Fare la pulizia di Facebook e risparmiare tempo ogni giorno

Da qualche mese mi sto esercitando a fare la pulizia di Facebook. Che significa? E chi me lo fa fare? Un semplice ragionamento, e un po’ di curiosità. Molti di voi si ritroveranno a scorrere più volte al giorno la Bacheca delle Notizie di Facebook, dove compaiono i contenuti pubblicati e condivisi dai nostri amici, dalle pagine che ci piacciono, dai gruppi in cui siamo, eccetera.
Ma… Ma Facebook naturalmente non può mostrarci tutti i contenuti di tutti i nostri contatti (sarebbero troppi, e ci guadagnerebbe meno perché non venderebbe le sponsorizzazioni). Succede allora che sulla nostra Bacheca ci ritroviamo contenuti selezionati dall’algoritmo di Facebook in base a diversi fattori, e a volte un po’ a caso. E che ci perdiamo contenuti di amici e di pagine che magari ci interesserebbero molto di più.

Fare la pulizia di Facebook significa esercitarsi, quando scorriamo la bacheca, a dire a Facebook che “questo contenuto non mi interessa“, “non mostrarmi più i post di questa pagina” o “non seguire più questa persona” perché pubblica contenuti che non mi interessano.
E’ semplice e veloce: si clicca sulla freccetta in alto a destra di un post, e si seleziona una di queste voci che ho citato. Tranquilli, alle persone e alle pagine non arriverà alcuna notifica del fatto che non li seguiamo più o non vogliamo più vedere i loro contenuti nella nostra bacheca notizie. E ovviamente non equivale a togliere l’amicizia, quindi restiamo con tutti i nostri contatti.
Ma se abbiamo la costanza e la voglia di fare questo lavoro per un po’ di tempo (già una settimana può dare i suoi frutti), succederà che la nostra Bacheca si riempirà più di contenuti che ci interessa seguire quotidianamente, e non perderemo tempo ed energie mentali (lettura, comprensione, elaborazione) nell’incontrare contenuti che nulla aggiungono alla nostra giornata.

Forse non ci riflettiamo abbastanza, ma le nuove tecnologie della comunicazione hanno un principale grande svantaggio: ci distraggono, ci stancano, ci rubano molto tempo. Non ce ne accorgiamo nemmeno, ma leggere e comprendere 30 post per renderci conto che almeno la metà sono cose di poco conto, che assorbiamo e vogliamo già buttare via, è un’operazione diventata quotidiana che ci stanca la vista, la mente, e ci richiede molti minuti. E che ci rende meno sensibili, meno pronti, meno disposti a dedicare tempo e attenzione a contenuti che ci piacciono e ci incuriosiscono davvero. Col risultato che ad un certo punto non leggiamo più nulla, scorriamo tutto, siamo saturi e incapaci e demotivati ad assorbire. Oppure, col risultato che ci accorgiamo di aver perso qualcosa di bello, di prezioso, di emozionante e di arricchente perché eravamo distratti dalla “rumenta” indistinta.

Tutt’altro punto è in base a quale criterio fare questa pulizia. E’ del tutto personale. Dipende da cosa vi interessa ricevere dal vostro tempo sui social. Notizie? Cazzeggio? Fare i guardoni delle vite altrui? Seguire i quotidiani online o altre pagine specializzate? Pagine di persone famose? Video comici? Selezionare tra tutti gli amici quelli che pubblicano contenuti più seri e pensati sui fatti di attualità? Tutto dipende da voi. La cosa certa è che chiunque, per come funziona Facebook, ha la possibilità di eliminare una consistente parte di contenuti che gli fanno perdere tempo.
Attenzione: ovviamente Facebook li sostituisce, come no. Ci propone contenuti di persone e pagine che non abbiamo mai visto in bacheca, per esempio, e quindi la nostra selezione può continuare, ma con più novità e curiosità. Potrebbe capitarci qualcuno che volevamo seguire da tempo senza neanche ricordarcelo.

Ricordiamo sempre una cosa: vivendo in un mondo sovrabbondante di input comunicativi, è importante per ciascuno sviluppare un’attenzione selettiva, ovvero la capacità di selezionare bene le informazioni che vale la pena ricevere ed elaborare quotidianamente. L’alternativa è perdere la capacità di apprendere perché si va in soffocamento e in saturazione indiscriminata. L’attenzione selettiva è quella capacità di tenere le antenne vigili ma a riposo, e di rizzarle prontamente quando si percepisce una comunicazione/informazione di nostro interesse, ma di non scomodarle nemmeno per tutto il resto del tempo. Salvo spazi di “talent scouting” in cui essere recettivi al nuovo che può diventare interessante ed entrare nella nostra attenzione quotidiana.

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Non regaliamo Genova ai leghisti

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Domenica 25 giugno puoi lasciar cadere la città di Genova nelle mani dei leghisti e dei loro amici, il peggior berlusconismo ancora in vita in Italia, come sta dando prova la Regione di Toti. Oppure puoi sentire un briciolo di decenza e dignità e #alzareilculo perché questo non succeda. Forse non te ne frega niente, forse ritieni che come andrà a finire poco o nulla cambierà. Sbagliato. Non possiamo ottenere il meglio possibile (e di questo hanno colpa in parecchi), ma almeno non lasciamoci cadere nel peggio del peggio.
Questo evento è un appello e una sfida: invita almeno 10 amici che sono andati a votare e 10 ai quali secondo te non frega un cazzo della politica e del voto. Convinciti e convinci ad #alzareilculo almeno questa volta per evitare di consegnare la città al becerume trumpiano di troppi consiglieri leghisti e affini. Poi faremo i conti a muso duro con chi governerà per alzare al massimo il tasso di rinnovamento e discontinuità. Ma intanto salviamo la pelle a questa Genova di cui siamo parte.
Parola d’ordine #alzareilculo, senza troppi giri di parole.
Facciamolo girare questo evento.

[l’evento FB dedicato ha raccolto in pochi giorni quasi 2000 partecipanti e oltre 10.000 persone invitate, oltre a decine di commenti e 4 menzioni sui giornali]

Cosa ha detto davvero Francesco a Genova (VinoNuovo.it)

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Basso profilo, sincera prossimità, consigli precisi. Si potrebbe riassumere così la visita di papa Francesco alla città di Genova. Non si è visto un Francesco esuberante, da fuochi d’artificio, nè si sono sentite particolari sferzate, salvo alcune eccezioni. Perché Jorge Mario Bergoglio – che da sempre sceglie oculatamente i suoi viaggi in base a fortissime motivazioni sociali ed ecclesiali – abbia scelto di dedicare una visita a Genova, è una domanda aperta. Di fronte allo spiazzante basso profilo scelto dal Vescovo di Roma nei suoi discorsi, una risposta suona più verosimile di altre: se non è venuto a dire o fare nulla di particolare di cui proprio Genova avesse bisogno, probabilmente è venuto ad ascoltare ed assorbire. A conoscere. A rendersi conto. Forse ritenendola una città dove si concentrano problematiche e condizioni più significative per guardare ad un mondo che cambia. Forse anche in vista del sostanzioso cambio di passo di cui la diocesi ha bisogno secondo molte voci interne ed esterne. Svolta possibile proprio nel giro di un paio d’anni, con il pensionamento del cardinale Angelo Bagnasco. Certo, come detto da quest’ultimo, operai, disoccupati, bambini, malati, migranti, senzatetto, hanno ricevuto un enorme dono personale da questa visita.

Ma proviamo a sintetizzare per ciascuno dei momenti della giornata gli spunti che il papa ha voluto dare ai genovesi. Alcuni già ampiamente sottolineati dai media, altri poco notati da chi non conosce il contesto in cui cadono. Farò riferimento a dialoghi, perché Francesco ha scelto anche in questo caso il format del dialogo: rispondere a domande e bisogni espressi dalle persone, invece che calare monologhi preparati a sua discrezione. Non farò citazioni virgolettate, per semplificare i concetti.

Il dialogo sul lavoro. Dice: il buon imprenditore crea un ambiente sinodale, in cui si cura della crescita di un progetto e delle persone coinvolte, in cui si pone come un primus inter pares. Lotta e prega con e per la propria gente, sente e crea appartenenza ad una comunità. Chi fa l’imprenditore cercando profitto personale va invece chiamato “speculatore”, ben diverso. Francesco insiste moltissimo su questa distinzione, sul chiamare le cose col loro nome, senza omologare modi di agire opposti. Ed evidenzia un tema sempre troppo ignorato, quello della governance nei luoghi di lavoro, dove spadroneggia il modello capo-sudditi e non certo il modello-democratico. Dice poi: il lavoro mercenario per il profitto personale è da speculatori. Sembra rinnovare la denuncia del sistema capitalista-finanziario con tutte le sue derive, dalla finanziarizzazione delle aziende all’individualismo delle persone. Dice ancora: la burocrazia è asfissiante perché presuppone i furbi e gli speculatori, e per arginare quelli mette freni esasperanti ai puri che farebbero del bene. Ci vuole un sistema che premi e liberi gli onesti da troppi vincoli. Attenti con l’ansia di leggi e regole iperspecifiche, diventano freni alla creatività dei buoni. Conclude con due concetti molto forti: perché ha voluto questo incontro? Perché il lavoro è uno dei luoghi del popolo di Dio, e questi discorsi non sono meno importanti dei discorsi di chiesa: i luoghi della chiesa sono i luoghi della vita. Francesco ribadisce un cambio di approccio pastorale di cui molte chiese locali ancora difettano: l’obiettivo non è insistere che la gente vada in chiesa e nei luoghi della chiesa, ma che la chiesa si abitui che è giusto e prioritario andare nei luoghi della vita, quali che siano in ogni tempo. Ciò non è un di più oltre alle “cose sacre”, ma una priorità della sua missione. Il secondo concetto forte è che non tutto il lavoro è buono a prescindere; ci sono ancora troppi lavori sbagliati, ingiusti, cattivi. Molti valori della grande finanza non sono in linea con l’umanesimo cristiano. E poi traffico di armi, pornografia, gioco d’azzardo, e tutte le imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Sono cattivi i lavori totalizzanti, anche se ben pagati, perché la vita non è tutta lavoro. Denuncia come sbagliati socialmente anche privilegi, caste, rendite. Bisogna organizzare la società perché tutti possano contribuirvi e viverci con il loro lavoro, esprimendo un senso e un’appartenenza; non perché tutti accumulino reddito a prescindere da quello che fanno, da spendere in consumi. In questa ottica va riscritto un patto sociale che oggi non tiene più, tra chi non riesce a lavorare per nulla e chi è schiavo di lavori sbagliati o ricattanti e non riesce a uscirne. Vien da dire “lavorare meno, lavorare tutti, accettare solo lavori etici”.

Un simile discorso ha forte valore non solo per Genova, ma per tutto il mondo del lavoro. E non tanto, io credo, per imprenditori e dirigenti, quanto per lavoratori e famiglie, da un lato, che faticano a uscire da mentalità inculcate per decenni, incapaci oggi di sviluppare nuove visioni e modi di lavorare, stare al mondo, di ripensare; e per istituzioni e società civile, dall’altro, che possono se determinati imprimere piccoli ma decisivi cambi di rotta all’organizzazione del sistema lavorativo. Una lotta dura, ma che esige visioni alternative, cambiare le domande per perseguire risposte incisive. Di sicuro Genova è simbolo di una società post-industriale stanca, appesantita, smarrita, sfilacciata, dove il cambiamento è più urgente quanto più potenzialmente rivoluzionario, se vede alleate le diverse forze in campo, con poco o niente da perdere. Un forte input anche alle giovani generazioni sul modo in cui pensare e approcciare il mondo del lavoro, che rischia di essere un idolo da perseguire a prescindere, senza distinzioni e ambizioni etiche.

Il dialogo sulla chiesa. A vescovi, preti, diaconi, religiose e religiosi, il Papa ha dato una serie di consigli mirati e chiesto alcuni precisi esami di coscienza.

Primo: come vivere appieno la missione? Imitando lo stile di Gesù, sempre in cammino, tra la folla, in strada, immersi nei problemi della gente, senza soccombere alla fretta o all’agenda iperstrutturata. Si può essere parroci ma non essere cristiani nello stile. Nutrirsi dell’incontro con il Padre e con la gente, a partire dai più emarginati della società. Pregare meno a pappagallo e più in autenticità personale, più in ascolto e in silenzio. Così con la gente. Mi sembrano esortazioni a uscire, a mescolarsi, a vivere il proprio tempo con prossimità e umanità, senza cercare distacchi formali nè di reagire alla complessità con una speculare schizofrenia che diventa impermeabilità e autoreferenzialità. Rischi che la dimensione ecclesiale genovese vive e talvolta alimenta.

Secondo: come vivere la chiesa territoriale? Legandosi a Gesù, non ad altri “salvatori” (su questo Francesco fa una pausa e una sottolineatura particolare, come a dire “i diretti interessati aprano bene le orecchie”). Legandosi ai rapporti, mai alle strutture (altra enfasi chiaramente allusiva). Sospettando di chi si lega troppo alle strutture, carrieristi dal cuore vuoto. Smontando l’autosufficienza che abbiamo creato attorno alla figura del prete che sa tutto, e che non vuol perdere tempo nei confronti sinodali. Tenendo uno stile di vita più comunitario e conviviale, quotidiano. Imparando ad ascoltare chi la pensa diversamente, prendendone l’utile. Imparando a litigare e discutere, segno di libertà e via per una fiducia e fratellenza autentica, non di facciata. Smettendo di parlare alle spalle, mormorare di nascosto degli altri. Su questo Francesco dedica un excursus apparentemente fuori tema su come avvengono le nomine dei vescovi, e dice: è successo che si siano dette calunnie al nunzio su l’uno o l’altro candidato, per gelosie ed invidie. Questo è assenza di fraternità, è tradimento. Parole pesantissime che non avrebbero senso nel discorso se non si riferissero (evidentemente) a qualche fatto avvenuto. Continua chiedendo direttamente ai presenti un esame di coscienza, su quante volte abbiano davvero ascoltato idee differenti dalle proprie e critiche dette da confratelli, su quante volte abbiano mormorato nell’ombra. Cita Canestri (unico citato tra gli ingombranti ex vescovi di Genova) per ricordare che la chiesa è pluralità in una direzione comune. La varietà è lecita. Spesso vogliamo che il fiume divenga piccolo, come siamo noi, e condanniamo gli altri. Questo va imparato dal seminario. Non allevate chiacchieroni, distruttori di fratellanza. Dobbiamo prendere i doni e i carismi di ognuno. Sono tutti concetti calzanti sulla realtà diocesana, dove manca una serena pluralità e dibattito ecclesiale, e per contro sovrabbonda clericalismo, parlare nell’ombra, squalificare ignorando. Con il risultato di un enorme spreco di energie potenziali, e un abbassamento generale della qualità e della progettualità.

Terzo: come vivere il calo di vocazioni? Non come una disgrazia del mondo cattivo, ma come un segno di Dio alla chiesa. E’ un tempo per domandarsi cosa bisogna cambiare. Affrontare i problemi è necessario, e imparare dai problemi è obbligatorio. Non risposte riduttive. Non importazione di religiosi novizi dall’estero, brutto capitolo già scritto in Italia. Puntare sulla testimonianza e sulla conversione missionaria: chi vive da persona felice e fedele al messaggio originario, attrae. Ci sono vescovi e preti che vivono come pagani, e i giovani si allontanano. Certa chiesa spinge fuori la gente. Proporre ai giovani occasioni missionarie a servizio del bene comune, suggerisce il Papa, li rende protagonisti e attratti da una vita piena, dal non vivere per se stessi. La mondanità spirituale (assuefarsi al sistema dominante) è distruttiva. In sintesi, rimarca Francesco, con certi comportamenti siamo noi stessi a provocare certe crisi vocazionali. Le vocazioni ci sono, ma se tu non hai tempo di ascoltare i giovani, la loro fatica, il giovane va a cercare un altro. Concetti assolutamente centrati in una diocesi che non ha affrontato in questi anni lo spinoso tema, limitandosi a evocare preghiere cui non fa seguito un’azione sinodale di ripensamento e cambiamento.

Il dialogo con i giovani. Rispondendo alle domande di un gruppo di giovani impegnati nella Missione Diocesana “Gioia Piena” Francesco ha ripetuto concetti più generici e indirizzato alcune precise provocazioni…

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8000 grazie. Meglio il confronto del silenzio

Vorrei ringraziare le oltre 8000 persone che hanno letto o almeno sbirciato la mia lettera aperta “Caro Francesco, perdona la chiesa di Genova“, nata da alcuni anni di confronto e di esperienze con decine e decine di persone impegnate a vario livello nel mondo genovese e nel mondo ecclesiale italiano.

Grazie ai molti che mi hanno scritto, in privato o in pubblico, le loro osservazioni e riflessioni, suggerimenti, critiche. Qualcuno continua a pensare che sia più opportuno tacere che scomodare. Evidentemente è una prassi fin troppo seguita, vista la quasi assenza di voci e dibattito su questi temi a Genova. Mi prendo la libertà, ogni tanto, di lanciare un sasso nello stagno. O un seme nel terreno, a seconda del punto di vista. Preferisco quando si aggiungono voci, esperienze ed opinioni, a quando mi viene ripetuto che è più carino stare zitti tutti.

A disposizione per continuare il cammino, mi scuso per i molti limiti, e vi ringrazio.

Cosa sta succedendo a Napoli?

Sul numero di maggio degli Asini racconto il mio viaggio negli spazi liberati di #Napoli. Cos’è uno spazio liberato? Perché liberato e non “occupato”? Cosa stanno combinando gruppi di giovani, studenti, famiglie, attivisti di lungo corso, in quella città unica al mondo che è Napoli? Liberano spazi enormi, abbandonati, diroccati, svuotati…e ne fanno luoghi di comunità, palestre, biblioteche, teatri, laboratori per bambini, assemblee cittadine.
E proprio là dove il luogo comune vorrebbe che regnasse disordine e lassismo, là prendono forma realtà innovative che potrebbero essere modello di riqualificazione sociale, urbana e mentale in tutta Italia.

Date un’occhiata alla rivista di Edizioni Dell’asino diretta da Goffredo Fofi: https://goo.gl/kFhTga

P.S. Grazie a Maurizio Braucci e Giovanni Zoppoli per le dritte, e alla comunità dei Gesuiti di Scampia per l’ospitalità.clipular-2

La polemica su Riina? Restiamo umani…

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Non ho affatto approfondito la vicenda delle condizioni di salute di Totò Riina per cui si prospetterebbero gli arresti domiciliari. Ma avendo eco da oltreoceano delle immediate polemiche insorte, mi torna alla mente la vicenda pavese di qualche anno fa che ha visto l’amico attivista Giovanni Giovannetti perorare con cognizione di causa gli arresti domiciliari per l’ex direttore ASL Carlo Chiriaco, a rischio vita in carcere, presunto concorso mafioso.

Un appello a “restare umani” che vide la firma anche di Don Gallo tra gli altri, ma che fu violentemente attaccato da un improvviso “trasversale partito della forca”.

Gli estremismi ciechi di chi, magari dall’alto di una storia di “sinistra”, a voce difende la Costituzione, ma poi facilmente scivola nell’elargire i diritti distinguendo tra amici e nemici. In cosa si distingua dal destrorso che perora il condono fiscale al manager ma sbraita per dare il massimo della pena al Rom di turno, ancora non è chiaro.

Con tutte le prudenze e gli accertamenti giudiziari del caso, #restiamoumani.

Francesco a Genova ha scelto di ascoltare e seminare (VinoNuovo)

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Basso profilo, sincera prossimità, consigli precisi. Si potrebbe riassumere così la visita di papa Francesco alla città di Genova. Non si è visto un Francesco esuberante, da fuochi d’artificio, nè si sono sentite particolari sferzate, salvo alcune eccezioni. Perché Jorge Mario Bergoglio – che da sempre sceglie oculatamente i suoi viaggi in base a fortissime motivazioni sociali ed ecclesiali – abbia scelto di dedicare una visita a Genova, è una domanda aperta. Di fronte allo spiazzante basso profilo scelto dal Vescovo di Roma nei suoi discorsi, una risposta suona più verosimile di altre: se non è venuto a dire o fare nulla di particolare di cui proprio Genova avesse bisogno, probabilmente è venuto ad ascoltare ed assorbire. A conoscere. A rendersi conto. Forse ritenendola una città dove si concentrano problematiche e condizioni più significative per guardare ad un mondo che cambia. Forse anche in vista del sostanzioso cambio di passo di cui la diocesi ha bisogno secondo molte voci interne ed esterne. Svolta possibile proprio nel giro di un paio d’anni, con il pensionamento del cardinale Angelo Bagnasco. Certo, come detto da quest’ultimo, operai, disoccupati, bambini, malati, migranti, senzatetto, hanno ricevuto un enorme dono personale da questa visita.

Ma proviamo a sintetizzare per ciascuno dei momenti della giornata gli spunti che il papa ha voluto dare ai genovesi. Alcuni già ampiamente sottolineati dai media, altri poco notati da chi non conosce il contesto in cui cadono. Farò riferimento a dialoghi, perché Francesco ha scelto anche in questo caso il format del dialogo: rispondere a domande e bisogni espressi dalle persone, invece che calare monologhi preparati a sua discrezione. Non farò citazioni virgolettate, per semplificare i concetti.

Il dialogo sul lavoro. Dice: il buon imprenditore crea un ambiente sinodale, in cui si cura della crescita di un progetto e delle persone coinvolte, in cui si pone come un primus inter pares. Lotta e prega con e per la propria gente, sente e crea appartenenza ad una comunità. Chi fa l’imprenditore cercando profitto personale va invece chiamato “speculatore”, ben diverso. Francesco insiste moltissimo su questa distinzione, sul chiamare le cose col loro nome, senza omologare modi di agire opposti. Ed evidenzia un tema sempre troppo ignorato, quello della governance nei luoghi di lavoro, dove spadroneggia il modello capo-sudditi e non certo il modello-democratico. Dice poi: il lavoro mercenario per il profitto personale è da speculatori. Sembra rinnovare la denuncia del sistema capitalista-finanziario con tutte le sue derive, dalla finanziarizzazione delle aziende all’individualismo delle persone. Dice ancora: la burocrazia è asfissiante perché presuppone i furbi e gli speculatori, e per arginare quelli mette freni esasperanti ai puri che farebbero del bene. Ci vuole un sistema che premi e liberi gli onesti da troppi vincoli. Attenti con l’ansia di leggi e regole iperspecifiche, diventano freni alla creatività dei buoni. Conclude con due concetti molto forti: perché ha voluto questo incontro? Perché il lavoro è uno dei luoghi del popolo di Dio, e questi discorsi non sono meno importanti dei discorsi di chiesa: i luoghi della chiesa sono i luoghi della vita. Francesco ribadisce un cambio di approccio pastorale di cui molte chiese locali ancora difettano: l’obiettivo non è insistere che la gente vada in chiesa e nei luoghi della chiesa, ma che la chiesa si abitui che è giusto e prioritario andare nei luoghi della vita, quali che siano in ogni tempo. Ciò non è un di più oltre alle “cose sacre”, ma una priorità della sua missione. Il secondo concetto forte è che non tutto il lavoro è buono a prescindere; ci sono ancora troppi lavori sbagliati, ingiusti, cattivi. Molti valori della grande finanza non sono in linea con l’umanesimo cristiano. E poi traffico di armi, pornografia, gioco d’azzardo, e tutte le imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Sono cattivi i lavori totalizzanti, anche se ben pagati, perché la vita non è tutta lavoro. Denuncia come sbagliati socialmente anche privilegi, caste, rendite. Bisogna organizzare la società perché tutti possano contribuirvi e viverci con il loro lavoro, esprimendo un senso e un’appartenenza; non perché tutti accumulino reddito a prescindere da quello che fanno, da spendere in consumi. In questa ottica va riscritto un patto sociale che oggi non tiene più, tra chi non riesce a lavorare per nulla e chi è schiavo di lavori sbagliati o ricattanti e non riesce a uscirne. Vien da dire “lavorare meno, lavorare tutti, accettare solo lavori etici”.

Un simile discorso ha forte valore…

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