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SCARICA "IL LAVORO CHE NON TIENE"

Pubblichiamo online una raccolta di quattro contributi sul tema del lavoro. Sono riflessioni “per un’alternativa di sistema” elaborate negli ultimi mesi individualmente da tre studenti ventenni e da un professore di storia e filosofia. Non sono rivendicazioni di verità e ricette né pretese di giudizio su persone o situazioni reali, piuttosto sintesi di analisi della realtà che viviamo e proposte per un ripensamento radicale del sistema lavoro come lo percepiamo in questa fase storica. Un pamphlet a 4 voci per aiutarci reciprocamente a guardare al futuro, personale e collettivo, con un orizzonte più ampio e creativo.

“Prendiamo una manciata di monete o una banconota: sono degli oggetti, per di più prodotti da noi. Come possono rappresentare le nostre azioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, la nostra vita? Come abbiamo potuto permettere a piccole anime, a cuori minuscoli, a menti meschine, di organizzare tutta la nostra vita barattando le nostre capacità di uomini con un oggetto? Come abbiamo potuto impegnare ogni nostra energia per soddisfare le esigenze di una società così folle? Com’è possibile che continuiamo a farlo?” 

CI SERVE UNA LIBERAZIONE CULTURALE (di VESS)

Estratti da due post di Vess Savage su quella che lui chiama la “liberazione culturale”.

Cultura” è una parola chimerica. Non si sa bene che cosa sia o cosa debba essere. La si vede come un privilegio di pochi professionisti oppure come la vera base della condivisione tra i popoli. La verità è che il termine non ha un significato univoco ma equivoco. La cultura in sè non esiste, esistono le culture. […]

Le culture sono patrimoni di esperienze e conoscenze innanzitutto dei signoli individui, poi di tradizioni storico sociali di gruppi o di popoli e, infine, sono conoscenze specialistiche organizzate, come le scienze e le tecnologie. Poi c’è la filosofia, che è una forma culturale borderline, infinitamente utile come atteggiamento critico di apertura verso ogni possibilità di esperienza umana, infinitamente dannosa quando, perdendo la sua essenza, viene messa al servizio del potere costituito. […]

I politici sanno che contro l’avanzata di nuove energie mentali essi non hanno armi e se non succede qualcosa dovranno farsi da parte. E’ allora che chiedono aiuto. Chiedono aiuto a coloro che possono fottere le culture, al plurale, con la cultura, al singolare, ai servi più sottili e specializzati, ai padreterni della parola, ai falsi filosofi […].

Indicano la via, l’orizzonte verso cui muoversi, l’insieme di quei valori, astratti e mai concreti, attorno a cui si deve concentrare ogni dibattito, l’insieme dei concetti che devono entrare nella zucca di tutti coloro che hanno avuto l’ardire di cercare di ripensare la società, di immaginare un mondo diverso. Così facendo creano un gorgo in cui ogni idea innovativa annega in un marasma senza capo nè coda in cui vale tutto e il contrario di tutto e le parole e i significati perdono le loro caratteristiche e le loro identità. […]

Se ci fosse una vera rivoluzione culturale loro sarebbero i primi a dover scappare per non essere presi a calci. Evidentemente si riferiscono a qualcosa che non esiste, cioè ad una cultura, declinata al singolare, che dovrebbe essere rivoluzionata: ma da chi? Verrebbe da dire, dalle idee della gente, dalle esigenze concrete dei popoli, da orizzonti davvero nuovi. E invece no. Sono loro che hanno gli strumenti per rivoluzionare la cultura. […]

E qual’è la strada per la rivoluzione? […] L’unico problema è che si è rotto il rapporto virtuoso tra rappresentati e rappresentanti. Ecco come suona la loro rivoluzione: riportare le persone (i rappresentati) a farsi fottere di nuovo dai politici (i rappresentanti) […] che, per definizione, rappresentano le istanze di quei gruppi dominanti che non hanno interesse a fare alcunchè per il bene comune, ma solo a mantenere il potere. […]


Sono servi del potere e ingranaggi del sistema e, come tali, ne salvaguardano la persistenza. Noi non abbiamo bisogno di un’idea unica di cultura; abbiamo bisogno di parlare tra noi, di confrontarci, di capirci, di superare le difficoltà pensando autonomamente e accogliendo prospettive diverse da quelle tradizionali. Nessuna istituzione vigente può sostituirsi alle nostre teste. Non abbiamo bisogno di una rivoluzione ma di una liberazione culturale. […]

Credo che nessuna cultura debba prevalere. […] Credo che l’idea che esista “una” cultura, come, per esempio, “una” cultura globale o “una” cultura europea o “una” cultura nazionale, è sempre una mistificazione. 

Il ricorso ad un’idea unificante di cultura, non solo non tiene conto di questa realtà di fatto – penso, ad esempio, a tutte le differenze che esistono tra le varie regioni d’Italia, dalle lingue al cibo all’indole della gente ecc.ecc. – ma crea un falso idolo d’oro, qualcosa, cioè, che deve essere considerato come vero e che invece non c’è.
Io credo che questo idolo sia molto comodo in quanto va a braccetto con il modello di globalizzazione e contribuisce al suo sviluppo.


Esistono le culture, che sono radicate all’inestricabile storia delle comunità , delle famiglie e degli individui che le compongono. Esistono, poi, i saperi organizzati.
Questi ultimi sono saperi universali, come le scienze, ma non vanno confusi con le culture.
Le culture riguardano direttamente la percezione che gli uomini hanno di se stessi, di ciò che li circonda e le loro azioni quotidiane.

Tale percezione può essere mediata dalle conoscenze universali, umanistiche, scientifiche e tecnologiche, tuttavia non può essere ricondotta ad esse o, peggio, ridotta ad esse. 

E’ molto importante, ritengo, opporsi a quell’idea di monocultura che fa riferimento a qualcosa che in sè non è reale ma che, come un buco nero che risucchia la materia distruggendo le sue proprietà, rischia di neutralizzare ogni indentità culturale, nutrendosi delle loro anime fino a fagocitarle totalmente per poi rigettarle sotto forma di prodotto industriale. 

Esistono le culture, al plurale, come ho scritto, mentre la cultura, al singolare, è un’industria.
Questa industria si nutre dell’essenza delle comunità e la trasforma in prodotto.
Questa è la vera funzione dei grandi centri universitari e dell’editoria.
Se la globalizzazione seguirà l’attuale modello di sviluppo, noi avremo, per esempio, che un bel dì non esisterà più la cerimonia del the ma solo il the come prodotto, con magari le istruzioni sulla confezione di come improvvisare una cerimonia del the. […] 


L’idea di un mercato unico globale controllato da pochi gruppi di potere è esattamente l’idea di una monocultura gestita da grandi luminari specialisti, produttori di idee e di senso. […]

Chi è sapiente non è necessariamente saggio e chi è saggio non è necessariamente sapiente. […] Se c’è qualcosa che deve prevalere è la saggezza.
Essa è patrimonio del singolo ed è patrimonio delle comunità, piccole e grandi.
La saggezza deve servirsi della sapienza per andare incontro ai bisogni reali dell’uomo.
La saggezza è il frutto maturo dell’esperienza che si dovrebbe esprimere ragionevolmente nella politica.


Ma non in “questa” politica che non è saggia.
Una politica saggia ha al centro di ogni sua attività il lume del bene comune, che concretamente significa, tutela dei diritti naturali delle persone, tutela della naturalità dei territori, nuove possibilità educative e formative, fine del sistema del mercato finanziario, disarmo, autodeterminazione, riorganizzazione del lavoro, ecc. ecc. […] 


Nessun professionista dell’industria culturale dovrebbe guidare le idee di un rinnovamento sociale, perchè finirebbe solo per impedire alle vere energie del rinnovamento di creare qualcosa.  […]

Perchè è possibile acquistare un testo di Marx o uno come “L’arte dell’insurrezione” di Lenin?
Perchè siamo in democrazia ed esiste il libero pensiero e la censura è solo un ricordo?
No naturalmente.
Lo diceva già Baudrillard negli anni settanta, il marxismo e “derivati”, sono stati fagocitati, interiorizzati e resi prodotti culturali dalla società postmoderna.
In pratica, non sono più pericolosi, non rappresentano una novità, non possono cambiare il mondo e sono previsti dal sistema, anzi, il marxismo e i comunismi sono uno specchio della società borghese, vengono insegnati nelle scuole e insistono anch’essi su un modello di produzione-consumo non riuscendo mai ad approdare alla disalienzazione dallo sfruttamento capitalista.


Sono la nostra esperienza, la nostra saggezza e le nostre culture reciproche che ci dicono che noi dobbiamo rispettarci, dobbiamo essere liberi, creare strutture sociali che ci permettano di ammirare e godere il mondo, e non di soffrire.
Noi sappiamo che il nostro lavoro non può essere una condizione di sfruttamento e sappiamo che agire in modo irresponsabile ci porta alla rovina.


Per sapere queste cose, così come per sapere che possono esistere modelli energetici alternativi, città diverse, un ritorno alla cultura della terra e dell’agro, e una diversa armonia collettiva, non abbiamo bisogno di lezioni di luminari o dell’arroganza dei politici.
Si possono condividere questi valori dappertutto ma occorre rispettare l’identità di ognuno e il sacrosanto diritto di una persona di scegliere come vivere nel rispetto degli altri.
Le culture possono curare i mali del mondo perchè scaturendo dalla saggezza si nutrono di empatia e non di egoismo.


Cambiare è possibile, ma occorre parlarsi, incontrarsi, essere solidali, creare insieme e dare l’esempio.

L’INSOSTENIBILE ESSENZA DEL LAVORO (di Vess)

Oggi è il 1 maggio, festa del lavoro.
Non c’è nulla da festeggiare.
Non c’è da festeggiare per coloro che oggi hanno lavorato.
Non c’è da festeggiare per coloro che sono disoccupati.
Non c’è da festeggiare per coloro che si stanno formando sperando di ricoprire in futuro chissà quale ruolo sociale.
Non c’è da festeggiare per coloro che hanno lavorato una vita e oggi sono pensionati, nè per coloro che vorrebbero smettere di lavorare ma che non possono perchè la legge non glie lo consente.
Ma perchè?
Perchè questa parola, “lavoro”, non ha nulla a che vedere con ciò che dovrebbe nobilitare l’uomo. Inutili le parole demagogiche, propagandistiche e menzognere dei politici, di papi e cardinali, dei sindacalisti o di quelle persone che credono di vivere in un mondo fondato su comunità che tutelano la vita e promuovono il progresso delle persone.
E’ tutto molto triste e, a tratti, grottesco, quando dei “lavoratori” partecipano a cerimonie in cui dovranno incensare quei politici corresponsabili della loro rovina e del declino economico, sociale e morale della comunità.
Ma cos’è il lavoro?
Cos’è quel qualcosa per cui le persone dovrebbero festeggiare, oppure reclamare perchè manca, oppure uccidersi perchè è un fallimento?
Il lavoro è un’attività in cui un uomo profonde energie fisiche ed intellettuali per generare… cosa? Qualcosa che lo migliori in quanto persona? No.
Qualcosa che migliori la società? No.
Qualcosa che migliori il rapporto tra l’uomo e l’ambiente? No.
E allora cosa?
La risposta è semplice: denaro.
In una società in cui tutto ciò che si fa è misurato e misurabile in denaro, il lavoro stesso è denaro.
Ma questa è una incredibile follia.
Il lavoro è la persona che agisce, che pensa, che fa.
Il lavoro è vita.
Com’è possibile ridurlo ad un oggetto? Pensiamoci un istante !
Prendiamo una manciata di monete o una banconota: sono degli oggetti, per di più prodotti da noi. Come possono rappresentare le nostre azioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, la nostra vita? Come abbiamo potuto permettere a piccole anime, a cuori minuscoli, a menti meschine, di organizzare tutta la nostra vita barattando le nostre capacità di uomini con un oggetto?
Come abbiamo potuto impegnare ogni nostra energia per soddisfare le esigenze di una società così folle?
Com’è possibile che continuiamo a farlo?
Diversi autori, da Platone ad Aristotele, da Bruno a Spinoza, da Russell a Chomsky, per citarne alcuni di tutte le epoche senza nominare per forza Marx, hanno sottolineato che il lavoro dovrebbe essere l’attività che permette all’uomo di esprimere una parte importante di sè, la sua creatività, il suo talento, le sue idee, i suoi sentimenti ecc., per creare cose che migliorino la vita di tutti e migliorino le persone.
Io penso che ci sia un’unica ragione per cui si dovrebbe festeggiare il lavoro il 1 maggio, ed è questa: rispettare la vera essenza del lavoro, la sua vera identità, e creare una società in cui il lavoro e la vita dell’uomo non possa essere ridotta ad un oggetto di cui pochi approfittatori facciano un uso privato, deprimente, degenerante ed ingiusto.
E’ ora di comprendere che il nostro attuale modo di considerare l’essenza del lavoro è insostenibile.
Mi auguro di cuore che la pensiate così anche voi.

[di Vess Savage, tratto da www.freelosofy.blogspot.com]

LA GRANDE PAURA DELLE LOBBIES MONDIALI (di Vess)

Qual’è la vera grande paura dei lobbisti?
Ma gli hack-attaks ovviamente.
Non c’è competenza più pericolosa, oggi, della capacità di violare protocolli di sicurezza.
Perchè?
Perchè tutti i maggiori flussi finanziari viaggiano online, ecco perchè.
Possedere questa capacità di far fare crack ad un protocollo di sistema è contemporaneamente la peggiore minaccia verso i lobbisti e la migliore arma di cui un privato cittadino dovrebbe dotarsi.
Nella società contemporanea e in quella del futuro prossimo è una delle poche competenze che faranno la differenza.
Ovviamente i lobbisti preferirebbero avere quest’arma solo a loro disposizione e non a loro sfavore, per scatenare questo talento contro chiunque e per qualunque scopo faccia loro comodo.
Per questo l’informatizzazione non viene scoraggiata ma si cerca di controllarla.
Per questo i servi dei lobbisti, cioè i vari funzionari delle diverse amministrazioni nazionali e locali, cercano di estendere il controllo burocratico alla rete.
Una delle grandi lotte per la libertà che ci aspettano nel futuro prossimo è la lotta per l’indipendenza della rete e per la libertà informatica.
Riflettete su questo perchè è troppo importante.
E’ una lotta già in atto e non possiamo permetterci di perderla.

Vess Savage


PROGETTARE LA MORTE DI QUESTO SISTEMA, COSTRUENDONE L’ALTERNATIVA (di Vess)

Occorre creare un movimento internazionale nuovo, che non sia previsto dal sistema.
I membri di questo movimento dovrebbero creare un gruppo autovincolato eticamente e laico, di persone che però pensino a se stesse non in ottica egocentrica, ma aspirando a fare il bene senza bearsene.
Proponiamo l’idea di un gruppo che, individuato per competenze linguistiche e informatiche di base, ma soprattutto umanistiche e scientifiche specifiche, si assuma il compito di rendere il sistema inutile, obsoleto, insignificante, e così condannarlo al crollo costruendo qualcosa di alternativo, che sia tecnologia, scienza, comunicazione o filosofia.
Occorre dare l’esempio e iniziare con un progetto di questo tipo.
E’ fondamentale la creazione di un manifesto di questo gruppo, ricordando che il principio fondamentale che deve guidare le sue azioni è la morte di questo sistema e la vita di un’alternativa di prosperità nella libertà e nel rispetto dell’ambiente.


Vess Savage

L’UNICA COSA SENSATA CHE LA POLITICA DOVREBBE FARE (di Vess)

Credi nella politica?
Ecco qual’è l’unica cosa sensata che la politica può fare: realizzare un P.E.T. (Piano Energetico Totale), basato su tre elementi:
1) Sviluppo progressivo della produzione di energia pulita;
2) Razionalizzazione della produzione energetica attuale eliminando sprechi strutturali e amministrativi;
3) Dismissione progressiva degli impianti obsoleti e, quando possibile, loro riconversione.

Il P.E.T. è la premessa per la rinascita di una nazione, per la sua indipendenza economica dal sistema di controllo internazionale e per ogni progresso economico e sociale.
Se trovi un movimento politico che voglia realizzare ciò allora votalo, altrimenti diffondi queste idee e associati a coloro che la pensano così.

 Vess Savage

LA BASE CRITICA – 08 – LA CORRUZIONE DELLE RELIGIONI

2. Perché esistono religioni ideologizzate
   Se il fondamento delle religioni non è ideologico si può però parlare d’ideologia religiosa. Una religione non nasce, in generale, come ideologia ma può essere ideologizzata.
Questo avviene quando:
1) il contenuto della sua rivelazione è perso di vista come continua apertura verso il divino e il dogma è semplicemente cristallizzato;
2) il contenuto della rivelazione perde il suo primato in favore di un interesse politico-sociale.
   Nel primo caso è come se il cuore di una religione cessasse di battere. Nel momento in cui i dogmi della rivelazione cessano di essere significati e giustificati dalla tensione verso il fondamento logico che abbiamo definito “vuoto di potere” e che rappresenta il più autentico contatto col divino, […] allora la religione mina le sue stesse radici, fa terra bruciata attorno a sé, desertifica il suo stesso ambiente e perde il suo più grande potere, ovvero quello di comunicare alle coscienze sulla base di quella esigenza comune a ogni soggetto […].
   Nel secondo caso, […] il contenuto spirituale della rivelazione si corrompe a favore di una temporalizzazione politico-sociale che, secondo questo processo, è il tentativo della religione di trovare una nuova base di comunicazione che sia efficace quanto quella precedente. Questa è però un’illusione.
L’illusione consiste nel fatto che la religione vuole sentirsi e presentarsi come ispiratrice socio-politica mentre è la società e la politica a ispirare la religione. Nel concreto sono le azioni sociali e i fatti politici, che non hanno alcuna radice religiosa, a condizionare il comportamento religioso.
   Dove questo accade, abbiamo una religione che diviene di fatto un soggetto politico integrato nell’ambito di una società il cui primato è laico. Quando la religione però, per tradizione, per storia o tendenza culturale del contesto di riferimento, vuole e può assumere il primato di network socio-politico, allora essa può assurgere ad un primato temporale che porta, nei casi più estremi, […] alla teocrazia, vera, presunta o mascherata che sia.
   Se le religioni si purificassero dalle incrostazioni socio-politiche, smettendo di rivendicare tale ruolo, potrebbero concentrarsi su quegli elementi umani che hanno la stessa natura del loro fondamento. Tali elementi sono i sentimenti, le gioie, i dolori, le sofferenze, la sete di conoscenza, l’amore per il bello, la creatività, eccetera.
Le religioni dovrebbero avere il compito di accudire l’uomo nella ricerca del senso della vita, che è ciò che accompagna più da vicino la percezione del vuoto di potere […].
Esse, invece, hanno creato strutture enormi guidate da sovrastrutture enormi guidate da uomini che, in buona o cattiva fede, sono costretti a dirigerle per salvaguardarle.
   Il vero senso delle religioni odierne è quello di perpetrare le proprie strutture e sovrastrutture, ossia il senso di ogni organizzazione istituzionale esistente.
Così come le istituzioni investono ogni risorsa per permanere e soffocare ogni possibile anomalia nei sistemi in cui esse agiscono, così le religioni si sono apparatizzate e come conseguenza ovvia sono divenute istituzioni in interazione con le altre istituzioni.
   Questo genere di attività, naturale nelle istituzioni politiche, abominevole nelle religioni, si contraddistingue per essere mistificatoria, in quanto propone i modelli istituzionali vigenti come unici modelli possibili o preferibili, e complessa in quanto non rimanda ad un unico principio di azione sociale ma agisce a tutti i livelli possibili. Anche senza applicare il metodo dell’elemento ideologico nei suoi cinque punti, è evidente che l’istituzione religiosa come produttrice di attività mistificatoria complessa è ideologica.
   Ecco perché si può parlare di religioni ideologizzate.



(da La Base Critica di Vess Savage,
autoed. 2011,
www.freelosofy.blogspot.com)