Il concertone del 13 ottobre a Genova

Un annuncio a tutti gli amici per il concertone che stiamo organizzando a favore dell’accoglienza. Venerdì 13 ottobre, Mercato del Carmine, Genova. Band di rilievo nazionale. Tre azioni per cambiare l’accoglienza dal basso. Vi aspettiamo… A breve il lancio ufficiale!

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Vivere la fede in Sud America: ritratti (La Guardia)

pubblicato sul mensile La Guardia, n./settembre 2017

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Come si vive oggi la fede in latinoamerica? Come si pratica la prossimità? Come si alimenta un costante impegno per la giustizia? Sono alcune delle domande che mi sono portato dietro nei due mesi di viaggio “on the road” tra Colombia, Ecuador e Perù. Un itinerario a tappe lungo migliaia di chilometri, percorsi in oltre 200 ore di viaggi notturni su bus popolari. Una esplorazione spontanea di meraviglie della natura, culture indigene, progetti sociali e ambientali, di uno dei continenti più interessanti e vivaci per la sua storia recente. Il continente da cui proviene Papa Francesco. Vorrei condividere alcune testimonianze di vita e di fede che io e Alessia Traverso abbiamo incontrato, a volte cercato, a volte per caso, nel pieno di questa avventura. E che ci hanno colpito come modelli di cui il “vecchio continente” può fare tesoro, se sapremo rimetterci in ascolto della realtà, delle persone e delle loro esigenze, oltre le sovrastrutture e le demotivazioni. Se vorremo rifarci a Gesù di Nazareth come modello di umanità e pienezza.

Allegria e speranza!

A Bogotà, capitale colombiana, abbiamo trascorso una insolita giornata con padre Daniel Delgado, vicario episcopale, in visita pastorale al barrio El Dorado dove sorge la parrocchia di San Alberto Hurtado. Daniel è un prete sorridente, con una comicità innata, di stile semplice ed essenziale. Con lui visitiamo una coppia di anziani malati, che in questa periferia arroccata in cima ai colli non hanno possibilità di muoversi nè di ricevere i servizi di cui avrebbero bisogno. Visitiamo i bimbi di un asilo di quartiere. Portiamo la comunione a un ragazzo disabile che passa la vita costretto in un minuscolo appartamento, dove i famigliari se ne prendono cura. Avrebbe potuto crescere risolvendo parte dei suoi limiti, praticando una riabilitazione profonda, cose a cui lo strato più basso della popolazione non ha accesso. A tutti Daniel si dedica con dolcezza, informandosi sulle condizioni e sulle esigenze, offrendo un momento di preghiera e di condivisione partecipata, per poi finire con una sincera esortazione: “…e mi raccomando, allegria e speranza!” Durante il pranzo ci racconta come ha scelto di vivere il suo incarico di vicario: stando il più possibile accanto ai parroci e nei quartieri tra le gente. “In questa piccola borsa mi porto dietro l’essenziale, così mi fermo a dormire nella casa parrocchiale e abbiamo tempo per stare insieme, la sera cucinare e guardare la tv, chiacchierare fino a tardi. Mi sembra il modo più efficace di condividere e conoscere meglio la vita dei preti, dei laici impegnati, della povera gente. Così posso capire le esigenze e offrire dove serve un supporto, un incoraggiamento, anche della formazione.”

Tra i narcos e i migranti

Accogliere i migranti a Ventimiglia e combattere i narcos in Colombia, contemporaneamente. Ci riesce don Rito Alvarez, nato nel Catatumbo, Colombia centrale, la cui famiglia è stata profuga a causa delle guerriglie paramilitari. Per incontri fortuiti don Rito è finito a fare il prete in Italia, e a Ventimiglia ha fatto in questi anni ciò che il Vangelo e la sua coscienza gli hanno suggerito: aprire la chiesa ai migranti, difenderli, cercare soluzioni ai diritti primari. Ma nello stesso tempo, grazie alla collaborazione della sua comunità parrocchiale e della sua famiglia, don Rito ha messo in piedi nella sua terra natia la Fondazione Oasis de Amor y Paz, che consiste in due campus dove vivono e studiano bambini, ragazzi e universitari, altrimenti destinati a una vita senza scelte, alla raccolta della coca, forse alla guerriglia. Siamo stati ospiti una settimana nelle cittadine di Abrego e Ocana, entrando in relazione con i bambini e i ragazzi, con gli educatori e i familiari, abbiamo assistito ai lavori nei campi e negli allevamenti, un’ottima idea per rendere sostenibili le due case e insegnare agli ospiti a prendersi cura di ciò che cresce. Ci ha stupito la forte consapevolezza di ciascuno – del piccolo German di 10 anni come di Dixon proveniente da una comunità indigena – per questa insperata opportunità tutta da cogliere: poter vivere come in una grande famiglia, imparare dei valori, dedicarsi allo studio per poter diventare contributi positivi alla comunità e alla famiglia. Notiamo con ammirazione che questo non è l’ennesimo progetto di cooperazione internazionale “calato dall’alto” da una qualche ONG occidentale, bensì è una visione, un sogno, un azzardo nelle mani della Provvidenza costruito da un giovane prete nato qui con l’aiuto e il supporto dei suoi familiari. Una risposta ad un bisogno reale, sentito, sofferto, da parte della stessa gente del luogo.

Vescovo degli Indios

Lorenzo Voltolini è un italiano di Brescia trapiantato in Ecuador da 40 anni. E’ Vescovo a Portoviejo, nella provincia di Manabì, così colpita dal terremoto di un anno e mezzo fa. Il suo racconto della cattedrale sventrata, dei corpi per la strada, dei palazzi rovesciati, fa venire i brividi. Pantaloni scuri, camicia bianca, croce di ferro, passo deciso, Lorenzo ha scelto di essere un Vescovo semplice, laborioso e dedito ai problemi della gente. Per il dopo terremoto si è speso totalmente. Ogni anno organizza una intera settimana di Sinodo per la diocesi, in modo da facilitare l’ascolto delle comunità più diverse e di favorire la costruzione di un piano pastorale condiviso, approfondito e a lungo termine. Lorenzo ha moltissimo da raccontare degli Indigeni Kichwa, con cui da missionario ha vissuto diversi anni. Ne conosce l’idioma, tiene perfino un corso in seminario all’ultimo anno, e rivendica un forte ruolo della chiesa latinoamericana nella difesa degli Indios dai soprusi di governi e multinazionali. Ci spiega il concetto di “buen vivir” come lo ha capito stando tra loro, un vivere “alto, grande” che integra il rispetto dell’ambiente, delle creature, della fraternità umana, con la ricerca di una gioia essenziale, condivisa e liberante. Un ottimo approccio da assumere nelle nostre civiltà “sviluppate” per misurare la felicità integrale e profonda delle persone, oltre i parametri e le imposizioni del capitalismo selvaggio.

[l’articolo integrale è disponibile sul mensile La Guardia, da richiedere qui]

Intervista da non perdere del generale dei Gesuiti

tratta da rossoporpora.org – febbraio 2017

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Padre Sosa, incominciamo con uno sguardo generale sulla Chiesa prima di passare a parlare di Lei. Da quasi quattro anni la Chiesa cattolica ha come timoniere un gesuita latino-americano e da quattro mesi la Compagnia di Gesù è diretta da un gesuita latino-americano. Soffermiamoci dapprima sulle caratteristiche di novità portate da una Chiesa guidata da un gesuita…

La novità è grande, poiché mi sembra che mai il Fondatore o i gesuiti abbiano covato questa idea in testa. Neppure il gesuita Jorge Mario Bergoglio. Tradizionalmente la Compagnia di Gesù cerca di rendere un servizio alla Chiesa non da un punto di vista gerarchico, ma secondo un’altra ottica: pastorale, intellettuale, educativa. Lo fa in posti e momenti speciali. I gesuiti che sono anche vescovi, rendono questo servizio su richiesta diretta della Santa Sede e in posti in cui altri non vogliono andare o in cui regna una situazione speciale.

Intende suggerire che oggi nella Chiesa regna una ‘situazione speciale’?

Perché un gesuita divenga papa ci dev’essere per forza una situazione speciale. E’ stata la Chiesa a chiedere questo. Per di più l’ha chiesto a un gesuita anziano, alle soglie del pensionamento: e anche questo è un aspetto singolare.

Un gesuita latino-americano…ulteriore novità che riguarda contemporaneamente anche la Compagnia di Gesù…

Questo è un papa che, come me, viene dalla Chiesa latino-americana. Io sono entrato in Compagnia proprio quando si stava concludendo il Vaticano secondo. Il noviziato l’ho finito nel 1968, al momento della Conferenza generale di tutti i vescovi latino-americani a Medellin, aperta da Paolo VI. La nostra elezione è certo un segnale che in questi cinquant’anni la Chiesa latino-americana ha saputo concretizzare seriamente il Concilio, essendosi convertita a tutti i livelli…

La Chiesa latino-americana aveva bisogno di una conversione completa?

La conversione era richiesta dal Vaticano secondo a tutti, con modalità diverse a seconda del proprio servizio nella Chiesa. Ad esempio ai religiosi è stato chiesto di tornare ad abbeverarsi alle loro fonti spirituali. In generale alla Chiesa è stato chiesto di aprire le finestre, far entrare aria fresca, scoprire i cambiamenti del mondo cercando di considerarli seriamente. E’ così che la Chiesa latino-americana ha incominciato a confrontarsi con convinzione con la realtà veramente sconvolgente del continente, una realtà che ancora oggi è dirompente in una situazione in cui la differenza tra ricchi e poveri è la maggiore nel mondo…

L’America latina non è però il continente più povero… 

No, ma certamente è quello in cui la disuguaglianza raggiunge l’apice. Accanto a questa povertà c’è però la fede molto viva della gente…così variata e con tante esperienze di inculturazione. La Chiesa latino-americana dopo il Concilio ha preso un grande slancio ed è riuscita a convertire sia i suoi modi pastorali che le sue strutture sociali, con un’attenzione particolare all’evangelizzazione dei poveri. Lo dico con umiltà e anche un po’ d’orgoglio: sia papa Francesco che io siamo figli di questa storia, frutto di un lavoro non personale, ma collettivo che dura da più di cinquant’anni.

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A fuoco il campo Rom di Scampia

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NAPOLI – Brucia da ormai otto ore l’area dei campi rom di via Cupa Perillo, a Scampia, periferia nord di Napoli. Dalle prime versioni e dalle voci degli abitanti – fuggiti dal campo cercando di salvare vestiti e utensili stipandoli nelle macchine – il fuoco è partito da un contadino che su un terreno adiacente stava bruciando alcune sterpaglie. Secondo un’altra versione avrebbe preso fuoco una vettura, sempre fuori dal campo. La vegetazione secca per la siccità, i cumuli di rifiuti e il vento hanno fatto il resto, allargando le fiamme al campo rom e distruggendo diverse capanne e baracche.
Gli abitanti sostengono che non ci sono vittime nè feriti, ma che il rischio è stato grande: nei due campi (uno attrezzato dal Comune e uno abusivo, presenti da oltre 30 anni) vivono circa 700 persone tra cui molti sono bambini e ragazzi. L’incendio ha fatto esplodere anche diverse bombole di gas.

In via Cupa Perillo, nei pressi della ludoteca Il Giardino dei Mille Colori, le famiglie rom si mescolano ai curiosi di passaggio, alle forze di polizia e al viavai delle camionette dei Vigili del Fuoco, sulle cui tempistiche di intervento si sollevano già le prime polemiche. Ma il contesto è ben più teso: il 17 luglio scorso, sulla scia delle proteste per i ripetuti roghi di rifiuti, un’ordinanza della Procura della Repubblica ha messo sotto sfratto entro l’11 settembre un numero imprecisato di famiglie, con minaccia di sgombero del campo.
Il Comitato Campano con i Rom, animato dai padri Alex Zanotelli (comboniano) e Domenico Pizzuti (gesuita), si adopera da anni per aprire un tavolo con le istituzioni in attuazione della normativa europea per il superamento dei campi e l’inclusione di rom, sinti e camminanti.

A fronte del rischio di sgombero delle famiglie residenti da 30 anni nel quartiere, integrate nelle scuole, nel lavoro, nelle attività educative, è nato il Comitato Abitare Cupa Perillo, un percorso collettivo che include gli abitanti dei campi, le associazioni e i soggetti socialmente attivi nel quartiere, e che ha svolto due assemblee pubbliche di mediazione per chiedere la cessazione dei roghi ma anche per contrastare il metodo dello sgombero in assenza di alternative abitative.
L’estensione dell’incendio è comunque sospetta, e sembra confermato che il fuoco è partito da punti diversi attorno ai campi. “Può non sembrare casuale, proprio nel momento in cui si stava lavorando per gestire pacificamente l’abbandono dell’area, mentre altri soggetti invocano soluzioni ben più drastiche” afferma padre Domenico Pizzuti, in strada tra le famiglie sfollate. Ed effettivamente, l’incidente sembra troppo casuale per esserlo davvero. Nel frattempo ci sono famiglie con bambini anche molto piccoli che si ritrovano senza casa e senza più effetti personali.

A Francesco fa da ostacolo il clero (Osservatore Romano)

di Giulio Cirignano, su L’Osservatore Romano del 25-7-2017

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L’ostacolo maggiore che si frappone alla conversione che Papa Francesco vuol far fare alla Chiesa è costituito, in qualche misura, dall’atteggiamento di buona parte del clero, in alto e in basso. Atteggiamento, talvolta, di chiusura se non di ostilità. Come i discepoli nell’Orto degli ulivi, ancora i suoi discepoli dormono. Il fatto è sconcertante. Per questa ragione il fenomeno va esaminato a fondo, nelle sue cause e nelle sue modalità. Il clero trascina dietro di sé la comunità, che invece dovrebbe essere accompagnata in questo straordinario momento. Gran parte dei fedeli hanno compreso, nonostante tutto, il momento favorevole, il kairós, che il Signore sta donando alla sua comunità. Gran parte dei fedeli è in festa. Tuttavia quella porzione più vicina a pastori poco illuminati viene mantenuta dentro un orizzonte vecchio, l’orizzonte delle pratiche abituali, del linguaggio fuori moda, del pensiero ripetitivo e senza vitalità. In fondo, il Sinedrio è sempre fedele a se stesso, ricco di devoto ossequio al passato scambiato per fedeltà alla tradizione, povero di profezia. Quali le ragioni di tutto ciò?

Al primo posto della lista occorre, probabilmente, collocare il livello culturale modesto di parte del clero, sia in alto che in basso. Non possiamo generalizzare e, pertanto, non troviamo alcuna difficoltà ad ammettere che ci sono molte eccezioni a questo stato di cose, per fortuna. In molti presbiteri, purtroppo, la cultura teologica è scarsa e ancora minore è la preparazione biblica. La causa di questo deplorevole stato di cose è facilmente individuabile. Quando un corso di studi di livello universitario, tanto per fare un esempio, non lascia nello studente la voglia di pensare, di continuare a studiare, di esercitare un minimo di senso critico, vuol dire che ha fallito il suo compito. L’impostazione di gran parte dei seminari non favorisce il formarsi di una mentalità di lavoro e di impegno. Gli anni di preparazione al presbiterato dovrebbero alimentare la consapevolezza circa la necessità del ministero come un vero e proprio lavoro. Come ogni persona, anche il prete lavora per guadagnarsi il pane.

Si obietterà che spesso i preti sono oberati da molte faccende. Questo risponde a verità. Se però le molte faccende impediscono al prete di svolgere il compito che gli è proprio ci dobbiamo interrogare. Forse grava sul prete un’immagine che viene dal passato e che non è più sostenibile? Ci riferiamo a un’immagine ereditata in cui il prete era pensato come il capo e il padrone della comunità e che, in virtù della sua condizione celibataria, veniva come compensato da una specie di ruolo a responsabilità individuale totalizzante. Una specie di “protagonista” solitario. Gli organismi di sinodalità funzionavano e funzionano poco e male. In questo schema si pensava che la vitalità di una comunità passasse dal prete ai fedeli, costantemente conservati in un ruolo passivo. Tutto ciò oggi non è più accettabile.

C’è ancora un fattore più grave che impedisce a quanti portano il dono del sacerdozio ministeriale di intercettare le domande che vengono dalla storia e accogliere con gioia ed entusiasmo gli inviti al cambiamento. È un fattore il cui peso è difficilmente misurabile, una specie di gabbia paralizzante. Possiamo definirlo, sostanzialmente, come la modalità di concepire l’esperienza religiosa in termini vecchi, quelli maturati e consolidati nel lungo periodo della controriforma. Modalità che coinvolge la teologia, la spiritualità e la pratica.
Una teologia, in primo luogo, senza le risorse della Parola, senz’anima, che ha trasformato l’appassionante e misteriosa avventura del credere in religione. Fede e religione: nell’immaginario comune sono quasi sinonimi. In realtà, sono esperienze profondamente diverse. La religione nasce dalla paura e dal bisogno dell’uomo che spinto da questo duplice fattore si incammina in cerca di una mano a cui aggrapparsi. Va in cerca di un aiuto che, spesso, costruisce in parte anche secondo le sue necessità. È una esperienza bella, certamente, che si alimenta alla coscienza del mistero, che ogni uomo porta in sé. Ha, però, questo grande limite: il Dio della religione è, per lo più, proiezione dell’uomo, della sua mente, delle sue paure, delle sue necessità. È un dio ipotetico.
La fede ha tutt’altra origine. È accoglienza di un evento umanamente impensabile. Nell’esperienza della fede non è in primo luogo l’uomo che va verso Dio, ma l’opposto. Dio si rende esperibile all’uomo che è invitato ad accoglierlo. La fede è il vuoto dell’uomo e il pieno di Dio: in ciò l’uomo trova la sua completa dignità.

Dobbiamo ammetterlo: siamo tutti profondamente intessuti di religione. Tutti, nessuno escluso. Anzi, il bisogno religioso ci accompagnerà fino alla fine della vita. Non ci abbandonerà mai. Avremo sempre l’istinto di cercare quella misteriosa mano su cui posare le nostre vertigini esistenziali. Dunque nessuna svalutazione della religione, ma dobbiamo ribadire con forza che la fede è un’altra cosa. Quando il prete è troppo segnato da mentalità religiosa e poco da limpida fede, allora tutto si fa più complicato, poiché egli rischia di restare vittima delle molte cose inventate dall’uomo su Dio e sulla sua volontà. Quando è l’uomo a parlare di Dio, lo fa da uomo, immaginando, ipotizzando e talvolta sostituendosi a Lui. Colui, che è totalmente altro, non sopporta di essere rinchiuso in schemi angusti, tipici della mente umana. «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Giovanni, 1, 18), di lui sappiamo solo quello che il Figlio ha voluto rivelare. Dio è amore: questo è tutto. Amore come dono di sé. Così Egli corregge, in maniera plateale, le mille involuzioni che siamo soliti far compiere all’amore.

Quando venne la guerra (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro*

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Caro Giacomo, prima della guerra era usanza che i ragazzi nelle vacanze estive venissero mandati in bottega a imparare alcuni mestieri, così da facilitare la ricerca di un lavoro una volta finiti gli studi. Per le famiglie era importante che i figli imparassero a contribuire alle spese domestiche. Così iniziarono i miei primi impieghi.

La prima volta fui mandato in una latteria dove, per la tenera età e la piccola stazza, arrivavo appena al bancone; lavavo le tazzine e portavo i caffè nei negozi vicini. Nell’estate del 1940 facevo le consegne per un panificio, e l’anno dopo ancora andavo al Politeama Genovese a vendere caramelle, gelati, bibite e cioccolata, durante l’intervallo e alla fine dello spettacolo. Lavorai poi in Piazza Portello nella valigeria Tinelli, che ora è stata sostituita da un moderno negozio di tecnologia; facevo le pulizie e consegnavo alcune ordinazioni. Ma nel frattempo era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale.

Vennero tempi duri per tutti. Dopo un mese cominciò a rivelarsi l’assurdità di quella guerra contro le potenze straniere. I generi alimentari mancavano sempre più, e vennero consegnate delle tessere con tot bollini che servivano per comprare 150 grammi di pane al giorno a persona. Per gli altri generi erano consentiti pochi grammi a testa, e imparammo a conoscere la fame. Intanto i dirigenti del partito fascista raccoglievano la maggior parte dei viveri e li nascondevano in cantine o magazzini.

Erano stati censurati i giornali oppositori, e i politici che non assecondavano il regime erano stati esiliati oltre confine.

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Così affondò l’Andrea Doria (LiguriTutti)

di Egidio D’Alessandro, a cura di Giacomo D’Alessandro

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Caro Giacomo, riprendiamo i miei ricordi di vita sul mare. Questa volta devo con molta amarezza rievocare il naufragio dell’Andrea Doria, la nave regina (così chiamata per la sua bellezza) dove mi trovavo imbarcato il 25-26 luglio 1956, esattamente cinquant’anni fa. L’Andrea Doria era l’ammiraglia della flotta passeggeri, e partì da Genova il 17 luglio. Fatto scalo a Cannes, Napoli e Gibilterra, navigavamo verso New York, dove l’arrivo era previsto per le prime ore del 26 luglio. Al comando della nave era il capitano Piero Calamai, personaggio di grande autorevolezza e serietà, stimato dal suo equipaggio. Aveva 59 anni. Io lo conoscevo bene perché da due imbarchi ero incaricato all’Ordinanza del Comandante, ero cioè colui che si cura delle sue divise, del suo appartamento e del servizio a tavola in sala da pranzo.

Il viaggio fu regolare e piacevole. La sera del 25 luglio c’era ancora mondanità, si ballava sulle note di Arrivederci Roma, ma molti passeggeri si erano ritirati nelle cabine per preparare il bagaglio. Da parte mia ero, come alla vigilia di ogni arrivo, ansioso di giungere a New York, dove avrei trovato la lettera di mia madre, in quanto a quel tempo avevo 28 anni e non ero ancora sposato.

Quel tardo pomeriggio l’Andrea Doria era entrata in un fittissimo banco di nebbia. Il comandante Calamai salì sul Ponte di Comando. Gli portai il cappotto d’incerata verso le 17, e alle 19.30 gli servii una piccola cena sopra un vassoio, ma sempre sul Ponte. Dopo mi recai in sala da pranzo per il servizio ai passeggeri, terminato il quale andai in saletta Camerieri, il nostro bar e ritrovo. Lì si chiacchierava del più e del meno quando alle 23’10 avvertimmo un urto di inaudita violenza. La robusta prua rompighiaccio dello Stockholm aveva impattato l’Andrea Doria provocando una enorme falla di 20 metri di lunghezza, 12 di larghezza e 10 di profondità…

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