scoprire questo viaggio tra musiche e culture, assolutamente originale nel panorama attuale della musica italiana, appena uscito per Cni Unite.
 

RIPARTIRE DAI POPOLI. 15° SUQ A GENOVA (di Paola Fossa)

tratta da isdmagazine.com

di Paola Fossa

«Sarà il primo Suq senza Don Gallo», esordisce Carla Peirolero, alla conferenza stampa di presentazione della quindicesima edizione del grande Festival delle Culture, che ogni anno richiama, sotto il tendone del Porto Antico, nel bazar degli artigiani, dei ristoratori e degli artisti decine di migliaia di persone. È giusto iniziare col ricordo di chi in quel bazar non ci sarà più, di quel “prete di strada” accanto al quale il Suq di strada ne ha fatta tanta. E che continuerà ad avere accanto, idealmente, nel suo non facile cammino: Carla Peirolero, ideatrice della manifestazione, presenta alla platea la programmazione di questa edizione, che – nonostante le aspre difficoltà economiche – si presenta ricchissima e multiforme.

Si aprono i cancelli giovedì tredici giugno alle 17, con gli spettacoli degli studenti del progetto CooperAmiamoci; la serata sarà dedicata alla tarantella e ai canti della tradizione marinara. Seguiranno altri undici giorni in cui il Festival mercato offrirà, tra i banchi di cucina e artigianato di ogni parte del mondo, un programma culturale inesauribile. Le attività per i bambini (come il gioco dell’oca ecologica), le Officine Gastronomiche di Chef Kumalé, il primo Coro delle Badanti (e dei badati) del mondo, i dibattiti sui temi dell’ecologia, della cooperazione, del rapporto tra le culture, tra le genti; e poi letteratura, poesia, e naturalmente teatro, con la compagnia del Suq e molte altre, e musica di ogni genere: dall’Equador all’oriente, dal mondo cantautorale genovese ai Balcani, dal nord Africa alla Turchia, gli artisti si susseguono sul palco in un intreccio ricco e affascinante.
Sarà presente il Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge, domenica alle 18.30; saranno presenti ogni giorno i frati Cappuccini della Cura pastorale Latinoamericana per offrire un momento di ritiro spirituale a chi lo desiderasse, perché Suq è anche il valore del dubbio, anche quello sulla fede; verrà Federico Rampini a portare le sue impressioni sulle differenze tra Oriente e Occidente; arriveranno le Carovane del Deserto in una giornata dedicata al prestigioso Festival au Désert di Timbuktu, in esilio dalla rivolta del Mali del 17 gennaio 2012, e al Festival Taragalte (Marocco). «Il bello del Suq – dice Carla Peirolero – è il contatto fisico con le persone; dopo un momento frontale, di discussione, ci si siede attorno ad un tavolo tutti insieme, si mangia, si balla»: Festival delle Culture, certo; ma anche Festival delle esperienze, della sostenibilità, dei punti vista.
Per il quindicesimo anno, la Piazza delle Feste si apre al mondo e diventa mondo essa stessa; come ha detto una volta la scrittrice Paola Capriolo, «un piccolo mondo che fa pensare a quanto potrebbe essere bello quello grande». Auguri al Suq.
(pubblicato su aringacritica.wordpress.com)

IL SUQ SUL FATTO – 14 – LO STRANIERO, CAPRO ESPIATORIO

L’altro giorno sull’autobus quattro signore sulla sessantina discutevano ad alta voce di quanto sia deprecabile la disoccupazione giovanile e il futuro nero che aspetta le nuove generazioni. Idee consuete intrise di qualche luogo comune e un po’ di pessimismo, ho pensato fin lì. Sarei curioso di sapere per chi hanno votato alle ultime elezioni.

Poi quella che pare la leader del gruppo specifica che se tutti questi stranieri tornassero al loro paese vedi che lavoro ce ne sarebbe per tutti. Le altre annuiscono convinte. E poi loro sono dei privilegiati, si dicono l’un l’altra, a loro li aiuta lo Stato, alle persone “normali” no. Secondo me, continua lei, bisogna partire dai “nostri” in un momento di crisi. E’ esplicita: prima non ero razzista, ora lo sono proprio diventata. Vengono qui e ci prendono tutto, a partire dal lavoro.

Mi sono chiesto per tutto il tempo quante domande avrei potuto farle, così su due piedi: se sapeva che i migranti in Italia sono circa il 7% (e non il 25-30% come spesso ha la percezione chi vive di televisione), se sapeva che la differenza tra quanto lo Stato spende per loro e quanto loro versano in termini economici è positiva (circa 1,7 miliardi di euro all’anno), se sapeva che tanti cosiddetti “stranieri” ormai sono cittadini italiani a tutti gli effetti (il ministro Kyenge ad esempio).

Oppure avrei potuto chiederle davvero chi aveva votato alle ultime elezioni (anche se temo di indovinare), e se sapeva che la rovina dell’Italia sono piuttosto i 500 miliardi all’anno che si perdono in corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata. E quelli non sono reati del pover’uomo che arriva stremato da oltre il mare, sono reati molto, troppo italiani, per anni ignorati (quando non coperti o favoriti) da certa politica dell’egoismo, del profitto e dell’incostituzionalità. Una politica, una mentalità, rivotata da troppe persone, che ha coltivato ignoranza, rovina e immobilismo nella società tutta, e che ora sono i giovani dal “futuro nero” i primi a pagare.

In un momento in cui si torna a parlare di ius soli, episodi quotidiani come questo ci insegnano a tenere alta la guardia, dalla parte dei diritti umani ma anche di una politica capace di mettere le persone in condizione di lavorare nella legalità e nella dignità, senza essere abbandonate a loro stesse. A creare le condizioni, anche prima di tutto culturali e civiche, di una “normalità” che non etichetta le persone per la loro provenienza ma per le loro intenzioni, i loro valori, i loro meriti e la loro ricchezza personale e professionale, si impegnano tante realtà piccole e grandi che con poche risorse e molta passione creano spazi, luoghi, persone “interculturali”.

Il Festival Suq, che dal 13 al 24 giugno andrà in scena al Porto Antico di Genova, è uno di questi tentativi, e da quindici anni valorizza l’economia artigianale e gastronomica, l’arte la musica e lo spettacolo, l’editoria e la cultura di popoli da tutto il mondo, a partire dalle comunità residenti a Genova. Nel passeggiare al Suq scompare la percezione di “straniero” per fare posto al fascino e alla curiosità del valore di ciò che è strano o sconosciuto. Quando le persone vivono l’intercultura nel fare la spesa, comprare ai banchi, mangiare al ristorante o guardare uno spettacolo o un concerto, sperimentano una normalità delle differenze che si ripercuote nella convivenza civica a tutti i livelli. Investire in chi crea queste opportunità oggi significa aprire la strada per una migliore economia, welfare e legislazione domani.

(pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it – maggio 2013)

IL SUQ SUL FATTO – 13 – PARLARE DEL VIVERE IN CITTA’

Aspettando il quindicesimo Festival Suq delle Culture (dal 13 al 24 giugno al Porto Antico di Genova) hanno preso il via alla Loggia di Banchi gli “Incontri in Città” organizzati da Suq e Università, momenti di confronto tra operatori sociali e accademici sulle tematiche dell’urbanizzazione.
Abbiamo chiesto a Marco Aime, antropologo e coordinatore del progetto, cosa voglia dire “parlare del vivere in città” oggi.

Cosa vuol dire incontrarsi per “parlare della città”?
L’idea degli Incontri in Città è pensata su più anni. Il tema di questa prima rassegna è “Spazi, luoghi, persone” e nasce da un progetto avviato da don Virgilio Colmegna (fondatore della Casa della Carità di Milano) sul disagio in città; di lì matura una riflessione su Genova. Quello che non viene sempre fatto e che noi proponiamo è mettere a confronto uno specialista teorico e una persona che invece opera sul territorio.

E il pubblico?
Lo spirito di base è portare l’Università fuori dall’Università, a disposizione di tutti i cittadini. Spesso gli atenei non dialogano con la realtà esterna, e altrettanto spesso i cittadini, magari un po’ intimoriti, non si avvicinano neanche alle Università.

Quale concetto dell’ “altro” si vive oggi in città?
Non è il concetto di straniero. “Altro” è il senza dimora, l’omosessuale, il diverso… Mediaticamente il problema degli stranieri sembra quasi che sia scomparso. Nella città odierna tutta una certa umanità è “altra”. Uno degli obiettivi di questo laboratorio socio-accademico è, per esempio, avviare una mappatura dei senza dimora, che in molte città manca.

Genova non è una città facile da guardare nel suo insieme…
Per niente. Intanto soffre di centro storico-centrismo: abbiamo bisogno di fornire ottiche diverse, mappe diverse della città, che pur non essendo grande ha delle periferie lontanissime. Faremo l’esperimento anche divertente di come nei cittadini ci sia una percezione molto sbagliata delle distanze e della conformazione. E’ una città difficile da “immaginare”.

Il distacco tra la vita in città e il rapporto con la natura quali problemi sta causando?
Il principale oggi riguarda i bambini cresciuti unicamente in città, senza contatto con la natura. A Genova per esempio non c’è il “mare” come contatto, chi cresce qui ne ha una scarsissima percezione. Il mondo è solo quello che vedo. C’è poi un problema di recupero di spazi: tutto è organizzato, spazi urbani come cortili e piazzette una volta abitati e giocati dai ragazzini, sono oggi sempre più rari. La partita a pallone spontanea non si vede quasi più, tutto è regolato o interdetto… Curioso che invece molti di quegli spazi siano recuperati in questo senso da stranieri.

Abbiamo dei buoni esempi di urbanizzazione da tenere presenti?
Il primo che viene in mente a Genova è il Porto Antico, che ha ridato alla città uno spazio di ritrovo, di sole per gli anziani, in un’area prima brutta e chiusa al pubblico. Anche il Centro Storico oggi è assolutamente vivibile anche se fatica a scrollarsi di dosso questa immagine di “Bronx”, e mantiene un tessuto sociale vivo. Genova è complicata perché ogni volta che si interviene si lavora su una struttura molto antica. Una buona urbanizzazione è quella che ricrea le piazze come agorà, dove la gente esca. Si è assistito a una privatizzazione delle vite, se si è esce è per andare da qualcuno o a fare qualcosa, l’idea di stare fuori si è persa, la mentalità dell’incontro spontaneo è frammentata. Il paradosso è che oggi le nuove piazze sono i centri commerciali, dove però non si stabiliscono le relazioni. Quelli che erano considerati non-luoghi sono luoghi in tutti i sensi, di individualismo e consumismo. Poi ci sono le piazze digitali, che della piazza hanno la struttura ma non l’incontro, e il cui rischio è di perdere la capacità di relazionarsi.

Vi invitiamo a contribuire alla riflessione e al dibattito su queste tematiche seguendo i prossimi incontri, anche a distanza tramite i video e i tweet sulla nostra pagina Facebook e inviando le vostre foto per il concorso fotografico.Camminiamo insieme verso il 15° Suq Festival delle Culture, informazioni, eventi e laboratori su www.suqgenova.it!
(pubblicato su http://www.ilfattoquotidiano.it – marzo 2013)

IL SUQ SUL FATTO – 12 – A CHI LAVORA PER I BENI COMUNI

Il 2012 è finito con una brutta sorpresa per il nostro amico fotogiornalista Giovanni Giovannetti, da anni impegnato a Pavia (anche politicamente col gruppo consiliare “Insieme per Pavia”) nell’inchiesta e denuncia degli inquietanti traffici tra la classe dirigente politico-economica e componenti della criminalità organizzata, cui si aggiungono prassi di illegalità diffusa manifeste prima di tutto in grandi truffe e speculazioni edilizie. Sempre ai danni degli ignari cittadini. E’ di dominio pubblico, in ogni caso, come da tempo la città lombarda sia oggetto di imponenti vicende giudiziarie a sfondo mafioso.

La notte tra il 16 e 17 dicembre qualcuno è entrato in casa di Giovannetti frugando dappertutto e lasciando aperti tutti i cassetti. Nulla è stato rubato. La notte tra il 30 e il 31, vigilia di Capodanno, uno o più piromani hanno dato fuoco alla casa, incendio che grazie al pronto intervento di uno dei vicini è stato “limitato” al seminterrato, dove Giovannetti tiene i locali e i materiali della sua attività di editore (Effigie Edizioni).

E’ l’esempio più eclatante di come sia urgente in un tempo di crisi a tutti i livelli non abbassare la guardia, non lasciarsi ripiegare su se stessi, non perdere di vista come tutto sia collegato. Tante persone, associazioni, comunità lavorano per i “beni comuni”, che si tratti di giustizia, di legalità, di cultura, di pubblicità dell’acqua e dell’istruzione, di sostenibilità, di accoglienza, di formazione…

Proprio Giovannetti era stato ospite del Festival Suq tre anni fa per presentare la rivista letteraria “Il Primo Amore”, promossa tra gli altri dagli scrittori Antonio Moresco e Tiziano Scarpa. Prendeva forma in quei mesi la rete delle Tribù d’Italia, di cui anche il Suq fa parte e che ha lanciato nel 2011 e 2012 le iniziative “Cammina cammina” e “Stella d’Italia”, liberi cittadini a piedi per “ricucire l’Italia con i nostri passi”.

Nei giorni di Natale e Capodanno la Compagnia del Suq ha portato in scena con successo di pubblico al Teatro Stabile di Genova due spettacoli ispirati a Charles Dickens, nel centenario dalla nascita: Canto di Natale e Oliver Twist. Narrazione, musica e teatro d’ombre per far rivivere a piccoli e grandi una situazione sociale tesa e degenerata, cui forse oggi siamo nuovamente prossimi, in cui a subire le storture del potere è il mondo vitale dei bambini, delle povere famiglie, di chi vive di poco e si ritrova sul baratro del nulla.

Vorremmo ripartire da qui per l’augurio a noi caro di un mondo migliore. Da chi si batte per i beni comuni, su fronti diversi ma contigui. Da chi valorizza le diversità come ricchezza, da chi denuncia le devianze come vulnus. Senza dimenticare chi per motivi diversi ignora e trascura l’importanza di questo impegno, che parte dalle piccole cose che possiamo fare tutti. E’ proprio chi ignora e si disinteressa, oggi, che rischia di lasciar spazzare via i gruppi di cittadini al lavoro giorno dopo giorno sul campo. E se la morsa delle crisi e del “dio mercato” sembra soffocare sempre più ogni possibilità, noi vogliamo rilanciare chi investe a proprio rischio e pericolo nei beni comuni. Siate protagonisti nel sostenere!

Sono beni di tutti. Vasti come l’ideale e concreti come l’umanità.

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – gennaio 2013)

IL SUQ SUL FATTO – 11 – IMMIGRATI? UNA RISORSA SECONDO IL DOSSIER MIGRANTES 2012

Non si può affrontare un tema delicato come quello dell’immigrazione senza avere i dati reali. Né va dimenticato che dietro a quei numeri ci sono dei volti umani, delle storie, il coraggio di cercare un futuro diverso. D’altra parte, trascurare il fenomeno dando per scontato che la cittadinanza tutta sia oramai conscia e responsabile in materia, che certi valori di accoglienza e apertura siano oramai radicati nel pensiero di tutti, è altrettanto irresponsabile.

Specialmente in un periodo in cui la crisi spinge alla tipica “guerra tra poveri” e dove i disagi sociali aumentano per tanti, creando terreno fertile per la ricerca di nuovi capri espiatori o se non altro dando adito a rigurgiti di intolleranza verso chi è più “socialmente esposto”.
Per questo ci sembra importante riproporre in breve i dati del recente Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes 2012, giunto alla 22esima edizione e considerato un punto di riferimento tra i più affidabili e significativi.

Si stima che gli stranieri presenti oggi in Italia siano circa 5 milioni, in previsione saranno 14 milioni su una popolazione stabile di 61 milioni nel 2014. L’idea ancora diffusa tra gli italiani è che l’immigrazione sia per lo più maschile, nordafricana e musulmana. Tutto il contrario.
Il 50% degli immigrati è europeo, segue un 22% di africani (specie da Marocco, Tunisia ed Egitto) e un 18% di asiatici. Si attesta inoltre che circa il 60% degli immigrati risiede al Nord e che nel 2011, a causa dell’emergenza nordafricana ci sono state più richieste d’asilo in Italia che in 60 anni. La causa della migrazione a livello globale rimane sempre la stessa: l’ineguale distribuzione delle ricchezze.

Altri dati da non perdere sono quelli legati al lavoro: gli immigrati in Italia costano meno allo Stato di quanto producono (il saldo tra servizi ricevuti e tasse/contributi versati è positivo di 1,7 miliardi di Euro nel 2011).
Sono stimati un totale di 2,5 milioni gli stranieri occupati in Italia: il 60% in servizi (specie nel lavoro presso le famiglie – si tenga conto che ogni anno in Italia 90mila persone diventano “non autosufficienti”), il 30% nell’industria, il 5% nell’agricoltura. Il 4% delle imprese italiane, circa 250mila, sono intestate a stranieri.

“Volevamo delle braccia, sono arrivate delle famiglie” ha detto nel corso della sua relazione alla presentazione milanese del Dossier Massimo Ambrosini, ordinario di Sociologia all’Università di Milano. Un tipo di immigrazione, quella famigliare, che i governi continuano a tenere sotto tiro e a ostacolare, con la paura che costituisca più un peso in termini di welfare per lo Stato, mentre la realtà è che accelera il processo di integrazione e stabilizzazione. Dal Dossier 2012 risulta che la popolazione italiana si sta cominciando ad abituare all’immigrazione e alla presenza di “stranieri” (difficile continuare a usare questo termine dal momento che il 44% degli alunni “stranieri” è nato in Italia…). Mentalmente, gli italiani continuano a serbare timore verso l’aumento delle diversità, ma di fatto nella quotidianità si sta realizzando un incontro, un’abitudine, una convivenza sempre più stabile e pacifica. E l’insediamento di famiglie aiuta tutto ciò.

“Le migrazioni sono inevitabili, – ha sottolineato Luigi Gaffuri del Comitato Scientifico che ha curato il Dossier – sono risposte strategiche che le persone attuano in reazione a un mondo attraversato da molte crisi e da diseguale distribuzione della ricchezza”. Ed è importante continuare a parlarne, a interrogarci su come si sta evolvendo questo fenomeno e cosa facciamo noi per viverlo come ricchezza umana e culturale. Le condizioni per un percorso pacifico e fruttuoso non sono scontate, vanno create giorno dopo giorno con competenza e volontà. “Chiunque parla di immigrazione non parla dell’immigrato. Parla di relazioni”.

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – novembre 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 10 – QUANDO "SUQ" E’ DISPREGIATIVO

Perché non di rado il giornalismo si serve della parola “suq” per indicare negativamente una situazione o un luogo? Su cosa è fondata l’attribuzione di questo significato spregiativo, del suq come confusione, disordine, degenero e caos senza senso?
Ancora in questi giorni è comparso sul sito web de Il Secolo XIX, il titolo “Il Suq degli ormoni per i bambini”, riferito allo scandalo dei soldi e regali per prescrizioni gonfiate, dati da una casa farmaceutica ad oltre 60 medici tra cui 5 liguri.

Forse ci colpisce che si usi con tanta leggerezza un’espressione del genere perché in Liguria il Suq è oramai per tutti i cittadini il nome di un Festival che quest’anno giunge alla quindicesima edizione, patrocinato da quattro ministeri e dall’Unesco, segnalato sul portale europeo Ideaassonline come una delle manifestazioni che contribuiscono a promuovere lo sviluppo umano nel mondo. E, notizia di ieri, la Liguria ha vinto a Matera il Premio “Regioni dei Festival” grazie anche al Suq Festival.

In una lettera inviata a Il Secolo XIX venerdì 19 ottobre Lucy Ladikoff, docente di Lingua e Traduzione Araba all’Università di Genova, e Carla Peirolero, ideatrice e direttrice del Suq Festival e Compagnia, tornano sull’origine e il significato autentico del concetto.

«Al-sūq: questa parola di origine forse aramaica (la lingua di Gesù) non ha sempre indicato il “mercato” in senso stretto. Durante il periodo preislamico, al-sūq era un centro di potere economico e culturale. Il sūq si sviluppava in una stagione specifica per la durata di due settimane o più, all’interno di strutture murarie protette, secondo una disposizione che potremmo definire, approssimativamente, a cerchi concentrici.

Chiunque avesse qualcosa da esibire (orafi, speziali, venditori di stoffe, di cammelli o altro bestiame, cantastorie e poeti) lo portava al sūq. Tra le iniziative più amate dal pubblico del sūq vi erano le gare di poesie declamate ad alta voce, il cui vincitore veniva premiato da emiri e capi tribù. L’inaugurazione del sūq produceva fermento in tutta la città. Le massime autorità provenienti da tutta l’Arabia erano orgogliose di presenziare e augurare il successo a tutti».

Qualcosa che si ripete oggi con grande apprezzamento di pubblico e che pare essere entrato nel cuore di molti come dimostrano diverse testimonianze.

«Ci fa piacere ricordare a cosa ci siamo ispirati quattordici anni fa nel creare il Festival di Genova – concludono Ladikoff e Peirolero – come luogo d’incontro di tutte le culture del Mediterraneo e non solo, con la speranza che un po’ più di attenzione alle parole usate – specie sui media – contribuisca a una maggiore sensibilità di tutti verso gli spazi dell’intercultura. La via secondo noi obbligata perché la potenziale “emergenza” diventi opportunità».

Carla Peirolero, Giacomo D’Alessandro

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – ottobre 2012)

IL SUQ SUL FATTO – 9 – INTERVISTA A PAOLA CARIDI SU MARTINI E GERUSALEMME

La sera del 24 giugno scorso, nella tenda Yurta del Festival Suq di Genova, abbiamo messo in scena letture e musiche ispirate al libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”. A pochi giorni dalla scomparsa del suo autore, il gesuita cardinale Carlo Maria Martini, vorremmo riprendere il nostro consueto appuntamento coi lettori del Fatto proprio nel suo ricordo, pubblicando l’intervista a Paola Caridi, corrispondente da Gerusalemme per Lettera 22, che ha aperto quella serata.

Qual è la storia del tuo incontro con questa città?
Ovviamente è un incontro da giornalista, quindi un approccio totalmente laico, nonostante Gerusalemme sia considerata una città santa. Io ne ho visto devo dire in questi nove anni la parte meno santa, la parte che usa le religioni come alibi e come strumento politico. Ne vedo la sofferenza quotidiana delle persone, persone di tutte le fedi. Ma quelle che vedo io sono persone, dopodiché hanno anche una fede – spesso evidente nei vestiti che indossano – ma che io non debbo sapere in prima battuta: quelli che ho davanti sono degli uomini, delle donne, dei bambini, degli anziani, poi sono anche ebrei, musulmani e cristiani…ma questa è una cosa che a me interessa molto relativamente.

In questi nove anni quello che da una parte mi ha sorpreso e dall’altra mi ha fatto arrabbiare è il fatto che molti tra i pellegrini che ho visto hanno avuto con la città un rapporto autoreferenziale, che riguardava la fede ma non la fede calata nel presente, in mezzo agli uomini. Parlo soprattutto per i pellegrini cristiani perché io sono cattolica, ho visto molti che guardavano le sacre pietre e non guardavano gli uomini e le donne di Gerusalemme. Questo francamente mi ha indispettito perché nel mio rapporto con la fede il Vangelo è presente, è atto, è condivisione, e invece quello che ho visto mi sembra una lettura riduttiva di un pellegrinaggio.

Chi sono i giovani di Gerusalemme oggi?Devo dire molto diversi da tutto questo. Ho incontrato soprattutto giovani cooperanti, coloro che fanno progetti di cooperazione con i palestinesi. Quelli che ho incontrato a Gerusalemme ma a Gaza ma in Cisgiordania sono giovani che si interessano molto poco alle pietre e praticamente del tutto alle persone.

I giovani propriamente nati a Gerusalemme sono giovani che hanno le stesse ambizioni, gli stessi desideri di tutti i giovani del mondo. Vogliono una vita dignitosa, un lavoro dignitoso, poter studiare, magari non farsi ammazzare a vent’anni, e nello stesso tempo però sono ragazzi che hanno un rapporto con la realtà diverso, nel senso che si ha un’infanzia negata oppure un’infanzia che dura molto poco, da parte dei Palestinesi e da parte degli israeliani, ovviamente con carature diverse che non bisogna nascondersi. Nel caso di Gerusalemme che per metà è una città occupata dal 1967 (nella parte orientale), il rapporto tra i ragazzi palestinesi e i ragazzi israeliani è un rapporto di forza, in cui i ragazzi israeliani sono spesso soldati che imbracciano un fucile e chiedono i documenti ai ragazzi palestinesi; ragazzi e ragazze israeliane con la divisa, ragazzi e ragazze palestinesi senza divisa.

Questo lo sottolineo perché Gerusalemme è una città diversa rispetto a Tel Aviv, rispetto a Nazareth, rispetto ad Haifa e alle altre città; è una città in cui l’altro non è trasparente perché vive nello stesso luogo, e ci sono rapporti di forza che sono evidenti nella vita quotidiana. C’è ovviamente anche una vita che dovrebbe essere normale, cioè al di fuori delle divise e al di fuori dei rapporti di forza, ed è una vita frammentata tra le diverse parti della città, non c’è una vita condivisa, anche se si dice che Gerusalemme sia una città unificata sotto il governo israeliano.
Gerusalemme è ancora una città divisa in cui i luoghi dove si può e si vuole stare insieme sono pochissimi, rari, quasi inesistenti, e riguardano un pezzettino delle due popolazioni e sono peraltro sempre di meno, perché la situazione non è affatto migliorata, anzi direi che è peggiorata negli ultimi anni.

Dopo nove anni, il messaggio che come donna e come giornalista hai nel cuore da questa città è un messaggio di scoraggiamento, di odio o è comunque un messaggio di speranza?
Sono diversi messaggi insieme. Se si sta troppo a Gerusalemme si rischia di odiarla e credo che mettere una distanza tra se stessi a Gerusalemme dopo così tanti anni sia necessario.
E’ un messaggio di speranza? Mah, direi molto poco. Io sono ottimista nella vita, ma Gerusalemme è riuscita come a moderare il mio ottimismo, soprattutto quando parliamo di pace, perché secondo me di pace si parla molto a sproposito, e proprio la parola pace – che pure è contenuta nella parola Gerusalemme – è stata abusata e anche violentata in questi anni da tutti quanti.

E’ il caso che Gerusalemme torni centrale ma scardinando i luoghi comuni e cercando di capire che cos’è realmente oggi, perché solamente attraverso una lettura senza propagande, senza stereotipi, di Gerusalemme si riesce ad arrivare al cuore del conflitto. Il quale è molto semplice come per tutti i conflitti: è un problema di riconoscimento dell’altro. C’è bisogno di riconoscere l’altro perché senza non ci sarà alcuna pace, e non ci sarà non solo alcuna pace giusta, ma alcuna pace durevole.

Quindi la mia speranza è che un giorno o l’altro la persona che ci sta davanti non sia trasparente, non sia invisibile. Ecco io credo che Gerusalemme in questi anni sia invisibile come città reale, ma sia anche una sorta di rappresentazione dell’invisibilità dell’altro. La mia speranza è che un giorno o l’altro questo benedetto muro, che è anche fisico e che è anche all’interno di Gerusalemme (un muro di cemento alto nove metri) cada così come ne sono caduti altri, come è caduto il muro di Berlino che hanno cominciato a erigere quando io sono nata cinquantuno anni fa. Ecco spero che anche questo muro di cemento cada e mostri veramente l’altro, e poi si scoprirà che l’altro è simile se non uguale a se stessi, una cosa estremamente banale ma che sembra sia impossibile in questo momento comprendere a Gerusalemme.

(pubblicato su ilfattoquotidiano.it – settembre 2012)

E IL SUQ E’ IL PRIMO A CALCOLARE IL SUO IMPATTO AMBIENTALE

Intervista a Hicha e alle ragazze di Green Modeling Italia che stanno studiando l’impatto del Festival

Sono tutti giovani chimici o scienziati ambientali, e proprio con la Facoltà di Chimica stanno stringendo una collaborazione importante, i ragazzi (ma per l’80% sono donne) di Green Modeling Italia, cooperativa che studia ambiente ed energie nella prospettiva di aiutare eventi e festival culturali a scoprire qual è il loro impatto, per accompagnarli con strategie e buone pratiche a ridurlo anche dell’80%.

E il Suq in tutto questo è l’esperimento pilota: riuscirà a diventare un evento a “impatto zero”?
Si tratta non solo della parte dei rifiuti, ma soprattutto dell’aspetto energetico, emissione CO2, consumo di acqua… Ci sono eventi come spettacoli e concerti singoli che possono essere ottimizzati con un risparmio notevole (sui trasporti, la luce, l’energia..).

Come state lavorando?
Bisogna intervistare a campione le persone per capire come si muovono, come vengono. E poi far capire con buona comunicazione che con piccoli accorgimenti si può cambiare. Noi faremo un calcolo e cercheremo di tradurlo in “alberi abbattuti” corrispondenti all’impatto di tutto il Festival. E’ un termine di misura che può essere capito da tutti.

E poi…ci rimproverate?
Non è uno studio per dare multe o sanzioni, ma per stabilire strategie, accompagnare un evento culturale verso buone pratiche. Questo per il Suq sarebbe l’anno zero, poi con questo studio di base si potranno suggerire le strategie per arrivare in tot anni a fare un evento “green”.

In pratica, come si guadagnano punti?
Già tutte le stoviglie in Mater Bi date da Novamont sono un punto a favore. Altro passo potrebbe essere usare i led invece delle lampadine tradizionali. Poi analizziamo i trasporti, e questi dati potrebbero essere utili anche al Comune: come si muove la gente? Come viene al Festival? Come arrivano le merci?

La prospettiva sarebbe in futuro di poter rilasciare un marchio, una certificazione ai festival a seconda dei loro comportamenti in tal senso. Anche per incentivarli a non fare solo l’anno zero, ma a proseguire il percorso pratico, che in teoria è di tre-quattro anni, anche per spalmare i costi della riconversione su un tempo digeribile per l’organizzazione.

E la risposta della gente?
Un evento interetnico come il Suq ha la possibilità di trasmettere queste buone pratiche in modo che si spargano anche molto lontano. Il singolo le può carpire e adottare in casa propria. Sensibilizzare ed educare, questo diventa il senso finale che si cerca nella risposta della gente.

Già sulla raccolta differenziata qui c’è una buona sensibilizzazione. Sulle nuove proposte che stiamo facendo, la gente è interessata, incuriosita, per la prima volta si ritrova a Genova con questo tipo di questionari. Non è abituata, giustamente, allora devi impiegare un po’ di tempo a spiegare perché ti serve sapere come uno è arrivato qui di che anno è la sua macchina…
Chiarito quello, sono tutti molto disponibili.

Ci sono cantanti che per compensare un grande concerto ripiantano centinaia di alberi…è un buon compromesso?
Bene, ma occorre anche cercare in futuro di migliorare direttamente l’impatto dell’evento. Anche perché in realtà il disboscamento è sempre forte, non si possono piantare alberi ovunque per sempre. E poi è davvero importante che il cittadino impari le pratiche per cambiare il suo impatto, sono quelle che portano a una riduzione effettiva globale. Fare cambiare le persone in casa propria.

C’è sempre il problema che investire sulla riconversione sostenibile è costoso, in tempi di crisi poi…
In realtà ci sono tante piccole pratiche che con un piccolo investimento fanno tanto. Il tempo di rientro di solito va misurato sotto o sopra i 5 anni. Sotto, è un buon investimento. I led per esempio, costano dieci euro in più di una lampadina normale, ma per durata di vita e riduzione del consumo ripagano ampiamente in breve tempo, nel giro di due bollette.

In ogni caso secondo step del nostro studio qui sarà proprio valutare i punti critici dell’impatto ambientale e i costi dei miglioramenti da apportare, per valutare con gli organizzatori cosa si può fare.

Cosa monitorate qui al Suq?
Oltre ai questionari sui trasporti e la mobilità dei visitatori, anche i rifiuti (quanto differenziato e quanto no) e l’acqua (quanta per la cucina, quanta per i servizi igienici). Poi passeremo dai commercianti per capire da dove arriva la merce e con quali mezzi, quante volte al giorno/settimana, che uso delle luci, se hanno bombole del gas…

E’ un esperimento complesso, anche per esempio sul campione intervistato: sarà affidabile? Lo confronteremo con i dati totali dei visitatori, a fine Festival. E vedremo come accompagnare il Suq verso un futuro sempre più “eco”.

NON INSEGNATE AI BAMBINI. IMPARATE DA LORO

Oggi il Suq è più tranquillo. E’ lunedì e in più si è affacciato un nuvolone che minaccia di risciacquare bene il nostro tendone sul mare.

Una delle cose più belle è sedersi su una panca vuota, qui al centro, e guardare i bambini. Ce ne sono tanti, qui al Suq. Di tutte le età, di tutti i colori. Corrono, giocano, mangiano un gelato, schiamazzano – ma al Suq l’insieme degli schiamazzi confluisce in una musica che non dà fastidio, che avvolge, un vociare che sa di famiglia, di grande famiglia.

L’altro giorno, mentre osservavo qua fuori la gente passare, uno splendido bambino meticcio per mano con la sua mamma sgambettava gridando: “Mamma, dov’è il Suq?!”

Qui i bambini sorridono quasi sempre, come quasi sempre i genitori li lasciano liberi, senza paura.

Ecco dove falliscono tutte le idee che ci hanno provato a inculcare in questi anni di tv dei partiti, le idee della paura dell’altro, della sicurezza come militarizzazione, della diffidenza e del chiudersi in casa come cura di sé. Falliscono qui, nel rincorrersi di bambini che ridono, insieme, diversi e ricchi ciascuno della sua provenienza, fratelli senza paura di immaginare, già vivendo, un’esistenza comune.

(pubblicato su Suq Genova – giugno 2012)